Piccola Posta aprile-giugno 1999

 

Aprile

1

La televisione è la mia finestra sul Kosovo. Naturalmente, la guardo con prudenza. Per esempio: c'è un primo piano di uomo, ha appena passato il confine, ha un viso scavato, mentre parla lacrime gli scorrono sulle guance. Ne resto colpito. Un uomo che piange, un montanaro, turba e fa compassione. Continua a parlare e a lacrimare. Ma perché non si asciuga le lacrime? Una diffidenza si insinua in me che guardo. Un uomo adulto che non nasconde il pianto, e forse lo ostenta? Forse vuole fare compassione? La telecamera si allarga dal primo piano alla figura intera, e si vede che l'uomo tiene in braccio una ragazzina: chissà quanta strada ha fatto così. Non si asciugava il viso, perché aveva le mani impegnate.

2

La telecamera del Tg3, appostata di qua del confine macedone con il Kosovo, ha rubato la breve sequenza, fra tutte, più impressionante. C'erano i vagoni fermi sul binario - il treno non è più il treno, dopo di allora - carichi di fuggiaschi, e i poliziotti macedoni che badavano a non farli scendere, e, sembra, a chiudere dall'esterno i portelloni. A un tratto una donna con un bambino in braccio si è buttata giù, è ruzzolata sulle rotaie ed è caduta. Le guardie si sono precipitate -ma per sollevarla, penso: perché la sequenza si è interrotta di colpo. L'operatore che l'ha girata, per il servizio di Giovanna Botteri, si chiama Luciano Masi. E' bolognese, vecchio del mestiere, ha lavorato nel cinema, è stato ferito in Bosnia. Un giorno, in Bosnia, mentre girava non so a quale crocicchio da cecchini, una donna fu colpita davanti a lui. Masi buttò via la telecamera e corse a soccorrerla. Pessimo professionista.

3

Un po' perché sono chiuso qui dentro, prigioniero di guerra ­ prego che un missile sia così comprensivo da venire a radere al suolo questo edificio ­ un po' per l'età, devo raccontare ricordi. Una mattina che non ero riuscito a dormire, a Belgrado, me ne andai al Kalemegdan, a guardare dall'alto alla prima luce lo sposalizio della Sava e del Danubio, e delle loro acque di colore diverso. Nel giardino deserto si avanzò un uomo anziano, caratteristico: un bell'uomo anziano, grande, coi capelli argentati e un cappotto modesto, chissà, un vecchio partigiano, un bizantinologo, o un pensionato delle poste. Stetti a guardarlo, arrivò in uno spiazzo fra gli alberi, si fermò, e batté piano con la mano su un fianco. Allora di colpo ruzzolarono giù dai tronchi due o tre scoiattoli neri, attraversarono la rotonda, si arrampicarono lungo la sua gamba, e andarono a mangiare dalla tasca del suo cappotto. Faceva freddo e il respiro fumava, e c'era un gran silenzio. Io lo trattenni quasi, il respiro, per paura di disturbare.

6

Mi scrive il mio amico Marco, che è di Lucca: "A Lucca ci avevano il cannone di san Paolino, che se vede un lucchese lo scansa, ma se vede un pisano l'ammazza: prototipo di cannone intelligente". Proprio così. Io non voglio fare demagogia facile sulle armi, che non sono molto più stolte dei loro serventi. Stando chiuso, sono assetato di notizie. I miei amici che stanno alle frontiere del Kosovo mi mandano a dire che davvero fra i profughi non ce n'è uno che disapprovi i bombardamenti. Quelli di Belgrado mi dicono che non c'è un serbo che non li maledica. A Sarajevo non c'è uno che non li abbia benedetti, magari chiedendone scusa al padreterno. Così va. Fra le cose che io vorrei vietare senza deroghe a un uso accettabile delle armi, con la forza di un tabù, c'è la distruzione dei ponti, di qualunque ponte. Tutti i ponti sono sacri, i loro distruttori sono sacrileghi.

7

Quando l'inquadratura è larga, il mucchio dei profughi, coi suoi colori avviliti, sembra monnezza. Scaricata nei boschi, e ai confini. Ieri un bambino del Kosovo è morto sulla barca clandestina che attraversava l'Adriatico: era già avvolto in un telo di plastica, per proteggerlo dal freddo. A Kukes, le telecamere hanno ripreso alcuni deportati che frugavano nella discarica, e si erano installati ai suoi bordi, dov'è più facile trovare teli di plastica nei quali avvolgersi. In tutto il mondo i miserabili scavano nelle discariche. Ma anche qui non c'è uguaglianza: ci sono discariche ricche e discariche povere. Forse ci sarà un ponte aereo per la Norvegia, per il Canada: volete mettere con la discarica di Kukes?

8

Ci sono persone normali ai cui cuori è insostenibile lo spettacolo dei cacciati kosovari. Poi ci sono persone specialiste che commentano questa debolezza dei cuori normali, che spiegano l'alluvione dei deportati come parte di una manovra americana, che esortano a non farsi fregare dai soliti vecchi e bambini. Quando leggevo le tragedie greche, ero sempre dibattuto di fronte al coro. I personaggi erano interi, e scolpiti di fronte. Il coro era oscillante, perfino fisicamente: ondeggiava. Stava dalla parte dell'ultimo che aveva parlato. Palude, maggioranza centrista? Il coro però aveva e ha un vantaggio sui personaggi tutti d'un pezzo dell'antichità (Amleto era ancora lontano) e sugli specialisti di oggi: i quali indossano maschere e abiti di scena e posti nel corteo così definiti da non poter uscire da sé, e neanche sporgersi fuori di un pollice, a dare un'occhiata di traverso. Invece il coro è così indistinto e qualunque che, quando la cosa si fa enorme, non esita a mettersi nei panni altrui. Per gli specialisti i deportati del Kosovo sono un problema: il coro dei normali immagina che possa toccare a lui, ai suoi vecchi, ai suoi bambini. Il coro vede le cose, e si torce le mani. Gli specialisti pensano di averle già viste tutte: non si fanno fregare.

9

Caro Tom Benetollo, grazie delle obiezioni, ed ecco che cosa si sarebbe potuto fare, piuttosto che continuare coi raid aerei. Rifocillare ­ riscaldare, ripulire, rivestire, buone scarpe soprattutto ­ i fuggiaschi kosovari, e radunarli con gentilezza tutti in un punto: a Kukes, per esempio. 500.000, o 700. Convocare da tutta Europa ­ ma anche dal Canada, dagli Usa, dal resto del mondo ­ 200, 300.000 volontari inermi, con un bagaglio leggero e le macchine fotografiche. Raccogliendo 20, 30.000 fra giornalisti, fotografi, operatori e altri addetti di troupes televisive, dal Giappone, dalla Corea del Sud, dall'Islanda e dal resto del mondo. Distribuire a tutti razioni basilari e condensate di viveri e medicinali, e impermeabili da tasca. Muovere a piedi, lentamente ­ con dei carri per gli invalidi, i malati, i troppo vecchi, le donne incinte e quelle coi bambini piccoli ­ verso Pristina: un milione di persone più o meno, nessun armato. Niente bandiere, né contrassegni. Mettere in testa e in coda i volontari stranieri. Dislocare i fotografi professionali e le telecamere lungo l'intero corteo, e far riprendere tutto il tragitto. Non fermarsi né disperdersi per nessuna ragione, neanche di fronte ad attacchi armati. Si può fare? Io non lo escludo affatto. Se si esclude che sia possibile, o si pensa che non lo sia comunque in tempi utili, allora bisogna dire in che modo mettere fine alle violenze interne contro i kosovari, e far rientrare profughi e deportati. Dire invece qualunque altra cosa, che eluda questa problema, è un esercizio indebito. Saluti affettuosi.

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Il senatore a vita Giulio Andreotti, che improntò la propria non breve attività di partito e di governo a un Quieto Vivere esteso anche a Totò Riina, non era presente nell'aula di Palermo in cui, fraintendendo il quietismo per complicità penale, sono stati chiesti per lui 15 anni di galera, essendo investito dalla Roma politica e pontificia della tessitura di una soluzione alla crisi serba improntata al quieto vivere con Slobodan Milosevic, col quale fu visto scambiare tre baci, di cui poi si occuperà la procura dell'Aia.

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Caro Marco Pannella, ti ho sentito riproporre - non è la prima volta - di bombardare la Serbia di volantini. Buona idea: la Nato però lo fa già, e bisognerebbe controllare il testo. Ma anche con un buon testo, ora si è fatto tardi. Le ragazze e i ragazzi di Belgrado raccoglierebbero i volantini, ne farebbero degli areoplanini, e li lancerebbero sulle teste dei loro amici col bersaglio attaccato al petto. (Che tristezza, stare dalla parte giusta e non potersi attaccare il bersaglio al petto). E' tardi, perché i ragazzi a Belgrado ascoltano un concerto rock, e poi arrivano sul palco Arkan e Zeza, e alla fine addirittura una banda militare. E' ripartito da Barcellona Bruce Springsteen, e ora viene in Italia. Bisogna paracadutare Springsteen su Belgrado, e le Spice Girls su Pristina. Dico sul serio: ci tornerò. Saluti

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Ne uccide più la lingua che la spada? No, no. Però bisogna mordersela, la lingua, prima che sia troppo tardi. Per esempio: la parola "pacifista". Io non sono "pacifista", soprattutto non lo sono per conto terzi. E' difficile accettare di non resistere al male per sé: omettere il soccorso agli altri, quando sono inermi e soverchiati, mi sembra il peccato più grave. Almeno per chi non sia santo, e i santi sono pochi, e soli. Tuttavia "pacifista" è stato un nome nobile, che non merita d'essere completamente espiantato dalla sua origine, e rovesciato in una caricatura corrente. "Pacifisti attaccano a sassate". "Pacifisti picchiano il tal dei tali". Fossi picchiato, la prenderei male; ma mi offenderei anche se fossi fra i picchiatori. In Italia siamo già riusciti nell'irresistibile capolavoro di rovesciare il senso del nome: pentito. Dio ci guardi dalla lettera P del prossimo Zanichelli.

