La posta di Ovidio Bompressi

 

22 giugno 1997

 A seguito di una mia richiesta al ministero sono stato trasferito al carcere Pagliarelli di Palermo. A San Vittore, dove mi trovavo, facevo parte del gruppo di lavoro impegnato nella realizzazione di una "Carta europea delle comunità carcerarie" e di un programma su i più urgenti provvedimenti di giustizia. Tutti argomenti di notevole interesse che comunque si pongono tempi di realizzazione a medio termine, mentre noi viviamo nel quotidiano i problemi del carcere.

Qui al Pagliarelli, con notevoli difficoltà, siamo riusciti a organizzare un gruppo di lavoro che abbiamo chiamato "Liberi". Il programma si articola su quattro punti fondamentali:

1. Rivalutazione della figura del Cappellano, all'interno degli Istituti, con particolare riferimento alle iniziative trattamentali di cui deve farsi interprete;

2. Istituzione all'interno di ogni istituto, di un ufficio di consulenza legale gestito dal volontariato delle Camere Penali;

3. Diffusione e promozione delle norme che regolano il gratuito patrocinio. Stiamo raccogliendo a tal proposito, l'adesione e la disponibilità di numerosissimi giovani avvocati;

4. Adozione a distanza del detenuto definitivo da parte delle aziende e successiva adozione. Le aziende, se incentivate da un'apposita legge, potrebbero prima prendere in affidamento il detenuto fornendo tutto l'appoggio al suo inserimento e alla sua preparazione professionale, e assumere dopo il proprio adottato.

Per quest'ultimo punto, ci stiamo adoprando perché il senatore Manconi si faccia portavoce di una legge ad hoc.

Tra le altre cose stiamo realizzando anche la pubblicazione di un giornale, che mensilmente aggiorni i detenuti sui fatti legati alla "giustizia", e che sia occasione di un continuo confronto con le istituzioni. Avrai notato che sto scrivendo a penna, perché qui non mi è concesso di tenere la mia portatile, così come dopo tre anni di detenzione (il mio reato è esclusivamente di bancarotta) mi si nega la possibilità di dipingere. Tutti problemi dei quali avrai comunque cominciato a renderti conto.

Il motivo di questa lettera era però quello di comunicarti la nostra solidarietà e la nostra intenzione di unirci alla tua testimonianza, per cercare di ottenere dei risultati concreti. Inzialmente saremo in pochi, ma quello che conta è la qualità della protesta pacifica, che non può certamente passare sotto silenzio.

Matteo Riccobono
Palermo

 

 

 

 

 

 

 

Tra le altre cose, la tua lettera mi fa riflettere sull'aspetto più emblematico, e doloroso, della condizione carceraria, quello della sua separatezza dal mondo esterno, dell'impossibilità di comunicare, di confrontarsi con la realtà di fuori, direttamente e quotidianamente, per qualunque necessità.

Il detenuto ha infatti diritto solo a quattro colloqui mensili con i familiari, o, in sostituzione di essi, a due telefonate che possono essere fatte a distanza di quindici giorni l'una dall'altra o dall'ultimo colloquio (anche spiegarlo è un po' complicato). Non resta che la posta. A dispetto degli artt. 13 e 27 della Costituzione- "...E' punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà" e "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", i detenuti sono privati oltre che di diritti fondamentali e inviolabili, anche delle ragionevoli opportunità che sembrerebbero intrinseche alla stessa giustificazione della pena carceraria, come percorso per la riabilitazione e il reinserimento sociale.

Così, salve alcune rare e frammentarie esperienze non viene favorito alcun rapporto o confronto con la realtà sociale e con le istituzioni, col mondo dell'impresa e del lavoro, della scuola e dell'università, dell'arte, dello spettacolo, dei media. Cinquantamila persone, la popolazione di una città, tagliate via come una cancrena, lasciate a marcire da sole. Espulse dalla società, dalle stesse città nelle quali vivono invisibili nel loro ricettacolo, segregate, afflitte in mille modi inconoscibili all'esterno.

Ed è proprio per affrontare tutti i nodi della sofferenza carceraria, farli conoscere- quelli che tu richiami quando dici "mentre noi viviamo nel quotidiano i problemi del carcere"- e tentare di risolverli, che l'indicazione tra le altre urgenze, che venga istituita una commissione parlamentare di indagine conoscitiva della condizione dei detenuti, mi sembra particolarmente importante.

Ha già raccolto consensi autorevoli, come pure alcune proposte di legge riguardanti la "depenalizzazione" e la "decarcerizzazione".

Mi auguro che ciò possa tradursi in un impegno del parlamento, del governo, dell'amministrazione giudiziaria per realizzare in tempi congrui almeno i provvedimenti più urgenti.

La nostra testimonianza non ha nulla di rivendicativo, non si prefigge quindi il raggiungimento di specifici obiettivi.

Basta a se stessa, e all'esigenza che l'ha dettata: il dovere umano e civile di dare voce a chi non l'ha e di indicare alcuni interventi possibili quanto mai necessari.

Molto di più possono fare, fuori, persone di buona volontà, aventi titolo e competenze. Ciò che non mi sembra accettabile, è che non vi sia attenzione e consolazione per chi ingiustamente dimenticato, può solo disperare.

