Piccola Posta gennaio-marzo 1999

2.1.99

Vorrei tornare su questa vergogna delle evasioni. Nell'ultimo mese sono evasi tre da Rebibbia e uno da Milano Opera. Gente all'antica, con lenzuoli annodati. Quelli di Rebibbia erano "in custodia attenuata": avrebbero potuto uscire più agevolmente dal portone, ma si vede che sono tradizionalisti. Uno l'hanno ripreso alla bottega sotto casa. Quello di Opera però, maligno, ha approfittato della nebbia e delle ferie di Natale. Poi se n'è andato un ex brigatista che usciva, al lavoro esterno, tutti i giorni da otto mesi, secondo la previsione di legge, cui ha dunque trasgredito. Ma la forma di evasione più diffusa e subdola, perché si maschera in modo da essere ignorata nelle statistiche criminali, è il suicidio. Un centinaio di delinquenti all'anno se ne vanno così, a volte anche loro con le lenzuola dell'Amministrazione. E' ora di dire: basta.

5.1.99

Benché in questi giorni, per contenere i telegiornali, la sorveglianza nelle galere sia più stretta, migliaia e migliaia di detenuti, nostrani e stranieri, sono usciti e hanno partecipato, senza chiedere il permesso, invisibili e disciplinati, all'estremo omaggio a Mario Gozzini, uomo giusto. Poi sono tornati dentro.

6.1.99

La preziosa rassegna settimanale dell'"Internazionale" riporta un'intervista argentina di Eric Hobsbawm sul secolo che finisce. Hobsbawm, autore di studi capitali, ha avuto una imprevista fortuna popolare grazie a un suo manuale sul Novecento, e più ancora al titolo: "Il secolo breve". Si era già stabilito che il secolo cominciasse nel 1914: lo si è dichiarato finito nel 1989. Resta il problema di classificare quello che ci va succedendo: strascichi del vecchio, anticipi del nuovo (Dio scampi?). Dell'intervista voglio riferire due risposte che mi sembrano argute, forse oltre le stesse intenzioni. La prima sul "ritorno del marxismo", che Hobsbawm attribuisce alla diagnosi, di fronte alle peripezie del mercato globale, e non alla prognosi, ma che data, assai personalmente, così: "Due anni fa io stesso ho curato una riedizione del Manifesto che non ha suscitato il minimo interesse Ora persino la compagnia aerea United Airlines mi ha chiesto un articolo per la rivista di bordo". La seconda risposta riguarda una questione dannata del genere, se poteste tornare indietro, che cosa non rifareste. "Forse sarebbe stato meglio non fare la Rivoluzione d'Ottobre".

7.1.99

Il nuovo sindaco di Pisa era fino a poco tempo fa assessore della Regione toscana, e in questa veste aveva visitato con assiduità il carcere pisano, e contribuito efficacemente a iniziative socialmente preziose. Ora, diventato sindaco, non ha più diritto di accesso al carcere del suo comune. Mi pare che ci sia in questa legge, che rende il carcere invisibile al governo cittadino (e viceversa) un'incongruenza strana. Possono visitare le galere i parlamentari europei, nazionali e regionali. Non i sindaci: neanche ora che sono eletti direttamente. Non si dovrebbe correggere questa inversione del rapporto fra centro e periferia? A me è simpatico il sindaco di Pisa, ma direi che il problema vale anche per Milano, o per Napoli, e Porto Azzurro.

8.1.99

Ecco è fuggito / Il dì festivo, ed al festivo il giorno / Volgar succede, e se ne porta il tempo / Ogni umano accidente". Ecco, le feste sono passate. Sapete quella bella espressione meridionale: "Dopo le feste". E' latino, all'origine, ma poi è diventata un modo più morbido o più ironico (e perfino fatalista) per dire: mai. O piuttosto: quasi mai. Mio padre lo diceva sempre. "Mi compri la bicicletta?". "Dopo le feste". Ci sono sempre altre feste in arrivo. Mi piaceva ripetere le frasi fatte di mio padre, per sembrare uomo, e farlo ridere. Diceva, giocando a carte: "E' peggio che andar di notte", e: "Qua è di morte la malattia". In fondo, basterebbe cambiare di poco le parole per rendere meno brutale il mondo. Per esempio l'ergastolo. Fine pena: mai. Un emendamento così: fine pena, dopo le feste.

9.1.99

Al concerto di Bologna, in cui Bob Dylan era sbronzo, e molte cose erano pacchiane, ci fu quella scena memorabile fra il giovane Petrucciani e il vecchio Wojtyla. Petrucciani aveva finito il suo pezzo, e arrancò fino ai piedi della scalinata in cima alla quale era seduto in maestà il papa: e, appoggiato ai suoi bastoni, guardò verso l'alto, misurando l'impossibilità della salita. Il vecchio papa a sua volta guardava verso il basso, e l'impossibile discesa. Durò un po'. Poi Petrucciani si voltò e andò via, e sul viso suo, e su quello del papa, si vide un rammarico. Adesso Petrucciani è morto, e perciò correva tanto. Il papa è vivo, in gara col millenio che finisce. Si sa che i grandi del jazz si sono dannati, per compensare un'epoca in cui i poeti e gli artisti, con qualche eccezione, sono diventati distinti e membri di Accademie e tutt'al più tossicomani. A me, la distanza fra quel grande arrampicato sulla tastiera e il vecchio pontefice tremolante sul suo trono parve bellissima. Sembrava dire che Dio forse esiste, ma non ce la fa più a scendere fin qui; e, quanto alla sua creatura, anche la più dotata, com'era Petrucciani, non resta che dargli un'occhiata affettuosa e nostalgica dal fondo di una scala impossibile, e voltarsi e scomparire zoppicando dietro le quinte.

12.01.99

Ci sono notizie che vengono meglio in televisione che sulla carta. Per esempio, l'"errore tecnico" che anticipa il traguardo di uno sciatore (non norvegese) e lo posticipa a un altro (austriaco). Oppure gli insulti e gli sputi di una masnada di soci della Life (persone venete ostili alle tasse) su un cireneo ufficiale della Guardia di Finanza messo in mezzo. Oppure le manifestazioni degli allevatori, l'anno scorso, e gli scontri con la polizia, compreso un portafoglio sfilato di tasca a un manifestante, documenti, soldi e tutto. Eccetera. Sui giornali, per esempio, vengono meglio le interviste, quando sono fatte bene. Chissà perché i telegiornali sono pieni di interviste da seduti, e le notizie tipicamente televisive le passa Striscia. Io, se fossi Dulbecco, andrei a Sanremo.

13.01.99

Dunque, la divisione sembra questa: favorevoli agli albanesi, contrari agli albanesi, astenuti. Non saprei come votare. Ho degli albanesi la stessa opinione che ho degli italiani, e di ogni altro popolo: con quel briciolo di benevolenza in più che il padrone di casa deve all'ospite. (Dico per dire, dato il mio domicilio attuale: del resto così pieno di stranieri che la stolida formula "patrie galera" va almeno corretta, galere spatrie). Esattamente come coi calabresi o i veneti, vorrei che gli albanesi che tagliuzzano e sfregiano ragazze albanesi (e ucraine) e buttano a mare bambini albanesi (e curdi) venissero braccati, presi sul fatto, e castigati: e messi in galere. E che lo stesso avvenga per ogni tribù di questo mondo, con i suoi farabutti e con le sue vittime. Che questo si debba chiedere alle polizie, quelle nazionali e quelle internazionali. Lo stesso equivoco si ripete sulle galere. Il quiz sembra questo: favorevoli alla galera, contrari alla galera, astenuti. Sono favorevole alla galera, ributtante com'è, ogni volta che si tratti di impedire, secondo le previsioni di legge, di far del male al prossimo. Sostengo che la percentuale dei detenuti che sta in galera costituendo un pericolo reale e attuale per il prossimo è bassa: e alta è quella degli innocui, e dei poveretti. La galera è affare preminente di poveri e indifesi: e fra questi di malati e di "extracomunitari". Naturalmente, tutto ciò è troppo semplice e sensato per essere preso in considerazione dalle autorità d'ufficio e di opinione, e dal vento che gonfia a gara le loro gote.

14.01.99

Non è vero che le stragi in Italia restano impunite. C'è un ragazzo qui, infanzia difficile, famiglia infelice, che è arrivato presto alla galera, con quei reati fessi la cui sequenza si tramuta per tanti in un vero ergastolo a intermittenza e ci è rimasto. Nel suo curriculum c'è il seguente episodio. Una notte ciondolano per strada, lui e due amici, uno minorenne. Hanno bevuto, abbaiano alla luna, perdono tempo. Stanno appoggiati alla sbarra di un passaggio a livello chiuso, su una strada senza traffico. Il minorenne, per gioco e per ubriachezza, scuote la sbarra che si stacca dal suo sostegno. Gli altri raccolgono la sbarra, ne posano un'estremità sul sostegno, e l'altra a terra, in modo da coprire comunque la corsia della strada. Li trova, dopo un po' la polizia stradale. Dicono che non ne sanno niente. Vengono arrestati, processati e condannati tranne il minore per tentata strage: quattro anni e due mesi. Pena ridotta in appello, sempre per tentata strage, a tre anni e quattro mesi, interamente scontati. Quando gli chiedo: "Ma perché non avete detto come erano andate le cose, e che era stato una specie di incidente, e che vi eravate premurati di sventare qualunque conseguenza?", risponde: "Avevamo paura che ci facessero una contravvenzione forte".