15

 

Niente si sa della sorte delle persone dentro il Kosovo. Tutti i discorsi sulle tregue, i negoziati, le sistemazioni e le risistemazioni sono futili finché non lo si saprà. Quello che è già successo, dentro il Kosovo, senza che lo sappiamo, deciderà di qualunque futuro. Si deve solo pregare: non che il futuro ci risparmi il peggio, ma che ce lo risparmi il passato.

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Caro Gad, lascia che ti comunichi una certa ripugnanza per l'assiduità con cui ospiti a Pinocchio il signor Kalajc. Strane parità di condizioni sembrano adempiersi durante questa vicenda. Non riesco ad ascoltare esponenti dell'opposizione democratica serba contrari ai bombardamenti della Nato, senz'altro, e capaci di idee e informazioni. Né interlocutori favorevoli al regime che esprimano con buona fede il sentimento di frustrazione e orgoglio nazionale, il vittimismo e l'incomprensione dell'operato del mondo, il disprezzo per i kosovari e la rivalsa per la cacciata dalla Krajna, o qualunque altra cosa liberamente pensino. Il signor Kalajc sta lì come un consulente, un esperto: stranissima impressione. Se fosse per mostrare di che pasta impudente sono fatti i ripuliti etnici, una (seconda) serata bastava. Invece, siamo alle puntate serali di un negazionismo in diretta. D'accordo, Milosevic non è Hitler, e la tragedia del Kosovo non è la Shoah. Non dico di portare a Norimberga i tirapiedi di più periferici stupratori e deportatori di massa: ma neanche farli accomodare tutte le sere nelle nostre celle. Affettuosi saluti.

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Ci sono notizie tremende, come la strage del "fuoco amico", che coincidenze e incroci rendono ancora più tremende. Tutti i titoli di oggi sono dedicati all'ammissione della Nato sulla responsabilità di un suo ­ nostro ­ pilota. Ho acceso la radio, stamattina, mentre una voce parlava del "delirio di onnipotenza", e del "nulla" ­ sic! ­ che spinge a sporgersi dall'alto, bersagliare innocenti sconosciuti, e del grido, "Bingo", che accompagna la mira riuscita. Stavano parlando del cavalcavia di Tortona. Che persone sono questi topgun, che scherzano sul Cermis, che farfugliano in corte marziale, che ­ per nostro conto ­ si alzano in volo giorno e notte per andare a bombardare, forse a essere colpiti, forse a sbagliare bersaglio? Che corresponsabilità dobbiamo sentire con loro, cui deleghiamo la rappresentanza più impegnativa e rischiosa, in ogni senso, delle nostre intenzioni? Da tre settimane mi sono buttato a leggere cose sull'aviazione militare, perché non ne so niente, e perché non mi capacito della strategia di questa "guerra". Non mi sogno di farmene un giudizio competente, solo di affiancare qualche nozione tecnica alla sensazione, nient'affatto tecnica, della cattiva lingua con cui questa strategia parla al "nemico" e a tutti gli altri. Fra chi sta in alto ("invisibile") e chi striscia sul suolo (ammazza, è ammazzato, fugge, insegue) c'è una distanza destinata a diventare insopportabilmente odiosa. Dunque, in un libro su Dresda ho letto che parecchi equipaggi di bombardieri erano più codardi, o meno coraggiosi. Li chiamavano "i conigli": e sulle loro mappe i comandi segnavano il bersaglio in modo volutamente errato, sapendo che avrebbero sganciato il loro carico in anticipo, per girarsi e squagliarsela. Chissà che cosa pensa e prova un topgun di oggi, ai suoi cinquemila metri, castigatore per nostro conto di una infame pulizia nazionalista, o lanciatore di sassi dal cavalcavia: Bingo.

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Avevo un vicino di casa. Uomo migliore di me. Grande e grosso, collezionista di strumenti a corde, raccontatore di barzellette, e non si vergognava di me. Io mi vergognavo di lui, ogni tanto - e sbagliavo - per il suo ridotto interesse alla politica estera, e per certe canzoni che componeva. Una, per esempio, il cui ritornello ora mi torna in mente: L 'aglio fa bene allo spiraglio.

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Mirjana Markovic, restauratrice dell'ortodossia comunista, moglie e musa guerriera di Milosevic (se ne veda il ritratto di Guido Rampoldi su Repubblica di mercoledì) martedì scorso ha telefonato a "Porta a porta" e ha detto, fra l'altro, che le persone kosovare prive di notizie dei loro parenti "potevano tranquillamente rivolgersi all'ambasciata jugoslava in Italia a nome suo". Non avendo potuto vedere il programma, non so se quel "tranquillamente" sia dell'originale, o delle cronache. Lo trovo sublime. Mira, una forza tranquilla. La più infelice Jovanka a un certo punto fu tentata anche lei di prendere il banco insieme a un clan di ufficiali serbisti. Esagerò, e Tito la chiuse in casa, il vecchio padrone di mille amanti visse il resto della vita accudito da un attendente. Jovanka dev'essere ancora semichiusa da qualche parte, a Belgrado. Era curioso, in Jugoslavia, che le statue celebrative della guerra di liberazione avessero per lo più la faccia di Tito: anche quelle femminili. Mirjana si proclama erede di Tito, nella nuova guerra patriottica contro Clinton, il nuovo Hitler. Vedo una donna albanese di Prizren che va a bussare con un bambino in braccio all'ambasciata di Roma: a nome suo.

22

Trovo nell'attivismo giudiziario, politico e linguistico di Di Pietro un'impressionante illustrazione del concetto di danni collaterali.

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Crediamo di rivedere cose già viste, le colonne dei deportati, i treni sigillati, il bombardamento delle città, le fabbriche presidiate dagli operai. Ora mi viene un freddo a sentire che si prende in conto l'"opzione" di un intervento di terra dalla Vojvodina. C'è la grande pianura pannonica, è più facile. Ma abbiamo visto i carri sovietici en trare in Ungheria, e la gente affrontarli con le bottiglie. Ora vedremo i carri americani entrare dall'Ungheria, e la gente affrontarli con le bottiglie? Non bisogna regalare ai tiranni queste decalcomanie. E forse, invece di continuare a dire (o fingere di dire) sì o no all'intervento di terra, bisognerebbe chiedersi quante e quali cose diverse - dove, come, quando - potrebbe significare un intervento di terra: per non trovarselo già fatto, nell'opzione più fessa.

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Caro Michele Santoro, avendole fatto delle obiezioni sulla trasmissione da Belgrado, le allego ora, a lei e ai suoi, una congratulazione per quella da Kukes, per le molte cose belle che si sono viste. Per esempio i disegni di bambini con la propria casa, mostrati da Griseri; quel pullulare di bambini nelle tende e di nascite da campo, che oltretutto fanno vedere il lato demografico dell'inimicizia (proprio ieri avevo sentito, in un'altra trasmissione, una signora nata nel campo a Mauthausen, dire con che sentimenti guardava ora i treni sigillati e le nascite nel fango dei campi); e le preziose informazioni sui bisogni corporali e i gabinetti, quelle in genere taciute per pudore, e pensate da ciascuno dentro di sé (Primo Levi sapeva come fosse importante parlarne; in Cecenia, con gli occhi bassi, i vecchi che raccontavano la deportazione stalinista in Kazakistan o in Siberia facevano capire che tante persone erano morte sui treni di quella vergogna insuperabile). Senza malignità, vorrei aggiungere che al vostro programma "dal campo" fa molto bene l'assenza del dibattito in studio. Infine, vorrei estrarre dalle cose dette la frase di una ragazza, dopo tanto parlare dei ponti veri e allegorici. Raccontava della sua amica violata e ammazzata, e ha concluso: "Anch'io, se l'avessero fatto a me, mi sarei buttata da un ponte". Anche a questo servono i ponti.

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Caro Giuliano, sai che non rispondo a opinioni di lettori sulla mia colpevolezza o no, perché la loro libertà è condizione della mia (interiore, dico) e viceversa. Inoltre, il rapporto fra l'andamento della nostra pratica giudiziaria e i fatti che l'hanno originata e che ne avrebbero costituito la sostanza, si è smarrito da tanto, sostituito da una filastrocca in cui ogni verso nuovo ripete e rovescia il precedente. Però lasciami fare un piccolo punto. Dal momento in cui i giudici ­ con convinzione la Cassazione, quasi burlescamente l'ultima corte bresciana ­ hanno dichiarato non solo probabile, ma provato il "parallelismo" nei racconti e nei comportamenti della coppia MarinoBistolfi, da me sempre argomentato e dai nostri accusatori e condannatori sempre assolutamente negato, ecco che cosa è rimasto della "confessione"/chiamata di correo di Marino. Marino ha accusato se stesso, e Ovidio Bompressi: cioè la persona che Antonia Bistolfi dice di aver sospettato o conosciuto fin dall'inizio come l'autore dell'omicidio. E nessun altro: non il "terzo uomo" (dopo tanti candidati goffamente inventati), non un solo altro partecipe a qualunque titolo: questo in un'impresa cui avrebbe preso parte una moltitudine di persone. Dunque l'unica persona che Marino accusa è la persona che la sua compagna, Antonia Bistolfi, ha accusato: salvo sostenere di averlo fatto a insaputa di Marino, lei stessa ignara di un coinvolgimento di Marino. Reciproca insaputezza che ora, dopo che i condannatori ne fecero il fulcro della condanna, tutti i giudici riconoscono falsa (aggiungendo magari che la prova della falsità non è risolutiva, come hanno fatto a Brescia, perché hanno scambiato le fotocopie per l'originale). Così finora. Grazie, saluti.