 7 giugno 1997  

Come saprà siamo in tanti, qui fuori, ad aspettarvi con crescente impazienza. Non c'è giorno che il pensiero di tante persone non si rivolga a voi. Un'acre commistione di rabbia, risentimento, angoscia e speranza che presto sarete qui con noi. Tuttavia quel giorno il mondo dei reclusi tornerà muto, così come è stato sempre. Mancherà quella voce che da lì ci parla, narrandoci storie che non dovremmo ignorare, che non dovremo più ignorare.

Sul "manifesto" di oggi leggo di Umberto di Torino e subito ripenso ad Angelo, un mio amico morto a trent'anni nel carcere di Sollicciano. In paese lo definivano un ladro di polli, ora più nessuno si ricorda di lui. Quanti come loro, di cui non sappiamo e non sapremo mai nulla? Sarebbe importante che altre voci continuassero a palarci di codesto mondo, di donne e uomini che non conosciamo, che stanno male, di storie che la società ignora, pur essendone largamente responsabile.

Fabio Manetti

Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 "Nel giro di due giorni le notizie in arrivo dalla carceri sono brutte, bruttissime", scrive Roberto Roscani sulla prima dell'Unità del 3 giugno. E a ragione, perché il 30 maggio e il 1 giugno due giovani detenuti erano appunto morti in carcere. Maleb Maftah, algerino, lasciato morire di un lungo sciopero della fame iniziato nel carcere di Padova e così conclusosi e Salvatore Loriga, ex tossicodipendente, impiccatosi nella sua cella al "Buoncammino" di Cagliari il giorno del suo 25mo compleanno.

In quei due fatidici giorni, si era tolto la vita impiccandosi anche Giovanni Giannotta, nella sua cella nel carcere di Asti-Quarto. E forse anche altri vi saranno stati, tentanti e avvenuti suicidi di cui non sappiamo né sapremo mai, tenuti nascosti, magari camuffati da incidenti e morti naturali, comunque sottratti all'attenzione pubblica. D'altronde, proprio qui al Don Bosco di Pisa e non più tardi di un mese fa, del suicidio di Margherita Frisini e della morte per overdose di Giuliano Bozzali, all'indomani della sua uscita dal carcere dopo 7 anni di detenzione, nessuno avrebbe potuto dare notizie all'esterno, se non, fortuitamente, com'è avvenuto.

Forse alcuni dati statistici possono aiutare a comprendere che si tratta proprio di storie di ordinaria galera. Nel 1994 sono stati rilevati 639 tentati suicidi, e nel 1995 gli episodi di autolesionismo sono stati 4.763.
Nel decennio 1984-1994 i suicidi in carcere oscillano da un minimo di 23 ad un massimo di 61 ogni anno. Nel 1995 si sono tolti la vita 50 detenuti.
Questi i dati ufficiali. (Fonte: Aspe del 18.7.96). Sono più o meno 100mila le persone (46.187 sono stati i nuovi ingressi nel primo semestre 1996) che varcano le soglie del carcere ogni anno in attesa di processo o per scontare una pena e circa la metà di queste ne costituiscono la popolazione quotidiana attuale (dal 31 dicembre '96 al 15 febbraio '97 il numero dei detenuti è aumentato di quasi 2mila unità passando da 47.386 a 49.133). Una popolazione perlopiù di giovani o adulti con meno di 35 anni, buona parte dei quali è dentro per droga e piccoli reati connessi, piccole pene che si accumulano e portano in carcere per anni. Secondo il parere del consulente ministeriale per le questioni penitenziarie, Giuseppe Di Gennaro, "almeno il 40% degli attuali detenuti potrebbe non stare in prigione" ("Il Sole 24 Ore" del 29 agosto del 1996). Il presidente nazionale dell'Associazione medici penitenziari, Francesco Cerando, ha rivolto un appello al Presidente della Repubblica "per le preoccupanti condizioni di sovraffollamento, di promiscuità e di miseria, con 50mila detenuti ammassati in 200 istituti abilitati a contenerne 32mila". La stessa situazione di degrado riguarda la pletora di agenti penitenziari (oltre 42mila) sacrificati inutilmente all'interno di strutture e funzioni piegate ad un fine di ottusa sicurezza, dove lo stato del loro casermaggio è perfino peggiore di quello dei reclusi.

E' monotono ma necessario tornare a ripetere che oltre un terzo della popolazione reclusa è tossicodipendente, che i sieropositivi sono circa 6mila di cui il 15% non tossicodipendenti; inoltre che al primo semestre '96 è quasi raddoppiato il numero dei detenuti in Aids conclamato, 110 a giugno '96, e che sono complessivamente oltre 400 i detenuti con Aids conclamato o deficit immunitario grave. Questo grazie alla sentenza della Corte costituzionale (del 18.10.95) che ha abolito il principio di incompatibilità tra detenzione e stato di Aids conclamato previsto dalla legge 222 del 14.7.93. Resta da aggiungere per un quadro peraltro incompleto della situazione igienico-sanitaria del carcere, la presenza accertata al dicembre '96 di 260 casi di Tbc, 8.500 di epatite C, oltre 15mila i farmacodipendenti per disturbi psichici. "Ciò nonostante - afferma Cerando - con una circolare sono stati soppressi 34 presidi delle tossicodipendenze in carcere, licenziati medici e infermieri, e in altri 76 istituti i presidi sono stati ridimensionati del 50%; il finanziamento di 30 miliardi all'anno deliberato nel '91, ridotto oggi a 10 miliardi".

