Piccola Posta ottobre-dicembre 1999

 

Ottobre

 

1

Per il Manifesto Astrit Dakli intervista Mairbek Vachagaev, che è un giovane ceceno molto gentile e raffinato, laico e studioso di storia del suo paese, in particolare della Prima guerra caucasica, sulla quale ha trovato e pubblicato molti documenti inediti. Nel corso dell'ultima guerra (ora bisogna dire: la penultima) fece da informale ambasciatore del suo paese, poi è stato portavoce del presidente Maskhadov, e ancora "ambasciatore" di fatto a Mosca. Voglio segnalare almeno le notizie, che ricevo anche da altri, sulla caccia al caucasico in generale e al ceceno in particolare scatenata in Russia. Decine di persone aggredite per strada e mandate all'ospedale, centinaia di arresti, migliaia di espulsioni. "Io e i miei collaboratori abbiamo cucirci le tasche ­ ecco, guardi ­ per evitare che i poliziotti quando ci perquisiscono ci mettano dentro la droga: lo fanno normalmente". C'è un clima da pogrom. I fuggiaschi dalla Cecenia bombardata ­ già decine di migliaia, presto più di duecentomila ­ possono attraversare solo a piedi il confine con l'Inguscezia, paese di 300 mila persone incapace di ospitarli. Il bombardamento di bersagli civili di Groznj e dei villaggi, sia che rinnovi la tragedia dell'invasione, sia che si arresti prima per debolezze militari o convenienze elettorali, rimette la Cecenia in mano alla guerriglia di Basaev e dei suoi, falliti nella impresa islamista in Dagestan. Va segnalato lo stile del nuovo primo ministro russo, Putin, il quale ha proclamato: "Uccideremo i terroristi anche nel cesso", e, quanto all'aiuto richiesto dal governo inguscio per i profughi: "Si rivolgano a chi vogliono, anche alle organizzazioni omosessuali". Si capisce dove batte la lingua di Putin. Si capisce meno il vasto ed ennesimo disinteresse con cui l'Europa segue gli eventi. L'altra volta, l'Europa si scusò molto per il ritardo. Era solo tre quattro anni fa.

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Caro P. B., avendo letto la sua documentata rassegna di brani odierni di Enzo Biagi che ne ripetono altri già pubblicati, voglio confessare che lo faccio anch'io, e chiedere le attenuanti. La prima è che il tempo passa, e induce a ripetersi. La seconda è la moltiplicazione delle circostanze in cui bisogna dire o scrivere qualcosa. La terza, anche, è un certo desiderio di riesporre qualche racconto o qualche pensiero cui si tiene, e che a suo tempo passò inosservato, o nel frattempo è andato dimenticato. Perché questo dovrebbe essere sconveniente a chi scrive, mentre chi dipinge è invitato a esporre ogni volta di nuovo i suoi quadri in mostre e cataloghi, e di una musica ascoltiamo infinite volte l'esecuzione, o di un testo teatrale riuscito, per non dire delle canzoni? Giustamente, e magnificamente, De Chirico protestava il proprio diritto a falsificare se stesso: a maggior ragione si deve potersi ripetere. A lei, più giovane, forse capita di dire cose ogni volta nuove. Ma avrà provato il piacere di sentir raccontare di nuovo da suo nonno un racconto particolarmente riuscito. Do per molto probabile che lei stesso non si periti di raccontare più volte a persone diverse, e magari nella stessa giornata, lo stesso aneddoto: che è ciò che fa, magari a distanza di anni, e a lettori che cambiano, chi ripigli cose proprie già scritte, e in fondo copi da se stesso. Dico questo perché temo di avere di qui a poco un enorme successo, e che qualcuno si accorga che in certi giorni di pigrizia ho spacciato nel 1999 in questa rubrica frasi che avevo composto in certi giorni pensosi del 1978, o dell'84. Sono ristampe ennesime, a cura di noi stessi. Cordiali saluti

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Si paragona l'intervento dei russi in Cecenia a quello della Nato in Kosovo. In effetti i russi hanno torto marcio, come l'avevano i serbi in Kosovo, e come loro cacciano donne e bambini dalle loro case; e bombardano dall'alto, come la Nato, e invadono con l'artiglieria e i blindati. Troppa grazia.
6

Leggo l'ultimo libro di Bocca e mi vengono in mente tante storielle d'Italia. Andavo all'Archivio vescovile di Siena, vent'anni fa esatti, a studiare carte su una quasi santa. Il custode era un signore di 78 anni, si chiamava Palazzi, aveva quelle pantofole di feltro marrone che si possono ritagliare sulle dita. Dopo qualche giorno, quando non c'erano altri avventori, cominciò a passarmi accanto canticchiando, a bassa voce, Avanti popolo. Aveva una pensione di invalido, e dal vescovo prendeva sessantamila lire al mese. Mi dichiarò che era comunista sovietico e che c'erano almeno trentacinque preti della diocesi che votavano Pci per ragioni di indigenza economica e di protesta contro i loro colleghi ricchi. Sapeva molte ruberie di bolli episcopali e di messali miniati e cornici dorate, e poi diceva: bocca mia non parlare. E si rimetteva a cantare Bandiera rossa.

7

Di che cosa si ha paura. Mi ricordo una volta a Sarajevo. Cade un gran mucchio di neve da un tetto spiovente, e fa un tonfo spaventoso. La gente in coda davanti alla farmacia non batte ciglio, perché lo scambia con una granata.

8

Sulle cose del sesso l'irragionevolezza, e a volte la prepotenza, dei pronunciamenti di autorità cattoliche è così forte da far accogliere con entusiasmo "aperture" che sfidano il buon senso. In questo campo, le posizioni della chiesa e delle sue autorità ecclesiastiche e laiche vengono trattate come un tempo i cremlinologi trattavano i messaggi sovietici in politica. Ieri si è saputo che secondo il padre Giordano Muraro, teologo domenicano, la masturbazione è peccato, ma non grave, se a masturbarsi è un adulto, sposato, e lontano dalla moglie per motivi di forza maggiore. (Non ho il testo completo, e non so se venga considerato il reciproco, cioè la masturbazione della moglie, essendo ogni lontananza reciproca). Eviterò ogni sarcasmo ­ ma come fanno i marinai, ma come fanno i sacerdoti ­ benché il paragone impiegato dal padre Muraro ("limitarsi al piacere solitario è come avere la Ferrari e andare sempre in prima") sia davvero esplosivo. Ho sposato un'utilitaria, eccetera. Mi limito a sottoporre fiduciosamente al padre e agli altri la situazione di donne e uomini incarcerati, e dei loro partner liberi. Sperando che non ne venga solo una comprensione verso la venialità della masturbazione, ma l'apprezzamento per i tentativi di attenuarne la mutilazione.

