Riccardo Catola, da Oggi:

Ora che sono in carcere dico:
finiamola di odiarci

Dalla galera, Adriano Sofri risponde alle accuse


Avevo visto Adriano Sofri nella sua casa di Firenze alla fine del gennaio scorso. Era il giorno in cui sarebbero venuti a prenderlo per portarlo in carcere dopo la sentenza della Cassazione che lo condannava a 23 anni per il delitto Calabresi assieme agli ex compagni Giorgio Pietro-stefani e Ovidio Bompressi. Quel giorno, l'ex leader di Lotta continua era pallido, stanco, teso, provato. Si era prestato ai giornalisti e alle tv con grande disponibilità e rabbia, deciso a dare battaglia, ma anche gravato nell'anima come solo può esserlo un uomo che sa di avere i minuti di libertà contati e di dover scontare una pena che, a 55 anni, equivale all'ergastolo.

Ed eccolo invece di tutt'altro umore, poche settimane dopo, nel penitenziario don Bosco di Pisa, dove lo incontro per questa intervista all'indomani della pubblicazione delle motivazioni della sentenza. Cardigan verde sopra una polo blu, pantaloni beige e desert boots marrone, arriva in parlatorio, oltre molti cancelli e molte chiavi. E' sorridente, a suo modo allegro. Di illusioni, confessa, non ne ha. Né per la grazia, che peraltro non intende chiedere perché, dice, &laqno;la grazia la chiedono i colpevoli», né per la revisione del processo che pure ha sollecitato. Però il piglio è energico, combattivo.

&laqno;La galera», racconta, &laqno;è assai meglio dell'attesa della galera. E poi gioco molto a pallone. C'è un detenuto slavo, soprannominato Savicevic, che è bravissimo, dribbla tutti e poi mi passa la palla a un metro dalla porta. Così faccio un sacco di gol. Già, cerco di tenermi in forma. E poi ho mille altre cose da fare: scrivere le rubriche per i giornali diretti da Giuliano Ferrara (Panorama e Il Foglio) e soprattutto rispondere alle valanghe di lettere che mi arrivano tutti i giorni da ogni dove».

Sul verdetto della suprema corte non intende soffermarsi più di tanto, il tempo sufficiente per ripetere ciò che ha più volte dichiarato durante sette processi, quanti ne sono occorsi per giungere alla conclusione di questa vicenda tormentata, iniziata nel 1988 con le confessioni di Leonardo Marino, ex proletario di Lc passato alle rapine in banca e, da ultimo, a vendere frittelle a Bocca di Magra (La Spezia).

&laqno;Io e i miei compagni», dice dunque Sofri, &laqno;ci troviamo in carcere innocenti. Siamo stati condannati grazie alle bugie, peraltro piene di contraddizioni, di un solo sedicente pentito al quale la magistratura ha dato credito oltre ogni misura. Quanto alla sentenza della Cassazione, si commenta da sola: basti pensare che ci ha negato le attenuanti perché, sostiene, non abbiamo dato segni di pentimento. Come se, convinti di essere innocenti, dovessimo pentirci in ogni modo. Uno scandalo».

Amen. Sull'argomento, Sofri non vuole andare oltre. Forse si è anche stancato di ripetersi. Gli preme semmai, e molto, rispondere a Indro Montanelli, col quale ha in passato avuto rapporti franchi e cordiali. C'è che su Oggi di due settimane fa Montanelli lo ha molto malamente giudicato. Giudizi che, appunto, gli ricordo e che gli bruciano.

Senta Sofri secondo Montanelli lei si sta dimostrando arrogante, perché non ha il coraggio di dire che l'assassinio Calabresi non fu "giustizia di popolo"

&laqno;Queste dichiarazioni di Montanelli a Oggi riaprono ai tempi supplementari una partita che consideravo chiusa da una sua recente intervista in cui, sorprendendomi, concludeva una parabola cominciata nove anni fa. Allora, commentando il nostro arresto, Montanelli disse: "Non sono più quelli di una volta, dunque sono contrario a che siano processati". Ora, invece, si dichiara convinto del contrario. Questa specie di rottura in extremis con Montanelli, di natura anche personale, mi dispiace molto anche perché avevo l'impressione che, in modi diversi, per ragioni diverse, fossimo ormai arrivati entrambi oltre i tempi normali in cui si litiga, si giocano le partite, si vogliono fare dei gol e si cerca di impedire agli altri di farne...».

Vuoi dire che considerava entrambi fuori della mischia?

&laqno;Appunto. I giudizi di Montanelli sono amari per me».

Montanelli le rinfaccia di aver rifiutato un gesto significativo nei confronti della famiglia Calabresi, di non aver avuto il coraggio di dichiararsi moralmente responsabile.

&laqno;No che non mi sono rifiutato. Io credo di averlo fatto quel gesto, cosa che Montanelli sembra non voler riconoscere. Ora, però, gli devo almeno un paio di spiegazioni. Una è che mi piace molto la discrezione, il rispetto di sé e degli altri che non passa attraverso la platealità delle scene italiane, delle cerimonie pubbliche. Dunque, in particolare in queste vicende che mescolavano vittime e persecutori fatti a loro volta vittime, che mescolavano ferocie ingiustificate e perdoni teatrali, sono sempre stato un po' restio. Questo è un punto per me assolutamente essenziale "

Vuoi dire che ha un forte senso del pudore?

