Lettere dal carcere
di Adriano Sofri

Mario Pirani, Repubblica 25 maggio 1998



SONO stato per lungo tempo incerto sulla colpevolezza o meno di Adriano Sofri. Lessi quando uscì, nel 1991, il bellissimo saggio di Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico (Einaudi) in cui il processo veniva analizzato punto per punto. Anche quell'opera, pur non dissolvendo totalmente gli interrogativi, mi rafforzò nel convincimento che proprio questa incertezza, mia e di numerosissimi altri - in dubio pro reo - testimoniava ineluttabilmente per l'assoluzione. Ultimamente mi sono convinto dell'innocenza su una base che non ha alcuna valenza giuridica, ma di cui desidero egualmente dare atto.
Si tratta delle straordinarie lettere di poche righe che quotidianamente, con grandissimo merito di Giuliano Ferrara, Adriano Sofri pubblica sul Foglio. Esse dimostrano una tale limpidezza etica, uno sdegno singolarmente trattenuto, una mancanza assoluta di autocommiserazione, una solidarietà senza pietismi per i tanti poveri diavoli incontrati dietro quelle sbarre che mi hanno trascinato psicologicamente tra quanti considerano somma ingiustizia la ribadita condanna. Anche se capisco che non si tratta di un argomento razionale, confesso di essere convinto che quella non può essere la prosa di un colpevole.
Non ne avrei, però, forse scritto in questa rubrica se non avessi riflettuto che queste lettere talvolta contengono squarci nefandi di vita carceraria (che non riguardano naturalmente solo Sofri). Se fatti conoscere ad un numero maggiore di persone, oltre il ristretto e qualificato pubblico del Foglio, potrebbero forse smuovere da una sadica ignavia la burocrazia ministeriale. Lo stesso ministro Flick, modificando certe norme assurde potrebbe, almeno su questo piano, difendersi dalle molte critiche che gli vengono mosse.

RIPORTERÒ, quindi, tra le tante, alcuni brani di due lettere, particolarmente significative. Prima lettera: "I carcerati guardano tutti i film sul carcere, e correggono gli errori. La scena più bella di Nel nome del padre è quella in cui, morto il padre, i detenuti lo ricordano facendo piovere giù dalle finestre delle celle una luminaria di pezzetti di carta incendiati. In realtà, non si può fare: le finestre hanno due file di sbarre, e una grata fitta...Qualche volta non funziona neanche il paragone con la letteratura. Vi ricordate Maroncelli, nelle Mie prigioni: gli amputano la gamba, vede su una finestra un bicchiere con una rosa, chiede a Pellico di portargliela, e la regala al vecchio chirurgo. Quegli prese la rosa e pianse. Ora, nel mio piccolo ho subìto un paio di piccoli interventi su dei nei. Il chirurgo che mi ha operato è apprezzato anche come chirurgo della mano. Essendo qui vietate rose e bicchieri, ho voluto regalargli una copia del mio Libro per la mano sinistra...con la mia dedica. Ho chiesto a un agente, che ha chiesto a un capoposto, che ha preso il libro e ha chiesto a un ispettore, poi mi ha riportato il libro e ha detto che non si può: è vietato. Mi vendico così, raccontandolo... Però immaginate la scena: quel disgraziato di Maroncelli amputato, Pellico gli porta la rosa, e le guardie la sequestrano. Il vecchio chirurgo dello Spielberg non prese la rosa e pianse".

Seconda lettera: "La notte scorsa sono stato controllato nella mia gabbia di ferro sbattuto per dodici volte, tra mezzanotte e le sette. Ho rinunciato a dormire anche un solo minuto. Poco fa ho ritirato la posta...una persona mi ha spedito una cartolina con una bustina di tè. L'agente che mi apriva la posta mi ha detto, duro come da Regolamento: "Questo cos'è?" "Una bustina di tè". "Questo lo dice lei". In effetti, lo dicevo io, pur appoggiandomi alla forma dell'oggetto, alla scritta Peach tea - tè alla pesca, dunque - alla cartolina vezzosamente intitolata Le cartoline del tè, e altri indizi. Ho buttato la bustina nel cesto della spazzatura - mi scusi gentile speditrice: e non lo faccia più. Mentre ero in c ella è arrivato un graduato con la bustina in mano - recuperata - e mi ha detto: "Sofri, questa la mettiamo fra i suoi effetti in magazzino". In un momento mi si è aperto un varco sul futuro. Quando uscirò, fra una ventina d'anni, diciamo, potrò riavere la bustina, portarla a casa e farmi un tè alla pesca".
Forse m'illudo che serva a qualcosa pubblicare questi estratti. Già una volta Michele Serra in prima pagina denunciò l'ignominia di svegliare Sofri (e qualsiasi altro detenuto) sbattendo le inferriate una quindicina di volte per notte. Sono passati mesi ma le cose non sono cambiate.