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Il formidabile documentario presentato da Andrea Purgatori su Raitre (lunedì sera, la prima puntata) eclissa la storiografia (e la fa rimpiangere) mostrando una cosa soprattutto: le facce e i corpi dei protagonisti. Le capigliature, gli abiti, le fisionomie, le voci. Tutti uomini ("ometti", ha detto alla fine Miriam Mafai, benché alcuni fossero grassi), tutti avanti con gli anni, tutti caricature di serietà. Alcuni di quelli sono solo figli della nomenklatura, e della malattia (spesso famigliare) della memoria. Altri hanno un passato appuntato sul petto: di partigiani coraggiosi, di incarcerati. Tolti da quei posti, da quelle possibilità di nuocere, potrebbero essere dei bravi pensionati, degli ottimi nonni, dei passabili bancari. Messi lì, sono davvero la banalità del male: la sua forfora, per così dire. Le loro fisionomie e i loro baveri dovrebbero bastare ad allontanare per sempre, con una risata e un'alzata di spalle, ragazze e ragazzi di Lubiana e Zagabria e Belgrado e Pristina e Sarajevo: che invece sono stati ­ Stipe Mesic, o il macedone Musurkovski, tipo di sollevatore di pesi, o il viso affranto di Bogicevic ­ e dunque spaventosamente fuori posto. C'è la scena ­ incredibile che sia registrata, essi non sanno quello che fanno ­ del Consiglio in cui si vota per l'intervento dell'Armata, superiore a ogni immaginazione. Il generale Kadjevic, figura di uomo in congedo, da cerimonia patriottica, che legge il suo ultimatum, scrittogli chissà da chi, e sembra dire: ma scherziamo? Il sordido Jovic, che conta di intimidirne abbastanza, e perde anche la pazienza, a proprio scapito. I delegati serbi, che votano a testa bassa; uno implorando invano una proroga ("Ancora un minuto, signor boia"). Il serbo-bosniaco, che non ce la fa a tradire il proprio mandato. E tutti, tutti che si chiedono: che pazzia è questa, che cosa ci faccio qui. Jovic non finisce neanche la frase a denti stretti con cui dichiara chiusa la seduta ­ come avrebbe fatto un capomandamento di Bagheria, con lo stesso completo a righe ­ che Mesic è in piedi con la borsa in mano. Via di qui. In fondo, quello che è venuto dopo è solo qualche centinaio di migliaia di morti, di stuprate, e qualche milione di profughi. Così giocano gli uomini maschi, anziani, all'antica: e dietro di loro i ragazzi con l'orecchino e le Nike. E il gioco continua.

29

Caro Pigi Battista, è bene che le nostre rappresentazioni della realtà non abbiano bisogno di crescere, come rampicanti, su tralicci di paragoni: Milosevic come Hitler, Clinton come Hitler, Clinton come Milosevic, i curdi come i kosovari e/o come i serbi eccetera. Anche perché lo zelo del paragone forte rischia di produrre l'effetto opposto, della minimizzazione: Pristina non è Auschwitz, ci mancherebbe dunque, è "solo qualche centinaio di migliaia di cacciati e derubati, e l'incognita di qualche migliaio (o decine) di ammazzati e stuprate". Per questo è così odiosa la simmetria geografica e morale fra le presunte "due guerre": Kukes e Belgrado. Inoltre, segnalo al tuo taccuino alcuni titoli di problemi cui il dizionario pacifista è esposto. 1) L'espressione "nel cuore dell'Europa": non si può usarla con sdegno, e al tempo stesso continuare nei paragoni planetari, perché in Kosovo e non a Timor est, o nel Sudan, eccetera. 2) La deplorata dipendenza della Nato, e di questa dagli americani. L'Europa indipendente dovrà affrontare un enorme impegno per la Difesa ­ cioè per gli armamenti, i militari di professione, eccetera: Mario Pirani ha abbozzato qualche conto, eloquente. Ci si batte per questo? E se no, 3) Si ritiene che minacce alla sicurezza dell'Europa non esistano? Non da parte dei fanatismi che prendono a pretesto l'Islam, e a caparra il petrolio? Non da parte di un ex impero russo in preda all'azzardo totale, con i cardiologi disposti a firmare un certificato falso sulla ricandidabilità del presidente, con generali e scienziati nucleari e relative valigette messe all'asta sui mercatini, con una classe politicoeconomica tenuta a bada da prestiti, mercato nero e prostituzione, finché non arriverà uno, un ex generale, o un ex magnaccia, a piacere, a vendicare elemosine e prostituzione, e risollevare l'anima russa e i missili avanzati? (Con apprensione ho letto in questi giorni un accenno dall'angolo in cui si scalda Lebed all'impiego dei missili nucleari a proposito dell'intervento in Serbia). Non da parte di focolai meschini di etnicismo e razzismo, capaci di incendiare mari e monti, come nei Balcani, finché non si debba scoprire che anche la Carinzia, o qualche pezzo dell'Italia a pezzi, sono Balcani? 4) Sai quando anch'io cedo ai paragoni impropri? Quando sento la frase "Certo, anche Milosevic ha fatto degli errori". (Mi suona così: "Certo, anche Hitler ha commesso degli errori". "Certo, anche Stalin ha commesso degli errori". Del resto, l'avevano detto). (Continua, purtroppo)

30

Caro Umberto Eco, vorrei fare un paio di osservazioni sul relativismo dei nostri - all'ingrosso: di europei e nordatlantici - principii etici. E' vero che i nostri "valori" sono solo nostri: è vero anche che, quando si tratta della difesa dei più deboli, dobbiamo trattare i nostri valori senz'altro "come se" valessero per tutti. E' l'unico nostro modo di frequentare le assolutezze. Il relativismo non può spingersi a mettere in discussione l'habeas corpus, la tutela della vita e la libertà personale. La seconda, forse sottovalutata, limitazione insuperabile al relativismo sta nel fatto che nelle culture "altre" le vittime sanno che ciò che subiscono è male, e spesso lo sanno anche i persecutori. Le donne cancellate di Kabul, i bambini schiavizzati in India, i cristiani trucidati in Sudan, i kosovari e i curdi cui è vietato studiare nella loro lingua: lo sanno. Anche i persecutori. Certo, questo non avviene sempre: può durare un consenso, o una soggezione, per esempio di donne nei confronti della clitoridectomia. (Un consenso che è difficile districare dalla soggezione o dalla paura). E' pressapoco il rapporto che ancora ieri veniva tenuto in vigore da noi fra "cultura" e stupro ("lei è sempre consenziente"); o fra "cultura" e delitto d'onore, eccetera. Vale il modello che, sulla scorta del "Giro del mondo in ottanta giorni", chiamo di Sir Phileas Fogg: la sottrazione della giovane vedova indiana, per quanto inebetita e cedevole, al suttee, il rogo funebre del marito. Naturalmente, fra la cavalleria di Fogg e l'astuzia di Passepartout da una parte, e i bombardamenti coi danni collaterali dall'altra, c'è una bella differenza. Infatti da lì comincia il problema.


maggio 1999

1

Luisa Adorno è una famosa scrittrice che ha pubblicato i suoi romanzi nella collana "La memoria" di Elvira Sellerio. E' uscito ora, nella stessa carta da zucchero, un suo nuovo libro, intitolato "Sebben che siamo donne", che racconta la sua vita: o almeno certi mesi e certi luoghi della sua vita. L'ho letto subito, un po' perché alcuni dei luoghi sono stati anche i miei, e soprattutto perché sono incantato del modo in cui le signore restano ragazze, e ci si può sempre innamorare di loro, a qualunque età loro e nostra se abbiamo il difetto di restare un po' ragazzi. Luisa Adorno racconta, con un'ironia affettuosa, e con un po' di sorpresa, le cose della sua vita che sono diventate "d'epoca": certe automobili, certe spiagge, la Resistenza. In un punto ricorda certe lettere che riceveva a Pisa in un'estate di guerra, da un innamorato laconico che però disegnava paesaggi sul retro della busta: " 'C'è il disegno!' annunciava il postino sventolando la lettera prima di metterla nel cestino che, due volte al giorno, a Pisa veniva calato dalla finestra per raccogliere la posta (ma in che secolo ho vissuto?!)". A me questo pensiero è venuto leggendo degli idrovolanti, che la Adorno descrive argentei e leggeri come libellule sulla laguna di Orbetello: anche in un Mar Piccolo della mia infanzia ammaravano e si alzavano idrovolanti, e i piloti si chiamavano aviatori. Le canzoni cantavano la loro bella vita. Sarà per tutti questi insulsi decolli da Aviano: in che secolo abbiamo vissuto. C'erano i postini, e gli idrovolanti.

2

Ho fatto una certa esperienza degli usi comparativi e transitivi della giustizia. Al mio primo processo, il pm spiegò alla corte che se io fossi stato assolto non si sarebbero più potuti condannare i mafiosi in Sicilia. Poi, nel corso degli anni, sono stato messo variamente a confronto con Priebke, con Berlusconi, con Craxi, con Scattone e Ferraro, e mi scuso con gli altri che ho dimenticato. Ora di nuovo con Andreotti. Destini paralleli, ha scritto Rondolino sulla Stampa, forzando letterariamente le cose. Il senatore Giovanni Pellegrino ha detto invece che per Andreotti ci sono meno prove che per Sofri. Mah! Di quelle contro Andreotti non so niente: delle mie sì e ne discuterò volentieri col senatore Pellegrino. Il cui raffronto, oltre che stravagante, non è neanche tanto augurale per Andreotti, direi. Mi scuso per la cattiva notizia, ma io mi trovo in galera.