9

Dunque, caro Vincino! Sbagli: non è che io non parli male di nessuno. Io taccio dei più. Mi sono imposto una norma quasi wittgensteiniana (non far finta di non conoscere Wittengstein: ti so letore acanito del Tractatus): di coloro dei quali non puoi parlare che male, meglio tacere. Tutto questo perché non sono buono, e devo tenermi a bada. L'altro giorno è venuto a trovarmi un amico caro, che è uno scrittore montenegrino di Sarajevo, si chiama Marko Vesovic, e per tutto il tempo è restato inerme nella città assediata a gridare insulti contro il suo ex collega Nikola Koljevic, ubriaco di potere sciovinismo e vanità e arruolato fra i capo-cecchini della montagna. Nikola Koljevic ora si è suicidato, e Marko ha scritto per l'ultima volta di lui: "Nikolino è morto ­ ha detto ­ per mano criminale". Bé, ecco, Marko Vesovic è un uomo buono. Io cerco di star zitto.

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Prima credetti che una rivoluzione fosse giustificata anche soltanto dalla prospettiva di abolire la prostituzione. Poi pensai che si potesse arrivare perfino a fare una rivoluzione pur di garantire la libertà di non prostituirsi. Ora, farei una rivoluzione per assicurare la libertà di prostituirsi. In generale, evitare di sentirsi migliori perché "si sono capite più cose". Capire coincide con la constatazione di un fallimento. Per ogni cosa in più che si è capita, c'è una speranza e una disponibilità che si è chiusa. Così alla fine si smette di sbagliare e di vivere insieme.

13

Ieri mattina era corsa la voce che Shamil Basaev fosse stato catturato. Poi è stata corretta: Basaev e suoi sarebbero "circondati". Vedremo: le balle da tempi di guerra sono colossali, e quelle dei militari russi in particolare. La battaglia si svolgerebbe attorno a Goragovski, villaggio di quasi pianura sulla strada per l'Inguscezia: cioè nel territorio opposto a quello in cui si immaginano Basaev e i suoi, in montagna e ai confini orientali. Lo stesso presidente Maskhadov, stretto fra la volontà di trovare un compromesso coi russi e la necessità di opporsi ai loro bombardamenti indiscriminati e all'invasione, si è dissociato dai "banditi", Shamil compreso, e l'ha nominato, lo stesso Shamil (pleonasticamente, del resto), comandante del fronte orientale. I più pesanti bombardamenti aerei di questi giorni hanno colpito il villaggio di Shamil, Vedenò, alle falde della montagna fra Cecenia e Daghestan. Un altro luogo cruciale della scorsa guerra, Bamut, ridotta in polvere dai bombardamenti, è ora di nuovo teatro di scontri violentissimi. Bamut è un nome epico per i ceceni, e il suo eroe, che non si fece mai espugnare, è un uomo piccolo, rotondo è un po' timido, che si chiama Ruslan Khalkharoi. Ma la caratteristica memorabile della roccaforte di Bamut era un'altra: Bamut era sede di una importante base missilistica nucleare sotterranea. I resistenti ceceni, che la occuparono e ci stettero come bravi topi, dichiararono nel corso di tutta la guerra (e i bombardamenti) che la base era in funzione e sotto il loro controllo. Forse era un bluff, ma i russi non si decisero mai ad andarlo a vedere. Anche per questo vanno prese sul serio, temo, le minacce cecene di attaccare basi nucleari in territorio russo. Non solo perché sulle macerie dell'impero sovietico le armi atomiche di ogni dimensione sono disseminate in una specie di deriva. A formulare le minacce è, se non sbaglio, Salman Raduev, cioè il più fanatico e il più avventurista dei capibanda ceceni. Dato tante volte per morto, dopo la guerra Raduev aveva mandato a Grozny un suo Battaglione Dudaev (una parentela con l'ucciso leader, venerato dai ceceni, è stata la sua carta principale) misto a un gruppo "Al Jihad", composto di alcune centinaia di persone, con molte armi e poche scarpe, ragazzi per lo più: ne conobbi due di dodici anni e uno di dieci ("Ma ne abbiamo anche uno di cento", dissero orgogliosi, "è il cuore che conta"). Si erano autoassegnati ­ ma in fitta concorrenza ­ il compito di "liquidare la criminalità", e di prepararsi a portare la guerra in Russia. Il loro comandante era il maggiore Ruslan: quanto ai generali, "Siamo tutti generali". I ceceni giurano di non poter avere capi, e che ognuno è il capo di se stesso: ma i contrasti intestini sono diventati sempre più feroci e sanguinosi, scandalizzando i vecchi e la tradizione. Rivalità fra ceceni erano ammesse, e anzi esaltate, ma in una specie di campionato di ventura. Si raccontava di certi ceceni che combattevano nel Nagorno Karabakh con gli armeni, e certi altri con gli azeri, e concordavano la conquista, a turno, di una cima, per soldi, finché non si stufarono e tornarono a casa insieme. Oggi la Cecenia è un luogo di rinnegamenti e tradimenti, e non è un caso che Putin abbia rivisto la possibilità di investire dei ceceni fedeli (venduti) a Mosca, dopo la rovina che travolse uno che pure provava a barcamenarsi, come Zavgaev. Finché durò la guerra, non c'era posto per vie di mezzo: fra i "servi di Mosca" e i "guerrieri fino alla morte". Una rivalità rovinosa si impadronì dei capi ceceni già subito dopo la guerra, e nelle elezioni presidenziali, due anni e mezzo fa, Shamil favorì la candidatura del "russo" Khasbulatov (il ceceno arrivato più in alto nella gerarchia russa: il secondo), nella speranza di accrescere la dispersione dei voti al primo turno e prevalere nel ballottaggio contro Maskhadov. Invece, Maskhadov venne eletto a larga maggioranza, e Shamil prese meno voti di Yanderbiev: ennesima conferma dello scarto fra popolarità militare, e militante, e consenso elettorale. Viene da lì, da un peccato di gola di Shamil e dei suoi ­ un giovane di trent'anni, che avrebbe avuto tutto il tempo di aspettare ­ la trafila di inimicizie e rivalse che ha condotto fino alla sciagurata, e avventurista, impresa daghestana.
Nel 1991, quando l'Unione Sovietica era già andata in pezzi, la Cecenia si dichiarò indipendente. La Russia non era d'accordo e ne aveva il diritto. Non aveva il diritto di reagire con una campagna di bombardamenti devastante, e poi con un'invasione sanguinosa e ottusa. Le costò un costo tremendo. Graciov, quando la guerra era ancora in corso, dichiarò che in Cecenia erano già morti molti più russi che in Afghanistan, e in Afghanistan ne erano morti quattordicimila. Ora c'è stata l'impresa daghestana di Basaev, e i russi avevano il diritto di non essere d'accordo. Ci sono state le terribili stragi terroristiche nelle città russe, e i russi hanno ragione di esserne esasperati: cercando un po' meglio i responsabili. Ancora una volta, non hanno il diritto di scatenare la caccia razzistica al caucasico. Né di dichiarare invalido il governo di Aslan Maskhadov, legittimamente eletto. Né di bombardare selvaggiamente, e invadere ottusamente un paese dal quale cacciare una popolazione civile erede di abominevoli deportazioni. Nemmeno, infine, di scherzare col fuoco di un terrorismo ingolosito dagli avanzi atomici di un impero in frantumi. Questioni, tutte, che dovrebbero eccitare di più l'altruismo e l'egoismo del resto del mondo, a partire da noi: se non per la gente intirizzita cacciata sulla strada di Nazran, per la preoccupazione del botto eventuale. Lo sentiremmo anche da qui.