15.01.99

Ho fatto così, ieri sera. Ho spalancato la finestra. E' una finestraccia con due file di sbarre grosse e una grata fitta. Non ci passa un dito: sì e no uno sguardo. E non c'è niente da guardare. Non faceva neanche freddo, ieri sera. Ho alzato molto il volume della televisione. Anche altri hanno fatto così. Il concerto di De André è uscito da ogni cella, ha riempito il cortile, e poi se ne è andato. Quando se ne è andato, ho richiuso la finestra e mi sono fatto un caffè. Com'è buono, il caffè. Pure in carcere lo sappiamo fare.

16.01.99

L'anno leopardiano appena finito è stato suggellato da una meravigliosa notizia, e stranamente sottovalutata, proveniente da quella Russia che è il più ricco giacimento di rivelazioni del fosco secolo morente. Nel 1959 Nikita Krusciov convocò gli scienziati spaziali sovietici e comunicò loro l'ordine di bombardare la luna con una bomba atomica. Il mondo avrebbe avuto la dimostrazione della potenza dell'Urss. Gli scienziati faticarono molto a persuadere il capo che nessuno, né occhio umano né sismografo, si sarebbe accorto di niente: e la luna sarebbe restata diafana e impassibile, indifferente all'atomica russa quanto all'interrogazione del pastore errante dell'Asia. La magnanima idea di Krusciov non mancava di precedenti, benché minori, come l'ordine impartito da un monarca persiano di fustigare il Mare Egeo. Seccato di dover rinunciare alla bella idea, Krusciov comandò di spedire entro l'anno sulla luna il satellite artificiale "Luna 1". Dovettero ubbidirgli, e poiché non erano pronti mancarono il bersaglio di qualche migliaio di chilometri. Secondo gli scienziati sopravvissuti e ora intervistati, è probabile che il "Luna 1" giri da quarant'anni nella sua orbita sbagliata "senza costrutto". Trovo questa espressione "senza costrutto" felicemente leopardiana.

19.01.99

C'è il momento della diplomazia, e il momento dell'azione. Al bordo fra i due c'è l'ultimatum. C'era. Dai giornali: "Nato: quasi un ultimatum a Milosevic". Il penultimatum. Quasi gol.

20.01.99

Caro Maurizio Maggiani, ti ho sentito, come guidatore di "La storia siamo noi" su Rai3, fare un complimento al tuo fiume, la Magra: "E' l'unico dal nome femminile". Tanto tempo fa lessi uno studio affascinante sul genere dei fiumi in italiano, scritto da una studiosa svedese: mi dispiace di aver dimenticato il nome. Mi viene in mente almeno la Stura, le Dore , Baltea e Riparia, la Bormida, la Scrivia, la Trebbia. Ma soprattutto sono persuaso da racconti d'infanzia che il Piave, prima della benemerenza patriottica, fosse anche lui femminile: la Piave. Qualcuno (Mauro della Porta Raffo?) confermerà o smentirà. Dev'esserci in una poesia che sentivo da mia madre, e di cui ricordo solo frammenti: il Piave parlava in prima persona, e polemizzava col Tagliamento, che, pur essendo maschio, "non tagliò un bel niente". E sono lì i versi: "Ma quando vidi accorrer d'ogni dove/ i bei ragazzi del Novantanove", che interesseranno anche il tuo e mio amico Enrico Deaglio, che ha intitolato così il suo imminente programma.

21.01.99

Gentile Bruno Vespa, ogni tanto, paragonando l'Italia al resto del mondo, la facciamo peggiore che non sia: e non è facile. Così, l'osservazione di Davigo, se non ho capito male, che lei ha ricordato, sul fatto che l'Italia è lo strano paese in cui non ci si accontenta di dire "è vietato", ma si dice "è severamente vietato", contraddice la formula inglese, piuttosto diffusa, "strictly prohibited" o "strictly forbidden". ("Strictly: rigorously or severely"). Visto che ci sono, vorrei ricapitolare, sempre per il buon uso dei confronti, i limiti di pena temporanea nei codici europei (escluso cioè l'ergastolo, pena illimitata). Il massimo di 30 anni previsto dal codice Rocco in vigore in Italia è il più elevato. In Francia, Belgio, Svizzera, Austria, Norvegia, Grecia e Lussemburgo il massimo di pena è di 20 anni. In Danimarca e Islanda di 16 anni. In Germania, Russia, Ungheria e Polonia di 15 anni. In Finlandia di 12. In Svezia di 10. In Spagna il massimo è di 30 anni come in Italia, ma la Spagna, in questi giorni citata a possibile modello, ha abolito l'ergastolo.

22.01.99

Ho letto la notizia della nomina di un ingegnere senegalese a segretario della Fiom di Brescia. Mi sono rallegrato, non tanto per la notizia, che dovrebbe passar per ovvia, ma perché non vedo l'ora che sia trascorsa una generazione, e che un signore excurdo sia direttore del Corriere della Sera, una signora exnigeriana sia presidente della Camera, un exmacedone di etnia albanese diriga Mediobanca, e un cantonese sia a capo dell'Istituto meteorologico dell'aeronautica. L'altro giorno sono stato travolto dall'intervista a una signora anziana e trafelata nel corteo milanese della Lega: "Prima di tutto, prendergli le impronte digitali!" Siamo tutti in posa, con le nostre facce e le nostre frasi, per un album memorabile su com'era l'Italia alla vigilia della scoperta dell'America.

23.01.99

Sono stati pubblicati i verbali dei colloqui fra Kissinger e Deng Xiaoping, nel 1975 a Pechino. Come sarebbero piaciuti a Leonardo Sciascia: specialmente quel dettaglio sulla tendenza di Aldo Moro "ad addormentarsi mentre gli si parla". Kissinger non si è impensierito dell'effetto sedativo dei propri discorsi, dai quali viceversa Moro era allarmatissimo, al punto che, probabilmente, fingeva di addormentarsi. Kissinger, benché studioso del Congresso di Vienna e della Restaurazione, si dev'essere dimenticato di quell'altro orientale, Michail Illarionovi´c Kutuzov, che dormiva con un occhio solo, l'unico che aveva, durante le riunioni dello stato maggiore, poi, al momento di prendere la decisione finale sulla battaglia della mattina dopo, riapriva l'occhio e diceva: "Bene, signori, la cosa migliore ora è di dormirci sopra". Naturalmente, questa è una leggenda, e Kutuzov non era proprio così. Neanche Moro era così. Una volta mi trovai, con altri giornalisti, al cospetto di Deng Xiaoping: sono così meschino che me ne è rimasta nella memoria solo la sputacchiera ai piedi della poltrona. Kissinger, che faceva addormentare Moro, e chiedeva a Deng di aiutarlo a sventare il compromesso storico in Italia, racconta anche che Deng ascoltava e non smetteva di sputare nella sputacchiera. Forse Kissinger è sempre stato un cretino.

26.01.99

Caro Fabio Mussi, vorrei esporre un paio di perplessità sulla proposta di abolire la presunzione di non colpevolezza dopo il secondo grado per le pene più gravi, tesa praticamente a far andare in carcere i condannati in appello, senza aspettare la Cassazione. Primo dubbio: si dice (lo si disse soprattutto dopo la fuga di Gelli) che la condanna in appello va considerata come una ragione sufficiente al pericolo di fuga, in modo da sventare la fuga tra l'appello e la Cassazione. Mi sembra ovvia un'obiezione: chi decide di fuggire, con la nuova legge prenderà il largo prima dell'appello, invece di aspettare la vigilia della Cassazione. No? Ma poiché la riforma sembra voler ora rispondere all'impennata dell'allarme sociale contro la criminalità diffusa e in particolare la sua componente "extracomunitaria", la mia obiezione, se non sbaglio, è la seguente. Per i "criminali diffusi" (inevitabilmente recidivi, e clienti abituali del carcere, nonostante sia stata abolita la dizione di "delinquente abituale") e per gli "extracomunitari" in particolare, la vigente presunzione di non colpevolezza non vale affatto. Essi, in gran parte, arrivano al primo grado già carcerati, o lo diventano dopo la prima condanna; non sempre arrivano all'appello, quasi mai alla Cassazione. I condannati che restano a piede libero fino alla pronuncia sfavorevole della Cassazione sono pochi, e quei pochi sono tutti fra i privilegiati per denaro e difesa. Nei confronti dei quali per esempio Gelli vale l'obiezione precedente: che basta che anticipino l'orario della fuga. Sarei contento di scoprire che queste mie obiezioni siano infondate. Perché se fossero fondate, mi farebbero temere fortemente che alla prossima impennata dell'allarme pubblico, si sopprimerà il secondo grado di giudizio. E così viavia! Cordiali saluti.

