Il giornalista risponde all'invito dell'ex leader di Lotta continua di andarlo a trovare in carcere a Pisa: &laqno;Appena possibile verrò, ma non si illuda di farmi recedere dalla mia posizione»

Montanelli a Sofri: &laqno;Trovi il coraggio per dire alla famiglia Calabresi: quella volta ho sbagliato»

Dal Corriere della Sera, 19 gennaio 1998

Le parole di Adriano Sofri
a proposito della campagna di Lotta continua
sulla morte di Giuseppe Pinelli


Caro Sofri,

io farò disperare lei, ma anche lei fa disperare me. Verrò a trovarla quando sarò da codeste parti (per me la vecchiaia è soprattutto riluttanza a variare il ritmo delle giornate). Ma intanto mi preme chiarire alcune cose:

1º) Faccio ammenda dell'equivoco in cui io - ma non io solo - sono caduto circa la richiesta di revisione del processo: ho scambiato per sentenza l'opinione di un alto magistrato. Mi scusi.

2º) Su Marino, ho semplicemente riferito ciò che ne vedo e che ne dice la gente del posto: uno sprovveduto che con la sua baracchetta di frittellaro conduce una vita da tapino. Se veramente venisse dimostrato che ne ha un'altra da benestante, il giudizio mio e di tutti - compreso, immagino, anche quello del tribunale - cambierebbe totalmente, anzi si rovescerebbe e la sua testimonianza diventerebbe carta straccia.

Ma veniamo al nocciolo del nostro contenzioso.

Se c'è qualcuno che, senza avervi nessun personale interesse, desidera l'archiviazione di quel reperto di un'altra età che è l'affaire Calabresi sono io: l'ho scritto a più riprese, e ora lo ribadisco. A una condizione: che lei riconosca, in una lettera - di cui mi offro postino - a Gemma Calabresi e ai suoi figli, che la campagna di denigrazione e di istigazione contro il loro congiunto - il più corretto funzionario della polizia di Milano - fu un'infamia. Ciò non costituirebbe ammissione di una responsabilità penale, ma soltanto morale, che ormai lei deve assumersi. Lei dice di averlo già fatto, No, caro Sofri, lei ha soltanto mormorato qualche parola a mezza bocca e invece bisogna farlo a bocca piena.

Se lei lo fa, io m'impegno a schierarmi, con quel po' d'autorità che forse a torto mi viene attribuita, dalla parte di coloro che già si battono per la liquidazione definitiva di questo residuato degli anni di piombo (anche se si tratta di una compagnia che mi va poco a sangue). In che modo? Non ce ne sono che due, visto che lei rifiuta (e in questo le do ragione) una domanda di grazia che implicherebbe il riconoscimento di una responsabilità penale come mandante del delitto. Non resta quindi che una pressante e incalzante richiesta di un nuovo processo, oppure di un indulto, in calce alla quale sono pronto fin d'ora ad apporre la mia firma, se lei l'appone in calce a quella che mi sono permesso di suggerirle all'indirizzo della famiglia Calabresi.

Purtroppo temo che non lo farà perché lei non si contenta di essere un uomo d'orgoglio, quale ogni vero uomo è giusto che sia. Lei è anche un arrogante che, messo alla scelta fra la rinuncia alla libertà e quella al suo carisma di capo - quale lei è stato nelle circostanze in cui avrebbe fatto meglio a non esserlo - sceglie la prima che - se lo ricordi - coinvolge la vita dei suoi due compagni di pena.

Ciò posto, se lei vuole ugualmente che io venga a trovarla, appena possibile verrò. Ma non si illuda di farmi recedere da questa posizione, come io non m'illudo che lei receda dalla sua. Eppure mi piacerebbe essere amico di un Sofri talmente orgoglioso da trovare il coraggio (ce ne vuole molto, lo riconosco) di dire: &laqno;Quella volta mi sbagliai».

Suo, Indro Montanelli.