Il mio giudizio su di voi

Ovidio Bompressi, da Il Manifesto, 13 maggio 1990.

Mi domando: perché parlarne? perché scriverne? Per non essere messo a tacere dal gran dire di altri? Perché questo mio silenzio non venga frainteso? - Se il mondo ti scrive addosso, tu scrivi addosso a lui!-mi ha suggerito qualcuno. Far sentire la propria voce nel coro. Sciogliere la propria campana in risposta alle trombe altrui. Ma la mia voce è stonata, la mia campana è fessa. Molti giudicano: e io rilutto a farlo, a distinguere le parti, a dividere. Ogni parola suona quasi come una sentenza: ciò che si sente, che si ritiene. Ma talvolta, proditoriamente, è anche una sorta di sentinella posta sul percorso: che sta in ascolto del nemico. Questo è ben più pericoloso di quanto possa sembrare: non un semplice tranello, ma un farsi fuori. Porsi di fronte all'altro come davanti a un nemico, e riconoscersi nel considerarlo tale. In questa caccia al nemico, che è il proprio simile, il fratello, sta la violenza della parola e la forza dei fatti. Quando pensiamo "sono i fatti che contano, non gli uomini", è come se sentissimo chiaramente ciò di cui siamo vanamente in ascolto. Il mio simile mi calunnia, mi arreca danno e dolore, calpesta la mia vita, i miei affetti: aspira a considerarmi suo nemico. Cerco di difendermi come posso, ma di lui, come nemico, non riesco ad accorgermi. Il mio simile parla bene di me, ma col nemico nel cuore. Sente di volermi bene, mentre ascolta il nemico. Mi considera suo amico, per riconoscersi nemico. E il mondo frazionario del politico: ogni causa, ogni ideologia riporta ad antiche divisioni fratricide. La falsa coscienza di sé nell'altro si ravviva in una temperie sociale dove ostilità e diffidenza permeano i rapporti umani e civili fino alle più alte istituzioni statali e religiose.

Ci vuole prudenza a parlare. La legge che ci informa è da sempre quella dei vincitori, le cui parole, i cui fatti si legittimano attraverso il nemico. Questa legge è depositaria tra gli uomini della necessità del nemico, e del suo annientamento.

Perché Marino mente? Perché ce l'ha tanto con me, con Sofri e Pietrostefani, con Lotta Continua, con coloro che in un recente passato e con inequivoca amicizia si sono prestati ad aiutarlo? E perché viene ritenuto sincero contro di noi, da uno schieramento colpevolista già ben organizzato dall'inizio e prima ancora di un qualunque accertamento istruttorio? Schieramento che ha visto furoreggiare, purtroppo fino alla sentenza, in una larga acquiescenza, carabinieri, magistrati in cordata e apparati ideologici con il loro codazzo di legulei e pennivendoli. Tutti coloro che si sono qualificati puntando il dito accusatore contro di noi - noi tre imputati, i nostri familiari e amici - certo sono coscienti di aver autorevolmente brigato per la rovina di alcune centinaia di persone.

Lasciamo da parte la Storia e la notte della repubblica. Ci sono solo le menzogne e il rancore di Leonardo Marino e Antonia Bistolfi, suffragati da vari personaggi, non meno meschini e falsi, intervenuti a vario titolo nel caso sia prima che durante la fase istruttoria e quella processuale. Sono trascorsi pochi giorni dalla sentenza, pronunciata in nome del popolo italiano, che ci condanna alla pena di anni ventidue di reclusione, più gli spiccioli. Poi ci sarà il giudizio in appello, tra un anno, forse prima. Il tempo passa. Nell'incapacità di darmi un nemico, svanisce in me l'autorità della legge, mentre aumenta il senso di appartenenza al tutto racchiuso anche nella più piccola cosa.

