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Repubblica Cecena, 15 febbraio 1997
AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DI ITALIA
SIGNOR OSCAR SCALFARO
Egregio Signor Presidente,
La notizia della condanna del cittadino della Repubblica Italiana, Adriano Sofri, ad un lungo periodo di privazione della libertà, è stata accolta, nella nostra Repubblica, con rammarico.
Il Signor Adriano Sofri, in un periodo difficile per il popolo ceceno, quando il nostro paese era avvolto dalle fiamme della guerra, ha cercato, in maniera obiettiva, di far giungere all'opinione pubblica mondiale l'essenza di quanto accadeva. Nel far ciò, Adriano Sofri ha dato prova di coraggio personale in situazioni di pericolo per la propria vita.
La sua efficace informazione rivolta alla gente di buona volontà di tutto il mondo, ha favorito la crescita del numero dei sostenitori della cessazione della guerra sanguinosa in terra cecena.
Pur non dubitando dell'obiettività della giustizia italiana, ciò nonostante La pregherei di esaminare la questione della possibile grazia al Signor Adriano Sofri.
Con l'occasione, esprimo la mia stima a Lei e a tutto il popolo italiano.
Mario Primicerio ha scritto al Presidente della Repubblica la seguente lettera:
Caro Presidente,
so che in questi giorni ha ricevuto molteplici lettere e richieste riguardanti la condanna di Adriano Sofri.
Ovviamente non è compito di un Sindaco entrare nel merito della questione; mi pare però opportuno darLe una breve testimonianza personale senza alcuna valenza politica o giuridica.
Non ho conosciuto Sofri direttamente; ma quando nell'estate 1995 sono stato a Sarajevo, ho sentito parlare di lui e di quello che stava facendo quando per andare nella città bisognava passare nel cunicolo sotto l'aeroporto e per restarci occorreva sfidare ogni giorno il fuoco dei cecchini. Ma, soprattutto, quando per fare breccia nel cuore di quelle persone così provate dalle sventure, occorreva amarle davvero.
Tutto qui, signor Presidente. E auguro ad Adriano Sofri che a lui si possa applicare la bellissima frase evangelica "molto gli è stato perdonato perchè molto ha amato":
Giugno 1979, la prima visita di Giovanni Paolo II in Polonia. Venivano a trovarmi molti giornalisti stranieri. Ma di uno solo ho un ricordo particolare. Le domande dell'interlocutore italiano non erano banali e non ricalcavano i soliti stereotipi. I suoi giudizi erano originali, le sue analisi profonde e pregnanti. Adriano Sofri, era lui il mio interlocutore, non aveva in sé nessun tratto di quella presunzione, in quegli anni tipica per gli uomini della sinistra occidentale. Parlavamo della rivolta studentesca del '68, mettevamo a confronto le esperienze occidentali con le nostre, discutevamo delle vie per costruire la società civile. Adriano aveva letto il mio saggio, in cui confutavo il luogo comune della sinistra, secondo cui il dittatore d'anteguerra polacco Jozef Pilsudski sarebbe stato fascista. Adriano aveva descritto poi la nostra conversazione sulla stampa italiana, provocando una polemica con K.S. Karol.
Da allora avevo incontrato Adriano più volte. Lo vedevo a Varsavia, quando portava gli aiuti a Solidarnosc clandestina. Un fatto commovente ma non sorprendente. Adriano sempre stato dalla parte degli oppressi. So quanto ha fatto per me, quando ero in prigione. So con quanto coraggio andava in Bosnia e in Cecenia. Incontravo Adriano in Italia, dal 1989. Ma nella gioia dei nostri incontri si insinuava un'ombra di tristezza: vedevo con quanta tenacia combatteva per la verità e la dignità contro accuse ignobili.
Non voglio e non posso condannare il sistema di giustizia italiano. Ma ricordo che una volta, politici e intellettuali italiani, tra i quali Adriano Sofri, con nobiltà e con efficacia difendevano prigionieri politici polacchi. E' arrivato il momento per cui un giornalista polacco faccia appello alle autorità di Roma. Mi rivolgo al presidente Scalfaro, perché faccia tutto il possibile per scarcerare Adriano Sofri.