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Oggi non ero così di malumore. E' piovuto, sono spuntati i funghi. Almeno dai funghi ci si può aspettare che più belli sono, più sono velenosi. E' pieno di ciclamini. Al telegiornale ho visto Kofi Annan che teneva in braccio il seimiliardesimo abitante della terra, un sarajevese ignaro di tutto. Le mosche sono stanche, e il cane Felix, che le rincorre tutto il giorno, ne ha acchiappata una davvero, e l'ha masticata con una faccia incredula e schifata. Andava benino, quando ho aperto il "Diario di lavoro" di Brecht alla pagina del 3 novembre 1952. "Quando leggo in un libro 'un uomo di quarantasette anni' penso: che roba, e pretende ancora di avere voce in capitolo? E io di anni ne ho cinquantatré". E io cinquantasette. Tocca a te, lettore: quanti anni hai?

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Vorrei oggi limitarmi a segnalare il libro che raccoglie gli atti di un convegno dello scorso anno, "1938. I bambini e le leggi razziali in Italia". E' curato da Bruno Maida, e pubblicato dalla Giuntina di Firenze. Costa 20.000 lire. Contiene molte testimonianze. Giovanni Finzi Contini, che la sua testimonianza l'ha anche scritta in un suo libro, dice: "L'ho scritto per il mio nipotino". Dunque, un vero libro per bambini.

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Cara Olivia, ti avverto che le Monde ha pubblicato ieri la classifica dei primi cento dischi del secolo, compilata da alcune migliaia di persone (francesi, piuttosto). Non c'è neanche un italiano. Cioè, ci sono un Giuseppe Verdi e un Puccini, in esecuzioni di questo secolo. Hanno vinto i Beatles (Abbey Road), secondo Bob Marley (Babylon Bus). Io sono abbastanza contento perché Brel è quarto, Brassens nono, e Ferré dodicesimo. La prima donna è Edith Piaf, quattordicesima. Ella Fitzgerald, diciassettesima. Barbara (Dio la tenga vicino al suo orecchio buono), ventitreesima. La prossima donna, al trentanovesimo posto, tieniti, è Billie Holiday. Amalia Rodrigues è morta appena in tempo: non c'è. Per tua consolazione, Cesaria Evora (Miss Perfumado) c'è: al numero cinquantanove. E al centesimo posto c'è Oum Kalsoum (Al Atlal), subito dopo Janis Joplin. Dunque, datti da fare.

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Caro Norberto Bobbio, le mando, il giorno dopo, i miei affettuosi auguri. Io sono diviso fra la simpatia per chi vive a lungo, e il senso di una fedeltà dovuta a chi è morto presto. Un tempo, la simpatia per chi viveva a lungo era il risarcimento contro la vistosa preferenza manifestata dagli dei ai morti giovani. Ora si tramuta spesso l'esistenza in vita in un vantaggio troppo facile. Che cosa sarebbe di lei se la sua biografia si fermasse in un punto, cinquant'anni fa, o venticinque? (Che cosa sarebbe di me?) Quando facciamo i conti con il passato non dobbiamo essere compiacenti, ma neanche ridurre per intero le persone alle loro confessioni ideologiche o religiose o politiche, e negar loro quella scelta ulteriore che a noi è assicurata solo da una fortuita e provvisoria sopravvivenza. Per esempio, mi pare che Veltroni faccia bene a usare parole nette su un dio che è fallito da tanto tempo, e a riscattare da una condanna prepotente e spesso da una persecuzione umana persone che si erano battute per ragioni giuste: ma che non è a un trasloco di padri, a un diverso catalogo di precursori e maestri che bisogna affidarsi. Si impara dagli altri, ma anche e soprattutto dai propri padri, quando si sia diventati adulti e capaci di riconoscerne limiti, errori, debolezze e colpe. Dev'esserci un confine tra padri da rinnegare e padri da ricordare anche lungo nuove strade. Dev'esserci un confine fra ideologie, fedi, dogmi ­ e vite personali. Chi vive a lungo, è con ciò stesso la dimostrazione di quello che avrebbe potuto essere la vita d'altri, se fosse durata: dunque è il custode di questa verità che sta oltre le verità della storia, della politica e della loro retorica. Quando sfrattiamo qualcuno dalla nostra memoria, è di noi stessi, a futura memoria, che stiamo parlando, no? Veniamo al mondo a guadagnarci con fatica il nostro peccato originale: poi abbiamo il tempo di fare penitenza, o no. Venire dopo, non basta a essere migliori. Immagino che lei sappia con chiarezza questo, che io sento confusamente. Dunque, molti auguri.
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Ho letto i giornali. Per esempio, sul Corriere: "Milano, denuncia del Comune. Troppi anziani irretiti da ragazze dell'Est a caccia di cittadinanza". Capisco, ma non ho potuto fare a meno di pensare al titolo: "Troppe ragazze dell'Est irretite da anziani a caccia". Di che cosa, non so. Su Repubblica ho letto alcune ipotesi sul rimpasto: uscirebbero dal governo Rosa Jervolino, Livia Turco (alla Regione Piemonte), Giovanna Melandri (alla Regione Lazio), forse Rosy Bindi. Sarebbe magnifico, per farla finita con la bizantina discussione che si trascina in alcuni ambienti di donne (quote garantite sì o no). L'Italia è forte. L'impero romano, il papato, il Rinascimento: ma avete visto come giocano a rugby i neozelandesi? Il supplemento economico del Monde ha un'apertura intitolata: "E' possibile regolare il capitalismo?". E' lungo ma voglio leggerlo, è una questione interessante.

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Come è bella Venezia. C'era però un ingorgo sulla strada di Mestre.

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Ero lì che guardavo di sotto in su i 98 metri e 60 del campanile di San Marco, quando un veneziano cordiale mi ha salutato: "Come va?" Come in quella storiella ebraica, ho risposto. Il signore ebreo che precipitava dal ventunesimo piano, e dalla finestra del tredicesimo gli chiedono: "Oh, Aron, come va?" Beh, fin qui, dice, non posso lamentarmi.

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Sapete, l'allegria dei naufragi, l'euforia degli incendi, la gioia delle catastrofi e delle fini. Nel mio piccolo, giovedì sera, ho provato una trepidazione da Acqua Alta, come una turista inglese, come uno scolaro dell'obbligo. E' suonata la sirena, è stata annunciata una crescita delle acque di 1 metro e 15, a un 1 metro e 10 il mio campiello sarebbe stato sommerso. Sono corso a casa, ho preparato gli stivali di gomma per l'udienza di venerdì, e mi sono messo alla finestra ad aspettare. Niente. L'acqua è salita fino a 1 metro e 5, poi è rifluita. Venerdì, all'udienza, c'era il sole. Scarogna.

