Gaetano Pecorella

A che punto siamo?

Da Una Città, giugno 1997.

Gaetano Pecorella, avvocato, è difensore di Ovidio Bompressi.


Una prima domanda d'ordine generale: nello stesso caso, senza che cambino minimamente le risultanze processuali, una corte decide di assolvere, un'altra di condannare. Basta una diversa interpretazione dei criteri che regolano la valutazione della chiamata in correità da parte di un giudice e l'imputato è condannata all'ergastolo o è libero. E' giusto questo?

Una premessa, sul piano delle regole formali, non c'è dubbio che i giudici sono autonomi nelle loro decisioni e non sono vincolati l'uno all'altro, salvo il giudice di merito a cui torna il processo dalla Cassazione. Questo perché, il nostro ordinamento, a differenza di quello anglosassone, basato sul "precedente", che, non avendo regole generali, è meno garantista e tende all'uniformità nei giudizi, vede come unico obbligo per i giudici quello di interpretare la norma. E, com'è noto, ogni interpretazione può essere diversa dall'altra.

Questo sul piano della tecnica. C'è però da dire che uno dei valori fondamentali della Costituzione è la certezza del diritto. La Costituzione, nel momento in cui ha introdotto tra i princìpi fondamentali dell'ordinamento italiano il principio di legalità formale, secondo cui "nessuno può essere punito se non in base a una legge", ha introdotto un criterio che tende, nei limiti dell'umanamente possibile, alla certezza del diritto. I cittadini devono sapere con certezza qual è il loro destino. E per garantire questo, non basta che il principio di legalità abbia come fonte esclusiva il Parlamento, si deve tendere all'uniformità delle decisioni e dei giudizi, all'omogeneità nell'interpretazione della norma, altrimenti la fonte non è più il Parlamento, ma i giudici. Da questo punto di vista, credo che il giudice non faccia buon uso della sua funzione se non tiene conto del fatto che, attraverso una sua decisione, può alterare inaspettatamente un criterio seguito fino a quel momento. A meno che la modifica non rappresenti una svolta nella giurisprudenza, il che deve pur essere possibile, pena l'immobilità e l'impossibilità di migliorare. Quindi, eccettuato il caso in cui si voglia dare una svolta con una sentenza pilota, il giudice dovrebbe attenersi ai princìpi consolidati.

Si è sempre detto, probabilmente in modo improprio, che le Sezioni unite della Cassazione fanno giurisprudenza... A cosa servono le Sezioni Unite?

Se si va alle Sezioni unite, vuol dire che una questione è particolarmente complessa perchè c'è contrasto di diritto. Quando le Sezioni unite intervengono, lo fanno per dare certezza a situazioni incerte.

Le Sezioni unite servono proprio a risolvere i conflitti giurisprudenziali e fanno giurisprudenza perché definiscono il principio che sino a quel momento è controverso. Ripeto, non c'è l'obbligo per il giudice di uniformarsi, perché il giudice dipende solo dalla legge; tuttavia, che si uniformi, dovrebbe costituire un principio non scritto.

E infatti normalmente i giudici vi si uniformano, perché non avrebbe senso andare alle Sezioni unite per un singolo processo. Se si va alle Sezioni unite per un singolo processo, lo si fa per risolverlo in astratto, perché valga anche per altri processi. Se ci sono due orientamenti giurisprudenziali, intervengono le Sezioni unite e individuano una di queste due posizioni come la più corretta o addirittura una terza, disattendendo queste due. Le Sezioni unite dicono la parola finale su una certa controversia. Poi, è possibile andare avanti, ma superando la Cassazione, non tornando sulle questioni da risolvere.

Ora, non c'è dubbio che nel caso Sofri si è in qualche modo colpita la sacralità delle Sezioni unite, di quell'organo giudiziario, cioè, che da sempre diceva l'ultima parola in materia di diritto.

Infatti, in questo caso, dopo la sentenza delle Sezioni unite c'è stato un ritorno alle posizioni precedenti...

Nel caso specifico, le Sezioni unite hanno individuato dei criteri di diritto per valutare e interpretare la chiamata in correità, aggiungendo che, proprio sulla base di tali criteri, la chiamata di Marino appariva non utilizzabile ai fini di un'affermazione di responsabilità.

Marino, su una serie di circostanze, anzi, direi su tutto quanto racconta dell'omicidio, viene smentito: smentito sulle modalità dell'incidente, smentito sulla manovra dell'auto e sul resto. Tutti gli elementi fattuali sono stati smentiti dalle testimonianze rese allora, a poche ore dagli eventi. Ora, è molto grave non solo che in un caso simile si sia creduto a Marino -e le Sezioni unite non ci hanno creduto-, ma che le Sezioni unite abbiano imposto un preciso schema di ragionamento che avrebbe dovuto valere per tutte le sentenze, mentre così non è stato. Lo schema di ragionamento era questo: "Non si può dire che i testimoni non sono credibili, perché è credibile Marino; si deve dire che Marino è credibile se coincide con quello che dicono i testimoni". Quello, invece, che non si può fare assolutamente è il riscontro al contrario, riscontrare, cioè, i testimoni su Marino: "Se un testimone dice una cosa diversa da Marino, ha ragione Marino". Una volta deciso che la testimonianza di Marino corrisponde alla verità, tutto viene confrontato con questa verità, per cui si ritengono non attendibili quelli che non sono in linea con lui.