Un panorama che più desolato non si può immaginare in un paese civile, dove degrado e abbandono si sommano alle perdite della libertà, della dignità e dei diritti della persona; all'isolamento, alla mortificazione, alla stessa impossibilità dei più di essere tutelati materialmente e legalmente (si pensi anche solo alle necessità dei reclusi extracomunitari: sono il 20% del totale, 10mila). E' sopportabile ancora tutto questo? No, non è sopportabile, e neppure un po' ragionevole. Il carcere andrebbe abolito, mantenuto al più nei casi di assoluta necessità. E introdotti nuovi e civili criteri di valutazione dei reati e delle pene, dell'esecuzione di queste ultime e di misure alternative alla detenzione, superando anche l'attuale quanto disattesa normativa della legge Gozzini, basata sull'odioso concetto di incentivo premiale.

Ma, oggi, quantomeno sono urgenti quei provvedimenti per la liberazione dei tossicodipendenti, per la depenalizzazione dei reati minori, per le misure alternative. Due di questi sono uno all'esame del senato, l'altro della camera. Il primo è una proposta di legge, in coda al pacchetto giustizia, sulla esecuzione delle pene brevi, fino a 3 anni: prevede tra l'altro la concessione degli arresti domiciliari. Il secondo riguarda la depenalizzazione dei reati minori, già approvata in commissione. Non è molto, ma ragionevolmente necessario sì. Per tutto ciò, e perché sono ingiustamente detenuto due volte, ho deciso di fare un piccolo atto di testimonianza: da lunedì 9 giugno inizierò uno sciopero della fame. Non mi prefiggo alcun obiettivo, solo lo porterò avanti per il tempo che mi sembrerà necessario a renderlo una testimonianza.

30 maggio 1997  

Ti scrivo per segnalarti la vicenda di mia madre, Maria Iolanda Mosca, detenuta nel carcere di Sollicciano (Firenze), ancora vittima di un trattamento arbitrario e inumano nonostante le sue precarie condizioni di salute e dopo che si erano già interessati al suo caso anche gli onorevoli Luigi Manconi e Mauro Paissan.

Premesso che varie istanze per la sospensione della pena le sono state sempre respinte, con la motivazione che - pur essendo gravi le sue condizioni - non v'è possibilità di guarigione in quanto si tratta di una patologia ormai cronicizzata, il 9 aprile scorso è successo un fatto che reputo inammissibile.

Nelle settimane antecedenti la Pasqua, mia madre è stata molto male a causa di gravi problemi respiratori per cui si è resa necessaria una stretta sorveglianza sanitaria e la somministrazione di farmaci broncodilatatori con fleboclisi. Poi, alla vigilia di Pasqua, ha ottenuto dieci giorni di permesso a casa: dal 29 marzo all'8 aprile. Durante tale permesso, il giorno 5 aprile veniva ricoverata d'urgenza nel reparto medicina dell'ospedale di Pistoia perché colpita da un'ennesima crisi respiratoria a seguito di uno scompenso cardiaco.

Il medico curante ne aveva perciò prescritto l'immediato ricovero, in ambulanza! Di ciò informavo tramite fax sia il magistrato di sorveglianza di Firenze dottoressa Guttadauro, sia l'ufficio matricola del carcere di Sollicciano, sia il suo legale avvocato Mencarelli di Pistoia.

Ebbene: nonostante la precarietà del suo stato di salute e i problemi cardiaci da cui è afflitta, che non le consentono affaticamento, forti emozioni e la costringono a un regime molto severo (niente correnti d'aria, niente viaggi o percorsi faticosi come scale o simili), ciononostante la mattina di mercoledì 9 - essendo scaduto il permesso il giorno 8 - la polizia si è presentata all'ospedale di Pistoia per prelevarla e ricondurla a Sollicciano: senza alcun preavviso e senza nulla comunicare ai figli.

E' stata riportata in carcere in modo pressoché clandestino, senza poterci avvertire e salutare, senza consentirle di prendere a casa qualche indumento e altre cose necessarie (ad esempio del denaro).

Solo nel pomeriggio e dopo numerose telefonate si riusciva a capire dove fosse finita. L'ospedale si limitava a dire che era stata dimessa ed era uscita; l'ufficio di sorveglianza di Firenze sembrava all'oscuro di tutto, anzi, a loro risultava ancora ricoverata; al carcere di Sollicciano facevano i misteriosi e solo dopo molte insistenze sono riuscito a ottenere una risposta comunque molto vaga e inquietante: "La signora era in permesso fino a ieri e oggi è rientrata...".

Non hanno voluto aggiungere una parola di più di spiegazione, nemmeno quando ho manifestato le mie perplessità sul modo di procedere, di agire, e la mia preoccupazione per lei, per il suo stato di salute.

Così sono andate le cose. Tutto ciò mi sembra molto discutibile sotto il profilo umano e, forse, anche dal punto di vista legale. Ritengo che andrebbero accertate le responsabilità della direzione del carcere circa l'ordine di prelevare mia madre all'ospedale in assenza di una espressa decisione in merito da parte del magistrato di sorveglianza dottoressa Guttadauro. Non so se il direttore del carcere dottor Dessi abbia voluto essere più zelante del necessario a discapito della salute e dei diritti di una cittadina, a cui avrebbe preferito una detenuta "rientrata" nel "suo" carcere dopo la scadenza del permesso.