5

Quante volte mi ritorna in mente di Primo Levi. Ora a proposito della plastica. Primo Levi, che nel Lager sostenne un esame grottesco e fatale presso il Reparto Polimerizzazione, amava il suo mestiere di chimico, e non esitava a lodare la plastica. Noi, senza mestiere, parliamo volentieri male della plastica. Voglio scusarmene. Guardando ogni giorno i trattori che rotolano fino alle frontiere col loro bestiame umano coperto da un telo di plastica. Guardando madri e bambini che passano la morte all'addiaccio distesi su un pezzo di plastica. Guardando tende fatte di stecchi e di sacchetti di plastica. Guardando gabinetti fatti di plastica nera da monnezza drappeggiata alla buona per proteggere il pudore delle persone. Sia benedetta la plastica.

6

Arrivano fin qua fuggiaschi dalla Sierra Leone. In quel paese (neanche 5 milioni di abitanti poverissimi, ma tanti diamanti) ci sono i governanti, i ribelli, e l'interposizione (l'Ecomog, soprattutto nigeriani). I ribelli occuparono Freetown, e quando dovettero lasciarla, lungo la fuga mozzarono piedi e mani a quelli in cui si imbattevano: così non avrebbero applaudito i "liberatori". Questo succede nel '99. A gennaio sono stati rapiti dai ribelli l'arcivescovo, tre sacerdoti, sei suore di Madre Teresa, e un gruppo di indiani. Uno dei sacerdoti, il missionario saveriano Bepi Berton, è nato a Marostica nel 1932, e sta in Sierra Leone dal '72. Ha aperto casefamiglia (soprattutto per gli ex ragazzi soldato) e scuole in tutto il paese. Quattro suore furono trucidate, padre Bepi riuscì fortunosamente a scappare. Ho appena letto il suo racconto impressionante, pubblicato in opuscolo dalla rivista "Tracce" ("Venti giorni da ricordare"). Impressionante sia la ferocia dei fatti, che la sobrietà del raccontatore. Un bambino gli ha chiesto se da grande gli sarebbe ricresciuta la mano. Padre Bepi si domanda "se siano giovani recuperabili coloro che sono stati coinvolti in tante atrocità"; e non risponde né sì né no. Lo cito perché in appendice riporta l'appello per l'adozione a distanza di quei ragazzi: a 50.000 lire al mese. Ci si deve rivolgere a padre Stefano Berton (tre dei dieci fratelli Berton sono preti), Missionari Saveriani, via Aurelia 287, 00165 Roma. Tel. 06393.66.929, fax 06393.66.925.

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Uscito dalla sua brutta prigionia serba, Rugova benvenuto! dovrà ora far fronte alla bella prigionia europea e, chissà, americana. Saranno in tanti, anche qui, a volergli far dire qualcosa: ma con le buone. Allora anch'io. Qualunque futuro si riservi, e gli riservino, sarebbe un gran peccato che Rugova non mettesse al primo posto dei suoi movimenti a piede libero una visita a Kukes. Senza lasciarsene impedire da ragioni di ordine pubblico, di sicurezza, o di opportunità. Né da propri possibili pudori. Questo penso. Del resto, faccia quello che vuole, e tanti auguri.
8

Ho un'antica simpatia per Rugova e i (molti) suoi compagni che hanno perseguito la migliore delle "Azioni Parallele "possibili per anni, scommettendo sulla solidarietà internazionale. Essendo quest'ultima mancata per altrettanti anni, era inevitabile, e Rugova lo sapeva, che prevalessero le impazienze militanti e militari, poi coagulate nell 'Uck. Continuo a sperare in Rugova e i suoi compagni, e a guardare con pena gli esercizi guerreschi delle reclute dell'Uck, ma non condivido il disprezzo con cui molti ne parlano. Soprattutto queste nuove reclute, tornate dal mondo intero dopo che le loro famiglie sono state spiantate e decimate, e mandate a uno sbaraglio ottocentesco, sono degne di ogni rispetto. Chi, nei loro panni, potrebbe facilmente sottrarsi al senso che sia quello il loro dovere? Due distinte osservazioni, invece, sugli spettatori. Gli americani: hanno preferito puntare sull'Uck, per una ragione "culturale "(rapporti più sbrigativi e facili, con quel Rugova che esita troppo, e per di più in francese) e una pratica, nella previsione che le cose andassero verso la prova militare. La scelta odiosa dei raid ha oltretutto rafforzato l 'investimento sull'Uck, truppa di terra supplente, benché scalcinata. Dopo di che, quando le regole del negoziato imporranno di liquidare l 'Uck, sarebbe auspicabile un qualche rispetto nei suoi confronti. Quanto a quella parte di nostra estrema sinistra che è la più agguerrita (è la parola) nemica dell'Uck: l'Uck è il coagulo litigioso di una serie di raggruppamenti più o meno arcaicamente marxisti-leninisti (o maoisti), fautori di una lotta armata di lunga durata o di guerriglia. In ciò simile ­fino alla recente ondata di arruolamenti provocata dalla deportazione di massa ­alla vicenda del Pkk curdo: come questo dai turchi, chiamato "terrorista "dai serbi; come il Pkk, accusato (con buone ragioni, suppongo) di finanziarsi attraverso il traffico di eroina, e di strumentalizzare la diaspora per la propria propaganda e il proprio finanziamento, eccetera. La differenza sta nel fatto che la Turchia è nella Nato e la Serbia no, e che gli americani stanno con l'Uck e contro il Pkk. Questo per dire che un giovane militante degli anni 70 ­ di quelli del Vietnam che vince perché spara: non ci sognammo di chiamarci pacifisti ­ si sarebbe arruolato con l 'Uck, non contro.

11

Caro Luigi Ferrajoli, coincidendo in me verso di lei la stima personale e la fiducia scientifica, ogni volta che cerco sostegno ai miei dubbi giuridici ricorro al suo "Diritto e ragione" (Laterza), le cui 1034 pagine sono per un prigioniero l'equivalente del Robinson Crusoe per un naufrago. Ed è lì, alla fine, che ho letto e riletto le sue considerazioni sui "Lupi artificiali e la criminalità degli stati". Lei rileva che i delitti degli stati, "guerre, armamenti, pericoli di conflitti militari e, all'interno, torture, massacri, sparizioni di persone rappresentano ormai le minacce incomparabilmente più gravi alla vita umana". La delinquenza degli stati ha tramutato spesso quell'"uomo artificiale che è lo stato" (Hobbes), nato per raffrenare gli "uomini lupi" che sono gli umani allo stato di natura, in un "lupo artificiale". Occupandosi del versante penale del problema, lei ricorda che il riconoscimento dei diritti fondamentali dei cittadini equivale all'affermazione di un loro carattere sovrastatuale e quindi internazionale. "Il vero problema, purtroppo, è quello dell'ineffettività delle norme di diritto internazionale che dovrebbero tutelare le persone dai loro stati". Lei argomenta che "se è stato legittimo limitare la libertà naturale degli uomini per proteggerne i diritti fondamentali, ben più legittimo è limitare, in nome del carattere sovrastatale di quei diritti, quella libertà artificiale degli Stati che è la loro 'sovranità'". E che i diritti minacciati da difendere "pongono all'ordine del giorno, come una necessità esattamente identica a quella che giustificò il vecchio stato nazionale, l'urgenza di un nuovo contratto idoneo a fondare uno stato di diritto internazionale". E poco oltre lei sostiene la prospettiva, "che appare oggi difficile e lontana" (era il 1989) "quanto meno dell'instaurazione di un codice penale internazionale che consenta la repressione dei crimini perpetrati dai governanti". Anche da questi pensieri, oltre che dall'esperienza delle cose che succedono (compresa l'impotenza statutaria e ancora più la viltà di fatto dell'Onu, come nella Bosnia) ho tratto le mie convinzioni sulla necessità e i modi di un'azione di politica internazionale e dei tribunali internazionali. Io auspico l'impiego internazionale di una forza di prevenzione e di soccorso e di punizione, e credo che il problema cominci da lì: quale e quanta forza. Mi piacerebbe discutere con lei del rapporto fra quelle sue pagine e la spaventosa persecuzione delle vite, dell'incolumità, e della libertà della gente del Kosovo. Saluti affettuosi.

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L'altro giorno, dopo che la prima potenza del mondo aveva bombardato la terza potenza, e il presidente della seconda potenza si era mostrato in televisione ad annunciare missili atomici, così in preda al marasma alcoolico e senile da costringere i suoi a censurarlo, e Ted Turner (uno che ha molto da perdere) ha dichiarato di temere la guerra nucleare, chi di noi può dire di non essersi seriamente interrogato sulla prossima settimana?

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Caro Daniele Biacchessi, mercoledì mattina ti ha telefonato, a Italia Radio, un energico sostenitore della intangibilità delle sovranità nazionali (tu hai provato a obiettare: "Anche se li deportano e li massacrano sotto i nostri occhi?") e, per rafforzare il suo punto, ha fatto un esempio: "Facciamo un esempio. Se io per strada vedo stuprare una donna, o assassinare una donna, e ho una pistola in tasca, posso tirare fuori la pistola e sparare?". La risposta è sì. E, ammesso che ne trovi il coraggio, anche senza pistola. E se no, almeno una telefonata alla polizia Mi ha colpito, l'esempio, perché difende senza volere una specie di sovranità statale degli stupratori e assassini di strada. Buon lavoro.

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Io sono contrario, contrarissimo alle intenzioni di un ruolo mondiale della Nato. Sono favorevole a un suo ruolo "regionale", nordatlantico ed europeo. Nel cui ambito mi auguro un ingresso contrattato nella Nato, in tempi ragionevoli, della Russia. Dico sul serio.

