Piccola Posta luglio-settembre 1999

 

Luglio

 

1

Cani aspettano. Adesso c'è un ragazzo tedesco, Sebastian, sta scrivendo la sua autobiografia perché ha già 23 anni, è arrivato a pagina 9, e ha un cane di 3 anni, molto misto, un po' sconvolto ma buonissimo, che si chiama Toxo e lo aspetta al canile di Grosseto.

2

Caro Luigi Amicone, ho mancato finora di scrivere per il tuo "Tempi" rinnovato e andato incontro al mondo delle edicole (e come va? Com'era, il mondo, gentile?) perché non sapevo che cosa dirti. Ora mi è venuto in mente, e te lo scrivo qua, così ti faccio un po' di pubblicità. Ho colto brandelli di discussione a proposito del Giubileo in cui intelligenti personalità protestanti esortavano alla carità, alle opere di bene e alla generosità sociale, e intelligenti personalità cattoliche raccomandavano il pellegrinaggio interiore, e ammonivano che la Chiesa non è una società di mutuo soccorso, né Cristo un bravo sindacalista. A parte la grossolanità, questa rappresentazione del conflitto fra Riforma e Controriforma a parti invertite mi ha sollecitato molto. Peccato che ne sappia troppo poco. (Ho anche una predilezione personale, corporale, per il pellegrinaggio fatto coi piedi, che desta tante diffidenze logistiche e tante spirituali: mi piace lo spirito che va a piedi. Mi pare, con tutti i problemi di traffico e di scorie della città di Roma, un'idea ecologica dello spirito, postmoderna, o forse solo francescana. Ma questo non lo direi mai in pubblico). Il mio ideale di spettatore oggi sono certi mistici della Caritas. Insomma: mi procuro il libro di Ratzinger sul Giubileo e ti scrivo una recensione. Va bene? Tanto dovrei farlo in ogni caso, per rispondere meglio ai ragazzi arabi che incrocio e che immancabilmente mi chiedono di soppiatto: "Ci sarà un'amnistia?" (Poi, vista la faccia che faccio, chiedono, per non farmi restare troppo male: "E ce l'hai una sigaretta?"). Sono contro ogni simonia e superstizione rinnovata. Amnistie, indulgenze, indulti, condoni, debiti rimessi al Sud e soggiorni permessi qua: sono tutte cose secondarie. Tu sai niente? Ci saranno?

6

Do il benvenuto alla legge che permette di metter fuori dalla galera le persone malate di Aids. Franco Corleone, commentandola sul Manifesto, sottolinea l'importanza dell'unanimità del voto, e ha ragione. Ha ragione anche quando garbatamente rivendica che ogni tanto qualche risultato buono anche per la giustizia penale e le carceri si ottenga, e che le parole spese a questo scopo non sono solo canzonette. Dunque anch'io faccio ammenda, dato che, incantato dall'alluvione, a volte dimentico di lodare il secchiello d'acqua svuotato da qualche volontario. Dirò lo stesso un paio di preoccupazioni. Una riguarda l'obbligo della cura. Penso che una persona seriamente malata possa anche scegliere di non curarsi, o di farlo a modo suo. Allora, si obietterà, perché dovrebbe essere scarcerata? Perché la reclusione stessa aggrava la malattia, e la libertà è la cura. L'altro punto riguarda l'aiuto a chi ne ha bisogno. Perché metter fuori le persone spesso rende necessario un di più di aiuto (non dico di spesa: anzi, costa di più tenere la gente dentro): se no, torneranno dentro il giorno dopo. E un malato grave che torni dentro dopo aver fallito a una legge estrema, ci torna da sepolto. Infine, non so come la legge preveda che possano curarsi in libertà anche persone che soffrono di altre malattie molto gravi. Questo è un principio importante, se riesce ad accorgersi che la frase burocratica sulle cure possibili in carcere dimentica che è il carcere stesso a opporsi con ogni suo rumore, con ogni suo odore, alla cura e alla salute. Nelle stanze degli appena operati si battono i ferri.

7

Ricompaiono piani russi di colpo di stato in Cecenia. La Cecenia è grande come il Kosovo, più o meno, con una popolazione sì e no della metà. Bastò, al costo di una vera decimazione, a mettere in scacco la potenza russa. Ai miei amici ceceni piaceva molto questa barzelletta.
Ci sono problemi di frontiera fra Russia e Cina, e i capi russi al Cremlino discutono sul da farsi. Alla fine, come al solito, un generale dice: "Chiediamo aiuto ai ceceni". Detto fatto, vanno a Grozny al consiglio degli anziani: "Così e così, abbiamo dei guai coi cinesi". Il ceceno interrompe: "Ma quanti sono questi cinesi?" "Un miliardo, un miliardo e duecento milioni". "E dove cavolo li seppelliamo?".

8

Caro Vincino, avevamo una canoa color fucsia. La tiravamo in secco tra gli scogli di Scopello. Ce la rubarono. Probabilmente la ridipinsero, per non dare nell'occhio. Fessi: il bello era il color fucsia. E saluti speciali alla Pensione Tranchina.

9

Posidonio, già noto a questa rubrica, ha una instancabile curiosità esoterica e autodidattica che gli fa accostare astronomia e astrologia, biografie di Rasputin e di Napoleone, campi di concentramento e piramidi egiziane, e, in cima a tutto, la fine del mondo. Mi insegna molte cose, io gli presto l'ultima biografia di Verne e i ritagli di Ceronetti. All'aria di questa mattina, dato che domani ­ oggi per chi legge, se tutto va bene ­ è probabile la fine del mondo, scrutiamo il cielo: che è bello azzurro, appena graffiato da nuvolette, con un'unghia tagliata di luna in alto, e il solito eccesso di scie di reattori sfioccate. Rassicurante. Per interromperlo un po' gli chiedo: ma tu quando pensi di morire. "A 83 anni ­ dice pronto, cioè fra dieci ­ come mio padre". E mi racconta di suo padre. "Non ha avuto mai una malattia. Qualche raffreddore. Quando era raffreddato si metteva a letto, e voleva tutti vicino. Non potevamo nemmeno andare a giocare fuori, la matrigna ci rimproverava: "Vostro padre sta male, e voi lo lasciate". Stava sdraiato, si metteva un fazzoletto bianco legato attorno alla testa, gemeva e chiedeva di girarlo un po' di qua, un po' di là, ma piano! E non aveva niente. Ebbe solo un incidente, una disgrazia sul lavoro. Lavorava al porto e scaricavano, subito dopo la guerra, certi aiuti Unrra dell'America. Lui andava alla catasta dei sacchi di grano, li bucava, e si riempiva i pantaloni. Un giorno ha fatto un buco troppo grosso, il sacco si è afflosciato, e tutta la catasta gli è crollata addosso, e gli ha rotto una gamba. Per fortuna il capo era un brav'uomo e disse che l'aveva mandato lui a controllare una cosa. Restò un po' zoppicante, ed ebbe una piccola pensione. Un giorno, dopo mangiato, aspettava il caffè, e si addormentò. Morì così, senza un lamento, senza neanche bere il caffè".

10

Cara Dacia Maraini, che cosa si prova a vincere il premio Strega? Scherzo. Mi è piaciuto quando hai risposto: "Sono tanto contenta. E' un vero incubo". Anch'io sono contento per te. Mi fido di te per parecchie ragioni, compreso il fatto che scrivi "liquorizia". (La tua commissaria mastica liquorizia come Yanez accendeva l'ennesima sigaretta). La chiamavi così da bambina? Io liquerizia, altri liquirizia, e ci deve essere stata una forma di licorizia. Non ci avevo mai pensato, ma è probabile che nell'uso l'origine greca del nome (radice dolce, glycyrrhiza) si sia dimenticata a vantaggio della liquidità, al liquore che quel bastoncino masticato scioglie nella bocca. In certi posti, mi pare, si chiama "la radice" per antonomasia. Mi è tornato in mente anche un altro nome meridionale della liquerizia, che un omino con la cassetta a tracolla vendeva davanti alla mia scuola elementare della Magna Grecia insieme alle giuggiole e ai corbezzoli in cartoccetti di carta di giornale - erano le nostre leccornie: zippero doce, cioè appunto, credo, bastoncino dolce. Ciao.