&laqno;Sì, una specie di preferenza. Preferisco che le cose avvengano nell'anima della gente e comunque in sedi separate e non pubblicizzate».

L'altra cosa che voleva spiegare a Montanelli qual è?

&laqno;E' che con la vedova Calabresi e i suoi figli ho avuto rapporti che per me sono stati significativamente respingenti. Voglio raccontarlo qui, seppur in modo sommario. Il giorno dell'apertura del processo nell'aula bunker di Milano, prima dell'udienza, andai a salutare Gemma Capra, la vedova Calabresi, seduta in un banco assieme ai figli. Mi presentai dicendo una frase molto banale: ''Sono Adriano Sofri, adesso saremo qui insieme per un po', volevo salutare". E urbanamente loro risposero. La cosa finì lì. Mi pareva il minimo per persone che, dovendo affrontare un evento così doloroso e antagonistico, volessero tenersi su un piano il più rispettoso e civile possibile».

E che cosa accadde?

&laqno;Accadde che la sera, finita l'udienza, guardai il Tg e sentii la vedova Calabresi dichiarare: "Nessuno degli imputati ha avuto il coraggio di guardare in faccia me e i miei figli". Rimasi interdetto».

Ma la signora poteva aver rilasciato quella dichiarazione prima del vostro incontro.

&laqno;Sicuro. Però rimasi interdetto. Poi ci fu un'altra circostanza. Ricordo che un giorno, nell'atrio del tribunale, avvicinai Mario Calabresi, uno dei figli del commissario assassinato. Era un ragazzo che vedevo sempre andare avanti e indietro assieme ai miei. E lo vedevo, garantisco, con un vivo senso di simpatia, di cui peraltro ho molto scritto in un mio libro (Memoria, editore SeIlerio, ndr] per sostenere che essere addolorati, essere tristi, compiangere la morte di una persona voleva dire desiderare che non solo i propri figli, ma tutti i figli, avessero con sé il proprio padre».

Come andò l'incontro con Mario Calabresi?

&laqno;Lo salutai, ci demmo la mano e gli dissi una frase che adesso non rammento, certo non importante. Dissi, forse, che una volta finiti i processi mi sarebbe piaciuto parlare con calma, a lui e ai suoi familiari. La sua risposta fu breve e cortese. Ma anche allora, o il ragazzo ci ripensò, cosa c mi sembra improbabile, oppure qualcuno glielo fece notare. Fatto sta chc Mario Calabresi dichiarò ai giornalisti che era stato da me preso alla sprovvista e che gli dispiaceva di avermi dato la mano perché mai avrebbe potuto stringermela. Parrole che mi colpirono fortemente» -

Non ci sono stati altri approcci o tentativi riavvicinamento?

&laqno;No. E per un motivo. Il punto in cui mi sembrò che ogni comunicazione rispettosa fosse diventata impossibile fu l'udienza in cui l'avvocato dei Calabresi insinuò in maniera infame una mia responsabilità personale nell'assassinio di uno dei miei più cari amici, Mauro Rostagno [uno dei leader di Lotta continua ucciso negli anni '80 in Sicilia ndr].

Ma ne parlò l'avvocato, non i Calabresi.

&laqno;Sì, ma i Calabresi non lo sconfessarono. In quel caso la misura fu superata in modo non più riparabile. L'ultima circostanza che vogliamo citare riguarda il mio rapporto con Montanelli. Un rapporto, secondo me, di simpatia».

E che cosa è accaduto tra lei e Montanelli?

&laqno;Il giorno in cui fui interrogato durante il primo processo, dissi parole molto meditate e nette sulla campagna che Lc aveva condotto nei confronti di Calabresi [considerato coinvolto nella morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, ndr] e sui giudizi dati in occasione del delitto».

Può ripetere ciò che disse?

&laqno;Dissi in sostanza che il sentimento che all'inizio era animato da un'intenzione di verità e di giustizia per la morte di Pinelli, strada facendo era diventato gusto compiaciuto del linciaggio, della violenza gratuita, della ferocia verbale. Dissi cose che non credo potessero essere dette in modo più duro. Aggiunsi, tra l'altro, che mi assumevo la totale responsabilità di quelle parole, ma che non una era stata scritta da me».

Però redasse lei il comunicato con cui Lotta continua annunciava la morte di Calabresi.

&laqno;Sì, quel comunicato lo scrissi io, né l'ho mai negato. Ma non diceva affatto "giustizia è fatta" né le altre bugie sulla "giustizia proletaria" che ancora si ripetono. Quell'articolo pronunciava un giudizio molto tortuoso».

Comunque, quali furono le reazioni alle sue dichiarazioni rese ai giudici?