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Appena tutto ciò sarà finito, mi piacerebbe che si tirassero le somme anche sulla realpolitik geopoliticamente motivata. La quale è spesso cinica, ma questo può sembrare (per esempio a lei stessa) un pregio: ma è ancora più spesso del tutto irrealistica, e lungi dallo sventare guai maggiori in nome delle convenienze e della considerazione dei rapporti di forza, li combina, i guai maggiori. Magari si limitasse a escludere che le Germanie possano unificarsi: spiega per anni che la Bosnia è una creatura artificiale di cui bisogna rassegnarsi al sacrificio, in modo da garantire insieme il sacrificio e la permanenza della Bosnia; smercia auto e compra Telekom a Belgrado, e poi deve piangerne il bombardamento da parte di idealpolitici come i generali della Nato. Eccetera. Non è sempre vero, infatti, che tutto ciò che è ideale sia razionale; ma è spesso vero che ciò che appare reale si riveli irrazionale.

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Corrado Sannucci ha scritto un libro su Lotta Continua ("Lotta Continua. Gli uomini dopo") di cui posso parlare bene senza scrupoli, dato che nel prologo si rassicura il lettore: "In queste pagine non verrà mai citato Adriano Sofri". Sannucci appartenne a Lotta Continua, ma al suo arcipelago, non ai ministeri: nella periferia dove si scrivevano le canzoni, si giravano i film, si costruivano mense di bambini e si democratizzava, scandalo impensabile, la naia. Sannucci faceva e cantava canzoni lui stesso, e credo che continui a farne. E' romano, grande ­ adatto ai bambini piccoli e alle motociclette grosse ­ giornalista sportivo (a Repubblica) dalla penna generosa e delicata. La sua buona idea è che la periferia di Lotta Continua, il pulviscolo di attività satelliti, di sedi minori, di trasformazioni provate subito e non rinviate al futuro, fosse in realtà il vero centro della cosa, e che all'ombra di parole politiche crescesse, quasi senza accorgersene, una coscienza civile. Inutile e inapplicata (neanche tanto creduta) la proclamazione politica, preziosa la rosicchiatura democratica. La tesi sarà un po' vera un po' inventata, ma ha la virtù di non essere dimostrata per concetti, bensì raccontata per storie, di persone sole, di gruppi, di posti. Storie bellissime, che Sannucci sa raccontare di cuore, e senza retorica: e non dico altro, per discrezione. Leggete. Il libro è edito da Limina nella collana Fine Millennio (me ne sento un parente povero, avendo varato una collana Fine secolo) della quale vorrei citare un prezioso "Né tetto né legge", di Marco Ansaldo, in cui l'odissea dei profughi del mondo viene raccontata anche lei attraverso storie terribilmente belle.

19

Guardo con ansia il mondo attraverso la televisione: come essere nutriti via flebo. Ho visto il reportage di Channel 4 sul Kosovo, bellissimo, ragioni e torti, e soprattutto facce e corpi, di tutte le parti: serbi e albanesi del Kosovo, UCK. Mancavano, se non per la traccia degli incendi e dei cadaveri e dei cacciati (già allora, dunque, donne e bambini abitavano sotto un telo di plastica) i serbi militari e paramilitari. Dalla puntata di "Ragazzi del '99" ho saputo che Comiso ha rinunciato ai fuochi d'artificio della festa cittadina per riguardo verso i nuovi arrivati, che di botti ne hanno sentiti abbastanza: pensiero meraviglioso. Oggi ho letto che 120 profughi hanno fatto lo sciopero della fame per non scendere a Comiso, dopo aver scoperto che è a sud, addirittura più a sud di Bari. Vorrei saperne di più, di questo desiderio di nord, e di tutto il resto. Vorrei che Aldo Cottonaro, da cui ho sentito raccontare via via la Comiso delle lotte di floricultori, quella di Bufalino e di Giovanni Micieli, quella dei Cruise e quella della noia, mi scrivesse una lettera sulla Comiso kosovara, e sulle precauzioni prese per quando i festeggiamenti saranno finiti, e bisognerà sparecchiare con le facce tristi.

20

Scrivendo senza aver letto i giornali, non so quali concetti e parole del discorso del presidente Ciampi abbiano più attirato l'attenzione dei commentatori. Segnalo quella che mi pare la parola chiave: "Felicità". Felicità non è parola che si usi per caso, sia pure come libera traduzione di "salus". Felicità non è nel nobile elenco di libertà, giustizia, uguaglianza. E' parola di filosofi illuministi, di poeti grandi e infelici, di costituzioni ottimiste e di canzoni popolari. Forse è la parola - la parola, non la sua realizzazione - più italiana del vocabolario.

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Ci sono notizie sui giovani, e sulle madri. A Tirana, Blair arringa i profughi, che alzano un cartello, inquadrato: "You lead, we die". La cronista traduce male: "Se ci lasciate moriamo". Vuol dire in realtà: "Tu ci guidi, a morire pensiamo noi". I kosovari cercano di rassicurare l'occidente che, comprensibilmente, tiene a tutelare le vite dei suoi giovani: ci sono le nostre, di vite. Guerre invise alle madri: forse molte madri kosovare benedicono i figli che vanno. Negli applausi della folla dei deportati che scandisce "UCK" c'è qualcosa che ispira rispetto, e qualcosa che mette a disagio. Perché la traduzione di quel cartello può anche suonare: "Morituri te salutant". Lo stesso giorno, vengono segnalate almeno due importanti manifestazioni di madri serbe contro il richiamo dei figli e il ritorno delle bare dal Kosovo. C'è una differenza, forse di cultura, certo di situazione. Queste sono le madri cui le guerre sono maledette. Infine, c'è, da noi, la notizia Istat sui figli ultratrentenni che preferiscono restare in famiglia. Società, la nostra, imbelle, dunque magnifica, se il mondo non ne minacciasse il lusso. Società, anche, in cui si vive alle spalle (sulle spalle, diciamo) delle generazioni precedenti, sulle pensioni dei nonni, nelle case dei genitori: dilazionando un problema, e rinunciando a fare figli. Com'è diverso essere giovani (e madri) alla distanza di tre-quattrocento chilometri.

22

Mi sia perdonato un piccolo egoismo corporativo: per dolermi del ripetuto bombardamento del più popolato carcere del Kosovo, e delle persone che sono perciò passate dalla cella alla morte. Dia il cielo a tutti noi almeno un metro di terra libera, almeno un minuto di aria senza recinto, fra le cella e la morte.

25

Cara Ginevra Bompiani, ho visto in televisione Umberto Eco, Paolo Debenedetti, Fabio Mauri, Alberto Arbasino, Raffaele La Capria ricordare tuo padre Valentino, e lui stesso in vecchi e a volte sorprendenti spezzoni di interviste, e ho pensato a te. A quando curavo "Fine secolo", e tu avevi preso in appalto (ti chiamavo la mia altèra ego) prima l'ultima pagina riservata ai poeti, poi anche la penultima, riservata a giovani scrittori scelti e presentati da tuo padre. Ho pensato che era una bella attiguità, quella fra padre e figlia su due pagine dello stesso giornale. Ora ti mando un bacio, ma inutilmente, perché tu hai scritto sui giornali, però non ne hai mai letto uno, credo. Mah, qualcuno che ti telefoni si troverà.

26

Caro Paolo Mauri, è strano il modo in cui riempiamo le lacune della memoria di poesie e canzoni, o ne modifichiamo inavvertitamente qualche parola. Ora, trainato dall'impiego della parola "felicità" nel discorso inaugurale di Ciampi mi è tornato in mente Montale:
Felicità raggiunta, si cammina
per te su fil di lama.
Però nella mia memoria era avvenuta una trasformazione:
per te su fil di lana.
Strano. Per accorgermene ho dovuto arrivare alla rima del verso bello e orecchiabile, come un proverbio:
e dunque non ti tocchi chi più t'ama.
(Trovo nella tua "Opera imminente" la citazione da "Satura": "le rime sono più noiose delle/ dame di San Vincenzo").
Mi sono cercato una giustificazione. Quel fil di lama può disturbare, come lo scricchiolio di un'unghia sul vetro. Forse è il carcere a influenzarmi, con tutte queste persone che si tagliano il corpo e nascondono lamette sotto la lingua. C'è un gusto di punk e di fachiro in questo camminare sul filo di lama. E l'azzardo è quello della ferita, forse mortale. Tutt'altra cosa col filo di lana. Qui non c'è la minaccia del taglio e del sangue versato: piuttosto, della caduta. E un ricordo delle Parche filatrici. Una pesantezza tiene in bilico la felicità sul filo del rasoio, una leggerezza la tiene sospesa sul filo di lana. Non è poi così brutta, né così facilior, la lezione di lana. Quanto alla rima, ama è appunto fra le più facili, con un bell'effetto di canzonetta; ma si sarebbe anche potuto trovare un bel verso capace di finire, non so, in vana. Vana felicitas. Felix vanitas.
A ulteriore credito della mia involontaria variante (mia, e di quanti altri? gli altri come la ricordano?) c'è l'affinità fra la felicità raggiunta e il filo di lana che segna il traguardo, spezzato dal petto buttato avanti dal corridore. Ora il filo di lana non si usa più e si dovrebbe paragonare la felicità raggiunta a un fotofinish.
Io sono prigioniero ­ oltre che del resto ­ di una spartizione del mondo fra il nodo e il chiodo, e di unapredilezione pentita per il nodo. Anche di qui, probabilmente, il filo di lana. A Eugenio Montale il vento che stasera suona attento ricorda un forte scotere di lame ("Corno inglese"). Lui sembra attirato ("Meriggiare pallido e assorto") da ciò che punge buca e taglia:
una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
Però, ne "La casa dei doganieri":
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s'addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell'oscurità

Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

Qui ha camminato sulle tracce della felicità smemorata su fil di lana.