Tony Viviani
Pistoia

Ho saputo che l'onorevole Mauro Paissan lo scorso anno ha fatto visita a tua madre proprio qui al Don Bosco, presso il centro clinico dove era ricoverata a causa della sua grave disfunzione cardiorespiratoria. E ho appreso anche l'età di tua madre: 74 anni.

Con tutta la mia buona volontà non riesco a non considerare mostruosa una giustizia che detiene in carcere le persone anziane e per di più malate. In questo caso la pena è a tutti gli effetti una condanna a morte, che viene perseguita fino all'ultimo respiro del condannato. La comanda lo stato e zelanti funzionari la eseguono con lo scrupolo che li contraddistingue: un medico ospedaliero che dimette un'anziana malata "cronica" per consegnarla al carcere; un magistrato di sorveglianza che non firma un provvedimento di ricovero in casa di cura esterna o di sospensione della pena, o di arresti domiciliari, stanti le gravi condizioni di salute di una detenuta; un direttore di carcere che alla scadenza di un permesso invia frettolosamente i suoi agenti a prelevare una detenuta ricoverata in ospedale, per farla "rientrare" in carcere a tempo debito, e magari per non "sprecare" agenti disponendo un servizio di pattugliamento (infatti gli agenti penitenziari sono "appena" 40 mila, per 50 mila detenuti).

Non vedo cosa potrei dire degli aspetti legali di questa vicenda, mi sembra superfluo.

La sola cosa che mi auguro, con te, è che questa storia non passi sotto silenzio: per tua madre, per i molti nelle sue condizioni, per noi tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 25 aprile 1997  

Era da un po' che volevo scrivervi, poi ho visto la tua rubrica sul "manifesto" e così eccomi qua. Dopo un lungo periodo della mia vita, vissuto da emarginata con l'unico interesse dell'eroina, ho ripreso dal carcere a interessarmi di ciò che succede nel mondo.

Ti scrivo per avere un po' di incoraggiamento che mi aiuti a sopportare meglio questa triste realtà e anche a sciogliere qualche dubbio. Vorrei intanto un tuo parere sulla legge Gozzini. E' così positiva come tutti dicono? Io non lo credo e ritengo quindi che anche invocarla per usufruire di misure quali semilibertà, affidamento sociale e liberazione anticipata non vada bene, non sia vera giustizia.
Mi piacerebbe essere confortata in ciò che penso, per acquistare più fiducia in me stessa. Anch'io sento l'irresistibile richiamo di una libertà qualsiasi.

Patrizia Lisi
Arezzo

 

 

 

 

 

 

Il carcere è una misura estrema di condizionamento psicofisico e relazionale di una persona. Per molti versi somiglia a una malattia terminale; di peggio c'è solo la morte. Ma disporre così brutalmente della vita di tante persone - la stragrande maggioranza della popolazione detenuta - che non costituiscono affatto un pericolo per la società e tuttavia condannate all'ingrosso anche a lunghe pene questo sì è, appunto, un omicidio in atto. La condanna al carcere, dunque, dovrebbe rendersi necessaria solo nei casi di comprovata pericolosità sociale dell'individuo e di gravi reati specifici. E' possibile questo? Forse. Certamente lo esige la drammatica situazione della nostre carceri e di migliaia di tossicodipendenti in esse rinchiusi.

Circa la tua domanda sulla legge Gozzini, dico subito come la penso: è una pseudoriforma, una "pezza" (non va dimenticato che lo stesso Gozzini l'accompagnò con l'esplicita richiesta di un inasprimento delle pene), peraltro vituperata e disattesa in primo luogo dagli organi statuali che ne dovrebbero essere garanti. Ma, in sostanza, monca o demagogica o meglio che niente la si voglia considerare, è pur sempre una legge che ha introdotto alcuni elementi positivi nella valutazione di misure alternative al carcere, ed esigerne quanto meno il rispetto e l'attuazione è un diritto di noi tutti liberi e detenuti, che considero inalienabile. Ti consiglio, con molto affetto, di cedere a questo richiamo della libertà. Se non altro per la consapevolezza che essa è una e indivisibile.

E' notte, e malgrado il Tavor, non riesco a prendere sono. Voi dormite bene? Libri ne avete? Carta e penna? Il televisore? Vi trattano col dovuto rispetto, mi auguro. Mi è venuto in mente che tutto quello che trapela da un carcere è essenza pura. Mentre quello che entra è una comune sciacquatura. Che possiamo darvi noi da fuori? Un buffetto, un ganascino, una pacca sulla spalla.. Io me ne sto comodamente spaparacchiato a scrivere. Il mio libro è in corso di stampa e la prefazione me l'ha fatta Oliviero Beha. Vi allego un raccontino che ne fa parte, che ho aggiunto all'ultimo momento.