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Il '900 che finisce sarà dichiarato, almeno per il nordovest del mondo, il secolo delle donne? O forse della vigilia? Nelle strade di Teheran e di Tabriz si sta preparando la possibilità che il secolo che viene (ma solo secondo i nostri computi) sia quello delle donne nel mondo: del cui nordovest chi scoprirà il rimedio alla cellulite diventerà il padrone. "Donne del '900" si chiama il libretto di Anna Bravo e Lucetta Scaraffia (Liberal Libri) che raccoglie 101 ritratti fotografici e letterari lunghi due paginette ciascuno. Non sono né "vite immaginarie" alla Schwob, né usuali voci di dizionario: piuttosto, biografie d'affezione. Un calendario Pirelli alla rovescia. Le fotografie hanno un formato di francobolli, e a volte sono vere riproduzioni di francobolli postali (mi ricordo un francobollo tedesco dedicato ad Anna Pappenheim, alias Anna O., che sarebbe stata specialmente meritevole di comparire in questa galleria). Non so se da qualche parte il femminismo abbia prodotto un dizionario biografico delle donne: potrebbe rivelarsi qualcosa di diverso dalla semplice metà (assai meno che metà) femminile dei dizionari universali. Anna Bravo e Lucetta Scaraffia sono autrici di studi preziosi sulle donne negli anni della Seconda Guerra, nella deportazione (la Bravo) e sulla devozione e santità femminile (la Scaraffia). In questi loro pezzi si trovano ­ io almeno ho trovato ­ una quantità di cose ignote, o non notate. Alcuni in particolare suggeriscono lineamenti di un autoritratto interposto delle autrici: Joséphine Baker e Lidia Beccaria Rolfi per la Bravo, Antonietta Giacomelli e Maria Montessori per la Scaraffia. Le quali autrici si sono astenute dall'inseguire un denominatore comune alle vite delle donne, limitandosi a segnalarle piene di energia e di inventiva. Non so che risultati abbia ottenuto la riflessione delle donne sull'"eccesso femminile", nozione suggestiva che qualche tempo fa sostituì la più ottocentesca di "vite di passione". La passione, compresa la sua evocazione religiosa, mi sembra ancora un bel nome per indicare, nella dedizione senza riserve, un corrispondente e un contraltare femminile all'eroismo epico, alla vita secondo lotta e guerra. Queste vite, e le infinite altre che potrebbero seguire, lo confermano sobriamente.

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Quanti poveri al mondo! Quante automobili invendute!

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Finalmente mi invitarono. La padrona di casa era bella e discretamente scollata. Tutto era prestigioso, l'arredamento, le posate, la servitù. C'erano ospiti prestigiosi, e anche dei bambini. Intuii la trappola, e non li mangiai.

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"Ricordi in Dante la fine di Buonconte da Montefeltro? Un guerriero che ne aveva fatte più che Bertoldo e che, morendo in battaglia, ha la rivelazione della turpe sua vita e se ne pente, veramente, e piange. Il diavolo, che da un pezzo gli stava dattorno come a cosa sua, viene a prendersi l'anima e la trova già occupata da un angelo venuto a salvarla. Il diavolo va fuori dai gangheri: ma che scherzi sono? sta a vedere che anche un birbante simile ora se lo portano in paradiso! 'Per una lacrimetta' dice, che ha spremuto in punto di morte, gli condoneranno una vita di delittiNon bisogna inchiodare agli uomini l'etichetta inesorabile del 'buono' e del 'cattivo'. Bisogna sempre far credito alla meretrice e al pubblicano, e non creder mai all'inalterabile perfezione assoluta dei pretesi santi. Chi fa diversamente sbaglia, e pecca contro lo spirito, che è il più grave peccato, o meglio, il peccato, ché altri non ne conosco". (Massimo Mila, "Argomenti strettamente famigliari". Lettere dal carcere 1935-1940. Einaudi 1999).

17

Parlo poco di fatti del carcere, anch'io sotto anestesia locale. E poi: sempre le solite notizie. Si impicca un trentenne nel carcere di Sulmona (lunedì). Muore un ventinovenne albanese dopo un lungo sciopero della fame (domenica). Quest'ultimo era stato trasferito da Prato a Pisa, è morto 14 ore dopo il suo arrivo. Ora racconterò un altro episodio qualunque, per fatto quasi personale. Abito alla cella numero 1, pianoterra. Alla numero 8 portano un italiano, R.C., quarantenne, soffre di un grave linfoma di Hodgkin, peggiora di giorno in giorno ­ a vista d'occhio, davvero, o al tocco delle dita sul collo ­ rifiuta la chemioterapia in carcere, chiede di potersi curare fuori e di avvicinarsi almeno alla sua fa miglia. Il primo giorno è costretto a una protesta rumorosa per ottenere il minimo indispensabile a pulire la cella: lo ottiene il giorno dopo. La prima notte protesta perché gli si proibisce di tenere nella cella (in cui è solo) in un bicchiere le cinque gocce di Novalgina che gli sono prescritte. C'è infatti un ordine per cui i detenuti devono ingoiare la terapia al momento del passaggio dell'infermiere, e davanti a lui: immagino per timore che la accumulino, o che se la scambino. Ma C. non ha un po' di mal di testa, ha un tumore esteso ("in stato di avanzato", come dice) e ricorrenti forti dolori: né alcuno con cui scambiare gocce. Vuole semplicemente tenersi quell'irrisorio analgesico a portata di mano, per prenderlo quando ne ha bisogno, e cercare di addormentarsi. Ma l'infermiera non lo sa, e rifiuta. Lui protesta. Io, chiuso nella mia gabbia a una ventina di metri, pro testo a orecchio con lui, viene una dottoressa di turno, rifiuta anche lei. C. grida, io grido. La dottoressa spiega, francamente dispiaciuta, che non può violare un ordine se non ha un'autorizzazione scritta, e non ce l'ha. Io dico che è una vergogna che si tormenti un malato di cancro per la modalità di somministrazione di cinque insulse gocce, e osservo che un medico dovrebbe rendere conto, oltre gli ordini scritti della custodia penitenziaria, alla sua scienza e coscienza, e al giuramento di Ippocrate. Spero di ottenere un po' di buon senso, almeno col nome di Ippocrate (che non sia un sottosegretario?). Alla fine le gocce ­ "ma solo per una volta" ­ vengono date. Il giorno dopo il dirigente sanitario, interpellato, riconosce che è ragionevole la richiesta di C. Viene la sera, cambia l'infermiera, cambia la dottoressa di turno, e si ripete tal quale la notte prece dente. Proteste di C., proteste mie, richiesta vana di far venire la dottoressa, che finalmente arriva (lo strepito dura da più di mezz'ora) visibilmente seccata, e come prima misura mi urla come mi permetto di urlare. Le urlo di venire pure a prendersela con me, ma dia le maledette gocce a C. (scena: io sono attaccato alle sbarre della mia gabbia). Si intrattiene a lungo con C., informandosi su chi accidenti sia io, e alla fine di una lunga predica morale gli fa dare le gocce, "ma solo per questa volta". La stessa situazione ­ con turnazione quotidiana di personale sanitario e di agenti penitenziari: noi sempre gli stessi ­ si ripete nelle sere successive, salvo che C., per ottenere cinque gocce per il suo cancro, è costretto anche un paio di volte a sfasciare alcune insulse suppellettili. Così vanno le cose fino a mezz'ora fa, mercoledì, quando vengo convocato per la notifica di un rapporto-denuncia a mio carico, per aver proferito all'indirizzo di una dottoressa (quella della seconda notte) l'oltraggiosa frase: "Ma questa chi ce l'ha mandata". C'è, spillato insieme, il rapporto a carico di C., per aver proferito a sua volta all'indirizzo della stessa dottoressa la frase: "Ma questa chi ce l'ha mandata". Dico al graduato che mi comunica l'addebito che quando si concorda una cazzata e una calunnia ("Una cazzata o una calunnia?", chiede lui che intende verbalizzare fedelmente; "Una cazzata e una calunnia", preciso io) è meglio abbondare, senza pretendere di prendere due piccioni con una frase sola, e che quanto alla mia versione avevo rinunciato, per anestesia locale, a esporla, ma ora lo farò, e lo sto facendo, ed era la storia che ho appena raccontato, e vi saluto, dandovi appuntamento alla prossima.

20

Sarajevo ha conservato come una reliquia finora (non so se ora se ne sia disfatta) la toppa di cemento con l'impronta della suola di Gavrilo Prinzip. Degna di riflessioni, in questi giorni, per il confronto con l'altra impronta, quella di Armstrong sulla luna, destinata a durare un milione di anni. Di quale suola sarà stato, alla fine, il Novecento: di quella di Prinzip, o di Armstrong? E se un disgraziato maestrino serbista di provincia, povero, vergine, non può neanche sognarsi di andare, non dico sulla luna, ma neanche a fare un giro a Vienna, che altro modo avrà per lasciare un suo segno sulla storia del mondo se non sparare nella pancia della moglie dell'Arciduca d'Austria e, con l'occasione, ammazzare anche lui? (Dissero al giudice, quei sedicenni e ventenni: "Non immaginavamo che avremmo fatto scoppiare la guerra mondiale").