27

Caro Antonio Tabucchi, ora è arrivato un trentacinquenne nigeriano anglofono e triste, Henry Okumangba, che vorrei passarti in adozione a distanza. L'idea mi è venuta perché lui aveva letto Requiem, allora mi sono vantato di essere tuo amico e gli ho detto di provare a scrivere perché gli è piaciuto. Ecco lo svolgimento, di cui naturalmente non ho toccato una virgola; "Se l'arte di scrivere fosse un dono di Dio, Tabucchi sarebbe uno dei più favoriti fra i favoriti! Antonio ha potuto dividere la sua grazia con il mondo intero attraverso "Requiem". Con il suo tocco: quella combinazione di ironia, amarezza, malinconia e di tristezza, ci ha portato oltre il confine. "Rinascimento; una parola magnifica, significa rinascere, l'esumazione delle idee perdute all'umanità. Se tutti noi potessimo rinascere, certo che la vita è bella! Eppure la morte è inevitabile". Avevo una sorella che mi chiamava Jaiye, vuol dire: "Divertiti con il mondo", purtroppo non ha potuto recitare il suo nome. Era straordinariamente buona e molto vivace, quando eravamo bambini ero molto attaccato a lei, le confidavo tutto e anche lei. La morte me l'ha portata via per sempre. Però nella mia mente ha sempre avuto il posto in prima fila, quel pensiero di parlarle e rivivere un attimo la nostra infanzia. Chi non ha mai avuto lo stesso pensiero ebbene "requiem" di Tabucchi mi ha fatto capire come provare a realizzare il sogno. "L'amicizia è il rapporto più nobile che esiste fra gli esseri umani". Io posso ringraziare una carissima amica, che me l'ha fatto conoscere. "Venti bambini non possono giocare insieme per venti anni". "Requiem" (l'incontro dei fantasmi). Il protagonista è tornato in città della sua infanzia dopo tanto tempo d'assenza. Scopri che i suoi amici d'infanzia non c'erano più, "morti". Amareggiato, ma riuscì nella sua immaginazione un colloquio con gli amici che non c'erano più. Ha visitato il cancello dove ha passato la sua infanzia, il castello ormai dilapidato. Ho immaginato di aver perso un oggetto (orologio) che tenevo da anni, e che ormai faceva parte del mio sistema nervoso. Ho potuto provare quel sentimento che il protagonista abbia avuto nel vedere quel posto della sua infanzia ridotto a nulla. Il tempo passa, e col suo passare si cambiano le pietre, si cancellano le tracce, ma l'emozione che ho provato rimarrà indelebile nella mia memoria".

28

Dunque, sembra che le perquisizioni nel carcere di Rebibbia, legate all'indagine sull'assassinio di Massimo D'Antona, non siano affatto avvenute. Eppure per due giorni se ne era data vasta notizia, compreso il nome e cognome e la fedina di un detenuto perquisito, che non era stato affatto perquisito. Questo non è bello, in generale. In particolare, porta a descrivere le carceri come un luogo losco e allarmante. Le carceri, soprattutto di questi tempi, sono un luogo molto allarmato.

29

Strane idee della giustizia. C'è un tribunale internazionale all'Aia. Uno dice: ma la giustizia è uguale per tutti, allora perché non hanno incriminato i governatori cinesi? Bè, intanto perché è un Tribunale ad hoc per la Jugoslavia. Un altro dice: così si sabota la trattativa. Dunque, il Tribunale internazionale deve sottomettersi alle supposte convenienze extragiuridiche? Ancora: si muove su prove faziose, fornite dalla Nato. E' vero solo in parte, dato che alcune prove sono state raccolte direttamente, o attraverso l'Unhcr, l'Osce eccetera; ed è falso del tutto, dato che Nato e Usa hanno rischiato in passato fino a occultare le prove richieste dai giudici. E si può trovare sospetta la ragione che li ha spinti a mettere ora a disposizione le prove, ma non si può pretendere che la signora Arbour, Procuratrice canadese del Tribunale, le accantonasse in attesa di tempi più opportuni. Dice: la giustizia non deve essere dei vincitori, ma dei giusti fra i vinti. Bè, intanto il precetto sarebbe stato di difficile applicazione nella Germania del '45. Inoltre, il Tribunale del l'Aia non è dei vincitori, è delle Nazioni Unite, e non applica la legge del vincitore, bensì la legge. Il consiglio di far giudicare i criminali dai loro popoli vale quanto al giudizio politico, perché quei popoli dovranno governarsi liberamente: ma non li sottrae alla legge. A meno che, in nome della reciprocità, non si vogliano rendere i popoli corresponsabili in solido, dei crimini, dunque il popolo jugoslavo serbo della pulizia etnica contro il popolo jugoslavo kosovaro. Pochi organismi internazionali e nazionali hanno dato una mostra di scrupolo e indipendenza paragonabili a quelli che hanno contrassegnato finora il Tribunale dell'Aia, oltretutto fortemente ostacolato nel funzionamento pratico. Il suo componente italiano, già presidente, Antonio Cassese, ha mostrato, salva prova contraria, ammirevole competenza, saggezza, dedizione e libertà dal pregiudizio. In realtà, al Tribunale internazionale la generalità dei commentatori sembra assegnare un valore esornativo e retorico. Ai suoi giudici, fra i più stimabili e liberi del mondo intero, chiede di scansarsi quando c'è da lavorare, e di farsi una foto di gruppo, con quelle toghe così decorative, dopo le feste.

 

giugno 1999

1

Fra i malcontenti della decisione della Cassazione al nostro riguardo va forte l'argomento che chiamerò della fine. Un processo deve pur finire, dicono. Già, ma come? Indifferenti al come, questi commentatori confondono la fine con la mia fine. Capirete che io abbia delle obiezioni. Ma a parte il mio peculiare punto di vista (si vede poco, è tutto sbarrato) direi che questi commentatori pendono tutti da una parte. Anni fa il nostro processo era finito. Cinque anni fa. C'era stata una sentenza della Cassazione ­ delle Sezioni Unite di Cassazione ­ che aveva rinviato a un nuovo appello, e il nuovo appello si concluse con l'assoluzione di tutti. Chi avrebbe scommesso cinque lire sulla prosecuzione del processo? Nessuno, tranne un giudice togato che scrisse una sentenza "suicida", per costringere una successiva Cassazione ad annullare e ricominciare. Espediente più artificioso (uso un eufemismo) per protrarre un processo finito non si poteva immaginare. Tuttavia non ricordo che uno solo dei commentatori, alcuni dei quali sapienti e autorevoli, che oggi invocano la necessità di una fine, spendesse allora una sola parola, per deplorare la protrazione di un processo finito, e l'espediente che l'aveva provocata. Anche rispetto alla revisione, l'argomento della fine compare quando una sentenza ci dà ragione, e scompare quando ci dà torto. Esorto cortesemente i suoi fautori a rinunciare al loro cattivo machiavellismo riveduto: la fine non giustifica i mezzi.

2

Guardo al T3 toscano le mummie senesi ritrovate a Santa Maria della Scala, una delle quali sarebbe Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, e mi dispiace tanto che non ci sia Federico Zeri. Leggo le rivelazioni su Igor Markevitch grande vecchio del terrorismo (commento di Sandra Bonsanti, esperta sia di indagini sul terrorismo che di alta cultura fiorentina: "Di questo passo ci diranno che i comunicati delle Br li scriveva Eugenio Montale") e mi dispiace tanto che non ci sia Federico Zeri. "Nella villa di Markevitch": il quale non aveva una villa, abitava in albergo, e stette per un po', solo nel '45, in una dépendance dei Tatti. Bernard Berenson vi veniva incontro ­ mi raccontò Zeri ­ con un grappolo di glicine che gli pendeva dal bavero della giacca. Oltretutto, se Federico Zeri fosse stato vivo, non avrei avuto dubbi sull'architettatore di simili emozionanti scoperte ­ la mummia del Vecchietta ­ e di simili formidabili scherzi ­ Diaghilev, Nijinski, la principessa Caetani e il lago della Duchessa. Altro che Tognazzi, altro che Vianello. Avevo già capito dove si andava a parare, quando alcuni inquirenti assicuravano di avere da tempo "attenzionato" il problema. Aiuto!

3

Caro Vauro, tengo in serissimo conto le tue vignette, e anche di tuoi colleghi. Se perdessi voi, chi mi resterebbe? Vincino per esempio, che tanti anni fa mi porgeva un disegnino con una mano allungando l'altra per prendere i soldi ­ niente soldi, niente disegno ­ ora me ne fa uno e mezzo al giorno, e gratis. Gran lusso. Nell'ultima tua figuravo come "favorevole all'intervento di terra", e per punizione passavo da una galera ad una caserma. Io sono "favorevole all'intervento di terra". Sono costernato dal modo guerresco, devastante e vile in cui è stato sempre più condotto questo intervento, guastandone la motivazione di soccorso, costringendo chi auspica un diritto e una polizia internazionale ad abbandonare al suo destino di stupro strage e deportazione una nazione o ad appoggiare uccisioni di innocenti e distruzioni cieche. Io ero favorevole, e lo dissi, a un "intervento di terra", il primo giorno, quando si trattava di proteggere quella gente nella sua terra e nelle sue case, e di farlo coi metodi di una vasta presenza civile ufficiale e volontaria, e di una vasta "interposizione" militare, la cui potenza tecnologica avrebbe dovuto essere la riserva ultima, non la scelta esclusiva. Naturalmente non so né se fosse possibile, né quanto sarebbe costato: so quanto è costata la scelta dei bombardamenti da lontano e della devastazione. Quanto è costata agli albanesi kosovari, quanto alla gente jugoslava serba, e quanto all'aspirazione ad una legalità sovrastatuale e alla decisione di farla rispettare. Oltretutto, se si dichiara il fine primario di salvare vite e dignità di minacciati, non si può perseguirlo alla condizione primaria di non mettere a rischio vite proprie. Questo può avvenire in una parodia di guerra aerea, non in un'azione di polizia internazionale. Rifiutarsi ad un intervento dal cielo e ad un intervento di terra vuol dire, perché il terzo non è dato quando i mezzi del dialogo e della diplomazia siano elusi ed esauriti, rifiutarsi all'idea stessa di un intervento: dunque rassegnarsi all'omissione di soccorso. La quale resta per me la cosa peggiore. Appena peggiore di un soccorso deformato nella scelta di una "guerra" dall'alto in basso. Affettuosi saluti.

