Il Natale rubato ai detenuti

LA LETTERA / I direttori dei penitenziari in sciopero bloccano le visite

di ADRIANO SOFRI
da Repubblica, 23 dicembre 1997



CARO direttore, è triste stare in prigione, a Natale lo è di più. A Natale si sta in famiglia. Le famiglie che hanno un carcerato devono accontentarsi di un'ora di colloquio, in un brutto parlatorio gremito, con le voci che salgono le une sulle altre, i bambini che ruzzolano dall'altra parte del muro che li divide da un genitore, e gli agenti che sorvegliano che gli abbracci dei coniugi dai due lati del muro non si facciano troppo stretti.
Siccome i colloqui non sono permessi nei giorni festivi né il lunedì né il martedì, mercoledì 24 dicembre è il solo giorno (la sola mattina) in cui i familiari possono trascorrere coi detenuti quell'ora perquisita che sostituisca la notte di Natale. Ci sono detenuti che hanno le famiglie lontano, e solo di rado ne ricevono la visita. La vigilia di Natale è la più sacra di queste occasioni. Qui a Pisa, persone verranno dalla Sardegna, dalla Sicilia, dalla Puglia, qualcuno forse dal Marocco: persone anziane, o bambini, con viaggi faticosi e costosi.

VERRANNO, ma non vedranno i loro congiunti detenuti. Sabato il Sidipe, che vuol dire Sindacato dei direttori penitenziari, ha proclamato uno sciopero per il 24 dicembre, e ha fatto sapere che per quel giorno sono aboliti i colloqui, oltre che le telefonate, i telegrammi, e la spesa interna. La lettura di quel proclama ha fatto salire di colpo la febbre del carcere: come se ogni detenuto avesse ricevuto un suo personale insulto e schiaffo in faccia. Ecco alcune cose che i detenuti hanno pensato.
Hanno pensato che i direttori delle carceri avevano deciso di farsi valere nei confronti del governo, o del Parlamento, non pagando di tasca propria, ma rubando ai detenuti e alle loro famiglie quel povero surrogato di Natale cui si stavano preparando. Anzi, i detenuti hanno pensato che i direttori di carcere dovevano essersi detti che, abolendo la vigilia di Natale, avrebbero fatto esplodere le galere, e presentato al governo il conto dell'esplosione.
Si sa che cosa succede quando si comincia a pensare: che si va avanti a pensare. Allora i detenuti hanno pensato che non si era mai sentito che i direttori di carcere avessero proclamato non dico uno sciopero, ma anche solo un minuto di raccoglimento, contro lo stato barbarico delle case di cui sono i titolari: contro il sovraffollamento, i suicidi e le agonie nell'abbandono, la povertà senza diritti. Non hanno mai fatto un'ora di sciopero né per una grande riforma carceraria, né per una piccola: per mandare a casa i malati di Aids, o le detenute madri di bambini piccoli. Ora invece offesi da una misura della legge finanziaria che ne danneggia il ruolo, le carriere e gli stipendi, i direttori di carcere scioperano il 24: cioè passeranno la vigilia di Natale a casa, anziché al lavoro in carcere.
Poi i detenuti hanno pensato che è tipico delle categorie in sciopero di scegliere il momento in cui si fa più male alla controparte o, purtroppo, al pubblico. Una legge autorizza la precettazione, e mette al riparo il Ferragosto o la Pasqua dagli scioperi dei controllori di volo o dei casellanti. Gli stessi allevatori hanno appena capito che, a Natale, è meglio sgomberare le strade e tornare a casa e alle stalle, coi loro presepi di trattori e mucche mansuete, salvo riparlarne dopo le feste. Ed ecco che i Direttori Penitenziari arrivano e mettono i piedi nel piatto della vigilia di Natale: appena nati al sindacalismo, e già oltranzisti come nessun Cobas.
Allora i detenuti si sono detti che avrebbero protestato, a proprie spese, e non a spese altrui. Domenica hanno messo fuori dalle celle ogni cibo, compresa la frutta secca che eccezionalmente avevano potuto acquistare alla spesa, compresi i panettoni che una volontaria della Caritas era appena riuscita a distribuire. Le detenute (che erano ancora più offese e risolute) e i detenuti non toccheranno cibo fino a dopo Natale. In fondo, hanno pensato, la storia che si commemora era cominciata nella mangiatoia di una stalla, e non nel bello sfarzo rosso di un cenone. Un carcere a digiuno: ecco un posto giusto per un buon Natale, per i cristiani e per i musulmani, che in galera sono tanti, e potranno venire alla Messa di giovedì, come Re Magi disgraziati, a stare insieme e scambiarsi una stretta di mano.
I detenuti si chiedono se non debba esserci una precettazione anche quando viene tolta l'ora di surrogato natalizio a 50.000 reclusi e alle loro famiglie. Questa storia spalancherà ancora di più un problema aperto di ogni galera: come faranno dei responsabili di carceri che si battono a spese altrui, a "rieducare" dei detenuti che si battono per conservare umanità e dignità in una gabbia da zoo, e lo fanno a spese proprie.
Forse i direttori possono ripensarci. Queste cose hanno pensato i detenuti: io le trascrivo, ma sono sottoscritte da tutti gli altri. Buon Natale.