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Mi è tornato in mente un verso, e mi ha colpito: "Here I am, an old man in a dry month". Eccomi qua, un uomo vecchio in un mese asciutto. Poi ci ho ripensato. Non sono tanto vecchio. E poi la poesia deve sovvertire gli aggettivi. "Here I am, a dry man in an old month". Un uomo in un vecchio mese. Così mi piace.
22

E' bello leggere i giornali. Sul serio. Prendiamo la notizia - la vera notizia, benché non si sia guadagnata le prime pagine - sulla nascita avvenuta del seimiliardesimo essere umano. (Secondo l'Ufficio statistico americano, secondo l'Onu nascerà il prossimo primo ottobre). Nessuno sa chi sia: infatti nascono 260 bambini al minuto. Un Erode che volesse far strage di innocenti oggi dovrebbe infuriare ancora più alla cieca. (Per questo ce ne sono tanti, all'ingrosso e al dettaglio). La Stampa dà la notizia in un bell'articolo di Gabriele Beccaria. La cosa curiosa è che di spalla alle cinque colonne intitolate "La Terra fa i conti: siamo sei miliardi", ci sono due colonne intitolate: "Carolina diventa mamma. Alessandra, quarta figlia, è nata lontano da Montecarlo". Sarà mica la bambina di Carolina la seimiliardesima? Troppa grazia. Cento paparazzi aspettavano in strada, fuori dall'ospedale austriaco, che ha un nome meritevole, lui sì, di ricordo: Voecklabruck. E' sorprendente che la nostra società non abbia piazzato mille fotografi fuori da una baracca scelta a caso dell'Africa subsahariana, proclamando il Bambino del Record, moderni Re Magi di un'incarnazione arrischiata. Nella pagina culturale del Corriere, la quotidiana "Battuta del '900" è scelta da Franco Brevini, è di Stalin, e dice: "Una morte è una tra gedia, un milione di morti è statistica". Battuta teneramente autobiografica, ma che conquista un senso spostato nel giorno pieno del cordoglio per la morte di John John, e della notizia sui sei miliardi. Tant'è vero che su Repubblica Arbasino chiede esplicitamente: "Non ci sarà qualche sproporzione fra i dolori e i cordogli per l'incidente Kennedy e quelli per i 51 italiani maciullati sulla strada nello stesso giorno?" Figurarsi la sproporzione fra l'"incidente Kennedy" e i bambini del mondo morti prima di arrivare a un anno. Al di là dei privilegi dei Kennedy, e dell'allegata invidia degli dei, il punto è che nella nostra minore parte di mondo l'umanità indigena va estinguendosi, ma molto piano, per la longevità e la cura delle vite singole, e la dichiarazione di innaturalità di tutte le morti. Nel resto del mondo comanda la legge etologica per cui la specie cresce travolgendo gli individui. Se sarà fra gli scampati, il seimiliardesimo subsahariano verrà clandestino, seguendo una stella (seguito da una stella?), a fare l'assistenza agli anziani a Grünau-im-Altal, vicino all'ospedale di Voecklabruck, e nelle ore in cui i suoi vecchietti saranno assopiti scriverà un romanzo in tedesco che gli varrà, nel 2027, il Nobel per la letteratura. Essendo nato il 19 luglio, avrà appena 28 anni, un giorno di più di Alexandra Grimaldi-Hannover, contrattista semestrale ai lavori socialmente utili dello stesso comune.

23

C'è un ragazzo di 22 anni, dentro per poco, per furti di droga, ma ha passato in galera, minorile d adulta, più di un terzo della sua vita. E' di una città che amo, e mi piace stare a sentire il suo racconto, in cui le premesse sono in italiano e le conclusioni precipitano del dialetto: andamento linguistico che corrisponde al contenuto, perché le premesse sono neutre e quasi tranquille, e le conclusioni precipitano sempre nel disastro. Intanto, lo beccano sempre. E allora perché continui, dico, è chiaro che non fa per te. Si offende, secondo lui è abilissimo, solo che ogni volta che gli capita di rubare ha bevuto troppo, è ubriaco fradicio. Ma se non bevesse Il primo furto l'ha fatto a sei anni: si era ubriacato, e così La scuola dovette interromperla presto, dopo aver tentato di dare una coltellata all'amico passante di sua madre sporgendosi dalla finestra della prima media. Vorrebbe solo morire, dice: uccidermi mai, ma se morissi per caso sarei veramente contento. L'unica cosa che lo tiene in vita, benché provato, dice, è un'adorazione sperticata per la donna, e più esattamente per l'anatomia femminile. Cerca (e trova) materia per la sua passione un po' dappertutto, e l'ha sublimata fino a trasformarla in una specie di competenza scientifica. Sono un ginecologo, dice: in effetti ha letto dei manuali, e guardato molto le figure, e tiene a citare la nomenclatura appropriata. Dichiara la propria ammirata invidia per la capacità femminile di provare piacere senza fine (non lo dice così) mentre lui ha dei limiti insuperabili, benché cerchi di rimediare con piatti di pastasciutta. Le donne, dice, sono "raffrattarie": vuol dire questo appunto. Scommettiamo, dice, controlla sullo Zuccarelli.

27

Viene dentro per furto una giovane zingara con un bambino di dieci giorni. La scarcerano. Il giorno dopo torna dentro lei e il bambino di undici giorni, questa volta per false generalità: il giorno prima aveva dato un nome falso.
Non cambia niente in carcere? Qualcosa. Quando entrai, osservai che le onnipresenti (pazzesche) "domandine" sarebbero state più adeguate a un regime civile se nel loro stampato, invece della formula "prega", si fosse usata quella "chiede". Il ministero accolse l'obiezione e sostituì il "prega" con un "richiede". Il cambiamento è durato quasi due anni. Da qualche mese siamo tornati al "prega". Forse è solo per smaltire le giacenze, come coi cibi scaduti. Ci sono però anche misure nuove, al passo coi tempi. Siccome in qualche carcere, compreso questo, sono stati ammessi dei computer - non, per carità, i collegamenti Internet: computer di uso scrittorio - lo scorso 24 marzo un'apposita circolare ministeriale ha decretato il divieto di fare entrare e uscire dal carcere dischetti da computer. Per esempio, io non posso più fare uscire un articolo su dischetto. Domanda: ha un senso, e che senso ha? Si tratta infatti di detenuti non sottoposti ad alcuna restrizione o censura, la cui corrispondenza, per esempio, non può essere letta, così come nessun loro foglio scritto, salva una peculiare autorizzazione del magistrato. Allora? I dischetti in entrata potrebbero nascondere armi, droga e rock and roll? Per favore. E comunque, che cosa nasconderebbero i dischetti in uscita? Qualcuno può avvertire il ministero che un dischetto è un supporto materiale di un testo scritto, esattamente come, via via, una pergamena, un papiro, un foglio a quadretti? E nel caso che esistesse una ragione del divieto, a me incomprensibile, può essere comunicata? E nel caso che non esista, può la circolare del 24 marzo ricevere un codicillo che dica: "Perché? Perché no". Così, per buona rieducazione.

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Gentile Alberto Zucconi, sul Foglio di ieri lei mi chiede di dire la mia sulla rapina finita nell'uccisione di Ezio Bartocci a Milano. Il fatto è che io ne ho scritto il giorno dopo, lungamente, su Repubblica, e il Foglio rosa del lunedì ha ritenuto di ristampare il mio articolo, accanto ad altri molto differenti. Dunque la rimando, se vuole, a quello. Però uso l'occasione della sua interpellanza per fare un'osservazione provvisoria e urgente. Non ho idea di come siano andate le cose in via Padova, e mi guardo dall'avanzare ipotesi a vanvera. So però che la notizia unanimemente diffusa da telegiornali e giornali del primo giorno era che il Marasco aveva compiuto la rapina e sparato mentre il Carmeli lo aspettava fuori col motorino, che mentre fuggivano un poliziotto in borghese aveva fatto cadere il motorino con un calcio, che il Marasco era stato catturato (e malmenato) sul posto mentre il Carmeli tentava di fuggire, era stato inseguito e acciuffato sulla porta di casa di sua sorella, poco distante da lì. Con una simile unanime informazione nessuno, e nemmeno io, che so che si deve essere cauti, poteva dubitare che le due persone indicate fossero le autrici della rapina e del suo terribile esito. Ora, una settimana dopo, gli inquirenti informano che nessuno dei due ha sparato, che Carmeli non era sul motorino, non è fuggito quando il motorino è stato fermato, e che è stato arrestato a casa. Quanto al motorino, la nuova versione mette il tutto in una luce surreale: il vero rapinatoresparatore, "terzo uomo", sarebbe arrivato a piedi, avrebbe commesso l'assassinio, sarebbe uscito dalla gioielleria e avrebbe telefonato a Marasco, che venisse a prenderlo alla guida di un'automobile! Ora Marasco ­ buttato a terra con un calcio da un motorino ­ è diventato "l'autista". Ora Carmeli (malato gravemente, "uno che soltanto a vederlo dovremmo chiamare la voltante, la Croce rossa e la Nato", secondo il Giornale, riportato dal Foglio rosa) è diventato "la mente" del colpo. Ripeto: non so come siano andate le cose, e non è affar mio immaginarlo, né in questo caso né in altri. So che se l'informazione iniziale fosse stata questa, non avrei scritto l'articolo che ho scritto. So che nessun telegiornale né giornale ha accompagnato le nuove e completamente dissimili versioni con la dichiarazione: "Non era vero niente di quello che all'unanimità abbiamo detto e scritto". Questo per quanto riguarda le notizie di fatto: quanto ai commenti, non li commento. Stiamo a vedere il seguito.

