Il carcere di Sofri
di Barbara Palombelli

 

PISA - "Sto pensando, in questi giorni... al desiderio di scomparire, alla fortissima esigenza di andarsene che provòAlex, Langer... Alla costernazione che gli provocava l'essere imprigionato in una vita vecchia... Penso anche alla legge americana, al terribile corredo di controlli che impedisce ai condannati a morte di suicidarsi. A uno Stato che pretende di limitare la libertàdi suicidio a chi ha pochi giorni di prigione davanti".
Nella sala riunioni del carcere circondariale di Pisa, il primo pomeriggio di venerdì14 marzo. Pareti verdine color prigione, luce gigante al neon, porta di ferro con riquadro di vetro in cui s'affaccia ogni trenta secondi una guardia per controllarci. Sono arrivata qui con una cartellina: contiene le lettere che lettori e lettrici ci hanno inviato sul "caso Sofri"(non le avremmo pubblicate, sarebbero finite in archivio: ho pensato fosse giusto consegnarle al destinatario). Adriano Sofri pensa davvero al suicidio? "Ma no... niente mi è piùe straneo", taglia corto, forse immaginando che quel che ha appena confidato verrà stampato e metterà in agitazione la famiglia e gli amici...
Nelle quasi tre ore di colloquio, i temi ricorrono e si inseguono. Sullo sfondo, sempre,la città toscana che lo incanta da studente e lo detiene prigioniero da uomo adulto. C'è il fortissimo senso della famiglia, allargato "ai figli degli amici, che abbiamo allattato e cresciuto durante le manifestazioni di piazza e che oggi ci fanno da genitori, direi da paladini". Ci sono i genitori veri "morti a poca distanza l'uno dall'altro, dopo il mio primo arresto... Ricordo che mia madre, quando venne a trovarmi al carcere di Bergamo, indossò una spilla che le avevo portato dalla Polonia, per farmi piacere..." Genitori che avevano aperto la casa romana di Monteverde "a tutti i militanti di Lotta Continua e ai nostri amici... genitori che ci hanno amato di un amore intenso e disinteressato". C'è la volontàdi dichiarare la propria estraneità"al certificato di assassino che mi hanno affibbiato. Oggi, chiunque può chiamarmi così e io non posso reagire. Posso solo dire che il &laqno;proletario» che ci ha accusato, Marino, è libero e pagato. Noi, i tre potenti, siamo qui prigionieri... Ma non resteremo prigionieri a lungo. Non possiamo reagire in modo violento, non possiamo scappare. Ma possiamo giocarci le nostre vite".
Abbronzato, "merito delle due ore in cortile a inseguire il sole come fanno le lucertole", sorridente, sempre almeno dieci anni più giovane dei suoi 55 anagrafici: il carcerato Sofri - condannato a 22 anni come mandante dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi - somiglia a uno di quei governanti in esilio che mantengono la corte e la regalitàintatte. Fuori da queste sbarre, lavorano i comitati Sofri e gli amici di sempre si fanno in quattro per tenere alto l'umore del loro "capo". Lui ammette una condizione di detenuto speciale, ma avverte: "non farò nulla per attenuare l'iniquo sequestro a cui siamo costretti ingiustamente".
Le limitazioni che gli appaiono più ridicole sono "le telefonate, due alla settimana per non più di pochi minuti", l'impossibilità di tenere libri con la copertina rigida "potrebbero, forse, contenere un po' di cocaina", la mancanza di quiete "non immaginate il carcere come un luogo dove finalmente ci si riposa, si legge e si dorme in pace: niente di tutto questo, il carcere è frastuono, orari tagliuzzati, la luce accesa tutta la notte, il rumore dei ferri continuo, tutto il contrario della vita monastica". Al "circondariale", la sveglia arriva "prima delle sette, con il rumore e le urla. Alle otto e mezzo passa la sbobba di caffè, molto efficace come lassativo, e si apre la porta per uscire nel corridoio. Dalle nove alle undici si può passeggiare nel cortile di cemento, ma quasi tutti restano in cella. La cella? E' grande due metri e mezzo per uno e mezzo, c'è la televisione: per la prima volta ho visto la rete Tre, che in campagna non prendevo... Ho scoperto Blob, che manda spesso mie immagini, forse per prendermi in giro. Il pranzo arriva alle undici e mezzo, ma noi mangiamo il cibo cucinato dai detenuti, il vitto finisce a tre gattoni che ci guardano dal cortile. E' buffo, loro vorrebbero disperatamente entrare, e noi fortissimamente uscire... Non riusciamo neppure ad allungare la mano per accarezzarli, per via delle sbarre. Il pomeriggio, dalle 13 alle 15, possiamo di nuovo passeggiare in cortile. Dalle 16 e 30 alle 18 possiamo parlarci dal corridoio e si stabilisce un clima fra la gita scolastica e il naufragio... L' argomento più trattato è il mangiare: si parla per ore di ricette e di spesa, io sono sempre ospite. Alle diciotto, si cena e si chiude. Per 14 ore restiamo chiusi, ci viene negata la notte, il cielo stellato, la luna... Veniamo sollecitati a prendere sedativi e sonniferi, ma io non ho mai preso una pillola e resto sveglio, è questo il vero tormento".