27.01.99

Come si sa, la Camera ha approvato all'unanimità una legge per la scarcerazione dei 300 malati di Aids conclamato. Anni fa, dopo che tre detenuti torinesi scarcerati ebbero compiuto alcune rapine, era stata negata la sospensione della pena a tutti i malati di Aids. I tre disgraziati morirono, inosservati, di lì a poco, ma il contrappasso spietato alle loro gesta disperate rimase: paghino tutti gli altri. La nuova legge stabilisce che chi commetta un reato torni automaticamente in galera, e fissa la condizione che gli scarcerati accettino una terapia stabilita (condizione della cui giustezza dubito fortissimamente, perché la libertà di curarsi a modo proprio, e dunque anche di non curarsi, mi sembra sacra). Sull'Espresso in edicola si legge il seguente articolo non firmato: titolo, "Aids, licenza di delinquere", svolgimento, " La Camera approva la proposta di legge che fa uscire dal carcere i malati di Aids (circa 300) per mandarli a casa o in affidamento al servizio sociale. Col rischio che diventino manovalanza privilegiata per i clan criminali. Quattro anni fa un'analoga norma favorì la nascita a Torino di alcune bande di malfattori che rapinavano banche su banche (sic). Quando la polizia li fermava, esibivano con aria beffarda il certificato di malattia; subito rilasciati, ricominciavano a delinquere. Dovette intervenire la Corte costituzionale. Ora la nuova legge condiziona la scarcerazione alla buona condotta in carcere. Ma se uno fa il bravo dietro le sbarre e poi, una volta fuori, torna a delinquere obietta un magistrato torinese chi lo spiega alle vittime?" Perché ho riportato il pezzo dell'Espresso? Perché è ributtante.

28.01.99

Gentili parlamentari, non riesco a persuadermi della legge sulla violazione giornalistica del segreto istruttorio. Non mi riferisco alla disputa sul bavaglio all'informazione eccetera. Mi riferisco all'idea, sempre rinascente con la forza delle abitudini inconsulte, che questa violazione debba essere sanzionata dal carcere. Si ammette l'esigenza morale prima che edilizia della decarcerizzazione, e poi si moltiplicano le nuove leggi che vanno a finire in galera. Col rischio evidente di un effetto da gride manzoniane. Quando invece l'effetto fossero davvero trenta giorni di galera, se io fossi un giovane cronista correrei a procurarmelo. Mi assicurerei in un colpo solo lo scoop triviale della rivelazione del segreto istruttorio e lo scoop, assai più ghiotto, di un reportage dalla galera (lungo: e poi riversato in instant book, "I miei trenta giorni all'inferno", "Il caffè dell'extracomunitario", eccetera). Ripensateci.

29.01.99

Caro Gianni Riotta, ho letto la pagina della Stampa da lei curata sul futuro della fraternità, finora troppo schiacciata da libertà e uguaglianza. Nell'intervista con Attali come nei pareri raccolti non ci si fermava su un cambiamento ovviamente decisivo: fraternità e sorellanza hanno infatti un significato tutto nuovo alle nostre latitudini (e massime in Italia), dove la caduta di natalità ha rarefatto l'esperienza dei fratelli e delle sorelle "carnali". In un mondo di figli unici, la nozione di fraternité non sarà più, se non per una minoranza, l'estensione ideale di una condizione "naturale": sarà per così dire disincarnata e disossata. Potrà diventare più superficiale e generica, o più importante e profonda, come succede a volte delle cose che si sono perdute e si rimpiangono e rimpiazzano: una fraternità da rimboschimento dopo l'incendio. Questo vale già anche per paesi come la Cina, dove la modernità della demografia obbligata da un figlio per famiglia convive con l'antichità dell'annegamento delle neonate. Lei sa che da sempre gli umani si interrogano sulla superiorità dei vincoli naturali ed ereditati o di quelli culturali e scelti: ognuno di noi nella vita ha ondeggiato da un lato all'altro, dal proprio fratello e sorella, se li aveva, ai frati e le sirocchie in Dio di Francesco, e al mondo di fratelli promesso ai figli dell'officina. Dalla parte dei primi, della legge del sangue e dell'amore, sta il proclama di Antigone, che si può rimpiazzare il marito o un amico, ma un fratello o una sorella sono insostituibili. Nonostante tutto, di un mondo in cui fraternità e sorellità si siano del tutto staccate dalla loro radice infantile, com'è per mille segni inevitabile, si dev'essere inquieti e in pena.

30.01.99

I medici penitenziari sono sempre in subbuglio, a difesa dei loro interessi di categoria, sicché, se non altro per questo, ci si può aspettare che difendano anche gli interessi muti dei detenuti. Ora leggo nei loro comunicati che nel piano ministeriale di risparmio sulla spesa sanitaria è compresa l'abolizione dei medicinali di fascia C e H. Dizione che comprende gli psicofarmaci, e addirittura i farmaci per la cura di scabbia e pediculosi (vulgo: i pidocchi). I detenuti che prendono psicofarmaci sono più o meno 15 mila, quasi un terzo del totale. Ora non c'è dubbio che in galera (e anche fuori) si facciano abusi di questi farmaci, con una trista combinazione fra il desiderio di anestesia dei prigionieri e l'intenzione sedativa dei carcerieri. Ma che in un deposito di sofferenze psichiatriche com'è la galera si tolgano dal prontuario gratuito questi medicinali, lasciandoli a carico dei detenuti che se li possono permettere, è singolare. I poveri daranno in smanie e peggio; i ricchi si sederanno a proprio carico. Quanto alla fascia H, anch'essa esclusa, comprende perfino tutti i farmaci per la cura della sindrome da Hiv, e dell'epatite virale, cioè la malattia in assoluto più diffusa. Ancora i medici penitenziari, annunciando uno sciopero per il 15 febbraio, protestano contro la soppressione della guardia medica in oltre cento carceri: dopo un anno, dicono, il 1998, in cui per la prima volta nelle galere italiane il numero dei suicidi avrebbe superato i cento.

 

2.02.99

Vorrei usare lo spazio di oggi per qualche chiosa. Intanto, Alessandro Smerilli mi ha spedito questa interessante postilla alla piccola posta su Borges, Charlot e Hitler: "Gabriele D'Annunzio, che è morto nel '38 ed era meno stupido di quanto comunemente si creda, una volta aveva scritto a Mussolini: ­ Guàrdati dallo Charlot dei Nibelunghi ­. Mussolini, com'è noto, non lo ascoltò".
Secondo: su Panorama in edicola, ho menzionato la traduzione di Paolina Leopardi del "Voyage autour de ma chambre" di De Maistre. La scrupolosa redazione ha aggiunto il nome proprio: Joseph. Però l'autore del "Voyage" è il fratello François Xavier, messo agli arresti dopo un duello. Joseph, il robusto pensatore antirivoluzionario, è autore prediletto dal responsabile culturale di Panorama, Massimo Boffa.
Terzo: sul numero precedente di Panorama avevo scritto di Fabrizio De André, di Marinella, e della ragazza Silvia albanese ammazzata a un lato di autostrada: articolo che il Foglio del lunedì ha avuto la benevolenza di ristampare. Alla fine dicevo che forse De André avrebbe provato compassione anche dei disgraziati assassini. Ora l'assassino confesso si è impiccato nel carcere di Pesaro. (Il richiamo a De André è venuto naturale anche a Maurizio Mannoni, che ha introdotto la notizia al Tg3 con le parole del Miché: "Quando hanno aperto la cella, era già tardi"). Infine: sul Foglio dell'altroieri citavo il record di suicidi nelle galere, e la soppressione della guardia medica notturna e festiva in 120 carceri italiane. Una di queste, credo, è Pesaro, dove il giovane assassino si è nottetempo impiccato. Non c'è nessuna connessione di causa fra le due circostanze: una triste coincidenza, sì. E' piccolo, il mondo.

3.02.99

Oplà. Dopo una lunga rincorsa, l'antropocentrismo ha fatto una capriola tale da fargli chiamare intelligenti i missili, e antiuomo le mine. (Applausi).

4.02.99

A me, che voglio bene a Silone, i documenti addotti a dimostrazione della sua collaborazione con la polizia fascista sembrano persuasivi. Obietto però al titolo: "Silone era una spia". Silone fece, a quanto pare, la spia contro i suoi compagni, e chissà per quali motivi, certo ignobili. Ma non era una spia. Era, come tanti di noi, moltissime cose, più o meno nobili. Solo alcune vite meritano di essere inghiottite per intero da una colpa, o da un'infamia, come da una cronicizzazione forse. Le altre sono vite, nel bene e nel male: uno è stato poeta, assassino, conduttore televisivo, stupratore, ammalato di tifo, catechista, e una volta ha vinto una gara di corsa campestre.