Dal giorno del nostro arresto, il 28 luglio 1988, all'inizio del processo, quasi un anno e mezzo dopo, avevo rivisto Marino solo due volte. La prima nel corso del nostro confronto, da me richiesto, davanti al G.I. Lombardi, poi in occasione di una intervista televisiva. Al confronto era ancora lui, quello che mi aspettavo: turbato. impacciato, la testa china. gli occhi che misuravano lo spazio tra i piedi, la voce che tradiva la vergogna di chi sa di compiere un atto inqualificabile. Dopotutto come aveva ripetuto nelle sue precedenti deposizioni. gli dispiaceva perché mi considerava un amico. Ma tornando a Massa dopo il confronto, riaccompagnato dai carabinieri alla mia prigione domiciliare, ebbi da loro la sgradevole sorpresa di quanto Marino già fosse umanamente lontano da me. Mi raccontarono, infatti, come Marino, alla fine del confronto, appena scorti gli ufficiali dei carabinieri che lo aspettavano fuori nel corridoio, avesse rivolto loro un gesto di esultanza levando le braccia in alto, sorridente, soddisfatto. Ce l'aveva fatta! Non aveva perso! Ed era grato ai suoi sostenitori. I carabinieri erano già i suoi veri complici. Nella sua prima apparizione televisiva, poco dopo, se la cavò pietendo. Ma andava prontamente imparando che qualificarsi attraverso un nemico, può rendere anche sotto il profilo di un consenso più vasto. Al processo, l'ho visto finire quasi in bellezza. Man mano che più serrata e sfrontata si faceva l'accusa nei nostri confronti, man mano che l'individuazione di noi come nemici mafiosi. barbari si arricchiva di nuove ingiurie e voci, più Marino si ringalluzziva. Più crescevamo ai suoi occhi come nemici, più Marino si sentiva legittimato nella sua parte di pentito accusatore. Più voci si aggiungevano al coro degli accusatori e dei detrattori, più la legge gli conferiva una inopinata stima di sé. Arriva il giorno della sentenza: la sua condanna (sic!), e la nostra. Ma Marino non demorde. Ormai sa che con il nemico si deve condurre una guerra guerreggiata fino in fondo. Diventa più accortamente spavaldo, abile ormai davanti ai media: si rivolge con naturalezza a Sofri esortandolo a confessare e ironizzando sui motivi del suo mancato appello; divulga a mezzo stampa una energica richiesta di chiarimento indirizzata alla sezione del Pci dove risultava iscritto prima della sospensione cautelativa. Marino è oggi altro da sè, perso a se stesso. E' diventato, proprio lui, l'uomo politico capace di percorrere le vie più abiette e fratricide dell'animo umano.

Che si vuole da coloro che si vorrebbe annientare, dichiarare vinti, soggiogati a una siffatta giustizia? Nessuno di noi imputati e dei nostri amici, lo so per certo, coltiva scientemente in cuor suo il proprio nemico. Abbiamo cercato di difenderci, prima e durante il processo, mantenendoci su un piano strettamente giudiziario e di fiducia nel diritto. Ci siamo sempre proclamati innocenti. Centinaia di testimoni, pressoché tutti quelli addotti e dalla difesa e dall'accusa, hanno smentito categoricamente Marino. Le difese degli imputati, le arringhe e le memorie difensive, l'attento vaglio delle carte dell'istruttoria, hanno messo in luce le innumerevoli menzogne, contraddizioni, imbrogli e falsificazioni del racconto di Marino. In questo modo, forse, siamo scivolati nella palude dell'impianto accusatorio. Rispondere a tutto, di tutto, con puntiglio, con generoso rigore. Forse un eccesso di fiducia verso chi ci ascoltava, poiché fallacie e volgari insinuazioni, pur smascherate, sempre rispuntavano come le teste dell'idra. In questo modo, ancora, è possibile che sia uscita un'immagine contraffata di noi: siamo scesi, perché costretti, sul terreno dei nemici, ma senza designarne uno a nostro vantaggio.

Oggi più di ieri, dopo la sentenza, c'è chi penserà che siamo colpevoli, o ancora più colpevoli, che siamo innocenti; che Marino mente, che dice il vero, per intero o a metà. Non so che aggiungere a una tale partizione. So di essere parte in causa, e, quindi, quanto sia improbabile la neutralità, per non parlare dell'astensione dal giudizio. Ma non siamo sempre e comunque parte in causa? Non sono io, ad ogni respiro, anche inconsapevolmente, in intimo rapporto di spirito e di sangue col mondo? Inconsapevolmente... E' arduo farsi piccoli della vastità sconsolata.


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