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Mi correggo: l'aula bunker non è così male. Cioè, non proprio l'aula bunker, ma i suoi dintorni. E' fuori mano, però in una periferia di orti curati gentilmente, dai bordi fioriti di rose e di dalie. Ci sono casette proporzionate, su una stanno montando il tetto. A ogni udienza c'è qualche metro quadrato di tegole in più. Se poi si esce dal recinto di ferro dell'aula, e si passeggia un po', si trova un campo di zingari, bosniaci, se non sbaglio, almeno all'origine. Dunque è un luogo non solo tetro, e forse un giorno, quando si potrà tornare a tribunali piccoli e affabili, l'aula potrà chiamarsi ex bunker, e diventare una palestra di giochi per bambini di tutte le lingue. Non occorreranno neanche grandi lavori. Anche la scritta: la legge è uguale per tutti, si potrà lasciare. Se non è vera, sarebbe bello che lo fosse.

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Faccio spazio oggi al mio schivo vicino di banco, Ovidio, che mi ha regalato (ma solo perché insistevo) il libro delle sue nuove prove di poesia. Si chiamano "Guardine", Piero Manni editore. Si sono ridotte all'osso, come il loro autore, e mi ricordano Rebora da vecchio. Eccone una:
"Curva la luna sul penitenziario
s'odono viete grida di Babele
notte che aduna giorni di calvario
falce che miete Caino e Abele".

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Caro Adriano Carlesi, seguo da tempo la tua peripezia, attraverso i giornali e i racconti accorati di persone amiche. Ora Vauro, che ti ha appena visto, mi dice che la tua salute è minacciata in modo davvero allarmante. Ho conosciuto, in altre persone offese e in me stesso, la tentazione di un oltranzismo che diventa indifferente agli stessi scopi iniziali, e anzi a qualunque scopo. Tu volevi che la tua vicissitudine venisse conosciuta, facesse scandalo, trovasse un'attenzione e un rimedio. Questo è, almeno in parte, avvenuto. Ora però vuoi continuare, perché forse allontanarti da questo mondo ti sembra più bello che tornarci dentro. Non proverò a persuaderti del contrario, tanto meno ti parlerò bene di questo mondo. Semplicemente, unisco il mio ai nomi degli altri che, per favore, ti chiedono di avere cura di te ­ del tuo corpo ­ e di tornare indietro. Spero che l'augurio e il dispiacere degli altri contino un po' per te. Se fossi come Vauro, o come Vincino, ti farei anch'io un disegno. Invece ti mando questa letterina qualunque. Ciao.

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Da piccolo scrissi una specie di decalogo sul modo in cui pensare alle carceri. Al primo comandamento diceva: "Assumere il punto di vista di chi può finire in galera, a preferenza del punto di vista di chi può mandare il prossimo in galera". Io sapevo che cos'avrei fatto da grande.

30

Caro Paolo Mieli, vedo che vi accingete a ridiscutere del comunismo. A me dispiace un po' che la parola sia diventata così terribilmente colpevole da travolgere anche una sua accezione antica, debole, spesso velleitaria, ma libertaria, appartata, anarchica. A questa accezione in ombra non mi iscriverei, ma le conservo affetto e rispetto. Quanto all'accezione terribile e vittoriosa, e poi di colpo sconfitta, quella innamorata di potenza e di statalismo, se dovessi trattarne oggi in una tavola rotonda sceglierei quella domanda di Stalin, non so più se vera o ben trovata: "Quante divisioni ha il Papa?" Il comunismo del Novecento, "in ultima istanza", era diventato una teoria e una pratica che riduceva ogni problema ai rapporti di forza. In questo senso, non cambiò molto alla corrente statalista del periodo classico: lo spinse alle estreme conseguenze. Stalin che chiede quante divisioni ha il papa, machiavellismo da dozzina: questa battuta è la miglior descrizione del comunismo reale. Tutte le volte che dei comunisti hanno simpatizzato per la repressione - in Ungheria, a Praga, in Polonia, a Cuba, in Afghanistan - non erano mossi dall'amore per la proprietà statale contro la privata, né per la pianificazione contro il libero mercato, o da chissà quale altra prerogativa del "socialismo": erano irresistibilmente affascinati dalla soluzione di forza. Poterono arrivare a compiacersi di chiamarsi "carristi", complici e fautori dei carri armati. Questo dato era più profondo delle revisioni degli enunciati storici e ideologici, e univa molto più saldamente dirigenti "dialettici" e base "ottusa": dal fondo di una cultura che ammira ed emula gli uomini forti; che adora lo stato forte; che si vuole nemica del terrorismo, ma è conquistata dalla sua efficienza e dalla sua ferocia; e va pazza per le divise da generale. La superiorità "scientifica" del comunismo autoritario di fronte alle ribellioni anticolonialiste, indipendentiste, socialiste, non era altro che una rigorosa e brutale teoria dei rapporti di forza. In questo senso, essa sopravvive largamente all'abbandono del suo travestimento ideologico. Il secolo si chiude con l'espianto del popolo ceceno, delicatamente criticato da alcune autorità occidentali. Peccato. Perché il comunismo, che la guerra fredda aveva arginato e al tempo stesso autorizzato "a casa sua", più di mezzo mondo, era stata poi battuto sul campo - risultato imbarazzantissimo - da una classe operaia devota alla Madonna nera, e da un papa polacco, il quale non aveva neanche una divisione.

novembre 1999

2

Secondo una fonte croata, raccolta dall'Unità, i corpi esumati dalle fosse comuni nel Kosovo sarebbero 670. Non so valutare: un autorevole medico legale spagnolo ha dichiarato pochi giorni fa che a suo parere le vittime non sarebbero più di 2.500.
In attesa della relazione ufficiale dell'Aia, desidero segnalare la notizia, essendo stato fra quelli che prima hanno fortemente temuto, poi creduto, che le vittime kosovare fossero molte di più. (Gli ultimi dati, accolti da Kouchner, parlavano di più di 10.000 morti). Ma, a parte l'obbligo di lealtà, e la vergogna di accogliere malvolentieri e con imbarazzo una notizia inaspettatamente bella ­ che più di novemila persone non sono morte ­ la notizia mette di fronte a un problema in quietante, e cioè la nostra riluttanza a veder cambiare il passato. Si seppe, anni fa, che l'eccidio di lavoratrici da cui aveva preso origine la celebrazione dell'8 marzo non era avvenuto. Magnifica notizia, e insieme dolorosa: perché invalidava una commozione rivissuta anno dietro anno, minacciava di toglierle il terreno sotto i piedi. Parlo delle buone notizie: le cattive sono la norma, e non creano un tal conflitto fra felicitazione e commemorazione. In realtà, senza niente togliere alla piccola e preziosa dose di libertà di cui, nel punto fortuito in cui ci capita di esser vivi, disponiamo, il passato è pregiudicato (o impregiudicato, come preferite) tanto quanto il futuro: e dovremmo esser capaci, come speriamo che qualcosa non accada, di sperare che qualcosa non sia accaduto. Di sperare di ricevere un giorno la notizia che la strage degli innocenti non è avvenuta.