Con i cosiddetti "riscontri oggettivi", a che punto siamo?

Devo dire che la norma attuale a noi sembra molto chiara, perché la relazione di accompagnamento al codice fa riferimento alla collaboration anglosassone. Questo significa che le dichiarazioni di un collaboratore non hanno valore in sé, ma lo acquistano solo se si trovano i cosiddetti riscontri oggettivi, che devono essere noti soltanto a chi abbia assistito al fatto particolare. Se uno dice: "Sono andato nel bar tal dei tali" e lo descrive, poiché è accessibile a chiunque, il bar non costituisce un riscontro. Se fosse vero, per esempio, che il Marino quella mattina ha visto una certa circostanza che altri testimoni riferiscono, tipo che una certa persona ha tolto una cassetta di frutta dalla strada e l'ha portata dentro il negozio (cosa, peraltro, risultata assolutamente non corrispondente alle testimonianze), quello costituirebbe un riscontro. In un secondo tempo, però, da parte della giurisprudenza, si è cominciato a dire: "Questo riscontro può essere anche un altro collaborante", dando così legittimità anche all'incrocio di dichiarazioni corroboranti. Questo è un principio di cui noi avvocati abbiamo subito avvertito la pericolosità, per vari motivi. Primo, perché le notizie girano; secondo, perché non è possibile che ciò che da solo non ha valore, lo acquisti se viene messo assieme a qualcos'altro che non ha valore: sarebbe come dire che zero più zero è uguale a uno. Inoltre, abbiamo la prova che i collaboranti concordano spesso le dichiarazioni. In processi recenti, si è scoperta la consuetudine di passarsi informazioni in carcere prima di decidere di collaborare. C'è poi un'ulteriore componente della logica perversa che riguarda i collaboratori pentiti. Se dicono tutte cose esatte, hanno detto la verità; se invece dicono una o dieci cose sbagliate, allora si dice: "Ecco la prova che non sono preparati o guidati da qualcuno, perché altrimenti non avrebbero fatto errori". Il pentito, cioè, è credibile per definizione. Credo che questa situazione sia frutto di un abbassamento del livello culturale della giurisdizione, e quindi di una mancanza di ricerca della verità attraverso la fatica dell'indagine.

Si è anche detto, a riprova dello stravolgimento di tutte le regole, che nel processo le varie Cassazioni sono entrate nel merito...

Credo che la portata politica di questo processo abbia in qualche modo travolto il corretto rispetto degli ambiti a riconferma di quella che ritengo una verità riscontrata: quando un processo è politico, si uccide il diritto.

Questo lo si ricava da tutte le sentenze della Cassazione, perché la sentenza della Cassazione a Sezioni unite, la seconda sentenza che ha annullato il giudizio di assoluzione e quest'ultima sentenza che ha confermato la condanna, sono tutte sentenze che hanno preso in esame l'attendibilità di Marino, cosa che a mio avviso non avrebbero dovuto fare. Avrebbero dovuto dire, invece: "I princìpi sui quali si è valutata la chiamata in correità non sono corretti", oppure: "La motivazione con cui si è giustificata l'assoluzione è insufficiente e contraddittoria". Invece, ogni volta, pur toccando la questione di diritto, hanno finito per valutarla nel merito.

C'è un punto in cui la Cassazione non solo entra sicuramente nel merito dei fatti, ma fa addirittura un'osservazione che non corrisponde assolutamente agli atti. "Marino ha sempre affermato che l'incidente era avvenuto all'interno del parcheggio come risulta dalle sue dichiarazioni richiamate con diverse interpretazioni dalla sentenza delle Sezioni riunite", queste le parole più o meno testuali. Tuttavia, se c'è un dato certo è che Marino non ha mai sostenuto, almeno fino a un certo punto, che l'incidente fosse avvenuto all'interno del parcheggio. Infatti, in un primo tempo ha affermato: "E' avvenuto l'incidente", senza precisare meglio. E siccome l'incidente notoriamente era avvenuto all'angolo, sembrava far riferimento a quello. Poi, al dibattimento, entrando nello specifico, ha spiegato: "E' avvenuto sullo scivolo del parcheggio", precisando: "Io stavo uscendo e quest'altro, Musicco, stava entrando". Infine, quando siamo andati sul posto, ha detto: "Qui è avvenuto l'incidente" ed eravamo all'interno del parcheggio. Allora, quando la Cassazione scrive: "Ha sempre detto che è avvenuto all'interno del parcheggio", al di là dell'errore o comunque della non corrispondenza agli atti, dà una motivazione da sentenza di legge, non una motivazione da Cassazione: siamo di fronte a scelte mirate. Questo si può dire anche delle Sezioni unite, perché anche loro sono entrate nel merito della credibilità di Marino. E' chiaro che sono scelte che possono anche toccare la coscienza del giudice -se vogliamo dare un'interpretazione benevola: se il giudice è convinto che Marino non sia credibile, essendo l'ultimo giudice a cui ci si può rivolgere, afferma che non è credibile, per cui gli imputati vanno assolti, oppure che è credibile e quindi i tre imputati vanno condannati. Però, per lo meno, sarebbe auspicabile la presenza di una Cassazione che osasse dire: "No, hai sbagliato, perché gli elementi di fatto non sono questi". Questa è una sentenza da Corte d'Appello che commette quelli che noi chiamiamo "travisamenti dei fatti".


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