Dal Diario del19 febbraio 97
La notizia, noi a Sarajevo, l'abbiamo capita così: per molto tempo il nostro amico Adriano Sofri non potrà venirci a trovare. Non bisogna spiegare a nessuno di coloro che hanno resistito a Sarajevo chi è Adriano Sofri. Soprattutto per i più giovani, ha rappresentato la prova che la giustizia e gli amici di tutto il mondo non sono una finzione. Oggi qualcuno ci vuole dire che, in nome della giustizia, non può venire a Sarajevo. Non so quale tipo di giustizia ha violato. L'Italia è tuttavia un Paese che conosce il senso di giustizia, per questo spero che un giorno il suo problema sarà risolto. Ma se è vero che in nome della giustizia Adriano sofri è in prigione e non viene a Sarajevo posso solo commentare: è una prova in più che la giustizia a favore della gente di Sarajevo non esiste. Sappiamo molto bene che l'idea della giustizia a Sarajevo, durante questi cinque anni, è stata completamente diversa rispetto a quella in voga nel resto del mondo. Abbiamo pensato che la giustizia serve per le persone semplici e non per le grando teorie e i grandi principi. Abbiamo capito che Adriano Sofri è diventato un sarajevese perché ha condiviso lo stesso senso di giustizia. Mi ricordo l'inverno del 1994 quando dei ragazzi di Sarajevo che non avevano mai conosciuto né la Coca Cola né i dolci, ha potuto bere Coca Cola e mangiare dolci portati da Adriano chissà da dove. Mi ricordo il giorno in cui prese le misure per i jeans o per le scarpe da tennis per gli stessi ragazzi di Sarajevo. Non ha mai fatto promesse false, ha sempre rispettato le sue parole: al viaggio successivo c'erano i jeans e le scarpe da ginnastica. Sarajevo ha perso la guerra perché la nostra idea della giustizia e dell'umanità è stata violentata dalla filosofia dell'interesse e dell'egoismo. Per questo noi, i combattenti di Sarajevo, siamo rimasti formalmente liberi, in realtà prigionieri sino alla fine dei nostri giorni. Adriano è stato uno di noi, col suo senso dell'umanità e della dignità. Abbiamo pensato che dovesse rimanere a Sarajevo con un passaporto bosniaco e un lavoro di responsabilità, naturale per lui e per noi. Ha respinto questa nostra proposta, voleva contunuare a combattere per le sue idee e i suoi princìpi nel suo Paese. Senza Adriano Sofri, Sarajevo sarà una città triste. Resta solo una consolazione: saremo assieme in questa solitudine.
Zlatko Dizdarevic
Trois ex dirigeans du moviment "Lotta continua", Adriano Sofri, Ovidio Bompressi et Giorgio Pietrostefani ont été condamnés par la Cour de Cassation italienne, le 23 janvier 1997, à 22 ans de prison. Le délit dont ils se défendent date d'il y à 25 ans. Au terme d'une série de procès commencée en 1988, reposant exclusivament sur la déposition, incertaine et contradictoire, d'un unique témon "repenti", alors qu'avaient disparu tous les corps du délit, les trois accusés, maintenant incarcérés à Pise, refusent de demander la grâce, et se battent pour la révision de leur procès. Le présent appel (voir Jacqueline Risset, Il faut aider Adriano Sofri, "Le Monde" du 29 janvier) se fonde sur la conviction qu'il est contraire aux principes démocratiques de l'Europe actuelle de laisser en prison sous le poids d'une peine équivalent à la perpétuité des hommes dont l'innocence ne fait pas de donte. Nous demandons au Président de la République italienne, dont l'exigence éthique est connue, d'intervenir afin de remédier à une si grave situation.
Jean-Christophe Bailly, Etienne Balibar, Daniel Bensaid, Maurice Blanchot, Yves Bonnefoy, Alain Brossat, Cornelius Castoriadis, Régis Debray, Jacques Derrida, Daniel Dobbels, Luis-René des Forêts, Max gallo, Alain Jouffroy, André S. Labarthe, Phulippe Lacouc-Labarthe, Claude Lanzmann, Francis Marmande, Dionys Mascolo, Mairice Nadeau, Jean-Luc Nancy, Maurice Olender, Michéle Perrot, Jacques Rancière, Jacqueline Risset, Louis Sala-Molens, Michel Surya, Enzo Traverso, Pierre Vidal Naquet.
