I nodi del diritto oltre il caso Sofri

Antonio Minisola di Magistratura democratica discute la sentenza

 

Mario De Murtas, da La Nuova Sardegna, giovedì 13 novembre 1997


 

La sentenza di condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani per l'omicidio del commissario Calabresi, emessa sulla sola base delle dichiarazioni di Leonardo Marino, secondo Magistratura democratica, al di là delle critiche di merito, apre questioni che vanno ben oltre il caso specifico perché da argomenti a chi, in questi giorni, vorrebbe ridurre il peso processuale dei cosiddetti pentiti, perché pone questioni delicate come il diritto alla critica degli atti giudiziari: perché riapre, infine, e in termini assai radicali, la questione della funzione della pena. Questa, in sostanza, è l'opinione di Antonio Minisola, magistrato alla corte d'appello di Sassari e segretario della sezione cittadina della corrente di sinistra della magistratura.

"Il caso Sofri - dice Minisola - è quello più conosciuto dall'opinione pubblica ma sicuramente è un problema che coinvolge molte altre persone. Il problema è quello della valutazione probatoria delle chiamate in correità, disciplinate dall'articolo 192, terzo comma, del codice di procedura penale".

- La cui riforma è attualmente in discussione, tra molte polemiche. Cosa sostiene, questa norma?

"Dice che, a differenza della testimonianza, di una persona disinteressata, che costituisce prova di per sè, la chiamata in correità, siccome contiene un elemento di interese della persona che, per difendersi, accusa se stessa ma accusa anche terze persone, non costituisce prova della responsabilità altrui da sola ma deve essere valutata unitamente ad altri elementi di prova: i cosiddetti riscontri. E questa norma secondo noi va bene così com'é, perché lascia un certo margine di screzionalità al giudice nel valutare nei singoli casi, di volta in volta, qual è l'attendibilità intrinseca ed estrinseca del singolo collaboratore di giustizia. Purtroppo però, varie volte la giurisprudenza non è stata rigorosa, attenta nell'applicare questo principio che comporta che i cosiddetti elementi di riscontro debbano essere specifici per ogni imputato, per ogni fatto contestato".

- Nel caso concreto, la sentenza di condanna di Sofri e dei suoi compagni?

"Questo è uno dei punti dolenti. Perché oggettivamente, al di là delle intenzioni di chi ha giudicato questo processo, è una sentenza che va a favore di chi chiede modificare la norma. Perché c'è stata una valutazione positiva delle dichiarazioni del chiamante in correità Leonardo Marino, basata unicamente sulla sua attendibilità intrinseca, complessiva, in assenza di riscontri, esterni sui singoli fatti specifici attribuiti a ciascun imputato. Si è detto, cioé, che Marino è attendibile internamente per una serie di ragioni e complessivamente perché ha fornito una ricostruzione che al giudice è parsa veritiera ma non si sono andati a cercare, per ogni singolo imputato, i riscontri specifici. Questa, quindi, diventa una sentenza doverosamente criticabile e oggettivamente ingiusta. Perché si pone, tra l'altro, contro un indirizzo consolidato dalla giurisprudenza della Corte di cassazione".

- In sostanza Marino viene dichiarato credibile perché è una brava persona.

"Non soltanto perché è una brava persona ma perché evidentemente si ritiene che il suo pentimento sia stato spontaneo e che il quadro complessivo che disegna sia complessivamente attendibile. Ma questo appunto è solo il primo tassello: è l'attendibilità intrinseca che non può bastare a dichiarare responsabili delle persone, tanto più quando si tratat di reati particolarmente gravi che comportano condanne quali quella che è stata inflitta in questo caso. Mi sembra che questa sentenza risponda a una logica dell'emergenza, che risenta del clima degli anni Settanta, gli anni del terrorismo: si vede questo influsso nella nella negazione delle attenuanti generiche legata alla mancata confessione di imputati i quali hanno pieno diritto di proclamarsi innocenti, se così ritengono di dover fare".

- Resta il fatto che probabilmente questa per l'omicidio Calabresi è l'unica sentenza di condanna in giudicato per le vicende dei primi anni Settanta. La critica, in questo caso, può essere solo giuridica e non porre in questione il diritto dei cittadini a sapere come sono andate veramente le cose?

"Credo che quello di conoscere la vicenda storica complessiva sia comunque un diritto di tutti i cittadini. Naturalmente i processi penali hanno un'ottica limitato al singolo fatto o ai sigoli fatti oggetto dell'esame giudiziario, per cui se anche è implicito che in certi casi si effettua una ricostruzione storica, non è compito della magistratura penale ricostruire la storia. È chiaro che questo è un tassello di anni particolarmente bui, quando ancora, a distanza di quasi trent'anni, nulla sappiamo sulla strage di piazza Fontana e su quelle successive".