Gianni Memoli
Reggio Calabria

 

 

 

 

 

 E' così tanto e importante quello che fate per noi da fuori, che non basterà il resto della vita per sdebitarci. E meno male che te ne puoi stare libero e spaparacchiato a scrivere e a pensare a noi. Il raccontino che ci hai mandato ci è piaciuto molto. Così, sperando di non essere inopportuno, mi autorizzo a renderlo battendo sul tempo il tuo editore. "Nel parlatorio di un carcere una donnetta magrolina e rassegnata conforta suo figlio, che ascolta in silenzio, pensando ad altro. La povera donna gli tiene le mani fra le sue, ogni tanto gliene accarezza una e lo guarda con amore e sofferenza. Gli raccomanda di stare calmo, di lasciar perdere una volta per tutte le cattive compagnie, di avere pazienza, che la vita continua. Lui annuisce soprappensiero e sbuffa ogni tanto. Non vede l'ora di farla finita. Verso la fine del colloquio lei gli porge un pugnetto di soldi e gli dice:

'Scusami ma questa settimana non ho potuto fare di più. La mia salute non è più quella di una volta e il lavoro è duro. Ci vediamo la settimana entrante, spero di darti qualcosa di più'. Lui fa cenno di sì con la testa. Il colloquio è finito. Lui si alza e se ne va. La donna torna in cella".

 18 aprile 1997  

Sono detenuto da oltre quattro anni nel carcere di Bergamo, ho 37 anni, e spero di uscire presto usufruendo dell'affidamento sociale.

Faccio parte di un gruppo di detenuti che ha intrapreso un progetto annuale di solidarietà a favore dei bambini del Sud-est asiatico coinvolti nella prostituzione minorile. Il nostro contatto in Asia è il salesiano don Battista Personeni, che da tempo si occupa del problema e a cui fino a oggi abbiamo inviato le nostre modeste offerte in denaro. Ma d'ora in avanti, vogliamo impegnarci anche in un'opera di sensibilizzazione su questo orrendo flagello, creando attraverso contatti con l'esterno e iniziative comuni una più larga rete di aiuti e solidarietà. Ciò consentirebbe, nell'arco di un anno, di raccogliere i fondi necessari a don Battista per la realizzazione di strutture indispensabili quali scuole, laboratori, centri di accoglienza.

Intanto ha risposto al nostro appello Tullio Pericoli, mettendoci a disposizione una sua litografia, della quale stamperemo a giorni 2 mila compie che offriremo al prezzo di lire 10 mila l'una. In tutto questo ci viene un prezioso aiuto dal cappellano del carcere, don Virgilio.

Abbiamo cominciato a cercare contatti con detenuti di altri istituti di pena per trovare collaborazione al nostro progetto e per la vendita della litografia. Rivolgiamo anche a voi e agli altri detenuti del Don Bosco la stesa proposta. Noi siamo entusiasti di questa iniziativa umanitaria e ci farebbe piacere ricevere molte adesioni per portarle avanti nel migliore dei modi.

Gianfranco Ferrara
Bergamo

Il progetto "Ponte azzurro" è nato da un'iniziativa di un gruppo di detenuti della Casa circondariale di Rimini per la raccolta di fondi da devolvere ai bambini della ex-Jugoslavia. L'iniziativa fa seguito a un'esperienza formativa al lavoro che precedeva anche un intervento orientato alla valorizzazione degli atteggiamenti sociali e del potenziale umano. In particolare essa vuole evidenziare l'esigenza espressa dalla popolazione reclusa, di un'elaborazione e di una diversificazione della pena detentiva in termini di dignità, di nuove aspettative e progettualità, di nuove mappe motivazionali.

La realtà dei bambini della ex-Jugoslavia vittime del recente conflitto, è stata individuata come obiettivo sociale a cui rivolgere concretamente la propria attenzione e il proprio aiuto.

Su esplicita richiesta dei detenuti il progetto si avvale della collaborazione della dr. Arianana Bagarini, psicologa del lavoro dell'università di Bologna, che precedentemente aveva curato l'intervento di orientamento presso la Casa circondariale di Rimini, con mandato del comune di Rimini. Al progetto "Ponte azzurro" partecipa anche l'associazione "Telefono azzurro" quale ente garante per la devoluzione dei fondi. E' stato aperto inoltre il c/c n. 360036 presso la Comit di Rimini intestato a suo nome".

Gruppo detenuti "Ponte azzurro"Rimini

Iniziative a scopo umanitario, più o meno favorite da programmi di formazione al lavoro e di reinserimento sociale, vengono promosse e seguite da folti gruppi di detenuti in diversi carceri del nostro paese. E' una realtà purtroppo oscurata, ma che esprime in modo significativo l'esigenza di rompere l'isolamento della condizione carceraria, di fondere un confronto costruttivo con la vita sociale, di condivisione di valori e impegni civili.

Buoni sentimenti, pratica di solidarietà e di volontariato, fanno parte del quotidiano confrontarsi del detenuto con la precarietà della vita, propria e altrui, e costituiscono i naturali principi di umanità per il senso di dignità di ciascuno e per i comportamenti relazionali nel loro complesso.

Questo patrimonio umano, se debitamente aiutato e valorizzato potrebbe avere migliore sorte di quella che lo condanna a languire umiliato in carcere; e tutta la società ne sarebbe più libera. Oggi varie migliaia di persone continuano a essere condannate e detenute contro ogni logica di giustizia e buon senso, e si vedono perfino negare, dopo anni di carcere, il diritto di usufruire del lavoro esterno e dell'affidamento sociale.

Da molto tempo si parla di misure alternative alla detenzione - socialmente utili - ma manca una vera volontà politica per trovare risposte adeguate al problema.

