A proposito della campagna di Lotta continua sulla morte di Giuseppe Pinelli

 

Le parole di Adriano Sofri che Indro Montanelli non ha letto.


Dall'interrogatorio di Adriano Sofri al processo di primo grado, 19 gennaio 1990.

L'ultima cosa che vorrei aggiungere è che gli articoli della campagna che Lotta Continua condusse per l'incriminazione del commissario Calabresi e, poi, dopo che si era aperto il processo, sono a loro volta testimonianza, secondo me, di una parabola degenerativa che ha accompagnato non solo questo caso. E cioè, all'inizio, la violenza e la crudezza e anche la brutalità delle cose che noi scrivemmo, (in questo caso non mi riferisco a me. Non le scrissi di persona; però fa poca differenza per quello che eravamo allora) delle cose che noi scrivemmo, aveva decisamente a che fare con la volontà di ottenere veramente giustizia. Di ottenere che si andasse veramente in un Tribunale ad affrontare questo problema. Di non lasciare che quello che era avvenuto, secondo noi, nella questura di Milano passasse impunito e senza il rispetto che gli era dovuto. Nel corso di questa campagna, questa posizione, diventò una posizione abitudianaria, compiaciuta; una specie di gusto inerte, dell'insulto, del linciaggio, della minaccia, si è impadronito di noi e non solo di noi. Questa è la cosa che volevo aggiungere, insomma, laconicamente. Naturalmente parlare così brevemente di cose di questo genere, non è facile.



Da Memoria, Ed. Sellerio, giugno 1990.

Ho detto che la nostra campagna contro Calabresi diventò poi una persecuzione, un linciaggio, un'agonia distillata. Furono scritte cose truci e feroci (non fui io a scriverne ancora, ma questo cambia poco).


Dall'intervista a Oggi, marzo 1997

E che cosa è accaduto tra lei e Montanelli?

&laqno;Il giorno in cui fui interrogato durante il primo processo, dissi parole molto meditate e nette sulla campagna che Lc aveva condotto nei confronti di Calabresi [considerato coinvolto nella morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, ndr] e sui giudizi dati in occasione del delitto».

Può ripetere ciò che disse?

&laqno;Dissi in sostanza che il sentimento che all'inizio era animato da un'intenzione di verità e di giustizia per la morte di Pinelli, strada facendo era diventato gusto compiaciuto del linciaggio, della violenza gratuita, della ferocia verbale. Dissi cose che non credo potessero essere dette in modo più duro. Aggiunsi, tra l'altro, che mi assumevo la totale responsabilità di quelle parole, ma che non una era stata scritta da me».

Però redasse lei il comunicato con cui Lotta continua annunciava la morte di Calabresi.

&laqno;Sì, quel comunicato lo scrissi io, né l'ho mai negato. Ma non diceva affatto "giustizia è fatta" né le altre bugie sulla "giustizia proletaria" che ancora si ripetono. Quell'articolo pronunciava un giudizio molto tortuoso».

Comunque, quali furono le reazioni alle sue dichiarazioni rese ai giudici?

&laqno;Ricordo che i Tg sottolinearono alcune mie frasi particolarmente chiare e dure sulla campagna di Lc e anche allora fu chiesto un giudizio alla vedova Calabresi. Che dichiarò di non credere alla sincerità di quanto avevo affermato. Lei, al contrario, cosa che considero per me tragica, mi parve del tutto sincera, segno che stava prestando fede completa alla versione menzognera di Marino».

E Montanelli?

&laqno;Quella sera stessa, assieme alla mia compagna Randi, andai a cena con lui. Il punto centrale della conversazione a tavola fu la persuasione di Montanelli che io avessi detto cose che, per quanto lo riguardavano, chiudevano la questione perché esaudivano ciò che da tempo mi aveva chiesto di dire. Ricordo bene, e Montanelli non può averlo dimenticato, che si felicitò con me per la chiarezza di quanto avevo affermato e ripeté in particolare: "Immagino quanto le sia costato, con l'orgoglio che ha, dire cose di questo genere". Parole, le mie, che non sono volate via. Sono lì, nei verbali del tribunale facili da controllare. Senza contare ciò che ho pubblicato».