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Vorrei ribadire un paio di cose e fare una proposta. Il paio di cose. Equiparare lo scippo alla rapina, dicono i miei coinquilini, otterrà solo un risultato: di indurre gli scippatori a diventare rapinatori. Escludere dalla Gozzini lo scippo e il furto, in nome della necessità di modificare la Gozzini per salvarla, equivale ad abolire la Gozzini per sventarne l 'abolizione. La proposta al ministro, a Gian Carlo Caselli: di proporre a Sergio Cusani di diventare consulente del ministero per le carceri e in particolare responsabile ad hoc della sperimentazione, in un luogo, per un tempo, delle sue idee sull'impiego di detenuti attraverso lavori di pubblica utilità e non concorrenziali. Alla fine si potrà valutare il risultato, in termini di reinserimento civile e di vantaggi della sicurezza pubblica. Ma come, si dirà: un già detenuto per Tangentopoli, e ancora semidetenuto? Proprio per questo. Cusani non è interessato personalmente al denaro. Conosce il problema nell'unico modo in cui si conoscono le cose, mangiandole ed essendone mangiati. Può parlare francamente ai detenuti, senza subirne alcun ricatto. E' appassionato e serio, senza concedere alla retorica, neanche la migliore: bada alle cifre, ai conti, ai rapporti con le autorità competenti. Dove trovare uno più adatto?

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Cara Fiamma Sebastiani Arnò, ho letto sulla Stampa la recensione di Marco Tosatti al tuo libro sugli ostaggi americani in Libano, "Prigionieri del Jihad", che mi impressionò a suo tempo per lo scrupolo minuzioso, e mi confermò quello che per esperienza diretta avevo pensato: che di tutte le energie pulite e alternative, le persone come te sono la fonte più potente e misteriosa.

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L'estremismo politico era davvero una "malattia infantile"? Mah. Non mi è mai piaciuta quella formula, che non a caso Dany Cohn-Bendit mise in caricatura intitolando al comunismo malattia senile. Intanto, non era una malattia, ed era forse giovanile, magari adolescenziale ­ bella età. Quel paternalistico "malattia infantile", lo tramutava in una specie di morbillo, che bisogna passare per crescere; salvo invecchiare precocemente grazie al partito, e "essere vaccinati una volta per tutte". E non è stato detto che bisogna farsi come fanciulli? Il problema, che sembrava risolto con l'avvento di un nuovo tempo di mezzo, si complica daccapo, perché allora arrivava all'età dell'iniziazione la generazione del baby-boom, e ora sono i rari giovani (e meno giovani) membri della società longeva a farsi sedurre dall'estremismo e dall'avventurismo degli sport estremi e delle avventure estreme. E quante vittime! E proprio in Svizzera!

agosto 1999

3

Domenica nel centro di Firenze, in piazza della Repubblica, è stato avvistato un rapace, ma era un gabbiano. E' stato messo in scatola dai vigili urbani, tenuto al Tourist Help, poi avviato ad un centro di recupero.
Come si fa a scambiare un gabbiano per un rapace, dice il giornale. Già. I gabbiani, che erano uccelli marini, sono ora uccelli di discarica e di città, e, per far vedere che non hanno più pregiudizi, volano anche nel pezzo di cielo delle galere, ma tenendosi alti. Proprio nell'epoca della loro destituzione, appena compensata dai successi letterari (Jonathan Livingstone, forse il vero annuncio di New Age, mannaggia; e la Gabbianella) ho letto, restandone turbato, un verso di Christian Morgenstern: "Die Möwen sehen alle aus, als ob sie Emma hiessen". Si ha l'impressione che tutti i gabbiani debbano chiamarsi Emma. L'ho letto in un libro che raccomando molto, che è la strana autobiografia di un goriziano-triestino psicologo della percezione e musicista e scienziato, Paolo Bozzi, "Fisica ingenua", ora ristampato negli "Elefanti" Garzanti.
Il verso è suggestivo, eppure non mi persuade: i miei gabbiani non si chiamano Emma. Irma, piuttosto, ma neanche. Nel caso dei gabbiani, mi pare che i popoli si possano dividere secondo il modo in cui li chiamano. Le farfalle, per esempio, hanno gli stessi nomi in tutto il mondo, cioè nomi che fanno a gara di levità aerea: papillon, butterfly, mariposa (il più bello, ma anche farfalla è bellissimo), Schmetterling, sommerfugl (in norvegese, uccello d'estate), o, più sobriamente, leptir.
I nomi dei gabbiani invece, mi sembra, si dividono in due gruppi: quelli che hanno a che fare col volo, e quelli che hanno a che fare col verso, che hanno con gli uccelli marini più consuetudine e meno romanticismo. Quelli che li vedono dal basso, e quelli che ce li hanno sul tetto delle case, o appollaiati sulla poppa del peschereccio. Certi nomi vanno verso terra, altri verso l'alto.
Al contrario di quello che si crede, i primi cominciano per M (Mouette, Möwe, Måke) i secondi per G (Gaviota, il composto Seagull, lo slavo, più bello di tutti, Galeb, Goeland). E' una G come quella di galleggiare. Bozzi da bambino pensò cose bellissime sul rapporto fra i nomi e le cose. Chissà se sarebbe d'accordo che i nomi dei suoi posti, Gradisca, Gorizia e Trieste, sono particolarmente adatti al volo alto dei gabbiani, e che l'alabarda triestina è in realtà un gabbiano stilizzato. Sembra che tutti i gabbiani debbano chiamarsi Trine.

4

Cari lettori, è possibile che nei prossimi giorni veniate a sapere che sono stato io, o Pietrostefani, a eseguire la strage di Portella della Ginestra, e a piantare un chiodo nella testa di Celestino V, dopo averlo costretto alle dimissioni. Be', non è vero.

5

Caro Giovanni De Luna, "riordinando le carte" ritrovo sempre i tuoi libri, che misi da parte per scriverti con calma, e la calma non arrivò mai. Così voglio almeno dirti con quale passione ho letto, nel tuo "Donne in oggetto. L'antifascismo nella società italiana 19221939" (Bollati Boringhieri 1995) il capitolo su Tina Pizzardo. Ne sapevo quello che si ricavava dalle memorie di Spinelli (ora preziosamente ­ e tristemente ­ integrate dal libro di Gerbi su Piovene e Colorni), e qualche accenno di fonte pavesiana. Bastava a capire che si trattava di una donna straordinaria. Quanto straordinaria, l'ho capito dal tuo racconto, e poi dal Diario pubblicato dal Mulino: "Senza pensarci due volte", 1996. Sono stato emozionato di sapere, così tardi, di chi è figlio Vittorio Rieser.

6

Devo ripeterlo: da qui dentro le cose si vedono diversamente. Leggo sui giornali storie scandalose di grandi delinquenti che si fanno un baffo degli arresti domiciliari eccetera. Modestamente, eccovi una storia (scandalosa) vista da questo lato del microscopio, il lato del microbo.
Girolamo T. ha 72 anni e mezzo, è arrivato mercoledì mattina. Allora: è stato condannato nel '97 a 2 anni e 10 mesi per aver girato degli assegni a vuoto. Reato lieve, pena ­ rispetto al codice italiano ­ lieve. Due mesi in carcere prima del processo, poi assegnato agli arresti domiciliari, in considerazione dell'età, dello stato di salute (soffre soprattutto di una malattia renale) e della non pericolosità. Non ha nessuno. Ottiene di essere ospitato, a San Miniato, che è il suo paese da quarant'anni, in una Casa di riposo per anziani ("Anziani davvero ­ dice ­ io sono l'unico autosufficiente"). Può uscirne per sette ore al giorno, la mattina e il pomeriggio. Ha scontato così più di due anni, gli restano sette mesi. Martedì i carabinieri passano dalla Casa di riposo verso le tre di pomeriggio, e non lo trovano. (E' a una cinquantina di metri da lì, a fare due chiacchiere). Fatto: mercoledì mattina tornano, lo tirano giù dal letto e lo accompagnano in galera. E' affranto. Teme per la sua salute, teme soprattutto per il posto nella Casa, senza il quale non saprà dove andare. Come intitolare questo pezzetto: "Ennesimo delinquente evaso assicurato alla giustizia"? Se non vi sembra adeguato, scegliete voi un altro titolo, più adeguato. Volano gli stracci, per esempio.
Non lo scrivo mica per polemica. Lo scrivo per la speranza che lo rimandino a San Miniato, questo evaso. Per favore. E anche per ribadire che le cose da qui dentro si vedono diversamente. Con i loro lati positivi. Per esempio, anche questa estate, neanche una medusa.