Risposte che dovrebbero adeguarsi all'urgenza di persone che stanno soffrendo inutilmente e crudelmente, e capaci al tempo stesso di orientare e organizzare le loro risorse e le loro aspettative.

La salvaguardia del diritto e della stessa civiltà del nostro paese ha più che mai bisogno dell'entusiasmo di coloro che possono svolgere un lavoro socialmente e moralmente utile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 4 aprile 1997  

Le invio questa lettera per farle sapere che non gemo, non mi straccio le vesti, non frigno a cagione della vostra condanna "definitiva".

In questa Italia, sgangherata ed emotiva, uno che non gridi allo scandalo c'è. Sono io. Non ne godo, ovviamente, perché mai ho beneficiato di un dolore altrui. Altrettanto ovviamente mi auguro anzitutto che, se voi tre siete innocenti, l'innocenza sia acclarata; con quel che ne consegue, e che la scarcerazione sia sobria, silenziosa, priva di fiele.

L'Italia ha bisogno di concordia oltre che di un governo meno farsa di quello attuale. Casalegno, Taliercio e molti altri gravano però, col loro martirio, nella memoria degli italiani. Per me, tutti gli squarci dolorosi, tutte le ferite sono ancora aperti. Ho 60 anni, gli "anni di piombo" con la loro pazza, cieca, inutile (e "guidata") ferocia mi hanno marchiato per sempre di dolore, sfiducia, amarezza. Ci pensi, per piacere.

Giorgio Benciolini
Verona

La ringrazio del suo augurio improntato a una grande ragionevolezza, che la nostra innocenza - "se di innocenza si tratta" - venga acclarata.
Ciò che mi auguro io, ora, è che ci sia qualcuno, abbastanza sobrio e privo di fiele per poterlo fare e che non vengano mai meno le persone capaci di indignarsi per una sentenza ingiusta e incivile. Le stesse persone, mi creda, che più dignitosamente hanno condiviso e dichiarato i suoi stessi sentimenti per le vittime del terrorismo degli "anni di piombo" e anche per le vittime di tutti gli altri "terrorismi", prima durante e dopo. E che certo amerebbero vivere in un paese pacificato, libero e civile.

 

 

 

Quando alzo lo sguardo e mi guardo intorno, il primo pensiero che ho è di tristezza, amarezza. Penso come a trent'anni dal 1968 questa società non si è per niente trasformata.
Non scrivo questa lettera per cercare di consolarti, come hai notato non ne ho la minima intenzione, ma semplicemente per sfogarmi. Ho solo 21 anni eppure mi sento triste e insignificante; sono uno studente universitario, non ho un lavoro e credo non lo avrò per molto tempo.
Se è possibile vorrei che tu mi mandassi un segnale.

Riccardo Martina
Pisignano (Lecce)

 

 

 

Fai bene a non cercare di consolarmi, perché non ne ho poi così bisogno. In questi giorni non posso fare a meno di pensare con crescente sgomento alle sorti del popolo albanese e a quelli di loro ancor più sventurati che si sono messi in mare per chiedere asilo a noi. Le poche migliaia di albanesi arrivati, profughi dolenti e bisognosi di tutto, li abbiamo accolti come bestie appestate; ad altri che seguivano aggrappati a fragili imbarcazioni, abbiamo impedito l'accesso coi muscoli della nostra Marina, e ne abbiamo ammazzati oltre cento. Molti bambini, donne, uomini: famiglie disperate.
Un'umanità sofferente bussa alle nostre porte. E noi la respingiamo.
I detenuti di questo carcere stanno facendo una colletta per un gruppo di profughi albanesi sistemato qua vicino, in un campeggio a Tirrenia. Tu sei più fortunato. Puoi aprire a loro la tua porta.

Ciao caro amico/a, certamente anche tu come noi desideri fare qualcosa affinché la (in)giustizia attuale diventi quantomeno una "giustizia onesta". E perché questo possa avverarsi siamo fermamente convinti che un'iniziativa come quella che ti stiamo proponendo provochi nell'animo di tutti gli uomini "liberi" un momento di riflessione, e ai "nostri politici" quel senso di disagio che li induca, dopo essersi visti recapitare nello spazio di tre giorni migliaia di telegrammi firmati, ad approvare finalmente il disegno di legge n. 211/96, che tratta l'intero pacchetto giustizia compresa l'abolizione della pena dell'ergastolo, che ormai da troppo tempo sta ammuffendo in Commissione giustizia del Senato.
Ti chiediamo di essere uno dei cinquantamila (tanti vorremmo fossero i telex che giungeranno a destinazione) che invieranno a: Senato della Repubblica 00100 Roma, dal 28 al 30 aprile, un telegramma firmato con scritto: "Chiediamo l'approvazione del disegno di legge n. 211 del 9 maggio 1996 (Abolizione della pena dell'ergastolo)". Se puoi invitare a aderire all'iniziativa qualche tuo amico, fallo. Coinvolgi anche i tuoi familiari e chiedi loro di promuovere questo tipo di intervento presso qualche altro conoscente.
Confidiamo nel tuo aiuto e nel tuo interessamento per riuscire a realizzare quel sogno di poter vivere in un paese dove l'applicazione della giustizia sia degna di una nazione civile.