5.02.99

Gentile Sabina Rossa, ho letto l'intervista che, a vent'anni dall'assassinio di suo padre Guido, le ha fatto Enrico Arosio per L'Espresso, e desidero dirle qualcosa. Lei è restata sgomenta ("Non avevo mai letto queste frasi. Sono frasi terribili") per le frasi che Arosio le cita dal quotidiano Lotta Continua del 25 gennaio 1979: "Il fare la spia oggi in Italia è divenuto linea coerente di un Pci che s'è fatto Stato, e insieme a esso di un gran numero di militanti. Le bierre hanno messo insieme i piedi nel piatto del dibattito sulla delazione, ricordando quel è il punto di vista di un'organizzazione clandestina". Essendo stato anch'io sgomento, mi sono procurato le copie di LC di quei giorni. Il corsivo citato (del 26 gennaio), in realtà descrive il modo di pensare "clandestino", per concludere nel modo seguente: "Per mantenere l'efficienza interna è necessario considerare potenziali 'spie' da 'giustiziare' decine di migliaia di proletari militanti del Pci, che si distinguono dagli altri per il 'coraggio' di denunciarliSe va avanti così, le bierre dovranno sparare su altri operai sindacalizzati o del Pci". Dunque: articolo brutto, ma molto diverso dall'uso dell'Espresso. In quei giorni (e in realtà molto prima) le posizioni del giornale contro il terrorismo gli procurarono un'opposizione virulenta da parte di chi le considerava uno scandaloso tradimento del "movimento". La redazione venne occupata. Andrea Marcenaro, che aveva detto cose analoghe con Franco Travaglini, Gad Lerner e altri all'indomani dell'attentato a Casalegno, e il 15 gennaio aveva scritto, in un intervento esplicitamente intitolato "Delazione?": "Per quello che mi è possibile non voglio 'favorire' o 'avallare' nessuna morte. Ma non solo, voglio impedirne altre", il 27 scrive, a proposito di suo padre ("Ora che un 'delatore' è morto"): "Per Guido Rossa, lavoratore che credeva nel Pci, la scelta è stata anche morale e personale. Non si aspettava forse di pagarla con la vita, ma non credo si illudesse di non pagarla E' da quando siamo bambini che ci insegnano che chi fa la spia lo fa perché ne ha un tornaconto, un privilegio. Guido Rossa non pare ne abbia avuto un tornaconto, un privilegio. Continuava ad alzarsi alle 5 del mattino e tornava a casa quando il sole stava tramontando Se il coraggio e la coerenza sono valori positivi Guido Rossa, che era un uomo coraggioso, che aveva messo la sua politica al primo posto, non è criticabile". Non posso abusare dello spazio. Le mando però le copie del giornale, sperando di non dispiacerle. Non ho un fatto personale: nel 1979 Lotta Continua era sciolta da più di due anni, io ero via; il giornale pubblicò poco dopo, nel primo anniversario dell'attentato a Moro e alla sua scorta, un lungo inserto da me scritto che è ­ scusi la sbrigatività ­ la più radicale critica, non solo del terrorismo, ma delle teorie della violenza politica, che sia stata scritta allora e dopo. Non ho apprezzato la piccola infamia del pezzo dell'Espresso, che faceva seguire alla distorsione il nobile giudizio morale sugli ex giornalisti di Lotta Continua: "Alcuni di quegli intellettuali hanno fatto carriera". Chi sono? Lerner? Deaglio, che era il direttore, e aveva risposto alle minacce firmate Br stampando il proprio indirizzo di casa e i suoi orari abituali? Voglia accogliere i miei saluti cordiali

6.02.99

Ogni tanto trovo il mio nome sui giornali. A volte è citato per affetto, come nelle vignette di Vincino, di cui si capisce che muore dalla voglia di portarmi via di qui avvolto nella sua barba, e per consolazione mi disegna; o come nella notizia di ieri, su CohnBendit e i Verdi che mi candiderebbero al Parlamento europeo grazie di cuore e sul commento di mio figlio e portavoce Luca, che chiude bene la questione: "E' una cosa carina". Altre volte si tratta di maldicenze: umane, troppo umane. Altre volte di accostamenti sorprendenti, come quando la rivista Liberal, lamentando l'inadeguata mobilitazione contro gli abusi del processo per l'assassinio di Marta Russo, la contrappone alla vasta (e trionfale) campagna in mio favore: che c'entra? (Non sapendo niente di quel processo, ho però letto la critica più ferma e lucida dei metodi inaccettabili dell'accusa sul Manifesto, e con la firma di Luigi Ferrajoli: Liberal, cui è sfuggito, la troverà senz'altro importante). A parte tutto, si ha da qui uno strano rapporto con quell'omonimo che i giornali di tanto in tanto nominano. Un giorno andai a Urbino. Non so per quale stanchezza, o per la sindrome di Stendhal (una delle più spiritose invenzioni del nostro tempo), o per il corallo troppo rosso sul petto del Bambino di Piero della Francesca, mi sentii male, scesi dal Palazzo Ducale, e mi sdraiai con un braccio sugli occhi sulla panca di pietra. A un certo punto sentii dei passi leggeri e voci basse di bambini appena sopra la mia testa. "E' morto", disse uno. "No, dorme", disse l'altro. Una pausa, poi il primo disse: "No! E' morto". Restai immobile, mentre se ne andavano per i fatti loro. Così mi sento quando leggo del mio omonimo sui giornali.

9.02.99

Strana sorte del simpatico illusionista Casanova, che deve aver studiato duro per non far vedere il filo, ed è travolto da un'improvvisa e allegra popolarità perché i suoi esercizi mostrano la corda. Spirito del tempo: credulità vasta e superstiziosa, e incredulità ancora peggiore. Anche quando è senza fede, la gente non vuole rinunciare allo straordinario: ricorre al trucco, e non importa se si vede. Esempio della passerella annunciata per il giubileo appena sotto il pelo dell'acqua del Lago di Tiberiade, così i pellegrini ci potranno camminare sopra. Apparente conferma delle massime popolari (aiùtati, che Dio ti aiuta) e delle barzellette d'infanzia ("Abbi fede; e cammina sugli scogli!"). In verità, se Dio esistesse, inabisserebbe la passerella nell'ora di punta.

10.02.99

Che avete fatto domenica sera? Io ho guardato il Tg5. C'era il ministro Cardinale, a una festa del suo paese, e ha detto all'intervistatore: "Come ha avuto modo di vedere, qui non c'è il ministro: c'è Totò". Poi ho guardato "Mai dire gol". C'era Del Piero, e ha detto: "E' normale che i tifosi manifestino il loro disappunto e il loro appunto". Al giorno d'oggi, un carcerato non è più isolato dalla società civile.

11.02.99

Democrazia referendaria? Ormai basta che si annunci il proposito di una legge in Parlamento, che l'altra parte del Parlamento dichiara che indirà un referendum per abrogarla. Suicidio referendario del Parlamento. Salvi casi di semiunanimità parlamentare su un referendum, di cui riesce peraltro difficile spiegare a una signora islandese perché si terrà, dato che è assicurato un esito all'80/90 per cento, e costa quasi mille miliardi. Nostalgia di una comunità più piccola, e di un referendum agile, da cantone svizzero minore: per esempio per proporre a tutti, alla diciottesima settimana, di destinare i monte premi del gioco, non dirò ai fuggiaschi della Sierra Leone, ma ai terremotati di Colfiorito. Sarebbe bello, eh?

12.02.99

 

"Todavìa mirando las nubes pasajeras, Eduardo! No por mucho madrugar se amanece màs temprano". "Che viejo, estamos viviendo momentos de grandes cambios: el cambio de la temperatura del globo terraqueo, el dehielo de las masas glaciales, el choque del grande frìo de la Siberia con el gran calor del desierto del Sahara, y todo esto no cambia nada para nosotros, solo nos queda un brillo de esperanza con el retorno de la alegre primavera. Volveran también las oscuras golondrinas". "A lo mejor. Pero no es concretamente seguro que vuelva también esta vez la primavera". "Indefectiblemente tendrà que llegar. Cada vez. Para que muera algo, algo tiene que nacer. Por un problema de emisferios, yo nacì en el contario de la primavera. A veces me sucediò de vivir dos primaveras en un año. Y, viceversa, de perder dos al año siguiente. Lo ùnico que puede pasar, es que cuando una de las primaveras llegue, yo ya no estaré". "No estaràs màs en la carcel?" "Ni en ningùn otro lado. Al fin de cuenta, no estaré. Me iré despacio como tranco e' pobre". Hay dìas màs largos que puteada de tartamudo, por eso se entiende que tardan en llegar de Buenos Aires las cartas de Julieta.