Racconta di avere ricevuto "piùdi 3 mila lettere"(devono essere aperte dalle guardie in sua presenza, ma nessuno le legge) e di avere sinora risposto "soltanto a 500", di essere molto visitato, molto rispettato dai compagni di cella. Insomma, è diventato un capo anche qui... "Ascolto, aiuto i più deboli. I giovani nordafricani ricambiano facendomi giocare a pallone con loro. Si buttano per terra, pur di passarmi la palla davanti alla porta così che io possa fare goal. C'è un tunisino bravissimo, Hamza, di 24 anni: potrebbe uscire, ma non ha lavoro. Ho intenzione di chiedere al presidente del Pisa calcio, Posarelli, un industriale del mobile, di accoglierlo in squadra. Farebbe benissimo alla squadra, e alla città".
Attorno a Pisa gira tutta la vita di Adriano Sofri. E' qui che Cosimo e Antonietta (lui pugliese militare di carriera nella marina, lei maestra elementare triestina convinta della assoluta nobiltà della letteratura), spediscono a studiare i loro figli primi della classe: alla "Normale", la scuola più elitaria che ci sia. E' Antonietta, cattolica militante, fiduciosa nella Dc e grande ammiratrice di De Gasperi a educare il piccolo Adriano alla religione: "sono stato chierichetto e catechista... ho fatto in tempo ad incontrare Pio XII, a un raduno di catechisti in Vaticano. Poi, a quattordici anni, è finita". Al liceo Virgilio di Roma, Adriano ha creato la sua prima banda: "eravamo unitissimi, ancora ci scriviamo. C'era Filippo Vassalli, il figlio di Giuliano, c'erano i giovani Ginzburg - figli di Natalia - erano molto appartati, avevano sempre i capelli rasati. Mamma adorava i libri di Natalia... noi ragazzi diventammo amici. Loro erano già in qualche modo politici, io la politica la incontrai all'università. Qui a Pisa, dove raggiunsi mio fratello Gianni, più grande di sei anni".
Alla Normale, nel 1961, Adriano scopre "che il linguaggio dell'Ugi, l'unione goliardica, era ridicolo. E che i partiti, e il Pci in particolare, erano insopportabili. Cominciammo a partecipare a tutti i dibattiti, per sbertucciare gli oratori. Ci divertivamo a deridere gli altri, a sabotare le loro riunioni. Noi normalisti, poi, eravamo vergognosamente vanesi, la scuola era una sorta di enclave extraterritoriale, estranea e superiore alla città e alla università". Superbia, vanità e vanagloria portano la banda degli amici di Sofri a creare un gruppo umano e politico che ancora oggi somiglia quasi a una setta. Un gruppo, Lc, che è proprio il leader a sciogliere: all'improvviso. "C'èuna bella frase che spiega perché decisi di chiuderla... Quando ha cominciato a posarsi la polvere? La sera in cui una festa s'è guastata".
Tra l'inizio e la fine della festa, dalla fine dei Sessanta alla metà dei Settanta, Lc oscilla fra il culto della violenza e la giustificazione della lotta armata e certe snobissime scoperte letterarie e artistiche... A tenere tutto insieme, gli amori e le morti, le passioni e gli odi, è lui, il leader pre-destinato. Sempre diviso fra "esserci e andarsene", alla fine sceglie di mollare la lotta politica quando scopre che era fallito "il sogno di cambiare tutto". Ma resta il capo indiscusso della setta, ormai formata da ultracinquantenni che continuano ad adorarlo come un vero dio... "Forse dipende dal fatto che io sono capace di ascoltare i racconti delle persone. In situazione estreme, a Sarajevo come in carcere, o in Cecenia... Incontri persone che hanno pronto il referto della loro vita, e io sono ancora molto curioso... In fondo, i miei viaggi negli inferni terreni di guerra o di cella, somigliano a quelli di Dante... Quando Farinata gli dice: &laqno;Tosco, che per la cittàdel fuoco vivo ten vai...», sa che Dante ha il biglietto di ritorno. Un testimone col biglietto di ritorno, io mi sento così, anche se sono condannato a 22 anni... Loro, i compagni di carcere, mi regalano le loro storie... e io sono come un eccentrico viaggiatore molto grato della loro disponibilità". (il detenuto viene sottoposto al metal detector prima di essere riaccompagnato nella sezione penale. Il vicedirettore del carcere, il giovane Gonnella, mi riaccompagna verso l'uscita e mi fa restituire il telefonino e il passaporto dal piantone. Si vede che ci tiene a dare del "circondariale"una buona immagine, racconta dello spettacolo teatrale che i detenuti metteranno in scena, degli esperimenti di comunitàfra sieropositivi e sani... ce la mette tutta, ma le sentinelle armate in cima all'edificio ricordano che non siamo al Club Med).


[La Storia] [Gli Interventi] [Le Iniziative] [La Bibliografia] [Home]