I detenuti della Casa Circondariale di "San Vittore" Milano

Ad Angelo, Enzo, Giulio e Giuseppe, detenuti a San Vittore. Grazie per l'informazione, daremo il nostro piccolo contributo a "quel sogno".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 21 marzo 1997  

 Io (e mia moglie Maria Enza Papale), siamo i padovani che vi scriveranno il giorno 9 di ogni mese, sperando che le lettere possano presto cambiare indirizzo. Lei insegna inglese in un istituto commerciale della provincia di Padova. Io lavoro all'ufficio delle imposte dirette. Ho 42 anni. Enza ne ha uno in meno. Siamo sposati da 10 anni, ma ci conosciamo da una vita. Io sono padovano di nascita, ma "meticcio" ciociaro da parte paterna. Mia moglie è nata a Catania da padre di Caltagirone e madre di campagna e, quando l'ho conosciuta, viveva a Caserta. In maniera diversa - e, allora, senza conoscerci - abbiamo fatto tutti e due la nostra parte negli anni '70. Per quello che può valere abbiamo sentito e sentiamo una fortissima solidarietà per la scelta che avete fatto. Pagare la pena di una condanna assolutamente infondata e ingiusta per rendere evidente la vostra innocenza è un prezzo enorme. Sento che quella condanna ha trovato voi come capri espiatori per colpire un'intera generazione.
Vi sarei grato se ci scriveste indicandoci su cosa è più interessante per voi la continuazione della nostra corrispondenza. Un forte abbraccio e l'augurio di non perdere mai il coraggio e la determinazione, ma anche la speranza.

Leopoldo Tartaglia
Padova

 Intanto devo ringraziarvi unitamente agli altri numerosi padovani con i quali avete dato vita a questa staffetta epistolare per esserci vicini.

Dopo aver letto della generosa geografia sudista delle vostre radici familiari, sto cercando di immaginare quanto debba pesare a voi in particolare il sentirsi come presi in ostaggio dal famigerato separatismo leghista. Meno gravemente suppongo anche che ciò vi procuri qualche problema, l'imbarazzo di una scelta, quando dovete decidere dove passare una vacanza di alcuni giorni, magari già per la prossima Pasqua o per le ferie estive. Potessi, sceglierei senza esitazione la Sicilia, che è bellissima, e vista da qui anche più. Ecco, questo potrebbe essere un buon argomento d'evasione per i nostri scambi epistolari. Che ne dite? E non abbiate timore di sembrare inopportuni nell'allargarvi troppo: in ciascuna delle nostre due celle sta appesa alla parete una grande carta geografica, possiamo spingerci molto lontano.

 

Mi hanno girato la tua richiesta di un soggettario (repertorio di voci per la catalogazione a soggetto nelle biblioteche, ndr) con caratteristiche generali. Nel tuo caso necessita quindi il soggettario generale e di questo ne esiste uno solo che si chiama "Soggettario per i cataloghi delle biblioteche italiane", conosciuto fra gli addetti come "Soggettario di Firenze". Purtroppo esiste in un'unica edizione con la copertina rigida, che so esservi vietata in carcere, per cui con grande dolore, della mia copia dovrà fare scempio per fartela avere.

Ho letto le motivazioni della sentenza e ti confesso che sono rimasto stravolto dalla faziosità delle argomentazioni. E' proprio vero, hanno scelto i colpevoli invece di cercarli. Adesso ti lascio, come sai ci stiamo dando da fare per farla finita al più preso con questa storia, l'impresa è dura ma tant'è....

Sergio Gattai
Pisa

Non solo condivido pienamente il tuo dolore, ma me ne sento doppiamente vergognosamente responsabile: ho ricevuto la tua copia scempiata. Se solo avessi avuto sentore che la mia richiesta avrebbe consegnato un libro alla stupida barbarie di questo ordinamento penitenziario, l'avrei subito fermata ed evitato questo insulto. Ma, come tu concludi, tant'è: dura, anzi rigida, e noi non ci ammorbidiremo.

 

 

 

 

Mi chiamo Paolo e ho 32 anni. Sono rimasto allibito alla notizia della conferma della pena che vi è stata comminata, ma non è di questo che desidero parlarvi. So che non vi potrà servire però ci tengo a dirvi una cosa che mi diceva mia nonna, che ha vissuto per 50 anni in una condizione forse peggiore della vostra. Infatti si ammalò di sclerosi multipla all'età di 40 anni, con tre figlie, un marito e la certezza di dover morire a causa di una malattia che tutt'oggi non ha soluzione. E' morta all'età di 90 anni e, sino al mese prima di morire, mi diceva sempre che tranne che per la morte e per le malattie come la sua, a tutto c'è un rimedio. Magari noi oggi non ce lo immaginiamo neanche, però ad un certo punto qualcosa cambia all'improvviso e la nostra vita viene rivoluzionata. "L'importante - mi diceva - è avere la possibilità e la forza di leggere perché i libri, oltre alla conoscenza, ti danno la possibilità di uscire dalla tua condizione e stare bene come in paradiso, perché il paradiso non è un luogo dove andare ma una condizione del tuo animo". Certo io non ho mai attraversato situazioni gravi come la vostra, ma spero che quel senso di forza e di speranza che io provavo nel sentire quelle parole, pronunciata da una persona che riusciva soltanto a muovere le labbra e a girare gli occhi, lo proviate anche voi.