3

In qualche posto d'Italia che non ricordo, le autorità prefettizie hanno fissato un limite massimo alla durata dei funerali: un'ora e mezza, mi pare. Un bravo prete è insorto: si fanno funerali di notabili che durano ore ­ ha detto ­ magari a spese pubbliche, mentre i poveracci vanno sotto terra in cinque minuti. Bravo prete. Almeno post mortem si faccia un po' di uguaglianza. Però questa antica idea della morte uguale per tutti ­ la livella di Totò ­ a consolazione della oltraggiosa disuguaglianza della vita viva, potrebbe forse trovare un'obiezione da parte degli stessi poveracci. Dopo aver campato a parte, si può considerare un'offesa, o almeno una seccatura, dovere condividere l'aldilà con i ricchi e potenti. Anche all'altro mondo, camere separate, per favore.

4

Ho un certo interesse per il calendario del mio processo. Non solo per ovvie ragioni pratiche, ma per una, diciamo così, epocale. Si tratta di sapere se sarò processato in questo millennio, o nel prossimo. Arriva il Duemila, e non so che fedina penale mettermi.

5

Lode alla doppia vita. Metà settimana sto a Firenze, metà a Venezia. Nella metà veneziana, la mattina all'Aula Bunker, la sera a Campo Santa Margherita. Di giorno triste dottor Hyde, di notte felice mister Jekyll. Ho saputo qual è il calendario. Entrerò nel Duemila così, col piede in due scarpe, e camminerò sull'acqua.

6

Piove. C'è la mostra di Munch, a Palazzo Pitti. Munch considerava i quadri come suoi figli, e per pedagogia li esponeva alle intemperie. Sono strani questi norvegesi. Ibsen stava male. Uno andò a visitarlo, e gli disse di trovarlo bene. "Tverdimot", disse Ibsen ­ "Al contrario" ­ e morì.

9

La bora di domenica ha sgombrato il cielo di Venezia. Bastava salire sulla cima del campanile o, più modestamente, del parcheggio a piazzale Roma per vedere i monti azzurri, come nei quadri di Giovanni Bellini e di Cima da Conegliano all'Accademia. La mattina c'era stata l'acqua alta, e tutti si erano divertiti da morire, a parte i veneziani e i giapponesi. In piazza San Marco giravano certe canoe di plastica colorata, e una turista italiana chiamava eccitata la sua bambina: "Deborah, vieni a vedere il piccione morto!" La sera Ettore Camuffo, che mi ha spiegato che il segreto della bellezza di Venezia, dalle gondole alle facciate dei palazzi, sta nella piccola asimmetria, ha comprato da quattro successivi venditori cingalesi 200 rose con lo sconto, e le ha regalate alle passanti a nome della città. Se il Venezia non avesse perso tre a zero, sarebbe stata una domenica ideale per un imputato, e per i pesci banana.
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Sono in pensiero per i gatti. Venezia è città di gatti, e me li ricordavo tanti e sovrani: ora giro, giro, ma ne vedo pochi. Li hanno sterilizzati ­ mi dicono ­ e poi ci sono sempre meno gattare. Muoiono e non vengono rimpiazzate. Infelice la civiltà che perde le sue gattare. C'è un'associazione protettiva, mi dicono, si chiama Bingo: che però è il nome di un canide australiano, se non sbaglio. Cani a Venezia se ne vedono molti di più, invece, molto ben educati. Il mio non me la sento di portarlo, perché è di campagna, e litigherebbe con gli altri cani, in questi passaggi così stretti, e vorrebbe sempre tuffarsi nei canali. I pittori veneziani andavano pazzi per i cani, e ne mettevano sempre qualcuno in primo piano, cagnolini spagnoleschi da signora come nel Carpaccio, cacciatori maculati come nel Bassano, levrieri e bracchi del Tintoretto. Anche il leone di San Girolamo, prediletto dai pittori, gli sta accucciato ai piedi come un cane sonnacchioso, benché i veneziani chiamassero gatto il loro leone di San Marco. Alla mostra di Palazzo Grassi è curioso che i quadri veneziani siano pieni di cani, e l'unico gatto di primo piano sia quello dell'Annunciazione di Lorenzo Lotto, che viene da Recanati, e ha il pelo ritto perché l'Angelo annunziatore gli ha dato la scossa.

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Piccola postilla. Ho parlato ieri di cani e gatti a Venezia. Trovo in fondo a un saggio di Piero Bevilacqua ("Venezia e le acque. Una metafora planetaria", Donzelli 1995) la citazione di un bando del Comitato di Sanità veneziano del 1797, l'anno della caduta della Repubblica, contro l'"improvvido abbandono dei cani nella città", che imponeva a "tutti i Cittadini aventi Botteghe" di tenere "tutto il giorno in sito esposto sulla pubblica Strada una Mastella di Acqua dolce, e netta". Mi dice Ettore che a San Marcuola c'è ancora una fontana con una vaschetta forata ­ come uno scolapasta ­ per l'acqua dolce destinata ai piccioni e agli altri animali.

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Ieri ho attraversato la Liguria in treno. Avevo un biglietto di prima classe e il mare era calmo. Il treno era un Eurostar. Si inclinava nelle curve, così potevo tapparmi le orecchie e immaginare di essere in barca a vela. Ho visto gabbiani e bougainvillee ancora fiorite. Passò il carrello dei giornali in omaggio, e siccome quelli di sinistra e di centro li avevo letti tutti, ne ho preso uno di destra. C'è un terribile pericolo comunista in Italia. Dio mio, vorrebbero toglierci tutto questo ­ il mare, le bougainville, i gabbiani, la prima classe?

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Ci sono in giro più rose e più telefonini.

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Leggo avidamente le cronache dei convegni in cui le autorità competenti discutono del carcere, e mi conforto quando sento esprimere opinioni ragionevoli e umane. Con ansia maggiore cerco le notizie che vengono dal profondo ­ de profundis. A Pisa l'altroieri è morto in cella un giovane arabo, altri due sono stati salvati in extremis. Overdose di eroina, iniettata con una penna biro. (Dovrei risparmiare una battuta sul celebre divieto alle penne stilografiche?) Pochi giorni fa era morto, a Rebibbia, un giovane italiano, tossicomane: era in galera per la prima volta. Conosco sua madre e le voglio bene. Qualche tempo fa, a Torino, erano morti in tre, in cella, di overdose. E gli altri, quelli non contati. Non ho commenti. Voglio dire questo, che dei giorni che passo a Venezia la cosa più preziosa sono le notti, il loro magnifico silenzio. Sono contento perfino di non prender sonno, finché ascolto quel magnifico silenzio. Ma ho sempre nelle orecchie il rumore di galera, quello che da fuori non si sente.

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E' un merito morire giovani? E' una colpa diventare vecchi? E' una colpa morire giovani? E' un merito diventare vecchi?

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Mi sono ripromesso di non dire niente del mio processo, se non nell'aula di tribunale. Ma la carne è debole, e oggi non riesco a fare a meno di citare una frase di Leonardo Marino. Spiegando come abbia potuto passare dall'indigenza nerissima di prima della "confessione" alla brillante agiatezza di dopo, Marino ha detto: "Dopo il 1988 mi sono fatto un nome".