&laqno;Ricordo che i Tg sottolinearono alcune mie frasi particolarmente chiare e dure sulla campagna di Lc e anche allora fu chiesto un giudizio alla vedova Calabresi. Che dichiarò di non credere alla sincerità di quanto avevo affermato. Lei, al contrario, cosa che considero per me tragica, mi parve del tutto sincera, segno che stava prestando fede completa alla versione menzognera di Marino».

E Montanelli?

&laqno;Quella sera stessa, assieme alla mia compagna Randi, andai a cena con lui. Il punto centrale della conversazione a tavola fu la persuasione di Montanelli che io avessi detto cose che, per quanto lo riguardavano, chiudevano la questione perché esaudivano ciò che da tempo mi aveva chiesto di dire. Ricordo bene, e Montanelli non può averlo dimenticato, che si felicitò con me per la chiarezza di quanto avevo affermato e ripeté in particolare: "Immagino quanto le sia costato, con l'orgoglio che ha, dire cose di questo genere". Parole, le mie, che non sono volate via. Sono lì, nei verbali del tribunale facili da controllare. Senza contare ciò che ho pubblicato».

Ma non crede che Gemma Capra, una donna rimasta vedovagiovanissima e in seguito a un evento sanguinario che aveva privato del padre i suoi figli avesse bisogno di un attenzione particolare?

&laqno;Sì, ma non da parte mia. Io ero imputato di omicidio in un processo giudiziario. Quello che alcuni, e Montanelli in particolare, hanno sottovalutato è la differenza tra essere coinvolti in un processo del genere e discutere di un avvenimento storico-politico. Per esempio, la richiesta fattami più volte di riabilitare la figura di Calabresi era quanto di più improprio si potesse immaginare. Non è certo un imputato di omicidio che può riabilitare la memoria di chicchessia».

Però continuano a chiederglielo.

&laqno;Sì, ed è una delle ragioni dell'accanimento impiegato per dimostrarmi colpevole. Uno dei punti cruciali su cui si è giocato il processo e che tradisce qualunque cardine del diritto è che, invece di dimostrare la mia colpevolezza attraverso le prove, si è puntato alla riabilitazione della vittima. Ma se, per ipotesi, la vittima di un omicidio fosse una persona sulla quale il giudizio non può che essere pessimo, questo non modificherebbe in niente le responsabilità di chi ha commesso il delitto. E, a parte tutto, se io mi fossi messo a riabilitare Calabresi, sarei stato immediatamente sospetto: di opportunismo, viltà, ipocrisia e via dicendo. Dunque era ed è l'ultima delle cose che mi si può chiedere».

Chi potrebbe farlo?

&laqno;Non lo so, molti lo hanno fatto, compresi parecchi ex di Lc. Ma certo le parole non sono mai sufficienti i a risarcire dolori e perdite di quel genere. Perdite che, come noto, non stanno solo da quella parte».

C'è una riflessione di Montanelli da ricordare. Quando dice che, invece di lavorare per la riconciliazione tra ex nemici, si rischia di rinfocolare gli odi di un tempo.

&laqno;Sì, sono cose che anch'io ho detto in passato. Io vedo che oggi le paure di Montanelli ci si stanno materializzando sotto gli occhi a proposito del nostro caso. Comunque, voglio dire che il prossimo maggio sarò ancora in questo carcere di Pìsa. Qui, all'inizio del maggio 1972, morì Franco Serantini. Serantini era un ragazzo di appena 18 anni vissuto in orfanotrofìo bastonato dalla polizia poi lasciato morire in una cella di questo carcere».

Ci sono molte dolorose coincidenze in questa vicenda.

&laqno;Già. Sono passati anni 25 da quell'episodio Mi trovo nel carcere in cui Serantini è morto con la sensazione di dover sottolineare molto fortemente che qui c'è una vittima che non ha famiglia».

E neanche due settimane dopo cade l'anniversario del delitto Calabresi, 25 anni anche in questo caso.

&laqno;Proprio così. Anche in questo caso una ricorrenza particolare, oltretutto nel momento in cui noi troviamo in carcere, chiarati ufficialmente colpevoli di quel delitto In mezzo a queste due da-te, poi, c'è la circosatanza di cui sono falsamente accusato, e cioè di aver dato mandato a Marino di uccidere Calabresi».

Secondo lei che cosa potrà succedere il prossimo maggio?

&laqno;Due cose sostanzialmente: o ciascuno commemorerà le proprie vitime rigettando quelle dell'altro, oppure potremo ricordare, non dico insieme, non dico con stessi sentimenti, ma con un forte rispetto e una forte simpatia reciproci, una forte capacità di partecipare agli altrui dolori. Questo riguarda noi che siamo stati così protagonisti della vicenda, ma riguarderà anche moltissime persone innocenti. I nostri figli, e tanti altri ragazzi che vogliono capire che cosa è successo allora e in che mondo crescere».

L'intervista si conclude qui. Sofri si congeda con un sorriso. Lo vedo alIontanarsi svelto, tra le guardie, in un lungo corridoio. Oltre molti cancelli lo aspettano per altri ventitré anni i suoi scritti e i suoi gol a un metro dalla porta. Fuori c'è un gran bel sole.