13.02.99

Invitato a un matrimonio, Gesù tornò giù. Alla festa c'era chiasso, e i brindisi erano un po' indiscreti, tante richieste di autografo, e soprattutto ci volle una santa pazienza per farsi fotografare e filmare con tutti. C'erano anche dei ministri di Roma, e un giovane che si sporgeva mostrando un profilattico. Gesù non dovette far niente: il vino bastava e avanzava. Mangiò e bevve pochissimo, per pura cortesia. Addusse degli impegni e andò via, nel pomeriggio. Gli fecero un grande applauso, come in televisione e ai funerali. Lui andò a fare un giro nell'Italia centrale. Passò da Monterchi, poi verso sera ebbe fame, e andò a cena da un'anziana coppia di fatto, in provincia di Ascoli. New Age del cattolicesimo politico italiano. Torna un riguardoso interrogativo: si può essere cattolici restando cristiani? Dunque, si può essere cristiani restando italiani? E si può essere italiani senza essere cattolici né cristiani? Ed ex cattolici, italiani, eterologhi, cristiani di fatto, ebrei di adozione, musulmani di Otranto? Virtù cardinalissima: l'oscena ipocrisia. Lancio della prima pietra, e della seconda, e della terza. Il ricavato sarà devoluto all'acquisto di altre pietre. E su queste pietre, eccetera.

16.02.99

Fecondazione eterologa: anche i nomi meriterebbero un'obiezione di coscienza. Ogni tanto ce ne arriva addosso uno, già fatto, e non possiamo che ripeterlo mille volte al giorno. Il vocabolario è questione troppo seria per essere lasciato ai genetisti. E "coppie di fatto", poi! Qual è il termine opposto: di nome, di diritto, di parola? Pensi al nome, al diritto, alla parola, e vedi un biancore vaporoso con strascico d'organo, o almeno il discorso di una fascia tricolore. Pensi al fatto, e vedi una stanza a ore, un parcheggio d'auto, tutt'al più un cespuglio. Essi si nascosero. Di questa espressione spregevole dobbiamo essere responsabili noi miscredenti, che, così come non sappiamo fare funerali consolanti, non siamo riusciti a trovare parole meno sordide per chiamare i fatti della vita.

17.02.99

Leggo una frase di Victor Hugo (il più grande pubblicitario di tutti i tempi): "Giovenale condanna, Dante danna". Lo slogan scolpisce a meraviglia la divisione del lavoro fra i tribunali e le galere. Condannati nei tribunali, si sta in galera da dannati. Basta quella consegna, dalla giustizia che giudica a quella che ammucchia i corpi, a compiere la transustanziazione della condanna in dannazione. La condanna può essere giusta o iniqua. La dannazione non perde tempo con le distinzioni. In un'aula di tribunale, potete ancora illudervi che esista una giustizia. Gettate un'occhiata alla galera, e lascerete perdere. Il genio di Dante sta nell'aver disertato la banalità del tribunale, per precipitarsi tra i dannati.

18 sciopero

19.02.99

Un titolo diceva: "Silone era una spia". Ho obiettato che Silone fece la spia, com'è provato a sufficienza, ma non "era una spia". Era molto altro. L'obiezione è sembrata a qualcuno una debolezza morale. Può darsi. Ci sono donne cui è successo di prostituirsi. Vi piace il titolo: "Era una puttana?" "Ultima notizia: Arthur Koestler era uno stupratore". Non ricordo più di chi si cita un dialogo con un cameriere. "Io sono il cameriere". "Lei non è il cameriere, lei fa il cameriere". A Roma c'è quella rozza espressione: "Ce sei o ce fai?" Qualcuno ci è, qualcuno ci fa. Quando devo parlare di altri, mi conviene ripensare a me. Ho mai fatto la spia? Ho mai fatto la puttana? Sono stato vile? Uno stupratore? Specialmente quando gli altri hanno vissuto in tempi e luoghi di fuoco, e io no. Si corre il rischio di diventare troppo indulgenti verso gli altri? Forse: ma almeno si riduce il rischio di essere contenti di sé.

20.02.99

Qualche anno fa si abolì la maestra di scuola, moltiplicandola. Tre maestre per due classi. Mascherata da svolta pedagogica, fu, credo, una toppa occupazionale: nascevano troppo pochi bambini. Quelli nati ancora non ebbero più la loro maestra. Ebbero una maestra e mezza, a rotazione. Tema: le mie maestre. Ora si va verso il giudice unico e l'arbitro di calcio doppio. Ci sarà giustizia, finalmente? Bisognerà anche qui correggere un paio di espressioni. In piedi, entra la Corte. E: arbitri cornuti.

23.02.99

Messina, 21. Morto sui Nebrodi il duca Giuseppe Avarna di Gualtieri, che suonava le campane ogni volta che faceva l'amore. New York, 21. Il doppio fischio della sirena del Titanic, che accompagnò la morte di 1.500 persone la notte fra il 14 e il 15 aprile 1912, è tornato a risuonare nella commozione dei visitatori di una mostra itinerante. 1940. Ingrid Bergman: "E' il mio cuore che batte?" Humprey Bogart: "No, sono le campane di Parigi". Italia, fine '800. Quando che muore un prete/ suonano le campane/ piangono le puttane/ che han perso un avventor. Londra, 1615 circa. John Donne: "Per chi suona la campana?".

24.02.99

Caro Edoardo Albinati, ho appena ricevuto il tuo "Maggio selvaggio" (Mondadori, pp. 335, lire 30.000). L'ho solo scorso, ma tu sarai indulgente: uno sta in galera, è umano che rilutti un po' a leggere di galera. Il tuo libro ha il sottotitolo "Un anno di scuola in galera". Spero che basti a preservarlo dal possibile equivoco sul titolo, e non lo faccia annoverare in coda alla (stanca) produzione anniversaria sul '68: il maggio francese, gli scioperi selvaggi. Non so perché l'hai intitolato così. Mi ricordo: "Ben venga maggio/ e il gonfalon selvaggio" Perché l'anno scolastico penitenziario va da maggio a maggio? E' il tuo diario di insegnante per i detenuti di Rebibbia. Ci cercherò le loro storie, ma soprattutto la tua. Uno scrittore, libero o prigioniero, può essere più o meno interessante. Uno scrittore avventore perquisito all'entrata e all'uscita semilibero? semiprigioniero? mi incuriosisce di più. Uomo sandwich, che espone il fuori a quelli di dentro, e il dentro a quelli di fuori, e chissà che cosa gli rimane attaccato sulla faccia, e dentro la testa.

25.02.99

Sto aspettando la riapertura del mio processo. Al ventiseiesimo mese, leggo fra le righe di cronaca un paio di notizie che lo riguardano. A Palermo, i magistrati della Procura antimafia che hanno ereditato l'inchiesta sull'assassinio di Mauro Rostagno, scrivono fra l'altro che nel corso dell'indagine avvennero depistaggi istituzionali. Io ne scoprii e denunciai uno non da poco: il rapporto ufficiale agli inquirenti di un ufficiale del Ros che riferiva di aver ricevuto dal magistrato milanese che aveva condotto l'istruzione sull'omicidio Calabresi, l'assicurazione che l'omicidio di Rostagno era stato deciso e attuato in collegamento con il caso Calabresi, e dai suoi excompagni. Da me, in sostanza. Grazioso episodio, smentito a mezzo Ansa dal magistrato milanese, restato con tanto di intestazione timbri e firma nel segreto degli atti trapanesi, sfruttato dai miei accusatori nei processi per l'omicidio Calabresi, mai commentato da alcuno, mai seguito da conseguenze alle mie denunce, e in attesa di essere, come tanto altro, esaminato nella revisione che aspetto al mio processo. Ora i magistrati di Palermo parlano di "depistaggi istituzionali". L'altra notizia riguarda la denuncia, da noi presentata a Brescia, dei pregiudizi, delle pressioni e del le manipolazioni avvenute in due successivi nostri processi d'appello. Uno, conclusosi con l'assoluzione di tutti (compreso l'accusatore "confesso"), e tradito dalla motivazione "suicida" di un giudice avverso alla sentenza. Un altro, prima e durante il quale il presidente aveva formulato il suo pregiudizio, incitato i giudici popolari alla condanna, forzato le loro intenzioni. Per quest'ultimo caso la procura bresciana, pur sostenendo la provatezza degli addebiti, e deplorando il comportamento del presidente, aveva scelto di chiedere il non luogo a procedere penale, e così aveva concluso la giudice per l'indagine preliminare bresciana. Fra le testimonianze di quei giudici popolari, la procura ne aveva raccolta una in cui lo stesso presidente si congratulava per la compattezza colpevolista tenuta in occasione di una condanna per un imputato di criminalità comune, invitando i giudici popolari a tenere lo stesso atteggiamento nei processi successivi, il nostro e quello a Carlo De Benedetti. La difesa dell'imputato di criminalità comune denunciò anch'essa il pregiudizio del presidente, ricavato in margine alle testimonianze dei giudici popolari del nostro processo, e ricorse in Cassazione contro l'archiviazione della denuncia: la Cassazione ha ora dato ragione al ricorso, e torto all'archiviazione! Sono queste, finora, le notizie del ventiseiesimo mese.

