PER SOFRI
NON BASTA
LA "MOSSA"

Riflessioni su una sentenza

di BENIAMINO PLACIDO

Repubblica, 3 marzo 1999


QUANTO mi piacerebbe poter dire di conoscerle tutte, le carte del "processo Sofri". Di averle lette con cura, di averle studiate e capite. Di aver messo a confronto prove e controprove, testimoni ed antagonisti dei testimoni. Per poter giudicare a ragion veduta. Invidio chi l'ha fatto. Io no, non ne sono stato capace. Quindi non posso esprimermi sull' argomento. Difatti, non parlerò. Anche se è un processo che mi interessa e m'inquieta non poco.
Voglio raccontare, però, una vecchia storia. Una storia tutta vera, tra l'altro, che si conquistò una sua esilarante popolarità quando fu conosciuta e diffusa: nel paese, nella regione, nel Meridione d'Italia.
Dunque, siamo negli anni della guerra. Ed io sono uno "studente viaggiatore", che va a scuola col treno, tra Melfi e Potenza, insieme a tanti altri. Nel medesimo treno, che parte la mattina presto e torna nel tardo pomeriggio o alla sera, viaggiano anche degli impiegati. Onesti impiegati, semplici impiegati. I quali, durante il viaggio di ritorno, amano giocare a carte.

C'E' QUALCOSA di male? Vogliamo rimproverarli per questo? Mi pare di no, sennonché...
Sennonché, per poter giocare a carte, quegli impiegati una qualche scorrettezza, una qualche infrazione alle leggi talvolta la commettevano. Perché, come ho già detto, c'era la guerra. Era l'ultima guerra mondiale. Si viveva nella paura dei bombardamenti. La guerra imponeva l'"oscuramento": nessuna luce doveva trapelare dagli scuri delle finestre ben chiuse. Sennò il nemico ci vedeva dall'alto e ci bombardava.
Nessuna luce doveva rivelare la presenza di un treno in corsa. Pertanto, le lampadine destinate ad illuminare gli scompartimenti venivano preventivamente immerse in un bagno di vernice bluastra, che le rendeva opache. Di luce, negli scompartimenti dei treni sulla linea Melfi-Potenza, Potenza-Melfi ce n'era quanta bastava per non farci incespicare l'uno nell'altro.
E i giocatori di carte? Come facevano a giocare? Facevano così. Salivano su un sedile, svitavano destramente la lampadina schermata, tiravano fuori della tasca una moneta, con la moneta grattavano per scrostare un po' di vernice sicché adesso nella lampadina c'era uno spiraglio attraverso il quale un raggio di luce passava. Sufficiente per illuminre il tressette, o la briscola, o lo scopone più o meno scientifico.
Ma il nemico che volava sopra le nostre teste ci voleva, ci cercava (non sentite il rombo dei motori?). Quei giochi erano diventati pericolosi. Azzardarsi a scrostare la vernice dalla lampadina era proibito, proibitissimo. E i controllori del treno erano sempre sul punto di intervenire. Però dovevano cogliere il colpevole nell' atto di commettere il fatto, altrimenti come si poteva punirlo? Come si faceva a stabilire che era stato lui, proprio lui?
ACCADDE una volta che un controllore astutissimo, eludendo la vigilanza di noialtri ragazzini, che facevamo la guardia naturalmente, entrò nello scompartimento (il treno era appena partito) e vide.
Vide un impiegato che stava levando la mano sacrilega verso la lampadina da "scorticare" (così si diceva): per renderla nuovamente luminosa, allo scopo di poter iniziare la sospirata partita a carte.
Nulla di fatto era ancora accaduto. La lampadina non era stata ancora né raggiunta, né toccata, né svitata, né tanto meno "scorticata". Ma il controllore, severissimo, annunciò la contravvenzione già comminata a carico del viaggiatore impaziente. Che in effetti si era alzato, la mano verso la lampadina l'aveva stesa, chissà cos'altro voleva fare.
"Ma io non ho fatto niente", esplose il viaggiatore-giocatore. "Non ho commesso alcuna infrazione. La lampadina non l'ho nemmeno sfiorata".
"Non importa", rispose il controllore. "Basta la mossa". Rassegnato (almeno in apparenza) l' incriminato viaggiatore mise mano al portamonete e tirò fuori i soldi che la multa implicava. Porse la mano aperta verso il controllore e quando quello stava per riscuotere l'importo, bruscamente la ritirò, sogghignando: "Eh, no! Basta la mossa".
Non ricordo come andò poi a finire, ma il "basta la mossa" diventò un elemento costante, ricorrente della nostra conversazione, ed anche di quelle degli adulti. Ma ricordo la profonda impressione che l'episodio fece su noi ragazzi. Il contributo che diede alla nostra preparazione cultural-giuridica.
Ci fece capire (poi l'avremmo letto in Kant e l'avremmo capito anche meglio) che c'è una bella differenza fra l'etica e la legge. Rispettabili tutt'e due, per carità. Ma mentre l'etica può punire anche le nostre semplici intenzioni, la legge no. Deve limitarsi a punire (e prima ancora a provare, a scoprire) i fatti - meglio, i misfatti - che abbiamo commesso. Se può provare che commessi li abbiamo.
Il romanzo breve "La sonata a Kreutzer" di Tolstoi reca in epigrafe una citazione dal Vangelo di Matteo (5,28). Che recita: "In verità vi dico, che chiunque guarda una donna con desiderio, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore".
Mi par giusto, dal punto di vista etico. Che una donna rimproveri al marito i suoi sregolati desideri, ancorché segreti. Ma è improbabile che la stessa donna trovi udienza presso un giudice perché il marito desidera altre donne ("Lo so ben io che glielo leggo negli occhi, che lo sento sospirare la notte").
Ammettiamo adesso (ammettiamolo soltanto: exemplum fictum) che Sofri o qualche suo compagno di militanza politica abbia desiderato far male a qualcuno. Lo si può biasimare? Credo proprio di sì. Lo si può condannare in tribunale? Credo proprio di no. Se ci mettessimo a giudicare le "intenzioni" (nostre o altrui) non si sa mica dove andremmo a finire. Non si sa quante carceri ci vorrebbero.
Eppure quante volte si ha l'impressione (l'impressione soltanto, non esageriamo) che Adriano Sofri sia stato condannato non già per quello che avrebbe fatto, e che sarebbe stato provato, come in un tribunale si deve, ma per tutte le nequizie che avrebbe potuto voler commettere (sai com'è, con quella testa, con quelle idee, con quelle ideologie...). Che sia stato mandato (e tenuto in carcere) in omaggio al principio "Basta la mossa".
E' solo un'impressione, ma fastidiosissima. Anche perché di altre impressioni - a confronto, a contrasto - ce ne sono tante. Tanto per dirne una: Adriano Sofri non si è comportato come quel giocatore-viaggiatore che finse di pagare la multa per poi ritirare la mano (e i soldi) con uno sberleffo.
Adriano Sofri si è presentato alla porta del carcere, con encomiabile dignità; e con ammirevole dignità ha detto: eccomi, giudicatemi. Se davvero ho violato le leggi (ma ci sono le prove?), condannatemi.
Ma se le prove non ci sono, o non ci sono a sufficienza; se certi gesti estremi li ho soltanto vagheggiati in mente mia (Dio mio, che testa avevo in quel tempo!) allora condannarmi non potete.
Siamo una società civile. Non "basta la mossa".


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