4

Il diavolo si annida nei dettagli. Ora l'espressione viene attribuita addirittura a Cernomyrdin - figurarsi! Dev'essere una traduzione libera del proverbio secondo cui il diavolo fa le pentole e non i coperchi, o che il veleno sta nella coda. Ma l'ambiguità è antica: le traduzioni la esaltano. E' il dio o il diavolo che si annida nei dettagli - o nel dettaglio? E si annida, o si acquatta, o semplicemente abita? E in ogni caso, lo fa per nascondersi, o per mettersi in agguato? O forse il dettaglio, essendo la cosa più preziosa e rivelatrice, è il campo stretto della contesa fra il dio e il diavolo? Rimando ad altri la soluzione, dalla sapienza greca a Warburg ai conduttori del telegiornale, limitandomi a enunciare l'unica versione accertata: il diavolo si annida nell'errore di stampa. Ieri ho scritto da qui a Vauro per dirgli: "Io non sono favorevole all'intervento di terra". E' saltato il non. Prima ne sono stato costernato, poi ho riletto e mi è sembrato convincente lo stesso. Probabilmente è il dio ad annidarsi nel dettaglio. E comunque, hanno tutti e due la voglia di scherzare.

5

I governanti e gli altri dirigenti politici d'Italia, d'Europa e della Nato hanno così commentato la pace diventata finalmente probabile: "E' la fine di un incubo. Sapevamo che dovevamo farlo, ma non sapevamo più come farlo e come uscirne. Dovevamo riportare i profughi a casa e punire la gang di Belgrado: ma che angoscia tutta questa distruzione di persone e di cose. Che disagio questa sproporzione di mezzi e questa sequela di errori. Che vergogna la distanza fra il cielo delle nostre bombe e la terra delle persone atterrite. Che paura di un contagio ad altri paesi. Che preoccupazione di vederci rinnegati dalla nostra opinione pubblica. Che ansia di veder guastato il principio dell'ingerenza umanitaria da un'applicazione cieca e devastante. Che sensazione di non riuscire a padroneggiare la macchina che avevamo messo in moto. Che rischio di abituare l'Europa alla lingua e agli atti della guerra. Sia ringraziato Dio, e la buona sorte: usciamo da un incubo".
Non vero: non hanno commentato così. Hanno detto di aver vinto. Ciascuno di loro poi (salve poche eccezioni) ha spiegato di aver vinto lui in particolare. Peccato.

8

Era bello andare a scuola. Si imparava un sacco di cose, specialmente dai compagni. Le primizie musicali in classe mia le portavano Mario Camicia da Londra, e Filippo Vassalli dall'America. Filippo ci introdusse a Mel Tormè: Frank Sinatra, spiegava, è il Mel Tormè dei poveri. A me sembrava un Sinatra più sdolcinato, ma non osavo dirlo. Mi iscrissi al club. Andavamo anche a vedere non so quale filmaccio, perché Mel Tormè ci faceva una comparsa, cantando South of the border down Mexico way in un saloon, o qualcosa del genere. Questo succedeva quarant'anni fa. Ora ho letto che Mel Tormè è morto: dunque era ancora vivo. Era molto ingrassato. Anche Sinatra, del resto. Chissà come stanno Mario, Filippo e gli altri: li saluto tanto.

9

Sono passati trent'anni dal '69. In Italia il '69 fu più importante del '68. Qualcuno lo sa e prepara numeri speciali. Ma la commemorazione è già avvenuta, ieri, quando la notizia sulla rottura delle trattative per il contratto dei metalmeccanici è stata pubblicata nelle pagine dell'economia. Sono tanti, trent'anni. (Questo avevo scritto lunedì: ci ha pensato subito Fossa a rimettere la politica al primo posto).

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La cronaca è piena di coincidenze simboliche che aizzano alla demagogia. Per esempio. Uno stesso giorno per la firma del contratto dei metalmeccanici, e il rinvio a giudizio (prima udienza: febbraio 2.000) per la strage di piazza Fontana, che fu compiuta trent'anni fa per far finire la lotta contrattuale dei metalmeccanici. Non solo per quello, naturalmente. Oppure, a piacere. Nello stesso giorno si firma il contratto di cessione di Vieri all'Inter, 80 miliardi, e il contratto dei metalmeccanici, 85 mila lire mensili d'aumento. Però scaglionate.

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Avevo saputo grazie al Tg2 la storia di Fausto Cirigliano, un uomo di 31 anni, e della sua cavalla di 21 anni, Rondella. Non avevo creduto alle mie orecchie. Ora l'ho risentita da Antonio Guidi, compresa la fine. Fausto è nato con una malformazione che impedisce la crescita e rende le ossa più fragili del vetro. Ha il corpo di un neonato ma l'intelligenza e la sensibilità di una creatura umana ­ solo un po' di più. Vive a Vaglio, in provincia di Potenza. Gli anziani genitori, il fratello e la sorella si sono presi amorosamente cura di lui. Ma soprattutto lo hanno aiutato a vivere un cane, Lupigno, e una cavalla, Rondella. La cavalla fa i lavori dei campi, e passa il tempo libero accanto a Fausto. Una meschina animosità spinge dei vicini a richiedere l'allontanamento degli animali dalla casa e dalla stalla dei Cirigliano, per ragioni "sanitarie". Benché in paese ci siano altre stalle nelle stesse condizioni, le autorità ordinano lo sgombero. I Cirigliano protestano che la perdita della cavalla sarà una tragedia per Fausto. Guidi chiede di sospendere la misura. Proroghe, ricorsi al Tar. Interrogativi: la cavalla (amata "come 'na cristiana") poteva essere considerata un "oggetto transizionale", come prevede la normativa psicologica? Il seguito lo cavo da un articolo di Carlo Vulpio sul "Corriere". Rondella è stata trasferita in una masseria. Fausto è morto: arresto cardiaco, è la diagnosi medica. La diagnosi dei vecchi del paese è: "Fausto è morto dispiaciuto". Guidi, che aveva temuto e annunciato questa fine, ha detto che "ha vinto la stupidità". Almeno qualcuno ha vinto.
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Tanto di cappello alla puntata tv di Andrea Purgatori sugli inviati di guerra. Due cose soprattutto memorabili (oltre a Ettore Mo). Il servizio sulla gara di passi e ceffi marziali e divise sfavillanti al confine fra India e Pakistan, che mostrava inequivocabilmente la natura della guerra fra quei grandissimi paesi: una sfida fra galli, con piume variopinte e bombe atomiche. Poi il reportage di Milena Gabanelli su Tony Poe, l'ispiratore del Kurz di "Apocalypse now" (e ispirato da "Cuore di tenebra"). Servizio girato fra San Francisco, la Tailandia e il Laos intimo, con mezzi tutt'altro che colossali ma con sguardo largo e comunque più che italiano. Colossale è il protagonista, e abominevole: ma in un modo che lascia turbati. Ci si chiede se si preferirebbe che la specie umana non annoverasse tipi simili, o se piuttosto, mancandole tipi simili, non verrebbe a mancarle qualcosa di rilevante e anzi di essenziale. Più vicino al cuore nero del genere umano, che non le supreme autorità militari e civili investite dai suoi insulti e dalla contabilità di orecchie mozzate, che non volevano seccature al traffico d'oppio. Uomini così, ammazzarli subito! Ma bisogna riuscirci: e se no, quando sono in pensione obesi e mutilati in California, andare a intervistarli, e registrare senza battere ciglio il loro parere di intenditori su quella puttana comunista di Jane Fonda.

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Naturalmente la vittoria di domenica ci riempie di orgoglio. In tanti, troppi, erano scettici al momento della nostra discesa in campo. Ma non ci monteremo la testa, e continueremo la strada intrapresa, fedeli agli impegni e grati alla gente generosa che ha accompagnato anche nei frangenti più difficili il nostro cammino. La nostra è una conferma della volontà profonda di rinnovamento che scuote il paese, e un premio alla squadra contro ogni leaderismo e personalismo. Veniamo da lontano: abbiamo tenacemente preparato questo risultato per 85 anni. Ora l'Europa è più vicina. Viva la Reggina.

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Siete stati a Cavriglia? Se no, andateci. E' fra la Valdarno e i monti del Chianti. Plurigemellata, denuclearizzata, tutto a posto. Arrivateci scendendo da Badia e Coltibuono. C'è anche un parco naturale. E un ex zoo, con animali enormi ed esotici, frutto di antichi scambi fraterni con località dell'Urss ­ un orso siberiano, o qualcosa di altrettanto ingente, se non ricordo male ­ e superstiti alla fine del comunismo. E' fra Firenze e Arezzo ­ il centro del mondo. Funghi, vino buono, giovani ecologisti e creativi che fanno teatro, musica. Giornali locali. Benvenuti ci ha girato "Ivo il tardivo". Ha più di settemila abitanti. Il sindaco si chiama Enzo Brogi, è bello, grande ed è stato rieletto con il 76,75 per cento dei voti. Altro che entrare in Europa. Se lo sognano, in Europa, di entrare a Cavriglia.

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Oggi è la festa di una donna che so io.