- Magistratura democratica ha sempre rivendicato il diritto di critica delle sentenze.

"Lo abbiamo sempre rivendicato, e continuiamo a rivendicarlo, naturalmente, e per questo abbiamo anche subito in passato atteggiamenti di discriminazione da parte di altre componenti dell'Associazione magistrati, atteggiamenti che negli ultimi anni si sono molto ammorbiditi. Riteniamo che come associazione professionale di tecnici sia nostro dovere imprescindibile criticare, naturalmente in maniera argomentata, qualunque sentenza. Riteniamo che la criticabilità, l'assoggettibilità al controllo esterno di tutti i cittadini, sia la vera forza della giurisdizione, che non si deve chiudere in una difesa corporativa soltanto perché è stat emanata una sentenza".

- Ma è un diritto che rischia di restare senza conseguenza pratica nel momento in cui c'é un giudicato.

"È chiaro che il sistema giudiziario si basa sull'esistenza di certe regole: qua c'é un giudicato che può essere toccato dal punto di vista processuale soltanto attivando un mezzo di impugnazione straordinaria quale la revisione. Naturalmente noi non possiamo che richiamare l'attenzione dei tecnici, degli operatori del diritto e dell'opinione pubblica e del Parlamento su una situazione generale da modificare, ovviamente non soltanto per Sofri. E d'altro canto devo dire che si presta a una duplice lettura il fatto, richiamato da tanti commentatori critici, che la sentenza Sofri è giunta la termine di ben sette decisioni di autorità giudiziarie. Che alcune di queste siano state di segno assolutorio e la gran parte, e quella definitiva, di affermazione di responsabilità penale, per me personalmente, è un sintomo di dubbio, di debolezza della decisione finale. Il dato si presta però anche a una lettura di segno opposto, come quella che ne danno tanti colleghi con i quali ho avuto modo di confrontare le rispettive opinioni, da parte dei quali si ritiene che proprio in quanto ci sono state diverse pronunce, questo giudicato ha una sua forza".

- Dal punto di vista del cittadino si pone però il problema di una sentenza che, pur criticata, non può essere modificata se non attraverso strumenti straordinari. Chi difende il cittadino da decisioni che possono essere arbitrarie o anche solo superficiali?

- "L'ordinario svolgersi della giustizia dovrebbe limitare al minimo questa eventualità perché in Italia, a differenza di altri ordinamenti, abbiamo ben tre gradi di giudizio, perché ormai la Cassazione è diventata, quasi, un giudice di merito. Si sono previsti anche mezzi di impugnazione straordinari. È evidente che comunque è necessario che a un certo punto si dia un segno finale. A quel punto il compito della giurisdizione, del giudice penale, è finito. Bisogna pensare allora a qualcosa che intervenga dopo per modificare situazioni ritenute ingiuste. Però si tratta di interventi che non spettano più alla magistratura ordinaria. Si tratta, come si è detto in questi ultimi tempi, di eventuali provvedimenti di clemenza da parte del capo dello Stato, oppure di atti normativi da parte del Parlamento che abbiano naturalmente un contenuto generale, vasto e non limitato al singolo caso".

- Un errore giudiziario, tuttavia, pone il problema scottante del controllo sull'operato dei giudici.

"Controllo che deve essere il più ampio e il più vasto e cge viene assicurato normalmente attraverso la pubblicità dei dibattimenti, la conoscibilità dei provvedimenti, l'assoggettamento a un controllo di carattere interno. Poi c'é il controllo più generale, quello dell'opinione pubblica, che può incidere sulle sedi politiche per spingerle a prendere dei provvedimenti. Un altro aspetto della sentenza Sofri è che investe anche la funzione della pena: perché ci si trova davanti a persone che a distanza di venticinque anni dal fatto vengono a scontare una pena assai lunga dopo che nel frattempo si sono evolute, hanno avuto una determinata vita, si sono anche attivate e impegnate socialmente. E c'é da chiedersi, a distanza di tanto tempo, che senso può avere l'espiazione di una pena detentiva. Laddove la funzione della pena in carcere è prevalentemente afflittiva: non penso che nessuno possa dire che in carcere ci si emendi. Dovrebbe esistere in via generale, ripeto, non soltanto per questo caso, una previsione normativa che consenta di rendere più flessibile una pena, renda possibili delle forme alternative al carcere, quando si tratti di pene espiate dopo tanto tempo da persone che, al di là della loro innocenza o colpevolezza, abbiano negli anni successivi tenuto un comportamento corretto".