Noi, cittadini europei di diversa provenienza geografica, culturale e politica, abbiamo appreso con sconcerto della condanna definitiva di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani a 22 anni di reclusione per l'omicio del commissario Luigi Calabresi, avvenuto 25 anni fa. Non è nostra abitudine immischiarci negli affari giudiziari dei singoli stati ed abbiamo grande rispetto per un paese come l'Italia. È perciò ancora più doloroso dover prendere atto dello svolgimento di un processo che per tempi e modalità allontana l'Italia dall'Europa e ne compromette ulteriormente la reputazione di patria del diritto. Innumerevoli sono le prese di posizione delle istituzioni comunitarie contro le condanne di cittadini che si basano sul verosimile: proprio come il processo calabresi, dove accuse incerte vengono assunte come prove certe che danno vita a sentenze contraddittorie. Noi non sappiamo se Adriano Sofri, Ovidio Bompressi o Giorgio Pietrostefani abbiano a che fare con il riluttante omicidio del commissario Calabresi e non vogliamo sostituirci alla giustizia italiana. Ma ci sembra impossibile dare un giudizio di condanna sulla base degli indizi dubbi venuti a galla durante questi sette anni di processi. Non abbiamo ancora perso del tutto la fiducia nel sistema giudiziario italiano. Ma perché ciò non accada, questo sistema deve trovare una via d'uscita da questa inquietante storia di ingiustizia. Deve restituire la libertà ai tre detenuti, che, dichiarandosi innocenti, hanno socraticamente scelto di continuare la loro battaglia dall'interno del carcere.
31 gennaio 1997
Dani Cohn Bendit
4.2.1997
La sentenza definitiva di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani
per l'omicidio del commissario Calabresi e la loro immediata carcerazione,
scuotono profondamente la nostra fiducia nell'impegno democratico delle
istituzioni.
La sentenza, che arriva alla sua definizione a venticinque anni dal fatto
che è chiamata a giudicare, dopo ben sette processi che in nove anni
non hanno offerto alcun credibile riscontro alla confessione del pentito
Leonardo Marino, non rende giustizia neppure alla vittima e alla sua famiglia.
Di contro, tanto Adriano Sofri in "Memoria" quanto lo storico
Carlo Ginsburg in "Il giudice e lo storico", si sono incaricati
nel corso di questi lunghissimi anni, di scandagliare puntigliosamente gli
atti processuali denunciandone vizi, falsità e manchevolezze.
Come se non bastassero le prove della loro innocenza, Sofri e Bompressi
si sono consegnati alla giustizia, mentre Pietrostefani alla libertà
in Francia ha scelto la condivisione della sorte dei suoi compagni. Tutti
e tre inoltre rifiutano di chiedere la grazia, ultima spiaggia dei colpevoli.
Noi artisti, uomini e donne di cultura, che poniamo la libertà come
fondamento e condizione prima della nostra creatività, come guida
nella ricerca e affermazione dei nostri valori, intendiamo partecipare con
i mezzi e gli strumenti che ci sono propri allo sdegno e alle proteste che
si sollevano da ogni angolo del paese, per far sentire la nostra solidarietà
ai tre intellettuali innocenti rinchiusi dentro le mura del carcere Don
Bosco di Pisa.
Enrico Castellani, Jannis Kounellis, Carla Accardi, Mario Merz, Piero Dorazio, Emilio Prini, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Cesare Tacchi, Renato Mambor, Teodosio Magnoni, Vasco Bendini, Gianfranco D'Alosio, Oscar Turco, Roberto Pietrosanti, Alberto Vannetti, Roberto Mannino, Maria Rita Bassano, Ettore Consolazione, Claudio Adami, Massimo Cartoni, Primarosa Cesarini Sforza, Nedda Giudi, Patrizia Mania, Pietro Fortuna, Marina Accomando, Valeria Gramiccia, Mauro Folci, Paul Klerr, Ignazio Gadaleta, Ciriaco Campus, Giovanni Asdrubali, Bruno Corà, Adachiara Zevi, Giovanna De Sanctis Ricciardone, Salvatore Pulvirenti, Lucia Romualdi, Paolo Cotani, Ludovico Pratesi, Tommaso Cascella, Simonetta Lux, Marisa Albanese, Cloti Ricciardi, Marco Di Capua, Cecilia Casorati, Giancarlo Limoni, Laura Palmieri, Bruno Conte, Marco Gandini.
Pisa, 24 febbraio 1997
Se fossi il Sindaco di Pisa non ci penserei sopra due volte e, avvalendomi
delle mie prerogative, nominerei Adriano Sofri assessore comunale riservandomi
di discutere con lui le competenze: se fossi il Sindaco di Pisa gli chiederei,
per esempio, un progetto in campo culturale. Lo stesso farei se fossi il
Presidente della Provincia.
Se fossi il Sindaco di Pisa, dovendo rendere conto ai cittadini, spiegherei
il mio gesto come la conseguenza del grave turbamento inflitto alla coscienza
mia e di molti dalla sentenza che, senza alcun riscontro, ha condannato
i cittadini Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani a venti
e più anni di carcere: e spiegherei che, essendo costoro incarcerati
a Pisa, bisognerà dare testimonianza, e in modo speciale, della nobiltà
d'animo della nostra città e della sua tradizione di libertà.