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Avendo letto che nel corso di un grande e intenso concerto sono state raccolte 4.500 lire per la Missione Arcobaleno, vorrei dire che in questo carcere furono raccolte e spedite alla stessa Missione lire 980.000, per iniziativa non nostra - di detenuti "notori" - bensì spontanea di detenute e detenuti "comuni" (e poveri, e con limiti regolamentari alla disponibilità di fondi) che avevano visto in televisione le file dei profughi, e li avevano riconosciuti parenti.

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Ci sono almeno tre cose di quelle che i vecchi italiani non avranno più voglia di fare, e che i nuovi italiani, venuti dal resto del mondo, faranno per loro; lavorare e pagare le pensioni; far nascere figli; andare a votare alle elezioni. Così gli immigrati poveri, oltre che alla voce stentorea: "Allarme criminalità", si dovrebbero iscrivere alle voci: "Allarme previdenza"; "Allarme natalità"; e "Allarme astensionismo".

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Un paese maturo. Tema. Una franca autocritica dopo la sconfitta elettorale. Svolgimento. "Coglioni, vigliacchi". "Bene, bravo, viva". "Teste di c". "Ancora, ancora". "Rotti in c". (Ovazioni. Molti non riescono a trattenere la commozione. Si va verso la riconferma).

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"Non v'è dubbio che gli ebrei d'Europa siano oppressi, ed è certo che molti di loro sono morti per un motivo o per l'altro da quando è iniziata la guerra. Se il numero delle vittime ammonti a decine di migliaia o, come affermano questi rapporti, a milioni, è un particolare secondario". (Da una circolare interna del Dipartimento di Stato americano, dicembre 1942).

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Uomini e topi: non si dovrebbe scrivere la storia degli umani senza affiancarla alla storia dei topi, e viceversa. Usati negli esperimenti scientifici, i topi danno agli uomini l'illusione di governarli ai propri fini. Ma ogni volta, le scoperte scientifiche degli umani si sono tramutate in un balzo in avanti della sovranità dei topi sull'universo. Ora gli scienziati di Filadelfia hanno inserito nel cervello dei topi dei microelettrodi capaci di rilevare l'attività di un numero ridotto di neuroni corrispondente al desiderio di bere e all'azione per soddisfarlo. Hanno poi collegato quell'attività neuronale a un computer che li ha a sua volta tradotti in un ordine a robot versatori di acqua. Risultato finale: il pensiero del topo, "Voglio bere", basta a mettere in azione il robot che versa l'acqua. Il topo che si procura da bere con la sola forza del pensiero fa da battistrada alle applicazioni umane, oltre che alle speculazioni teoriche e religiose. L'esperimento è senz'altro formidabile. Il suo autore principale (John Chapin, si chiama) aveva prima addestrato i topi a procurarsi da bere azionando una levetta che metteva in movimento il robotrubinetto: per identificare le poche decine di neuroni impegnate. Creatura meravigliosa e terribile è l'uomo, dicevano i tragici greci, che avevano un solo aggettivo per dire le due cose insieme, perché terribile e mirabile sono inestricabilmente connessi. In un documentario molto bello di Loredana Dordi sugli zingari, trasmesso da Raitre, c'era una ragazza di quattordici anni jugoslava di origine, che era stata a scuola solo due anni, e lo diceva con un gran rimpianto, parlava un italiano bellissimo e quasi letterario, mescolato di parole colloquiali e dialettali ­ l'incendio appicciato alla baracca, la capa che non è ancora pronta per il matrimonio ­ e mostrava il dito morso dal topo, mentre altri topi metodici percorrevano la scena dell'intervista. Quando avremo definitivamente conosciuto l'identità di pensiero e materia, e lo spirito non avrà più segreti per noi, resteranno da spiegare i rapporti fra topi di laboratorio e topi di campo nomadi, fra scienziati e topi, fra topi e zingare, fra robot di città e robot di campagna.

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Torno sugli zingari dopo aver visto la seconda parte del documentario di Loredana Dordi, i cui meriti , fra i commenti che ho visto, non sono sfuggiti ad Alessandra Comazzi, a Norma Rangeri e ad Aldo Grasso. Vorrei ancora una volta giustificare il mio attaccamento alla parola "zingaro", a parte la correttezza politica. Noi gagi abbiamo usato quel nome tanto per insultare che per lodare, rivelando il nostro turbato fondo d'invidia. Della parte brutale di quella ambiguità era esempio la leggenda sulle zingare rapitrici di bambini. Ora questo documentario ci ha mostrato, salve prove contrarie, il nostro Stato rapitore di bambini zingari. Tolti alle madri, e messi "all'Istituto".

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E' venuta la conferma anche dalla squadra femminile. Gli italiani sono quelli che sbagliano i rigori.

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La riflessione no. Avevo appena cominciato a essere triste per le elezioni, che sono arrivati i commenti della sinistra, unanimi nel dichiarare venuto il momento di riflettere seriamente. Questa intenzione di riflettere mi ha allarmato al punto da attenuare la tristezza, che del resto è un sentimento dolce. Bisogna guardarsi dal riflettere, e caso mai conveniva farlo prima. La riflessione, quanto più sarà "franca e impietosa", tanto più addomesticherà la botta, regalandole delle spiegazioni che non ha e non vuole avere. Qui si tratta di amori che finiscono. In tanti mostrano di non capirlo, benché il loro linguaggio ne sia la spia commovente: elettori che tradiscono una sinistra da cui si sentono traditi, interrogativi sull'anima perduta o sulla sottovalutazione del corpo. (In un paese che alla coppia anima e corpo ha sostituito genialmente quella: anema e core). Le elezioni perse significano che lo schieramento sconfitto "non mi piaceva più, l'ho lasciato, e sono andato con un altro ­ o ho deciso di restare sin Bologna proprio la volta che c'era una giovane coi capelli rossi, è solo un incidente più spiacevole. Se un amore finisce, tutto dobbiamo fare, tranne che riflettere e inseguire spiegazioni e rimedi: fattucchiere, chirurghi plastici, rovelli sul corpo trascurato a vantaggio dell'anima o viceversa, sull'abitudine che ha impolverato i nostri modi Se un amore finisce, c'è poco da fare: aspettare che il tempo passi, e ne arrivi un altro, magari più disincantato e ragionevole, e intanto qualche avventura senza impegno ­ oppure il suicidio. Ma la sinistra si era già suicidata prima, senza lasciare una lettera di commiato, di spiegazioni. E ora vuole riflettere Dio ce ne scampi. Lasci perdere le riflessioni, è estate, ci sono temporali romantici: si apra il collo della camicia, si sieda in qualche punto un po' alto ­ un promontorio sulle onde, o almeno una panchina alla Montagnola ­ lasci che il vento le passi addosso e le scompigli i capelli, se ne ha ancora, e pianga il suo amore perduto. Poi, all'imbrunire, si riabbottoni e torni giù, a rimettere in ordine la stanza e dare un'occhiata alla rubrica dei cuori solitari.

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Caro Luigi Manconi, siccome ti voglio bene e ti stimo, faccio qualche obiezione all'idea tua e di altri che la trasparenza carceraria possa fare sostanziali passi in avanti grazie a indagini condotte attraverso questionari ai direttori eccetera. O piuttosto: può crescere la conoscenza sui direttori, che è senz'altro interessante. La pubblicazione, magari solo per campioni di tempo e di luogo, magari senza nomi, dei rapporti e delle denunce stilati contro i detenuti dagli agenti penitenziari offrirebbe un materiale ricchissimo, giuridico e civile. Quanto alla conoscenza del carcere, non solleverò questioni drammatiche come le violazioni di diritti, le botte non denunciate, e tutto ciò che si perpetua all'ombra dell'invisibilità di tanta parte del sistema penitenziario. Faccio un esempio da quattro soldi. La spesa. Per i detenuti non privilegiati ­ cioè quasi tutti ­ è una funzione sacra. Non hanno soldi, e i pochi che hanno devono essere spesi con un'oculatezza preconsumista, e per cose essenziali: cibo, sigarette. Qui, e siamo in una situazione relativa fra le migliori, c'è la spesa due volte alla settimana (perché?). Le cose da mangiare, oltretutto più deteriorabili perché uscite da freezer (tutta la frutta e la verdura, per esempio: perché?) devono dunque durare almeno tre o quattro giorni. D'estate, durano sì e no uno. Ci dovrebbero essere, credo che l'abbia stabilito anche il ministero, dei frigoriferi. Non ci sono. I detenuti mettono i cibi nel lavandino e fanno scorrere l'acqua fredda (fredda, va da sé: acqua calda non ce n'è). Data la dissipazione di acqua, l'erogazione della stessa viene chiusa per alcune ore al giorno. Non è bello? E una storiella così circolare, quale questionario di direttori ispettori ed educatori la racconterà?
Il fatto è che i detenuti sono subcittadini: ma perché privarsi della loro voce? E', perlomeno etologicamente, interessante. Immagina di condurre un'indagine su un giardino zoologico. Siano interpellati i direttori e i guardiani: ma se gli animali in gabbia potessero dire la loro, non solo sulle angherie, ma sulla normale stupidità, non sarebbe bello? Gli animali non hanno voce (in realtà ce l'hanno, a volerla ascoltare), allora cambiamo esempio. Si indaghi sul funzionamento di un campeggio: bisognerà interpellare i campeggiatori. Ora, i detenuti non sono esattamente una cosa, né l'altra: non del tutto bestie, non del tutto campeggiatori. Una categoria a metà. Delle bestie recluse hanno tutto, sbarre, cattività, opacità del pelo, il divieto di accoppiamento. Hanno parecchio anche dei campeggiatori: la bomboletta del gas, le zanzare col divieto degli insetticidi, la coda per la doccia (tre docce alla settimana). Si potrebbe dire che sono animali di uno zoo contrario agli accoppiamenti in cattività, o campeggiatori forzati. L'unica categoria di clienti che non hanno mai ragione: però almeno sentirli!