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Caro direttore, la lettera di Capurso a Bauer che il Foglio ha pubblicato ieri mi ha confermato in un'impressione: che passino a volte oggi per scoperte, e addirittura per revisioni, cose pensate e francamente discusse mezzo secolo fa. E, ciò che colpisce di più, che certi sproporzionati sentimenti e risentimenti di oggi abbiano a che fare, più che con l'eredità e gli strascichi delle ideologie, col vuoto che hanno lasciato. Si può infatti incattivirsi a causa delle ideologie. La rivelazione è che si può incattivirsi ancora di più a causa della loro mancanza. L'inimicizia postideologica e, per così dire, etologica: questo è il bel tema del giorno d'oggi.

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Quante volte ho paragonato la galera al giardino zoologico, spesso a scapito della prima. Che cosa pensate del controllo a tappeto delle feci? Leggo sull'Unità di ieri l'ordine di servizio che, in via d'urgenza, il direttore supplente del carcere delle Vallette a Torino ha emesso dopo che tre detenuti erano morti per overdose. Tutti i detenuti "provenienti dall'esterno, onde evitare che attraverso le feci possano essere introdotti droga e quant'altro di illecito, devono essere allocati da tre a sette giorni" in una apposita sezione, e sottoposti a "esami radiologici addominali". A esito positivo, "il soggetto sarà sottoposto a vigilanza intensa in cella non munita di servizi igienici". Il direttore effettivo, rientrato, ha revocato l'ordine perché "il controllo a tappeto sulle feci non permette di soddisfare le minime esigenze di decoro né tanto meno il rispetto dei diritti fondamentali della persona". Non volendo commentare io, per non usare parole troppo forti, ho interpellato Franco Corleone, sottosegretario alla Giustizia e persona notoriamente misurata. Che cosa pensa del controllo a tappeto sulle feci? "Che siamo nella merda fin qui".

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Avendo letto sulla Stampa l'articolo di Pierangelo Sapegno il quale ­ senza colpa ­ riferisce che, secondo un'indagine, il sogno sexy più ricorrente dei maschi italiani è Maria De Filippi vestita da amazzone e con la frusta, poi Anna Falchi cavallerizza con la frusta e Luisella Costamagna in versione nazi, vorrei inviare tramite piccola posta a ciascuna di quelle gentili signore un mazzolino di nontiscordardimè.

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Impegnato per tutto il giorno con l'amministrazione, speriamo, della giustizia, l'autore della Piccola Posta si è preso la libertà di rimandare a domani l'appuntamento con i lettori.

25

Dopo una prima notte passata sul pavimento, presentai l'elenco degli oggetti necessari. Quando lessi al carceriere tutto l'elenco, mi disse di cancellare carta, calamaio, penna, specchio e rasoi, dato che tutto ciò era proibito per regolamento. Allorché il guardiano trovò intatto per la seconda volta il desinare, mi chiese come mi sentissi; ed io gli risposi che stavo benissimo. (Giacomo Casanova).

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Ieri c'era il sole, un'atmosfera gioviale, e persino i piccioni in piazza San Marco sembravano meno feroci. Sono andato con Ovidio a visitare il sestiere di Castello. Venezia è tutta una meraviglia, ma per chi ha visto ammainare tutte le bandiere, un intero sestiere pavesato di bucati colorati stesi attraverso calli e canali è una vera festa di consolazione. Ma dove asciugano il bucato i sestieri nobili di Venezia?
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Gentile direttore, abuso per l'ennesima volta di questo spazio a scopi privati per verbalizzare due cose. La prima che la pubblicazione di stralci, peraltro lunghissimi, delle mie dichiarazioni in tribunale, è avvenuta per vostra sollecitudine, di cui sono assai grato, e senza che io intervenissi sulle parti da tagliare. La seconda è che unisco la mia voce a quella dei tanti che hanno invitato D'Alema a ritirare la querela contro Forattini. So che il mio stesso figlio Luca ha trovato argomenti a favore della querela, ma me lo spiego così: mio figlio è meno affezionato di me a Massimo D'Alema.

30

Caro direttore, benché tu sia più sensibile di me alle ragioni del realismo politico, saprai apprezzare l'impiego culminante della parola "umanitario". E' avvenuto l'altroieri, ad opera del governo russo. Il quale, incassata la predica del mondo libero a Istanbul, ha proceduto, anzi intensificandoli, con i bombardamenti a tappeto su Grozny, Urus, Martan e i villaggi ceceni ancora non vuotati ed espugnati. Ma appunto, l'altroieri, ha ro vesciato sulla capitale, assieme alla pioggia di fuoco, una pioggia di manifestini in cui si avvertiva la residua popolazione civile che si sbrigasse a lasciare Grozny, usufruendo di un apposito "corridoio umanitario". Per questa parte di mondo niente è cambiato, dalle deportazioni del '44 nei treni piombati, se non il lessico. Erano, in fondo, treni umanitari. Annunciato il corridoio, si potrà radere al suolo Grozny nella universale comprensione. Dopotutto né il mondo libero, né il suo Dio, hanno bisogno della sopravvivenza dei ceceni.

dicembre 1999

1

L'altro giorno ho viaggiato da Torino a Firenze con un Eurostar che è arrivato con un'ora e mezza di ritardo. Benché fosse notte tarda, sono andato a compilare il modulo per il rimborso. Pochissimi giorni dopo mi è arrivata una lettera delle Ferrovie. La lettera era gentile e mi informava che le Ferrovie rimborsano con un Bonus il prezzo del viaggio in Eurostar che abbia accumulato un ritardo superiore all'ora, ma solo nel caso che il biglietto sia stato prenotato con almeno due mesi di anticipo. Forse lo sapevate. Io no. Io ero stato in galera. Ora sto progettando di andare in treno a Grosseto, il prossimo luglio.

2

Oggi non posso scrivere la Piccola Posta perché ho la tosse e la febbre. Ieri notte faceva un gran freddo, ed ero sul pontile di San Marcuola, accanto al Casinò, dove morì Richard Wagner. Mi son messo a guardare una dozzina di gabbiani, seduti nel canale, ad aspettare che uscisse qualche miliardario ubriaco e lanciasse loro un po' di fiches. Ma non è uscito nessuno. Verso l'alba siamo volati via.
3

Caro direttore, ho visto sul Corriere il numero zero de "La Feuille". Ci vuol coraggio, a planare così sul gran paese delle feuilles mortes. E della poesiola di Arnault, "La Feuille": "De la tige détachée,/ pauvre feuille déssechée,/ ou vas tu? Je m'en sais rien". Per la quale, "l'Imitazione" che ne trasse Giacomo Leopardi ("Lungi dal proprio ramo/ povera foglia frale/ dove vai tu? Dal faggio,/ là dov'io nacqui, mi divise il vento") vinse di gran lunga l'originale. E tanti auguri.

4

Da Seattle è venuta la conferma che Bill Clinton è uno dei nostri. Di tutti i nostri, compresi i loro.