26.02.99

Viva le donne.

27.02.99

Nel reportage sulla pena di morte negli Usa condotto da Ranieri Polese per il Corriere della Sera, si leggono questi dati (fonte: il Death Penalty Center di Washington). Con gli stessi capi d'accusa, i neri hanno il 38 per cento di probabilità in più dei bianchi di finire nel braccio della morte. Dei 1842 giudici che trattano processi nei quali è prevista la pena capitale, il 97,5 per cento sono bianchi; afroamericani e ispanici insieme sono in tutto 44.

2.03.99

Una vertenza assai aspra oppone i medici penitenziari ad alcune direttive che tagliano la spesa per medicinali e attrazzature, e riducano il servizio di Guardia Medica. Ne riparlo oggi per apprezzare la decisione dei medici di svolgere lo sciopero nazionale del 2 marzo nella forma dello sciopero alla rovescia: restando cioè regolarmente al lavoro, e devolvendo il compenso di una giornata al fondo di sussidio per i detenuti bisognosi.

3.03.99

Gentile professor Boero, l'ho sentita raccontare, a Geo, la scoperta che i suoi collaboratori e lei hanno fatto, a Lecce, sul ringiovanimento delle meduse. Scoperta presentata come la chiave di un possibile cammino a ritroso degli umani nel tempo, sicché si potrà, imitando le meduse, tornare embrioni, o bambini, da vecchi che si sia. Lei ha giustamente ridimensionato questa fretta. Che, oltre che imbarazzante, è come al solito strumentale. Bisogna essere altruisti, e felicitarsi che almeno alcune meduse riescano ad assicurarsi un'immortalità, una specie di metempsicosi dentro se stesse. Vorrei obiettare, di passaggio, alla nettezza con cui lei ha dichiarato che il polipo (octopus vulgaris) si chiama polpo, e che polipo è il nome di alcune forme di celenterati con una estremità dotata di tentacoli, che nelle meduse rappresentano uno stadio intermedio da cui le meduse si sviluppano per gemmazione (oltre che, in medicina, di certe escrescenze tumorali). Ora, il polipo, animale magnifico, si chiama anche polpo (o pulpo, o pulpitiello, dove è più amato, cioè più mangiato) nella sua derivazione latinopopolare, dove al greco si è aggiunto il termine polpa, che evocava evidentemente la consistenza della sua carne. Ma il greco polypous, dai molti piedi, è nato, credo, dal polpo octopus: animale cui i greci applicarono la loro curiosa ammirazione anche fuori dei pasti. Dico questo a difesa della abitudine di chiamare il cefalopode polipo, staccandolo oltretutto da un apprezzamento della carne che gastronomizza i nostri rapporti con lui. Bene: La vostra scoperta, lei ha raccontato, è andata così: che un suo collaboratore ha dimenticato in acquario le meduse che voleva studiare ("toritopsis nutricola", se ho capito bene) e quando, troppo tardi, se ne è ricordato le ha date per spacciate. Ma invece di trovare le meduse morte, le ha trovate vegete e tornate allo stadio di polipi. La storia è bella, sia per l'ennesima prova del primato del caso (che Freud non voleva chiamare così: il subconscio del suo assistente), che per la felicità mitologica della metamorfosi. Mi è venuto in mente Laotse, che era nato di settant'anni, o giù di lì, e poi tornava indietro. Mi è venuta anche in mente la discussione sull'ergastolo. Perché anche in galera ci sono degli studiosi di bipodi umani che, indaffarati in troppi esperimenti, a volte ne dimenticano qualcuno. Quando, a un tratto, se ne ricordano, si battono la mano sulla fronte e corrono a guardare dallo spioncino a che punto siano le salme. Ed ecco che trovano, seduto sul pavimento, un fantolino ricciuto di undici mesi ­ un polipo umano ­ che gioca con gli scarafaggi, pieno di risatelle e innocente.

4.03.99

Gentile Umberto Bossi, non essendo mai riuscito ad apprezzare una sua idea, ora che mi è successo mi sbrigo a dirglielo. E' la decisione, da lei annunciata, di lasciar passare in giudicato una condanna a 40 giorni di carcere, e di andarli a scontare. Non dico per scherzo. Tanto più che la civiltà di un paese guadagnerebbe molto dall'opportunità delle sue autorità pubbliche (a cominciare dalle amministrazioni di giustizia) di conoscere davvero la galera. E non conosce la galera chi non vi abbia sentito da una branda tutti i rumori della notte. Nel suo caso, mi dico che lei potrebbe forse far tesoro se non si lasciasse piazzare in qualche noiosa infermeria, naturalmente del vicinato, e della sua maggioranza maghrebina. Si imparano tante cose, si fanno tante amicizie. Non voglio fare la galera più bella di quel che è: è piena di lazzaroni, quasi come fuori. Ma istruttiva. A lei sembra che gli stranieri poveri siano intollerabilmente troppi al suo paese. Nelle carceri padane sono, in proporzione, assai di più. Anche senza volere, si imparano le lingue. Cordiali saluti.

5.03.99

Quanto al rispetto per le sentenze. Io, che ho taciuto prima delle sentenze, e spesso anche dopo, penso che il rispetto significhi solo una cosa: la loro materiale accettazione. Nel mio caso, ha significato venire a buttare il mio resto di vita in galera. Più rispettosi di così, si muore, no? Che il rispetto diventi insindacabilità logica, giuridica, morale, e perfino sentimentale (per cui si diventa attentatori del diritto se ci si dice addolorati da una decisione giudiziaria) è una cosa da pazzi. Borrelli ha intravvisto addirittura il tramonto del diritto dentro i commenti all'ordinanza bresciana sulla nostra revisione. Dunque Borrelli ha ritenuto di pronunciarsi ancora, per protestare contro la protesta. All'indomani della sentenza della Suprema Corte di Cassazione che censurava il rigetto milanese della revisione e argomentava la nostra buona ragione, Borrelli commentò pubblicamente che secondo lui la decisione dei giudici milanesi respinta dalla Cassazione era invece ben motivata. Medice, cura te ipsum. Infine, a chi ammonisce ragionevolmente che delle sentenze bisogna commentare le motivazioni, ricordo che io e altri abbiamo pubblicato tutti i testi delle sentenze, comprese quelle a noi contrarie, e che questo non è affatto bastato a indurre i nostri nemici a regolare le loro opinioni su quella lettura, piuttosto che sui loro pregiudizi.

6.03.99

Vorrei dire un paio di cose dopo aver guardato "Moby Dick". Gentile on. Mantovano, guardi che non è affatto vero che, mentre io non credo alla partecipazione di Marino all'attentato contro Calabresi, i miei amici e coimputati credano il contrario. Lei, che ha detto questo nel corso della bella puntata di Moby Dick dedicata alla signora Sharifa Salim Fatma, è stato male informato. Successe che in uno dei nostri tanti processi, uno degli avvocati di Pietrostefani decidesse di usare questo argomento di difesa: che anche ammessa la partecipazione di Marino, non ne sarebbe derivata alcuna prova della colpevolezza degli altri. Voglia prendere atto che così stanno le cose, e molti saluti. Gentile Liana Milella, mi permetta di farle un'obiezione. Anche se il Giornale, nella sua campagna per la signora Sharifa, fosse stato mosso, o commosso, da maligne intenzioni a carico della procura milanese eventualità non so quanto probabile, certo non provata quella campagna sarebbe lo stesso benedetta. Chiunque abbia dato mano alla scena finale di giovedì sera, con le parole straniere pronunciate da una sorella somalobravana a Londra a una sorella a Roma che muoveva le labbra in una preghiera, non può che essere benedetto. Lo dico essendo stato oggetto ricorrente di campagne inverse del Giornale, e non aspettandomene niente di meglio per il futuro. Non crede che abbia fatto bene Livia Turco a commentare: "Tutto merito del Giornale"? Con simpatia, la saluto.

9.03.99

Io non ebbi con Marino il colloquio di cui sono accusato, e questa è la verità, punto e basta. Verità provata, per chi ne abbia curiosità, negli atti del processo. Ammesso che sia così, ecco la conseguenza: se io, non colpevole e calunniato, mi dichiaro colpevole, esco di galera (anzi, non ci sarei entrato): se non lo faccio, crepo in galera. Ipotesi B (questa la formulo per mera completezza teorica): ammettiamo che io sia colpevole. Mi dichiaro colpevole, ed esco. Nego, e crepo in galera. Controprova. Marino è innocente e calunniatore: non fa un giorno di galera. Marino è colpevole e delatore: non fa un giorno in galera. La giustizia trionfa. (Applausi dal centro, da destra, da sinistra, e dal settore turco).