7

Quando c'era l'assedio a Sarajevo ci fu anche molta amicizia. Molti stranieri furono generosi coi sarajevesi, e viceversa. Successe perfino che dei giornalisti diventarono generosi fra loro, e invece di nascondersi o rubarsi le storie, se le raccontavano e se le regalavano. Ogni nuovo arrivato, lo portavamo a casa di Kanita. Kanita è amica di tanti di noi. La sua storia l'ha raccontata Federico Bugno. Anche per conto nostro, per così dire. È uscita in libro, ora, pubblicata dalle edizioni Magma di Napoli per la Fondazione Laboratorio Mediterraneo: "Kanita", con la prefazione di Izet Sarajlic. È una storia romanzesca di amore, separazioni imposte, ritrovamenti, galera, felicità e morte. Cominciò la guerra, Faruk fu ammazzato, e Kanita restò col suo Faris di tre anni. Fu allora che la incontrammo, e mescolammo le nostre famiglie. Bugno ha raccontato la storia fin li. Dopo, Kanita ha tirato avanti nell'assedio, ha imparato l'italiano per fare l'interprete agli italiani, ha cantato nel coro della città assediata, ha difeso la casa che volevano portarle via, ha parlato tutte le lingue, finché l'assedio è finito e ha potuto rivedere il mare della sua Dalmazia, venire in Italia, e Faris, che di anni ne ha dieci, e quando ne aveva cinque costruiva macchinari fantastici sotto le granate, è già abile come un ingegnere meccanico. Il padre di Kanita era stato il direttore dell'Istituto Geografico Militare, e sapeva insegnare a Faris tante cose da imparare con la testa e da fare con le mani. Faris adorava il nonno che aveva tanta pazienza con lui, e meno con gli altri e con sé, perché non si perdonava di aver disegnato le carte che ora i suoi compatrioti usavano per bombardare e fucilare dalle colline. Ci sono punti in cui una storia sta finendo e un'altra sta cominciando. Chissà a quante storie abbiamo diritto nella vita, Kanita, Faris, e il famoso inviato dell'Espresso Federico Bugno.

10

Ogni tanto qualcuno dice: Ah, se ci fosse Pasolini! Ah, chissà che cosa direbbe Sciascia! Vogliono dire che succedono cose fuori dall'ordinario, e che non si trovano le parole per commentarle. Pasolini, Sciascia, loro si saprebbero trovarle! Vi ricordate l'articolo delle lucciole, sul Corriere! E vi ricordate la pagina iniziale dell'"Affaire Moro ", in cui Sciascia parla con Pasolini morto delle lucciole! Bene, leggo in ritardo ­ avevo paura, , e avevo ragione ­ Jeremy Rifkin, "Il secolo Biotech ":"Nel 1986 alcuni scienziati presero il gene che codifica l'emissione della luce nella lucciola e lo inserirono nel codice genetico di una pianta di tabacco. Risultato: le figlie di tabacco brillavano ". Ah, meno male che non c 'è Pasolini! Meno male che non c 'è Sciascia!

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Vorrei annotare la mia forte simpatia per lo scoutismo in generale, e in particolare per le persone, scout, capi scout e genitori delle ragazze morte nella disgrazia in Valtellina.

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Cara Sylvie Coyaud, ho letto sulla Repubblica delle donne il tuo pezzo cosmologico, bello come sempre, sicché ho avuto l'impressione di capirlo, e anche dove non capivo mi piaceva. Mi piace soprattutto l'idea della luce che, all'inizio di tutto, andò a una velocità superiore alla velocità della luce. Ogni costante deve avere una deroga, sia pure di qualche secondo. Sono anche preoccupato per l'effetto Yarkovsky sugli asteroidi, e contento per l'anticipazione al prossimo anno del culmine di attività della corona solare, che potrà provocare, tu dici, una specie di nevischio sugli schermi televisivi e una fantasmagoria di aurore boreali nel cielo. Sarà bellissimo, guardare il nevischio sugli schermi. Oggi qui ha piovuto un po'. Ciao.

13

Le pene alternative sono pene, non benefici o grazie o estrazioni a sorte. Dunque si propone, al di là del ruolo della parti lese nel processo, che le pene debbano dipendere dal parere delle vittime. Dunque, semplicemente, l'abolizione teorica e pratica dello stato di diritto.

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Tanti mi scrivono per correggere i miei errori. Luigi Riceputi mi avverte che, rispondendo a Mariarosa Mancuso, ho attribuito a Novalis la citazione del "Tonio Kröger", da me molto amata: "Dormir vorrei, ma tu devi ballare". E' invece Hans Theodor Storm. Avevo scritto a Dacia Maraini, a orecchio, circa i modi di dire liquirizia, e mi è arrivata, come spesso, un'integrazione accurata da parte di Vincenzo Bugliani, e un'altra da Pietro Stellini, dal cui elenco, tratto da Carlo Tagliavini, voglio segnalare almeno le varianti triestina, "sùkaro de Gorìtsia", della Valsugana "sugo de Gorìthia", di Modena "sug ed Lukrètzia". Ringrazio. Infine vorrei segnalare che avevo appena finito di scrivere un prolisso saggio sull'eterogenesi dei fini ­ che pubblicherò altrove: niente paura ­ quando la posta del Foglio ha cominciato a dibattere dell'espressione e del suo significato. Mi pare che la formula, che passa per vichiana, appartenga allo psicologo tedesco Wilheim Wundt.

17

Della fine annunciata ­ non per la prima volta ­ di "Mani pulite", mi ha colpito un dettaglio: che la promozione di Carla Del Ponte a Procuratrice capo del Tribunale dell'Aja, ruolo di enorme importanza pratica ed enorme prestigio, sia stata vista e presentata come una specie di rimozione, o di rassegnato abbandono. Forse c'è una sopravvalutazione di qualcosa. Senza'altro c'è una sottovalutazione di qualcos'altro.

18

Caro Foglio, nel buon pezzo di ieri su Cecenia e Daghestan, si diceva che Shamil Basaev è alto: no, è decisamente basso. Che Khattab è basso: no, è grande e alto. Li conosco molto bene, fidatevi.

19

Dal carcere romano fu trasferito agli arresti domiciliari a Siena, poi, finalmente, alla periferia di Firenze, vicino ai suoi. Era ormai cieco e pieno di malanni. Soffriva soprattutto di non poter più guardare le stelle. Nessuno mai aveva guardato le stelle come lui. Chiese di spostare il domicilio in città, per potersi curare meglio, ma ricevette un rifiuto. Quattro anni dopo chiese la sospensione della pena per gravi ragioni di salute: altro rifiuto. Però poté trasferirsi in una casa in città. Fu anche autorizzato a recarsi nei giorni di festa alla chiesa più vicina, a condizione che non vi fossero assembramenti di persone attorno a lui. L'anno dopo morì. Si chiamava Galileo Galilei. A partire dall'isocronismo del pendolo, avrebbe inventato e brevettato un braccialetto da polso indimenticabile.

20

Caro direttore, il tuo puntiglio, a proposito della statura fisica di Basaev e Khatab, mi eccita. Possiamo fare anche noi un dibattito d'agosto, come due scemi. La questione ha però un lato interessante. Dunque: tu hai una foto in cui la prospettiva inganna un po'. Se ci fotografiamo insieme io e te, io avanti di un paio di passi, possiamo venire grandi e grossi uguali. Sarebbe bello. Shamil Basaev è alto sì e no quanto me: non mando le mie fotografie con lui per non farmi accusare di terrorismo internazionale (è già successo, a Mosca e altrove). Il lato interessante è che i ceceni, nonostante siano pochi e appartati, sono sbalorditivamente divisi in due tipi fisici opposti. Alcuni ­ uomini e donne: a Groznj c'era una taverna che chiamavo delle Gigantesse ­ sono molto grandi e imponenti; altri sono decisamente piccoli e agili. Il bello è che i secondi fanno per lo più i guerrieri, e i primi gli uomini d'affari e i gangster. I piccoli hanno per copricapo la sciapka di astrakan o (come Shamil, che a trent'anni aveva già la zucca pelata, e si rifà con la barba) una cuffia islamica. I grandi hanno dei cappelli tipo Borsalino. Quel poco amabile Khatab l'ho frequentato, e filmato per un paio d'ore: unica intervista, mi disse, a un non musulmano. Uno scoop. Vaglielo a spiegare in Italia.

21

Tornando a Galileo, vorrei citare questa frase dalla lettera di accompagnamento del dono di un suo occhialino a Federico Cesi: "Io ho contemplato moltissimi animalucci con infinita ammirazione: tra i quali la pulce è orribilissima, la zanzara e la tignuola son bellissimi ".