7

Egregio Signor Direttore, noi siamo stanchi di come funziona quest'Ospedale Psichiatrico Giudiziario. La mattina per cominciare vogliamo mangiare due biscotti col burro e colla marmellata oltre un semplice latte e caffè. Poi vogliamo mangiare l'aragosta e vogliamo i camerieri in livrea. Poi io fumo le Lucky Strike e non posso fumare delle semplici Merit o Marlboro o Ms. Poi ripeto il mangiare non è buono: non mangiamo mai i spaghetti colle vongole, i cannoli e il gateau di patate. E pensate un po' che non abbiamo neanche due o tre piscine termali per farci il bagno. E poi la spesa non funziona proprio. Per cominciare ad esempio all'area verde ci vorrebbe un chioschetto che venda paste e caffè a profusione. E no e no l'OPG non va proprio bene. Ci vorrebbe una scala mobile per non farci sforzare quando camminiamo. Protestiamo tutti con la direzione perché non ci danno una chitarra a testa per poter suonare tranquillamente due stornelli. (Lettera di Andrea Maria Rea al Direttore dell'OPG di Aversa, dalla rivista dell'OPG, "La storia di Nabuc", anno I n. 6, via S.Francesco 2, Aversa, Caserta)

9

Bisogna venire nel centro delle grandi città per accorgersi del Natale che si avvicina. Tutti questi alberi, queste vetrine, questi visi pieni di benevolenza. Ho passeggiato un po' sotto la Galleria, a Milano. C'era un Babbo Natale rosso, con la barba. E' passata un mamma, teneva per mano il suo bambino. "Vai - gli ha detto - digli che vuoi la pistola".

10

Gentile Paolo Isotta, ho una perplessità, dopo aver letto le cose sue e di altri a proposito del Fidelio e della storia. Florestano è un aristocratico, Pizarro un funzionario del Terrore. Il primo insuccesso del Fidelio si consumò davanti a ufficiali francesi occupanti. Il vero successo del Fidelio venne insieme al Congresso di Vienna. Del resto Beethoven aveva salutato con entusiasmo un nuovo tempo di libertà alla caduta della Bastiglia, era stato devoto di Napoleone, se ne era sentito tradito, lo aveva disprezzato, e alla fine compatito. Gli espugnatori della Bastiglia edificarono carceri più capaci e orrende, e drizzarono patiboli e ghigliottine medicinali, mettendole al lavoro equamente contro i nemici, e contro i fratelli e compagni. Così, ogni volta, di nuovo. Essendo questa la storia, il Fidelio era e resta una magnifica epopea della condanna delle tirannidi e dell'apertura delle galere. No? Lo scetticismo appassionato di cui fu maestro portò Sciascia a dire che, nella perennità dell'ingiustizia, l'unico vero acquisto era stato, in una piccola parte di mondo, l'abolizione della pena di morte. Se non ricordo male, l'oltranzismo nobiliare di Buscaroli lo ha portato a rimpiangere e augurare la pena di morte. Non è una contraddizione da poco, quando si denuncia l'illegalità violenta della rivoluzione contro l'ancien régime. Ricordo di essere stato costernato, tanti anni fa, quando un altro musicista e musicologo, di tutt'altro oriente politico, la cui biografia carceraria l'avrebbe autorizzato a un apprezzamento sostanzialissimo del Fidelio, Massimo Mila, si lasciò andare anche lui all'auspicio della pena di morte. Suonava male. No?

11

Nel 1944 gli sgherri di Stalin radunarono i ceceni nelle città e nei villaggi, li caricarono su treni piombati, e li deportarono, in Siberia e, la maggior parte, in Kazakistan. Molti morirono durante il viaggio di stenti e di vergogna, molti dopo di freddo e di fame. I superstiti tornarono dopo il 1956. Di tutte le cose orrende che in questi giorni sono riuscito a sapere dei ceceni, la più orrenda è questa: che alcuni fra loro hanno cercato scampo verso il Kazakistan. Invano, perché alla frontiera erano respinti con le armi.

14

Trent'anni dopo piazza Fontana, in un giorno di sciopero dei ferrovieri, sono andato ad abbracciare Franca Rame, Dario Fo e gli altri che passavano dalla stazione di Firenze. Poi loro hanno continuato col loro treno speciale alla volta di Roma, e io ho preso un treno qualunque alla volta di Venezia. Si esagera con certi ritardi, certi disguidi ferroviari.

15

Gentile Paolo Isotta, ho bisogno di tempo per pensare alle sue obiezioni, ma vorrei dirle subito che le mie letture su Beethoven sono due in tutto: la "Vita" di Romain Rolland, e il "Nipote di Beethoven" di Magnani. Ho letto la prima a sei anni e il secondo una ventina di anni fa. Cordiali saluti.

16

Arundhati Roy, la magnifica autrice del "Dio delle piccole cose", ha scritto due saggi brevi ora tradotti da Guanda col titolo "La fine delle illusioni". Vi si tratta degli effetti disastrosi sulla natura e sugli umani della politica delle Grandi Dighe perseguita dallo Stato indiano (3.300 negli ultimi cinquanta anni), e in particolare della resistenza alla diga destinata a sommergere la valle del Narmada, nell'India centrale. I saggi sono belli, vivaci. Si propongono di contribuire alla salvezza della popolazione del Narmada, e alla salvezza personale dell'autrice dalla tentazione della fama e di un'esistenza sradicata e compiaciuta. Mi chiedo perché da noi non esista ­ forse esiste e non lo so: a parte il caso postumo del Vajont di Paolini ­ una saggistica capace di raccontare in modo bello, competente e personale un progetto come il Mose destinato forse a salvare forse a perdere la laguna di Venezia o come la variante di Valico sull'Appennino o altre imprese del Dio stanco delle Grandi Cose.

17

Leggo sul Diario di Deaglio la traduzione di questa lettera al Guardian: "Se le donne comprano il 65 per cento dei libri venduti in Gran Bretagna, perché il 72 per cento delle persone invitate a scegliere il libro dell'anno è maschio?" La mia cara editrice mi ha appena spedito il pacco delle novità. L'ho aperto, ho sfogliato alcuni volumi, ne ho messi da parte altri, e uno ­ Anthony Trollope, "Orley Farm" ­ dopo averlo soppesato, e constatato che è di pagine 864, l'ho dato subito a Randi. Ho chiamato Elvira, l'ho ringraziata, e le ho detto: "Il Trollope l'ho dato subito a Randi, entro domani all'ora di pranzo avrà finito con 'Chiedi perdono' di AnnMarie MacDonald (Adelphi, 589 pagine) e, negli intervalli della biografia del papa di George Weigel (Mondadori, 1287 pagine) si butterà su Orley Farm". Elvira ha fatto una bella risata, e mi ha detto: "Ho appena regalato il romanzo di Trollope a un direttore di banca, e lui mi ha ringraziato calorosamente: 'Tante grazie, signora, lo passo subito a mia moglie perché lo legga. Neanche gli avessi regalato un paio di scarpe col tacco a spillo". Già. Le nostre signore si limitano a leggere i libri lunghi, ma poi è sempre a noi che tocca fare le recensioni.