10.03.99

Gentile dott. Martone, le scrivo a proposito di un paio di cose che lei, nuovo presidente dell'Associazione nazionale dei magistrati italiani, ha detto l'altra sera a proposito del mio cosiddetto caso. (Non è un caso, secondo me). Lei, preoccupato dal clamore che lo investe, si è chiesto, e ha chiesto di immaginare, in quali condizioni i prossimi giudici della Cassazione si troveranno a pronunciarsi. Ma i giudici della Cassazione si sono pronunciati più volte, e l'ordinanza ultima a nostro sfavore contraddice frontalmente l'argomentazione della procura e della Corte della cassazione: e i commenti secondo cui sarebbe stata ragionevole l'ammissione di un processo rinnovato non solo non erano manifestazioni eversive, ma personali ripetizioni di ciò che veniva affermato dalla Cassazione. L'Associazione che lei presiede ha deciso di prendere una posizione ufficiale contro i commenti di critica o rammarico verso l'ordinanza bresciana: potrei forse temere, almeno quanto lei, che un pronunciamento così autorevole turbi esso stesso la serenità della Corte Suprema? Ammesso che la serenità dei magistrati sia vulnerabile (è umano che lo sia) sarà più sensibile ai generici commenti di rammarico o di dissenso da una sentenza, o alla protesta ufficiale della loro associazione? Com'è inevitabile, si ha delle cose una visione assai diversa, per quanto si provi a spostarsi un po' più in là dal ristretto angolo visuale in cui ci si trova. Io, poi, posso spostarmi di pochissimo. Ma le scrivo proprio a proposito dei punti di vista. Lei ha anche citato con sconcerto la mia frase sulla giustizia alla turca, che aveva tratto dai giornali. Frase che ripeto, così come l'avevo detta: che anche un paese ricco ha i suoi poveri e poverissimi, e anche uno stato di diritto ha i suoi condannati alla turca (non pochi, tra l'altro). Non mi sono affatto paragonato a Ocalan, al quale, braccato nella universale viltà europea, va la mia simpatia umana, non certo un consenso politico. Ho ripristinato, grazie all'attualità, l'accezione che in altri momenti sarebbe imperdonabilmente razzista del nome: turco. "Sono cose turche". Dunque non mi attribuisca, prego, l'intenzione di rendere più enorme col paragone turco l'enormità italiana della mia situazione, più che sufficiente. In cambio, troverà divertente (e magari imbarazzante) la conseguenza opposta a quelle mie parole, così come gliela trascrivo da una lettera che ho appena ricevuto. (La trascrivo anche per altri, come Indro Montanelli, che mi hanno rinfacciato la protesta turca). "Sig. Sofri. Io sono un cittadino turco. Sono detenuto di carcere di Matera. Voglio chiedere scusa di mio italiano, pero penso che Lei capisci. Io sono condannato di 17 anni reclusione per l'accusa di pentito. Motivi di scrivere questa lettere è vostro frase che ha fatto giro di tutte le tv italiano. Lei dicevo che: 'L'Italia è un paese turco'. Non ho capito bene perché avete detto questo frase. Lei, penso che mai vissuto Turchia. E' mai stato carcere di Turchia. Forse avete visto quello film di fantascenza 'Fuga di mezzanotte'. Prima di parlare altro casa, devo parlare di Italia. In vostro paesi dopo Usa più brutale carcere, e calpestano diritti umani. Io posso dare esempio pero lei no. Come mettiamo carceri di Napoli, Taranto, Pianosa, Bologna, Palermo, Cagliari ect. E vostro giustizia meglio che non parliamo. In Turchia pentitismo non esiste. Nessuno condanna per accusa di un pentito come me che condannato 17 anni. Io non devi spiegarvi come funzione vostro giustizia. Sapete bene. Avete sempre scritto contro Turchia causa di curdi. E vostro stampa hanno fatto mostro popolo turchi. Avete scritto che noi turchi uccidiamo curdi. Ma non è vero di niente. Piu de 800 anni voi europani (inizio di crociati) sempre stato contro turchi. Mai avuto simpatia confronti popolo turchi. Grazie vostra innamicizia, siamo stati sempre uniti. Se voi dare esempio per l'ingiustizia, per l'ippocrazia non devi indicare Turchia. Basta dire 'sia italiano' e noi capiamo vostra frase. Chiedo scusa se io stato scortese". Segue la firma. Quando si dice i punti di vista.

11.03.99

Cara Bia Sarasini, farei (oltre che la mia piccola pubblicità a Noi donne) una postilla al mio pezzo su Paolina Leopardi e sui sentimenti femminili verso il nome del padre, e del marito. Paolina aspetta, ogni volta invano, il matrimonio che le cambi nome, e alla fine, derelitta e orgogliosa, resta rannicchiata nel suo. Ho visto solo ora, grazie al carcere e alla tv pomeridiana, il film di Truffaut, "Adele H.", e mi sono accorto che si tratta della stessa storia. La figlia di Victor Hugo ama "alla follia" un suo tenente, arriva a mentire annunciando il suo matrimonio con lui, si firma col cognome di lui nelle stesse lettere a suo padre; e alla fine, quando il suo scacco è irreparabile e l'aspetta una lunga pazzia chiusa senza più nomi, pronuncia fieramente la frase: "Per niente al mondo io rinuncerei al nome che mi ha dato mio padre". Voi donne certo sì: io non avevo mai pensato abbastanza all'evasione promessa e alla doppia prigionia di questa anagrafe sentimentale. A parte le conseguenze civili, che cosa avesse davvero significato questo prendere il nome dagli uomini da figlie, da mogli, da suore.

12.03.99

Persecutio temporum. La lingua corrente, tanto più con la velocità di circolazione che le imprime la televisione, sbatte ormai di qua e di là come una bottiglia di plastica nello Stretto di Messina. La differenza fra perseguire e perseguitare è tramontata, fenomeno assai allarmante per persecutori e persegui( ta)ti. (L'inglese, prendendo anche lui dal latino, distingue però fra persecute e prosecute). Per non sbagliare, gli intervistati dei telegiornali dicono una volta perseguito, una volta perseguitato: al cinquanta per cento. Ho poi un dubbio neutro, da profano sulla questione della persecuzione. E' lecito difendersi e criticare, dice qualcuno, ma senza arrivare a insinuare la persecuzione. Non capisco però come mai la sola cosa che al Parlamento spetta di accertare, nel caso di un suo membro, sia l'esistenza di un fumus persecutionis. Dunque si ipotizza per statuto che sospetto di persecuzione possa esserci, e che vada sventato prima di passare all'arrosto. In lingua corrente, "persecutio" andrebbe tradotto come? Accanimento, probabilmente? La parola accanimento è diventata preziosa, negli ultimi tempi, proprio per occupare l'interstizio, che è andato dilatandosi a dismisura, fra la colpa e il dolo, l'eccesso di zelo e la persecuzione. Come in: accanimento terapeutico.

13.03.99

Una feroce forza possiede il mondo, e si fa chiamare diritto.

16.03.99

Gentile ministro della Giustizia, come lei sa, nelle galere italiane risiede una percentuale assai alta, e crescente, di stranieri, per la maggioranza di fede musulmana. Non esiste alcuna regola chiara e generale che riguardi il loro vitto. In molti luoghi, ricevono semplicemente lo stesso vitto degli altri, carne di maiale compresa. In altri luoghi, ricevono un vitto sostitutivo solo dopo averne fatto domanda personale: ciò che per lo più non fanno, e non sanno nemmeno, e comunque segna una disparità ormai senza senso (se non offensiva), dato il loro numero. Succede che due o tre volte alla settimana l'involtino di scadente salame o cotto o mortadella che costituisce il secondo piatto del giorno venga rifiutato da tutti loro, senza essere sostituito da niente (formaggio, l'uovo, la scatoletta di tonno). Le ricordo che molti di loro non hanno alcuna risorsa personale per la spesa, o i pacchi famigliari eccetera. (Per giunta, sollevando il problema di dove finisca quella grossa quota di salumi che viene regolarmente rifiutata). Ci sono ulteriori aspetti grotteschi, e io non li conosco neanche tutti. Per esempio, la prescrizione del "vitto islamico" è spesso competenza dei medici (!) come se si trattasse di una questione sanitaria: accanto al vitto epatico, al vitto edentulo, e alle altre deliziose dizioni relative. Com'è noto, certe prescrizioni alimentari (questa della carne suina principalmente) sono per le persone di fede musulmana ben altrimenti vincolanti che per altre fedi e costumi. Le ricordo anche che, all'ingresso in carcere, viene chiesto ai detenuti quale sia la loro religione di appartenenza, domanda che trovo tutt'altro che entusiasmante, e che non serve neanche all'unico risultato utile: quello di risparmiare ai musulmani (o agli ebrei praticanti, del resto) la superflua distribuzione della porzione di carne suina. Il problema mi sembra così importante per sé, e così incidente per il numero di persone coinvolte, da meritare una disposizione semplice e universale: che all'ingresso in carcere si chieda a ciascuno di dichiarare quale fra le modalità alimentari richieda, e comunicarlo alla cucina, per la quale oltretutto ciò non consiste in alcun aggravio di lavoro né di spesa.