Nella speranza di poter leggere al più presto la notizia della vostra liberazione vi abbraccio.

Paolo Borea
Vigevano (Pv)

 (Così, senza risposta)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 28 marzo 1997  
Il 15 febbraio, a Pisa, c'ero anch'io alla manifestazione.
La sera ci stavamo incamminando verso l'auto ed abbiamo conosciuto Guido. Con lui abbiamo parlato di te e mi ha colpito la sua voce rotta dalla commozione. Ho pensato a quanto grande sia il suo dolore. Ma altrettanto grande è la mia rabbia per la scelta criminale di chi ha voluto voi privati della libertà e noi tutti di un passato di cui vogliamo continuare ad andare fieri. A Pisa ho incontrato una generazione che portava una coccarda gialla; ho visto tanti capelli grigi e, oltre che rabbia, commozione e orgoglio ferito.
No, caro Ovidio, noi non ci stiamo. Non sarà facile farci tacere. Anch'io voglio commuovermi quando si riapriranno per voi quelle porte verdi.
E' difficile oggi per me che ho 45 anni, spiegare ai miei figli, Giulia di 9 anni e Mattia di 5, perché tre innocenti stanno in galera, ma ci provo. Perché domani non abbiano il dubbio di aver un padre complice di un omicidio.
Vorrei fare qualcosa per voi tre, oltre il comitato, oltre il nastrino giallo. Per qualunque necessità, scrivimi. Ti unisco due disegni di Giulia e Mattia ed alcuni francobolli. Ti abbraccio con affetto.
Gianni Ferraris Solero (Alessandria)

Cari Giulia e Mattia, attaccati al muro a capo del mio letto, i vostri due disegni sono l'unica, splendida nota di colore che rallegra la mia cella. E non passa giorno che qualcuno in visita, vedendoli non esclami: che belli! Chi li ha fatti? -Giulia e Mattia -, rispondo naturalmente. Penso davvero che sono impagabili e non me ne separerò mai. Grazie.

Caro Gianni, noi non ci conosciamo di persona ma il tuo affetto è quello di un'amicizia covata in un tempo anteriore, ora schiusa a un profondo senso di appartenenza e di reciprocità. Ho provato la stessa cosa proprio con Guido, anni fa. Ora l'hai conosciuto anche tu. Credo vi somigliate. Altro vi accomuna: il cognome pressoché uguale, il suo è Ferrari. Ci sono strade che prima o poi s'incrociano in un bello slargo di cuori.

 

 

 Sono di nuovo a scriverti, come ho promesso a me stesso e a te. E' una promessa sincera, non un impegno che mi pesa. La sera della notizia della condanna definitiva, mi dissi che avrei scritto regolarmente ai mie tre compagni. E così faccio e farò. Credo sia il momento di presentarmi. Non puoi conoscermi, visto che ho 35 anni.
O meglio, non puoi avermi conosciuto negli anni settanta. Fino a qualche anno fa ho militato nel movimento anarchico, adesso non più, ma le mie idee non sono affatto cambiate. Voi siete a Pisa, segregati, ed è difficile non pensare a Franco Serantini. Alcuni anni fa, quando abitavo a Pisa, andavo di tanto in tanto a mettere un fiore sulla sua tomba; era ridotta in uno stato pietoso di abbandono. Quel povero ragazzo, ucciso a vent'anni, continua ad essere un figlio di nessuno.
Adesso ti saluto. Mi auguro di essere riuscito a trovare le parole giuste per trasmetterti il mio affetto. Cerca di stare bene. A presto.

Leonardo Conti

Scandicci (Firenze)

 

 

 

 

 

 

 

E' veramente difficile non pensare a Franco Serantini. In questo stesso carcere dove è stato lasciato morire, dopo essere stato massacrato di botte dalla polizia. La sera del 5 maggio 1972. A pochi passi da Piazza San Silvestro dove era la sua residenza coatta, nell'istituto di rieducazione maschile "Pietro Thovar". A poco più di un mese dall'anniversario della sua morte, il 7 maggio, del suo funerale, il 9, e della manifestazione che seguì pochi giorni dopo, il 13 maggio, indetta sulla stessa piazza San Silvestro da Lotta Continua per apporre una lapide a sua memoria.
Quest'ultima circostanza, per la sua prossimità alla data della morte del commissario Calabresi, il 17 maggio, verrà poi usata da Marino per collocarci il famigerato "mandato" che avrebbe ricevuto.
Per tutto questo, per molto altro che riguarda l'infelicissima vita di Franco Serantini, per il vuoto che lasciano i "propri" morti, mi è impossibile non pensare a lui.
Inoltre, nel corso della nostra vicenda giudiziaria, l'impianto accusatorio ha sempre sostenuto che la morte di Serantini avrebbe affrettato la decisione di uccidere Calabresi: l'"Ultimo movente" per corroborare la presenza di Marino a Pisa il 13 maggio, solo per ricevere il mandato. Meno noto, ma non meno significativo, è che nel precipitoso mandato di cattura di quel 28 luglio 1988 sia scritto, che io avrei avuto anche un motivo personale, in quanto Serantini era mio amico.

No, purtroppo no. Sono diventato suo amico ch'era già morto.


Scrivete a questo indirizzo. Casa Circondariale "Don Bosco", via San Giovanni Bosco 43, 56127 Pisa

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