Le note di Adriano Sofri alla sentenza della Corte di Cassazione che ha mandato in carcere innocenti lui, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani.

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Per un'ennesima volta, leggo e annoto una sentenza contro di me. Sarà la stanchezza, sarà il posto in cui mi trovo, che spinge alla fuga dei pensieri, mi distraggo continuamente, come uno scolaro che debba scrivere il suo compito mentre dalla finestra aperta entra la primavera. Le ricordo bene, ora, quelle finestre e quella irrequietezza. Dalla terza media al ginnasio, al liceo, frequentai una scuola a Roma che aveva due ingressi. Uno su via Giulia, che è la più bella via della Roma cinquecentesca. L'altro sul Lungotevere, giusto di fronte a Regina Coeli, e a un centinaio di metri dalle Mantellate, che ormai erano un museo criminale. Begli anni, penso ora. Poche parole sono promettenti come quella: ginnasiale. Mi aspettavo molto da me, allora, benché vagamente: però quel paesaggio carcerario non mi sembrò mai riguardarmi. Il momento più bello era la passeggiata all'uscita di scuola (che ne sarà, ora, coi motorini?). Si faceva un tratto in gruppo, o si seguiva una compagna. Si andava lungo il fiume, verso Ponte Garibaldi, oppure verso San Pietro e Castel Sant'Angelo.

Oltre Castel Sant'Angelo, c'era il Palazzaccio. Era così marchiano da meritare quel nome odioso: ma si capiva che, a battezzarlo così, era stata la paura. Nella sede della sua corte suprema ­ la Cassazione ­ la giustizia italiana si faceva nominare non dai suoi cittadini, ma dalle sue vittime. Quel nome ne faceva il monumento più greve allo stato mancato, allo spirito civico perduto di un Paese aggiustato alla buona, e della sua capitale. Lì accanto, l'altro stato, la Città del Vaticano, e la Mole Adriana, già a sua volta galera, col grande Angelo che, a non conoscere la storia, più che rinfoderare la spada sembra sguainarla. In questi anni sono passato altre volte davanti al Palazzaccio, e ci sono anche andato dentro: uno dei tanti schiacciati sotto quei marmi pacchiani. Per qualche anno la facciata è stata dimezzata: metà rimbiancata da lavori di restauro, metà sporca e annerita. Non so, forse erano mancati i fondi. Quella maschera bizzarra, la corte suprema che si era data una mezza ripulita, gli stava bene.

[...]

Per nove anni io ho ricostruito con ogni possibile fonte ­ testimoni, giornali, fotografie, rapporti di polizia, mappe ­ quel 13 maggio di venticinque anni fa. Marino aveva collocato la sua calunnia ai bordi del mio comizio, confidando che un'occasione così pubblica garantisse dell'impossibilità di smentire la presenza mia e di Pietrostefani. Proprio quel trasparente e grossolano calcolo si era rovesciato nel contrario. Pietrostefani ­ grazie alla sua latitanza di allora, dimenticata da Marino ­ aveva dimostrato di non essere stato a Pisa. Quanto a me, la stessa pubblicità della circostanza mi metteva a disposizione testimoni, cronache, fotografie Un altro giorno, ordinario e privato, come avrei potuto ricostruirlo? Come potreste voi, se ne avete l'età, ricostruire un vostro giorno di sedici o venticinque anni fa?

Tutti i miei movimenti sono stati ricostruiti e documentati. Tutti i passaggi dell'accusa sono stati sconfessati. Gli accusatori, privati e pubblici, e i successivi giudici, quando hanno voluto condannare, hanno vergognosamente negato l'evidenza. Hanno negato una pioggia che aveva bagnato un'intera città, che era fotografata in decine di foto, che era descritta nelle cronache dei giornali. Hanno scritto (motivazione della prima condanna in appello!) che non risultava alberata una piazza pisana contenente in realtà 54 -cinquantaquattro - pini marittimi: costringendo un consiglio comunale a smentirli. Hanno dichiarato inattendibili a priori tutti i testimoni, per pregiudizio politico. Hanno modificato dieci volte le circostanze dell'accusa, sperando di forzarle a incastrarsi nel muro compatto di testi e documenti della mia difesa: ottenendo solo di svelare più apertamente la strumentalità dell'accusa.

Bene, dopo quasi nove anni di questa fatica tenace ed avvilente l'ultima Cassazione arriva, e in qualche riga (pag.93) dichiara che non importa niente, che il colloquio di qualche minuto deve essere comunque avvenuto:
"incontro che non poteva certamente essere escluso dalle deposizioni dei testi sui movimenti di Sofri, non incompatibili con qualche minuto di colloquio con Marino prima di lasciare la piazza". Questa conclusione della Cassazione -perché? perché sì- equivale a dire che non bisogna difendersi, non bisogna refutare prove di accusa ed accumulare prove a difesa. È chiaro?