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Domenica sera la bella rubrica "Protestantesimo" informava sulla chiesa valdese, alla vigilia del Sinodo, che si occuperà di bioetica, come fece l'anno scorso, con qualche scalpore, a proposito dell'eutanasia. E' specialmente utile guardare attraverso il punto di vista delle altre chiese cristiane al Giubileo: polemico verso grandiosità di lavori pubblici e indulgenze, fedele alla regola biblica del riposo della terra e della remissione dei debiti ogni sette volte sette anni più uno. Dunque alla cancellazione del debito dei paesi poveri. I pastori valdesi sono 108, di cui 20 donne: che è forse la più drammatica differenza nei confronti della chiesa cattolica romana, e in un paese come l'Italia, che mentre si accinge (piano piano) ad ammettere le donne nelle forze armate, ne depreca il rischio di effeminazione. La notizia più singolare sull'Italia ­ oltre che sui valdesi ­ riguarda se ho bene ascoltato il moderatore della Tavola valdese, Rostan, il finanziamento: la chiesa valdese ha meno di 30 mila fedeli, ma sono 200 mila i contribuenti che le hanno destinato il proprio otto per mille. Attratti, evidentemente, dall'onestà del destinatario, e dall'assicurazione che neanche una lira verrà impiegata per la chiesa stessa. Una recente puntata della rubrica televisiva aveva ricostruito la storia di Willy Jervis, intellettuale, partigiano nelle "valli valdesi", torturato e ucciso nell'agosto 1944: per terra, vicino al suo corpo appiccato con altri a Villar Pellice, si trovò la sua Bibbia, con le parole alla moglie incise con una punta all'interno della copertina: "Ci rivedremo certo lassù Sia fatta la volontà di Dio. Avrò fede fino all'ultimo e spero. Sono sereno Dio mi conforta Penserò sempre a voi". La storia è ricostruita attraverso le lettere con la moglie, Lucilla Rochat, e le memorie e il carteggio di lei con Giorgio Agosti, dal 1945 al 1969, nel bel volume della Nuova Italia "Un filo tenace" (1998). Sono documenti impressionati di una serietà insieme civile e religiosa senza retorica. Agosti, nel '45, la trovava affine al movimento garibaldino: "Gente seria, gente onesta, che a un certo momento piantava tutto e partiva, tanto più volentieri quanto più disperata pareva la partita". Nel collegio di Torino, scriveva Agosti con orgoglio, su 24 mila voti del Partito d'Azione all'Assemblea Costituente nel 1946, "almeno seimila" erano dei valdesi. Nel '47 si rassegnava già a dire: "Che si possa dire di noi che siam stati degli illusi, degli incapaci, ma non dei disonesti". Nel 1962, osservando il distacco dei giovani, scriveva: "Credo che ci saranno più vicini i nostri nipoti". Parlava della Resistenza, e della sua minoranza azionista, e il '68 torinese gli diede ragione. Forse di più, più imprevedibilmente, gliene danno questi misteriosi 200.000 contribuenti.

25

Ci sono delle storielle vere che sembrano finte, e viceversa. C'è una ragazza di 25 anni, detenuta, malata. Fa caldo, in tutti i sensi. La ragazza si sfila e si rimette la sua biancheria. Un agente la vede, e le fa rapporto. (Un agente maschio vede dentro una cella femminile? E' la ragazza che vuole farsi vedere? E come è possibile?). La ragazza, rimproverata e informata della denuncia, si taglia. Le danno sessanta punti. Ci sono storielle di cui ci si chiede se siano vere, o inventate.

26

Il telefono, la tua croce.

27

Alcuni italiani sono stati contenti per il ritorno di Silvia Baraldini. Altri erano troppo altruisti per esserlo, dato che pensano sempre ai restanti 3.378 detenuti italiani in carceri straniere. Ora che questi altruisti benefattori ce l'hanno rinfacciato, ci uniremo a loro nella battaglia diuturna che certo conducono per quegli altri 3.378. Ora sì che ce la faremo.

28

Gentile Tg5, giovedì ho fatto un'intervista a un vostro giornalista, sui miei ennesimi casi. L'intervista non è stata trasmessa, e fin qui tutto va per il meglio. Però ne è stata estratta una frase, riguardante la polemica sull'accoglienza a Silvia Baraldini, e presentata come una mia critica al ministro Diliberto, mentre non lo era affatto. Nell'edizione della sera è restata la mia faccia senza frase; e ora nella presentazione mi si faceva deplorare come una "gaffe" il comportamento di Diliberto. Nell'edizione della notte la mia frase è stata ripristinata senza più commenti. Intanto dal vostro tiggì la mia critica a Diliberto (inesistente) era passata al Televideo, alle agenzie e, finalmente, ai giornali del giorno dopo. Non vorrei sembrare petulante, ma perché un telegiornale della vostra importanza mi chiede un'intervista e la butta via, ad eccezione di una frase, di cui equivoca il senso? Cordiali saluti.

31

Ogni buona filosofia, si sa, dev'essere portatile. Per la fretta, ho dimenticato la mia sul ripiano accanto al lavandino, fra le bustine di tè e il pacchetto del sale. Ora ascolto il baccano delle rondini e guardo tutto questo verde, e non ho una filosofia per spiegarmelo.

settembre 1999

1

L'estate è stata piena di notizie allarmate sull'aggressione della criminalità. Erano false e demagogiche, benché l'allarme fosse serio e motivato. In realtà erano notizie sulla tossicodipendenza, e sugli impulsi violenti e disperatamente sgangherati che il proibizionismo assoluto scatena. Ora parole ragionevoli e non demagogiche vengono da magistrati milanesi. Lodo questa ragionevolezza, che passa per coraggio di fronte all'ostinazione accecata e in buona fede di chi non vuol ammettere che il crimine possa essere fomentato dalla difesa della virtù. Lodo questa ragionevolezza da chiunque venga, dal magistrato Alberto Nobili e perfino da Ferdinando Pomarici.

2

Il prezioso supplemento "Tuttoscienze" della Stampa dava ieri i numeri che contano. Cito alla rinfusa. Siamo sei miliardi. Noi viviamo l'era di Internet, due miliardi sono senza elettricità. L'86 per cento dei consumi globali appartiene al 20 per cento di popolazione più ricco. Il quinto più ricco consuma il 58 per cento dell'energia, il quinto più povero meno del 4 per cento. Le 225 persone più ricche del mondo possiedono un patrimonio pari al reddito annuale del 47 per cento della popolazione mondiale. Per dare a tutti alimentazione e sanità di base occorrerebbero 13 miliardi di dollari; spesa per sigarette in Europa, 50 miliardi di dollari, per alcolici 105 miliardi. Eccetera. Ultimo dato comparato: al terzo millennio si affacciano 840 milioni di umani mal nutriti, 600 milioni di ipernutriti. Conclusione triviale (ma che cosa c'è di più triviale delle cifre suddette?): arriva il terzo millennio, e gli 840 milioni di denutriti fanno un solo boccone dei 600 milioni di ipernutriti, poi ruttano con soddisfazione e vanno a dormire.

3

A leggere le cronache russe di questi giorni, mi torna in mente quella storiella del tempo di Gorbaciov, su lui e l'autista. Gorbaciov, esasperato dalla routine burocratica, convince l'autista a cedergli un po' la guida della sua limousine. L'auto sfreccia veloce, con Gorbaciov alla guida e l'autista dietro. A un incrocio un paio di militi motociclisti si vedono passare davanti l'auto in eccesso di velocità, e partono all'inseguimento. Il motociclista più svelto arriva ad affiancare la vettura, dà un'occhiata dentro e sviene. Sopraggiunge l'altro motociclista, si ferma e rianima il collega. "Insomma, chi era?" "Per l'amor del cielo - dice quello, con l'aria atterrita - tremo solo a ripensarci. Quello che guidava era Gorbaciov, ma sa Dio chi era quello seduto dietro".

4

La Torre di Pisa si è drizzata di 4 centimetri. Quando temevo già che si esagerasse ­ troppa grazia ­ ricompaiono le notizie sull'interruzione dei finanziamenti e dei lavori. Date, e fate presto. Nel 1953 Albert Einstein scrisse da Princeton ad Antonio Russi, a Pisa: "La ringrazio molto per la bella acquaforte. La Torre di Pisa è un bel simbolo dell'impossibilità degli esseri umani di prevedere le implicazioni sociali delle loro opere. L'artista, naturalmente, non previde che la debolezza delle fondamenta avrebbe prodotto l'inclinazione della torre e che questo avrebbe attirato l'attenzione di tutta l'umanità. Ciò non è forse vero anche per creazioni più astratte dell'uomo nel senso che le loro effettive conseguenze sociali corrispondono solo in minima parte alle intenzioni del creatore? Con i migliori saluti, Albert Einstein" (Lettera assai notevole, a pensarci bene: benché Dio, secondo Einstein, non giochi a dadi, dev'essere andato storto anche a lui qualcosa).

7

Stendhal aveva una certa ossessione per le galere. Giuliano Sorel finisce come sappiamo, e Fabrizio del Dongo comincia con presagi di galera, e ci va una prima volta da volontario di Waterloo, una seconda da recluso in fortezza a Parma. Quale edificio abbia fatto da pretesto alla Certosa di Parma è ignoto: fra i candidati c'è un fabbricato vicino a Parma, a Beneceto, ai giorni nostri adibito a scuola per guardie carcerarie. Com'è piccolo il mondo; e com'è cintato.
8

Di notte, i cani abbaiano, e mi svegliano, ed esco seminudo e sonnolento e arrabbiato, e mentre sgrido le povere bestie mi accorgo quasi per caso della notte chiara, con una luna risplendente fra la nuvolaglia, e l'odore della pioggia.

