Pannella: &laqno;Dietro lo sciopero della fame deve esserci speranza, non disperazione»

Fernando Proietti

dal Corriere della Sera, 31 ottobre 1997


ROMA - &laqno;Uno sciopero della fame non violento deve essere una scelta di speranza e non di disperazione». Marco Pannella parla con pacatezza e anche con sofferenza di Adriano Sofri, recluso insieme a Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani nel carcere di Pisa. Tutti e tre oggi sono in attesa di una grazia, forse impossibile, e di un indulto che sembra sempre più lontano nel tempo. E chi meglio di lui, il radicale che quasi per "una autentica pulsione intellettuale" volle adottare l'effigie del mahatma Ghandi per il suo partito (come scrive Massimo Teodori nel suo libro su Pannella "eretico liberale"), sembra autorizzato a dire la sua su forme di lotta politica, come lo sciopero della fame, inusuali nel nostro Paese. Una scelta nonviolenta impensabile per quella generazione che ha attraversato la stagione turbolenta e spesso anche violenta del Sessantotto. Quanto alla vicenda Sofri-Calabresi, Pannella sollecita un "bagno di verità" da parte di chi sa, e magari è stato pure testimone ("sono tantissimi", rileva Marco), sulle morti di Pinelli e Calabresi. E a giudizio di Pannella la via maestra per soddisfare questo &laqno;bisogno» di verita è solo una: la revisione del processo.

Allora, Pannella, cosa ha da imparare Sofri dalla lunga serie di scioperi della fame e della sete, tra cui uno particolarmente drammatico nel '71, da lei messi in atto per rompere il muro del silenzio che circondava l'azione dei radicali?

"Adriano è forse l'unico politico e giornalista italiano che, almeno a partire dal '76, abbia riflettuto, scritto, e da par suo, sui nostri e sui miei scioperi della fame. Spesso ci è stato accanto, ci ha difeso. Per quel che riesco a comprendere, oggi la loro iniziativa nonviolenta è di straordinaria mitezza e forza".

Perché parla di iniziativa "mite"?

"Perché Sofri, apparentemente, non chiede nulla. O nulla di preciso. Chiede, semmai, che siano lo Stato e gli altri, in nome dei quali la sentenza è stata pronunciata, a trovare una soluzione precisa ai problemi posti da una vicenda violenta e condotta da istituzioni civili e giudiziarie altrettanto violente. Ecco, direi che Sofri si rivolge a tutti coloro che sanno, che conoscono, tutta o in parte, la verità storica di quegli anni. E chiede che questa verità storica diventi anche verità giudiziaria. Insomma tocca agli altri, anche allo Stato deviato, imporre la revisione del processo".

Ma cosa può suggerire Pannella a Sofri di fronte a una forma di protesta che alla fine potrebbe avere anche un esito tragico?

"Uno sciopero della fame deve essere una scelta di speranza e non di disperazione. Quindi si tratta di una scelta sicuramente intransigente e rigorosa ma, al tempo stesso, Sofri e i suoi amici debbono guardarsi bene dal pericolo di finire in quella che io definisco una sorta di accanimento psicologico, di voglia di solitudine a cui, e lo so bene, può portarti il digiuno. Per questo penso abbiano un grande valore gli atti di amicizia, di dialogo e di solidarietà nei confronti di chi effettua un digiuno nonviolento".

Ma Sofri e i suoi compagni come potranno evitare di entrare in quello che lei chiama una sorta di "accanimento psicologico" autodistruttivo?

"I consigli si danno, oppure no, soltanto se richiesti. Anche quelli tecnici di sopravvivenza. Io posso dire che amo Sofri e ho fiducia nella sua tenuta psicologica e in quella dei suoi compagni. Ad Adriano, inoltre, porto molta riconoscenza. Il consiglio a dire tutta la verità posso rivolgerlo, invece, agli altri. In primo luogo a quanti hanno operato nelle istituzioni della giustizia e della polizia. Penso, inoltre, alle decine di persone che sono state, necessariamente, testimoni dell'accanimento, se non dei reati, che poi sono risultati determinanti per trasformare il processo Sofri in una vera e propria esecuzione da parte di giustizieri violenti e, a volte, anche vili. Ma la verità va ricercata pure sulla morte per omicidio, preterintenzionale o premeditato, di Pino Pinelli. Abbiamo grande bisogno di verità contro l'Italia di ieri e di adesso".