17.03.99

Dal cortile del nostro passeggio si sentono le voci delle prigioniere, senza vederne i visi. A volte ridono. Fa piacere. Ogni tanto, di nuovo, si sentono le voci di loro bambini piccoli. Spesso piangono. Fa dispiacere.

18.03.99

Rigettando la nostra istanza di revisione, la Corte di Brescia aveva fra l'altro scritto, a proposito del diario della Bistolfi, le seguenti frasi: "Osserva questa Corte che non se ne possa negare il carattere di novità". Ma, essendo il brano più pertinente "privo di data"; essendo il testo "costituito da semplici fogli", ne "deriva l'impossibilità di definire quella proposta dagli istanti una prova certa ed univoca". Dunque, se le parole hanno un senso, poiché non si tratta in realtà di "fogli separati" bensì di un quaderno integro, e poiché ogni foglio segue una sequenza datata, ne deve derivare la possibilità, anzi l'obbligo di definire la prova certa ed univoca. Colta in un così flagrante svarione, la Corte di Brescia, rifiutando di correggere il proprio errore, ha ora risposto che il giudizio di rilevanza della prova contenuto nella sua ordinanza non andava attribuito a lei, ma alla Cassazione, da cui era citato. Tant'è vero, sostiene, che fra la parte che riportava il giudizio della Cassazione, e quella propria, la Corte bresciana aveva interposto una "cesura dei paragrafi, con la presenza nel bel mezzo della pagina di tre grandi asterischi". Bene: le parole che ho citato sopra si trovano tutte dopo la cesura e i tre asterischi! La Corte di Brescia imbroglia. Quanto alla pagina che precede, la stessa Corte di Brescia aveva scritto: "Riconoscere falsa la deposizione della Bistolfi sul punto avrebbe costituito una palese contraddizione col giudicato Non solo! Si sarebbe finito anche per apportare un apprezzabile contributo alla tesi difensiva del sospetto coordinamento delle condotte dei coniugi che la sentenza a sezioni unite della Corte di cassazione aveva segnalato come dato idoneo a fondare dubbi sulla loro attendibilità". Da un tal giudizio non solo la Corte di Brescia non aveva preso alcuna distanza, rafforzandolo anzi di punti esclamativi, ma ne aveva fatto il presupposto della sua argomentazione, sui fogli separati e non datati ­ cioè sul suo grossolano equivoco. Dunque, prima dei tre asterischi, e dopo i tre asterischi, la Corte di Brescia ha scritto cose inequivocabili, che ora ha preteso di rovesciare, imbrogliando, e vestendo l'impudenza dell'imbroglio con un tono di maleducazione inaccettabile in una conversazione privata, non che in un atto giudiziario. Naturalmente, se fa così, è certa di poterlo fare impunemente: ed è l'unica cosa che si può condividere con la Corte di Brescia.

19.03.99

Lafontaine è simpatico, ma si è sbagliato. Il cuore batte dalla parte della Borsa.

20.03.99

Ho convocato un pool di esperti dalle celle accanto per esaminare il pacchetto microcriminalità. Sullo scippo equiparato alla rapina, uno scippatore ha detto: "D'ora in poi basta scippi: solo rapine". Quanto alla maggior efficacia dell'azione di polizia, un extraeuropeo che ha girato l'Europa ha detto: "Qualche anno fa in Francia decisero qualcosa di simile. Successe che gli sbandati che andavano a scippare, da allora cominciarono ad andarci in gruppi più numerosi, e armati, per reagire con le armi se la polizia fosse intervenuta per prenderli. Le cose si aggravarono al punto che il governo dovette fare marcia indietro". Poi è intervenuto un ladro all'antica. "Il furto di appartamento di una volta, che era una forma di artigianato votato all'innocuità, di fatto è quasi scomparso, soppiantato dalle invasioni di disperati, per lo più tossicomani. Il furto semplice, com'è noto, non esiste se non sulla carta, essendo tutti i furti aggravati per definizione. L'ulteriore aggravamento di pene che sono già enormi spingerà un certo numero di ladri e scippatori a riconvertirsi nello spaccio". L'ultimo, un tossicodipendente, ha detto: "Non capisco come mai non si dica che gli scippi e anche, un po' meno, i furti sono reati tipici dei tossici, e dunque il modo di trattarli è direttamente legato al modo di trattare la questione della droga". La discussione si è, per il momento, aggiornata.

23.03.99

Un certo numero di personaggi, chissà se più per demagogia e per ignoranza, avevano ammonito che all'entrata in vigore della legge Simeone Saraceni le carceri si sarebbero "svuotate", e "15 mila criminali" si sarebbero riversati nelle strade. Le autorità competenti hanno comunicato il numero di scarcerati dopo otto mesi di vigore: 647. Allora, i più pervicaci, hanno aggiornato la loro versione. Le carceri non si sono svuotate, ma hanno mancato di riempirsi. Infatti, per effetto della legge suddetta, ha scritto a questo giornale Marco Travaglio, e ribadito l'Espresso in edicola, "negli stessi otto mesi circa 30 mila condannati definitivi non sono più entrati in carcere 3 mila solo a Milano". Dunque: la popolazione carceraria in Italia, che ammonta a 50 mila detenuti, fra imputati e giudicati, nel giro degli ultimi otto mesi, senza quella dannata leggina, sarebbe balzata a 80 mila detenuti. E quella dei giudicati sarebbe più che raddoppiata. In otto mesi. Chissà dove li avrebbero messi. Chissà dove andrebbero messi gli spacciatori di simili notizie. Per credere che siano solo imbecilli bisogna essere molto ottimisti.

24.03.99

 

Caro Dario Fo, tanti auguri. Sei nato quasi con la primavera, dunque. Chissà perché si inventò quel modo di dire che, a proposito dell'età, contava le primavere piuttosto che gli anni. Forse perché le primavere sono lievi, e gli anni pesanti. Certi anni sono così pesanti da non meritarsi neanche le loro primavere. Ti siano lievi la primavera appena nata, e il fosco fin del secolo morente.

25.03.99

 

Si sapeva già che la guerra è una cosa troppo seria perché la si lasci ai militari. Si è scoperto che anche la pace è una cosa troppo seria perché la si lasci ai pacifisti. In generale, il destino del mondo era fin dall'inizio una cosa troppo seria per essere lasciata al solo genere umano. Si chiamava questa consapevolezza in vari modi, soprattutto: gli dei, e: Dio. Anche i non credenti non hanno trovato ancora un nome più efficace, e dicono: Dio ce la mandi buona, e: Dio illumini la mente dei militari, e dei pacifisti.

26.03.99

"Morire per Pristina?" Si ricomincia ogni volta. Morire per Danzica? Per Barcellona? Per Sarajevo? Per Kigali? L'implicazione sottintesa è che si scelga fra morire per qualcosa o vivere. Che grossolano malinteso. L'alternativa è fra morire per qualcosa e morire per niente. Il mondo migliore sarà quello in cui tutti possano permettersi il lusso, oggi così riservato, di morire per niente. Tanto per morire.

27.03.99

"Quelli che vedete nelle immagini sono gli aerei invisibili".

30.03.99

Per due volte i giovani serbi hanno segnato la propria distanza dalla rozza brutalità del loro regime: disertando e alla fine andando all'estero allo scoppio delle guerre jugoslave, e riempiendo le strade e otturando le bocche di fucile nel '97. Là hanno imparato che ai movimenti più larghi e generosi occorre avere una qualche direzione, e non tre o quattro mezze figure impegnate prima a litigare fra loro, poi a vendersi ai propri bastonatori. Che, se non si vuole arrivare in fondo, se ne paga il conto. Milosevic aveva il paese bloccato e la milizia inutilizzabile; condusse le sue purghe (l'ha fatto in continuazione: la vecchia scuola di partito non mente) e aspettò. Basta aspettare, e i balli per strada finiscono. Anche ora, aspetta. Anche i bombardamenti finiscono. Può perdere tutto, le strade di Belgrado, le elezioni, la guerra; e conservare il potere. Chissà quanti fra quelli che occupavano scanzonatamente le strade e ridevano delle milizie speciali cantano ora inni marziali e patriottici, e comunque non li fischiano. Forse fra qualche mese quella Serbia, che non è l'Iraq, saprà presentare un suo conto, se la sua dittatura sarà ancora lì. Chissà dov'è il ragazzo che, mescolato con le decine di migliaia, manifestava nelle strade di Belgrado sventolando la bandiera della Ferrari: e in che bandiera si è avvolto ora.

31.03.99

Dite: la condizione che esigiamo da Milosevic è la fine delle repressioni e della pulizia etnica in Kosovo. Ma state attenti al terribile doppio senso che questa frase è andata assumendo giorno dopo giorno. Perché all'inizio significava: che la finiscano di perseguitare, uccidere e deportare. Ora rischia di significare: che abbiano finito di perseguitare, uccidere e deportare. Completata l'opera.