Se una lobby naufraga nell'orgoglio
di Piero Ostellino

dal Corriere della Sera 27 gennaio 2000


 

In uno slancio di generosa solidarietà con Sofri, Bompressi e Pietrostefani, con i quali aveva condiviso le esperienze di Lotta continua, Gad Lerner scrive che, assieme ai tre condannati, la magistratura italiana getta in carcere «una parte di noi stessi, intesi come i loro compagni di un tempo non abbastanza lontano da dimenticare. Sappiatevi regolare, quando leggete i miei articoli: sono opera di un complice degli assassini del commissario Luigi Calabresi». Capisco lo sfogo. Ma dico che lo avrei apprezzato molto di più se Lerner avesse aggiunto alla sua confessione di correità morale questa coraggiosa conclusione: «Cosa di cui mi vergogno immensamente».

Credo infatti che alla base della latitanza di Bompressi e di Pietrostefani, della pervicace difesa «ideologica» che Sofri fa di se stesso e, infine, della mal dissimulata indulgenza di una certa sinistra per la fuga dei primi due ci sia proprio questo: l'assenza di un sincero e confesso sentimento di vergogna per una predicazione della violenza come strumento di lotta politica che, indipendentemente dalla sua rilevanza penale, caratterizzò l'azione di Lotta continua

Non c'è nulla, o assai poco, di cui i reduci di quella stagione possano essere «orgogliosi», come scrive ancora Gad Lerner. Di certo questa rivendicazione del proprio passato, l'assenza di vergogna per ciò che è costato a chi ne è stato vittima, pregiudicano, agli occhi di molti, la pur legittima difesa dei diritti degli imputati.

Personalmente, della vicenda Lotta continua-Calabresi e dei processi che ne sono seguiti so quanto hanno scritto i giornali: non sono, quindi, in grado di esprimere un giudizio sulle sentenze di colpevolezza, così come non lo sarei stato, eventualmente, se fossero state di assoluzione.

Da liberale, che pur non ne condivise, allora, né le motivazioni ideologiche né i comportamenti concreti, dico che in presenza anche di un solo, e per quanto esile, dubbio sulla loro colpevolezza, avrei preferito vedere assolti Sofri, Bompressi e Pietrostefani.

Da garantista non riesco, però, a dimenticare che essi negarono, con l'incitamento alla violenza e con la sua pratica, ogni garanzia al diritto di parola, di cittadinanza politica e persino all'esistenza fisica per i loro avversari, compreso chi del rispetto per le idee altrui aveva fatto da sempre il proprio imperativo morale.

Da semplice osservatore, mi riesce infine difficile capire come Sofri possa, da un lato, accusare di pregiudizio ideologico chi lo ritiene colpevole e, dall'altro, impostare la propria difesa sull'assioma non meno ideologico della «congiura» dell'apparato del Pci nei suoi confronti.

Norberto Bobbio ha confessato, in tarda età quando, ormai, rispettato e apprezzato da tutti, non ce ne sarebbe stato, forse, alcun bisogno, di aver taciuto sulle «suppliche» da lui scritte a Mussolini per far carriera universitaria perché ne provava «vergogna».

Quale lezione di umanità e di moralità civile e politica nell'ammissione di questo senso di vergogna, da parte del grande maestro di liberalismo e di spirito di tolleranza, per una colpa che, a paragone di quelle di chi ha predicato e ha praticato la violenza, era davvero ben poca cosa! Quale e quanta arroganza da parte di chi, ancora oggi, si dichiara orgoglioso di un passato del quale dovrebbe, invece, provare solo vergogna!

Lasciatevelo dire da chi è un po', non di molto, più vecchio. Che molti di voi, dopo aver tentato di appiccare il fuoco della rivoluzione ai palazzi del potere economico, politico e sociale, abbiate posto il vostro indubitabile talento al loro servizio, passi. Ma, almeno, risparmiateci lo spettacolo del vostro cinismo.


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