18

Gentile Aldo Cazzullo, lei voleva chiedermi, per la Stampa, che cosa pensassi dell'appello contro i massacri in Cecenia promosso da un gruppo di intellettuali francesi, e fra loro da Barbara Spinelli. Le rispondo qui che approvo di tutto cuore l'appello e il viaggio a Mosca dei suoi sottoscrittori. Vedo che fra le autorità russe che l'hanno accolto come un atto di ingerenza o di scortesia (!) c'è un generale secondo il quale "l'odio per i generali russi è diventato genetico per i francesi dopo la sconfitta di Napoleone nel 1812". Che imbecillità, e che malinteso! Quelli di noi che oggi inorridiscono per la mostruosità dell'aggressione russa contro la gente in Cecenia, voluta dalla vendetta di militari frustrati e dal calcolo elettorale di governanti inetti e corrotti, hanno amato la Russia di un amore speciale: la Russia, quella della Trinità di Rublev e dell'"Idiota" e del "Dottor Zivago"; e, quanto a Napoleone e al 1812, si sono informati sulle pagine di Guerra e pace. E' quella Russia che deve ricordarsi di sé. Lo farà tornando ai suoi libri sacri e, purtroppo, più probabilmente, contando le bare dei suoi soldati di ritorno dal Caucaso.

21

Un'agenzia internazionale offre in vendita "appezzamenti di terra sulla luna". Io da tanto tempo metto da parte i soldi per comprarmi un appezzamento di luna sulla terra.

22

Sono andato a Bocca di Magra e, a proposito di Giubileo, un'amica mi ha raccontato questa storia. Nel 1962 arrivò a Sarzana una signora, attorno agli ottant'anni, dall'aspetto distinto, che spingeva una carrozzella con su pochi bagagli, e le chiese ospitalità per una notte sul pavimento del suo ufficio. Veniva da Bruxelles, andava a Roma, a piedi. Aveva con sé una stuoia da srotolare, ci avrebbe dormito su. La mia amica insistette perché accettasse un letto ("Non è normale ­ le scappò detto ­ dormire per terra") ma inutilmente. Il giorno dopo trovò un biglietto, in francese, che diceva così: "Sì ­ anormale ­ contrariamente alla maggioranza degli umani della nostra epoca io so che la vita ci è stata data in dono da Dio. Creatore di tutto ciò che esiste. Egli ci ha fatto dono della completa libertà sulla terra di servirLo o no. Alla fine di questa vita noi saremo giudicati, non solo per il male che avremo fatto, ma anche per il bene che avremmo dovuto fare e che non abbiamo fatto. Ciascuno secondo la propria situazione e quel che Nostro Signore se ne aspettava. Quello che domanda a me, lo domanda molto raramente. La gioia che non si trova nei vani piaceri del mondo e che io possiedo è la prova che sono nella Verità. 3/4/12/1962. Jolande Cormanne Varhamen. Bruxelles-Roma a piedi". C'è un poscritto: "Charles de Foucauld non dormiva forse per terra? Che importanza ha per voi?". Il biglietto è minuscolo, e scritto con una grafia minuziosa e nitidissima. Alcune parole e alcune righe sono sottolineate, con linee così diritte che sembrano tirate col righello. La mia amica pensa che forse la sua ospite di una notte andasse a Roma a piedi con una carrozzella a mano, una stuoia e un righello per sottolineare le cose più importanti. Le piacerebbe sapere qualcosa di più su lei, e perciò si porta dietro il bigliettino.

23

Elena Milani Comparetti, sposa separata di Domenico Comparetti, il grande filologo, e ava di don Lorenzo Milani, pensava che l'unica città in cui si potesse vivere era Venezia, perché non si era costretti a vedere vetturini che frustavano e ingiuriavano i cavalli. Questa bellissima ragione spiega ancora oggi la superiore qualità della vita a Venezia.

24

Si tiene alla luna come a un proprio amore geloso. Ci sono tante lune rivali, a Marechiaro e sul Vermont, nel Sahara e sull'isola di Pasqua. E volete mettere la luna di Venezia? Ci sono, perfino, tante lune quanti umani in tempi a rimirarle, e cani ad abbaiare. L'altra notte ho percorso calli, salito e disceso ponti, attraversato campi e campielli, e la luna - la mia - mi veniva sempre dietro, la più grande e scintillante da 130 anni, e per altri 130. Ogni tanto andavo a sbattere contro qualcun altro che vagava con la testa in su, a guardare la sua luna. In questa combinazione di gelosia e condivisione - la mia luna e la luna di tutti - da uno scantinato di Grozny, nella stessa nostra notte, un bambino, un Aslambek di sette anni, è stato mandato fuori a raccogliere un po' di neve da sciogliere per berla, è arrivato su, e ha visto, appena sopra il più colossale bombardamento russo da che si è scatenata l'impresa infame, la luna più grande e scintillante da 130 anni a questa parte, e per i prossimi 130 anni, ed è rimasto incantato a guardarla: e non se la dimenticherà mai più, questa meravigliosa notte dei record.

28

Finiamola di scherzare su Maria Antonietta e le sue brioches. Irina Hakamada (spero di scriverlo bene), membro del gruppo dei "democratici" già di Chubais e Gajdar, ora componente del governo Putin, è andata a discutere coi minatori di una regione dell'estremo nord, da più di un anno senza stipendio. Noi facciamo la fame, le hanno detto. Ingegnatevi ­ ha risposto lei ­ Andate nei boschi e cercate dei funghi.

29

Caro direttore, per uno che vuole uscire in Francia con La feuille, ce n'è carne al fuoco. 140 mila alberi abbattuti: impressionante. Ma, come nelle vecchie metafore sul guardare la foresta e perdere di vista l'albero, e viceversa, a commuovere è il destino degli individui. Anche per gli alberi, come per le persone, si ha bisogno di un nome, di un tipo in carne e ossa, in tronco e fogliame. Io, che di Parigi amo poco la torre Eiffel e molto il Jardin des plantes, sto in pensiero per il faggio di Buffon, per la prima robinia importata da Robin, per lo scheletrico pistacchio ingessato sul quale si compie la scoperta della riproduzione sessuata delle piante. Ho letto che a Versailles sono crollati due cedri bicentenari, compreso quello di Napoleone, e il celebre albero di Jussieu. L'albero più vecchio di Parigi, in piazza Viviani, ho letto, ha resistito. Le latifoglie centenarie delle Tuilleries, invece, sradicate. La torre Eiffel se l'è cavata. A mezzanotte del 31, ma solo se il vento lo permetterà, dalla sua cima partiranno 20 mila fasci di luce e 4 mila 800 botti pirotecnici, trasmessi in mondovisione. I cani di tutto il mondo avranno un grande spavento, e cercheranno un albero superstite per ripararsi.

30

"Tra i molti congressi tenuti all'esposizione di Parigi, più importanti, come segni dei tempi, mi sembrano quelli di 'Storia delle religioni' e quello 'Femminista'. Nell'ultima seduta del congresso femminista fu discusso il tema della ricerca della paternità, ed in esso furono dette molte cose savie e profonde. Ma spesso la stranezza delle forme poteva screditare la serietà della sostanza. Le congressiste alle volte si tiravano per i capelli". (Pier Desiderio Pasolini, "Gli anni secolari", Roma 1903. Anno millenovecento).

31

Se il vento fischiava ora fischia più forte.