9

Ritrovo piano piano i miei libri. Avrebbero potuto essere utili. Per esempio questa frase nella cronaca balcanica di John Reed (quello dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo): "Tra i serbi ogni recluta proveniente dalle campagne sa per che cosa si batte. Quando era in fasce, sua madre lo cullava con queste parole: Salute, piccolo vendicatore di Kosovo!".
Ho trovato anche, nello scaffale balcanico, un curioso opuscolo sul carattere progressivo dell'impalamento. La medicina ne riportò, dice, durevoli guadagni.

10

Sfogliando le mie vecchie agende, trovo dappertutto citazioni di detti celebri di Nora. Don Chisciotte e il suo fido Pancho Villa. Siamo in barca e imbarchiamo. Per contro (anche quando non c'è niente da avversare). Diamine. Bello bello bello (dieci volte). Lo stesso per brutto. Atroce. O di rìffete o di ràffete. (Le ho dedicato una poesia: "Né di rìffete né di ràffete / non si sposa e non si: pàffete!"). Mi manca Nora.

11

Ho un'amica a Siena, una donna bella in un modo rotondo e altero. La incontrai una sera, tanti anni fa. Elegante, molto, come per una sfida. La incontrai a una tavola di ristorante, la più vicina a una porta che si apriva e si chiudeva rumorosamente (Ero seduto lì per salutare quelli che entravano ­ "Buonasera!" ­ e quelli che uscivano ­ "Arrivederci!" ­). Le rivolsi la parola indiscretamente, come in una notte di carnevale. Era viennese, e si chiama Claudia Mann. Non aveva letto "La montagna incantata", e non sapeva della combinazione fra il suo nome ­ lo stesso di Claudia Chauchat ­ e il suo cognome ­ lo stesso di Thomas Mann ­. Madame Claudia Chauchat, che entrava nella sala da pranzo facendo sbattere la porta, e tutti la guardavano.

14

Gentile Angelo Panebianco, ho un'obiezione al suo fondo di ieri sul Corriere ("Intervenire ovunque per la pace? Gli interessi e le ipocrisie"). Non è detto che il problema sia "la pace": bensì la protezione dell'incolumità di popolazioni e il rispetto del diritto. Dunque non è detto che la risposta sia "la guerra" (etica o no): anzi. La distinzione fra la "guerra" e un'azione di polizia o di soccorso internazionale è tanto necessaria nelle parole quanto nei fatti. Ancora: la politica internazionale non è esattamente la stessa cosa che la politica estera. Se non altro perché il mondo si fa piccolo, e le distanze si riducono (altre, magari nel quartiere in cui viviamo, si allungano), la nozione di "interesse" si allarga in proporzione. Noi siamo "interessati" alla stabilità e alla legalità nei Balcani in quanto europei e italiani. Ma siamo anche sempre più "interessati" alla stabilità e alla legalità in ogni angolo del mondo, dato che il battito d'ali della Borsa di Singapore provoca un ciclone in piazza Affari. La stessa cosa vale per una nozione meno "egoista" e più "morale" dell'interesse: sentiamo, nella terra consumata dagli incendi e dagli scappamenti, una solidarietà (un'associazione in solido) con i nostri simili umani sempre più simile a quella che riservavamo fino a poco fa al nostro prossimo, di paese, di gli autoinganni delle buone coscienze (o delle cattive travestite da buone), parla dell'interesse che avevamo al Kosovo, oltre che in un senso economico o geopolitico, in un senso decisamente civile e morale: "Era nostro interesse dimostrare ai serbi che qui in Europa nessuno può permettersi di fare impunemente certe cose. Era nostro interesse tenere basso il tasso di barbarie ai nostri confini". E' dunque nostro interesse, anche se un po' meno urgentemente, di tenerlo basso anche più in là, in Sudan o in Indonesia. L'obiezione è che, nella sua polemica realista, lei eccede nella schematizzazione di una politica dell'interesse e di una, opposta, dei diritti umani: a me pare che ci sia un legame, e anche un ingarbugliato intreccio, fra i due. E che la difesa dei diritti umani (leggi: dei braccati di Dili) abbia una parte essenziale nella nostra offerta al mercato mondiale della cosa che chiamiamo "democrazia". Infine mi riprometto di argomentare, se ne avrò la forza, che l'altra distinzione cui lei seccamente ricorre, e che tanta fortuna ha avuto, fra etica della convinzione e della responsabilità, sia, come tutte le idee ben trovate, specie quelle dualistiche, assai stimolante, a condizione di non essere presa con troppa rigidità. Anche loro, temo, o spero, sono ingarbugliate. Ma di questo a un'altra volta, e cordiali saluti.

15

"Jonas, che avrà vent'anni nel Duemila". In realtà, Jonas avrebbe avuto 25 anni nel Duemila. Ma l'edizione italiana uscì cinque anni dopo.
Hermann Hesse scrisse il suo "Francesco d'Assisi" nel 1904, il "Siddharta" nel 1922. Solo che il primo non fu tradotto, e così i ragazzi di Perugia se ne andarono tutti in India.
Mio figlio Luca andò a New York, e un tassista gli chiese se la torre di Pisa pendesse da molto tempo. Da molto tempo, rispose Luca. "Duecento anni?", azzardò il tassista.
C'è gente che è andata in America, e te lo vuole raccontare come se fosse il 1493.

16

Caro Andrea Marcenaro, avendo te come persona di famiglia, e Michele Serra come caro amico, non sarò sospetto di parzialità se ti inviterò a tener conto, nel tuo assalto al suo cambiamento di linea sulla questione Jovanotti, del fatto che, fra una linea e l'altra, Serra spiegò pubblicamente e dettagliatamente le ragioni del cambio. Differenza per me essenziale. Perché se uno dice oggi una cosa e domani il contrario è un tipo leggero, o magari un voltagabbana. Se dice una cosa, e poi dice di essersi accorto che l'affare stava diversamente, e di aver cambiato idea, e lo dice francamente e ad alta voce, non è né leggero né voltagabbana, ma una persona seria e dignitosa. Anzi, Serra si ricredette pubblicamente su Jovanotti con un vero pezzo di bravura, cui forse lo stesso Jovanotti si propose di somigliare. E' un fatto che nel frattempo anche Jovanotti cambiava. Anch'io, anche tu. Anzi, tu e Jovanotti ­ che saluto con devozione ­ un po' troppo. Troppo lui, perché ha coscritto "Mai più", canzone demagogica. Troppo tu, non so perché, ma tu lo saprai. Ciao.

17

Ho saputo che il nostro processo si terrà nell'Aula bunker di Mestre, per ragioni di spazio. Pronto, sono pronto. Ho conservato l'elmetto e il giubbotto antiproiettile che l'Onu imponeva per i voli in Bosnia. Mestre è bella, gentile. Però mi dispiace. Tanti anni fa, dopo aver visto le fisionomie smarrite di una famigliola nordica con valigie su un binario mestrino, coniai il seguente pensiero:
"Quelli che trovano Venezia deludente, perché per sbaglio sono scesi a Mestre".
Così io oggi, su un binario di Mestre.
P. S. Caro Andrea Marcenaro, un paio di telefonate accorate, anzi più, mi costringono ad ammettere che nella letterina di ieri su te Jovanotti Serra eccetera, sono stato così stupido da far apparire la conclusione come un rimprovero (!) nei tuoi confronti, mentre credeva di essere una affettuosa e spensierata battuta di commiato. Non potendo immaginare io verso di te se non cose fraternamente affettuosissime, e leggendo queste tue lettere al giornale con vivissimo apprezzamento, prego i miei lettori di considerare che a volte sono così fesso da scrivere senza volere frasette equivoche. Baci, Adriano.

18

Gentile Eugenio Scalfari, voglia ricevere la mia drastica obiezione all'opinione da lei espressa ieri sul Venerdì. Il lettore Goffredo Dattilo le aveva scritto da Brescia, scontento che io non sembrassi capire, a proposito di Craxi, la differenza fra una latitanza e un esilio. Lei risponde che la mia confusione si spiega con la "personalizzazione pericolosa" cui sarei indotto nella mia visione della giustizia. Pericolo possibile, dal quale mi sono costantemente guardato, e me ne guarderò ancora più attentamente. Però, sul punto, c'è un malinteso. Io so bene che Craxi è legalmente latitante, e non ho alcuna difficoltà morale né di altro ordine a impiegare questo lessico. So anche che la parola "esilio" ha un senso più largo e generico che quello giuridico, e può dunque applicarsi a Craxi, come a tanti altri (perfino al mio esilio interno di oggi pomeriggio) senza pretendere a una veste tecnica, e senza entrare in contraddizione con la nozione di latitanza. Altri sono liberi di ritenere che si possa dire che Craxi è latitante a Hammamet, o esule a Hammamet, e che una dizione escluda l'altra, e qualifichi politicamente e moralmente chi la impiega. Io invece mi ritengo libero di usare l'una e l'altra, a piacere, e di non esserne qualificato né squalificato. Vengo all'obiezione principale. Io non sono stato, a differenza di quel che lei dà per assodato, un cattivo maestro: né maestro, né cattivo. Forse un po' maestro, forse un po' cattivo, ma anche un po' buono. La parola maestro mi piace molto al femminile: maestra, parola per me di suono materno. Tanto meno sono oggi maestro o allievo di alcunché. Lei trova che "sarebbe molto grave se Sofri ricominciasse a impartirci lezioni sbagliate". Qui il malinteso è assai forte. La rassicuro. Da qui non si impartiscono lezioni. Io mi limito a pensare e dire la mia, in qualunque momento e in qualunque condizione mi sembri giusto, o ne abbia voglia. Processato o no, condannato o no, carcerato o no. Cioè, sono un uomo libero. Proprio come lei. Molti saluti.

21

Dire qualcosa sul carcere, sulla giustizia, sui tossicodipendenti e sui recidivi? Ricordare che Dio, quando vuole la rovina di qualcuno, lo manda fuori di testa? Associarsi al sarcasmo di Alessandro Margara, il quale esorta a sopraelevare di cinque sei piani i letti a castello dei detenuti (magari, suggerisco, coi fondi per il Giubileo)? Mi accontenterò di consigliare la lettura di Oscar Wilde, "emerso da una specie di eternità della fama a una specie di eternità dell'infamia": la "Ballata del carcere di Reading", ora nella nuova versione (con l'originale a fronte) di Sandro Boato, ed. SE; seguita dalla lettera sulla "Crudeltà del carcere: bambini e guardie, giudici e medici" (1897) di cui riporterò l'incipit: "Vengo a sapere, con vivo rammarico, dal vostro giornale, che Martin, guardia del Carcere di Reading, è stato licenziato per aver dato qualche biscotto dolce a un bimbetto recluso affamato".

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La frase di Violante: "Prima la sicurezza, poi la giustizia", può voler dire due cose. La prima è tutt'altro che sorprendente, e anzi ovvia: che se uno mi punta un'arma addosso, devo provare a salvare la pelle, e non a consultare il codice. Del resto, per una tale ovvietà il codice stesso fa la sua previsione, e la chiama legittima difesa. Una preesistente frase diceva: primum vivere, deinde philosophari. Cioè: per riflettere sul senso della vita è meglio aspettare di aver pranzato. Era questo che voleva dire Violante? Se no, la seconda interpretazione è: pur di tutelare la sicurezza pubblica, si può sacrificare il diritto. Concetto di per sé capace di far drizzare i peli sull'avambraccio, e ancora di più nel contesto della discussione corrente. Si dice infatti a voce assai alta che "i delinquenti devono stare in carcere". Ma il diritto obbliga a tenere le persone in carcere non perché siano "delinquenti", ma perché hanno commesso un reato accertato in processo, e per il tempo e le modalità previste per quel reato. Fuori da queste condizioni, tenere in carcere chiunque è vietato, salva la barbarie più bruta. Nella discussione di questi giorni, distrattamente, molti auspicano una specie di vasto ergastolo preventivo. Va da sé che Violante non può voler dire questo, e neanche D'Ambrosio, né alcun'altra persona responsabile: no?

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Di mio, ho poco da raccontare. Sono come una botteguccia vuota. Mi ricordo le botteghe vuote di Varsavia, negli anni magri del socialismo. Niente merce, e nelle vetrine erano esposte, con una premurosa confezione, poche cose aggraziate, con la scritta: "Non si vende: è solo per decorazione". Farò così anch'io. Vi racconterò che oggi, 22 settembre, decine di rondini si sono radunate sul filo della luce e sull'antenna della televisione e, quando era già mezzogiorno, sono partite. Questo racconto avevo: solo per decorazione.

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Per sdebitarmi con Vincino, volevo segnalare qui il libro suo e di Michele Ainis, "Se 50.000 leggi vi sembran poche" (Mondadori), senza averlo neanche visto. (Secondo la celebre frase di un professore, che non solo non aveva letto un certo libro, ma non ne aveva neanche fatto la recensione). Ed ecco che stamattina mi arriva il libro, passato, come altra mia posta, dal carcere. Così l'ho letto, un po' almeno, e ho guardato le figure. Bel libro. Ainis sbaglia solo quando avverte i lettori che si tratta "di questioni che lo riguardano molto da vicino". Nessuno, o quasi, è interessato a ciò che lo riguarda. Meglio fare finta di niente e lamentarsi a vanvera. Salvo quando le notizie, benché utili, sono divertenti. Una cosa noiosissima come la pubblica amministrazione può diventare divertentissima, come insegna Gian Antonio Stella. Ora, nella stessa mattina Ainis, sulla Stampa, a proposito dell'emergenza criminale, calcola puntigliosamente che l'applicazione degli stentorei propositi carcerari di questi giorni (senza considerare le minacce di centro a mano armata) porterebbero in galera di colpo 250.000 persone in più. Risultato minimo, la paralisi della giustizia, massimo, l'incendio universale. L'elementare calcolo è particolarmente benvenuto nel momento in cui autorità come Curzio Maltese su Repubblica scrivono che "leggi come la Simeone, la riforma della 513 e altre studiate in questi anni hanno rimesso in libertà migliaia di delinquenti". I "delinquenti" rimessi non in libertà ma in altre forme di pena dalla Simeone sono poche centinaia, e il numero totale dei detenuti è salito negli ultimi mesi a 51.000 (20 per cento oltre la capienza teorica), promettendo un nuovo record. La riforma del (non: della; è un articolo) 513 non ha liberato nessuno; né le "altre riforme studiate", dato che le cose allo studio non entrano in vigore se non negli articoli di giornale più spensierati. Tutto questo ci riguarda "molto da vicino"? Ma no. Riguarderà me, qualche bravo prete, e pochi altri delinquenti. Il resto è solo questione di letture più o meno divertenti. Sempre oggi, è stato presentato con parole ragionevoli da Franco Corleone e da Giancarlo Caselli il progetto di nuovo regolamento carcerario: che Dio gliela mandi buona.

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L'estremismo, categoria dubbia, confondeva la bella radicalità con lo stupido eccesso. Lo stupido eccesso ha ricevuto l'altro ieri una duplice correzione regolamentare. D'ora in poi i giocatori del Superenalotto, per regolamento, non potranno vincere più di 50 miliardi, e i detenuti, se il nuovo regolamento andrà in porto, potranno telefonare ai famigliari per più di sei minuti, e fino a dieci minuti. Non è male: dico sul serio.

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C'è un trafiletto sui giornali, dice che Einstein ebbe una figlia illegittima che era ritardata mentale, e che non ne ebbe cura. Qualcuno in America ha scritto un libro. Mi dispiacciono, tutte e due le cose. Avevo appena letto con emozione la paginetta di prefazione che Einstein scrisse al "Libro nero" sul genocidio nazista nei territori sovietici, ora finalmente pubblicato da Mondadori. Scrisse fra l'altro: "Non vi è dubbio che per raggiungere lo scopo/ della salvaguardia della vita umana e della difesa delle minoranze nazionali/ occorre rinunciare al principio di non ingerenza negli affari interni, che negli ultimi decenni ha prodotto risultati disastrosi". Era il 1945.

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Abraham Yehoshua, riferisce Francesca Borrelli sul Manifesto, non seppe che cosa rispondere a uno che un giorno gli chiese se avesse scelto apposta il nome del signor Mani. In ebraico, gli spiegò quello, ma ani significa che cosa sono io. Yehoshua la prese come una rivelazione.
Mi colpisce il modo in cui una domanda gira per i Vangeli. Gesù che domanda: "Chi dicono che io sia?", come se stesse anche domandandosi: "Chi sono io?" E Pilato: a Cristo, che gli sta davanti, Pilato non dice, come sarebbe nel suo temperamento di notabile romanesco: "Tu non sai chi sono io!". Dice: "Ma tu, chi sei?" (Bella è la conclusione di una versione araba del X secolo del "Testimonium Flavianum": "Forse era il Messia di cui i profeti hanno raccontato tante meraviglie").

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Vi racconto quella delle api. In piazza della SS. Annunziata, a Firenze, c'è la statua equestre del granduca Ferdinando I, ultima opera del Giambologna e finita dal Tacca. Ha sul piedistallo una targa di bronzo, risalente al 1640, "con l'impresa ­ dice la bella guida del Touring ­ dell'ape regina tranquillamente regnante sulle altre e il motto: 'Maiestate tantum' ". Ma la didascalia all'impresa del grande inventore di emblemi senese Scipione Bargagli (se non ricordo male) parlava de "il re delle api". Gli uomini d'ordine hanno sempre prediletto le api (e le formiche) come modello del laborioso e disciplinato ordine sociale, della monarchia regolata come l'alveare, anzi, "di un potere regale che corrisponde alla nostra legge marziale". Il monarca stesso pareva loro "un individuo bello e imponente, dall'incedere e dall'aspetto maestosi". Semplicemente, non si erano accorti che a capo di quella monarchia c'era una femmina. Se ne accorsero, con forte imbarazzo e fortissima riluttanza, nel Settecento inoltrato, e, come riferisce Keith Thomas ("L'uomo e la natura", Einaudi 1994), un'enciclopedia del 1753 scriveva: "Ape regina: termine usato dai più recenti autori per indicare quello che un tempo si chiamava Ape Re". La correzione, finora, è restata confinata al regno delle api.