Lo stesso farei se fossi il Presidente della Provincia.
Se fossi il Sindaco di Pisa coglierei l'occasione per compiere il mio gesto
essendomi impegnato a rinvigorire il governo cittadino con nuove deleghe
a nuovi assessori e chiederei ai gruppi consiliari e ai partiti di condividere
con me questa assunzione di responsabilità civile.
Infine, se fossi il Sindaco di Pisa o, ugualmente, il Presidente della Provincia,
mi appellerei ai cittadini affinché sostenessero il mio gesto come
fosse loro, della collettività e di ognuno; in modo che Pisa abbia
una volta di più l'opportunità di essere contro l'ingiustizia.
Athos Bigongiali (scrittore), Alma Cordedda (commerciante), Enrico Dameri (imprenditore), Aldo G. Gargani (docente), Davide Guadagni (pubblicitario), Debora Lombardi (studentessa), Ettore Masi (ristoratore) Giorgio Meletti (giornalista) Paola Palareti Gargani (insegnante), Alessandra Peretti (insegnante), Ugo Riccarelli (scrittore), Roberto Salvini (commerciante)
Cari amici,
non posso essere presente alla vostra iniziativa ma ci tengo a non far mancare
la mia voce e la mia solidarietà.
Speravo di poter vedere finalmente chiuso il "caso Sofri", e invece
rimane aperto, come una ferita, nella coscienza civile del Paese. L'intrigo
di problemi giuridici, politici, umani s'è risolto in una condanna
che ci pare drammaticamente inutile e che per se stessa indica uno scarto
inaccettabile tra verità e giustizia.
"Sull'incapacità di giungere ad una verità s'è
pronunciata una sentenza ma non s'è fatta giustizia, perché
la giustizia non può nascere dalla sospensione della verità".
Dentro questo assurdo giuridico si nasconde un giudizio politico su quegli
anni della storia del nostro Paese, un arrendersi della giustizia dinanzi
al labirinto dei fatti e delle contraddizioni. Quel giudizio appare ancora
smarrito nel risentimento, nell'incapacità di guardare a quella generazione
con uno sguardo sereno che sa anche riconoscere i propri torti e operare
per una vera riconciliazione.
La solidarietà per Adriano Sofri è anzitutto per una persona
che sta di fronte ad un passaggio difficile della propria vita senza smarrire
il senso e le ragioni di un bene più grande.
Franco Passuello
Pisa, 29 gennaio 1997
Al Sig. Presidente
della Repubblica Italiana
Sig. Presidente,
di fronte alla condanna di Bompressi, Pietrostefani e Sofri, giudicati responsabili
dell'omicidio del commissario Calabresi, sentiamo di doverci rivolgere a
Lei: certamente non per sovrapporre una valutazione soggettiva ad un giudizio
della magistratura, quanto perché non possiamo esimerci dal rappresentarLe
i gravi dubbi e la preoccupazione che la sentenza suscita. Tutto ciò
per il modo con cui si è pervenuti alla sentenza stessa, dopo un
iter processuale contraddittorio ed inquietante, e sulla base di un'unica
testimonianza frutto di un pentimento tardivo (oltre 15 anni) e maturato
in una situazione soggettiva molto complessa.
Tra l'altro, la vicenda giudiziaria ed il suo esito rischiano di essere
interpretati come un inaccettabile giudizio liquidatorio nei confronti dei
movimenti che, prima dell'insorgere del terrorismo, e al di là della
condivisione politica, hanno fornito un contributo alla crescita culturale
e politica del Paese.
Nel rivolgerci a Lei come supremo garante del rapporto di fiducia fra cittadini
ed istituzioni, e prima fra queste, la magistratura, che sentiamo in particolare
come un bene irrinunciabile, Le chiediamo un Suo autorevole intervento,
nell'ambito dei Suoi poteri discrezionali previsti dalle leggi vigenti:
tale intervento senza ledere il principio di giustizia, potrebbe sanare
una situazione di grave disagio morale di tante coscienze turbate dalla
vicenda.
Pietro Floriani
Sindaco di Pisa
Gino Nunes
Presidente della Provincia
Naturalmente parteciperò alla manifestazione del 15 a Pisa. Ovviamente
sono infuriato per un modo di esercitare la giustizia amministrando senza
pudore con l'illazione e l'arbitrio.
Charles Dickens dice che il palazzo dell'Alta Corte di Giustizia è
perennemente avvolto nel fango e nella nebbia.
Il modo e la ragione della sentenza di condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani
sono ancora altro fango, altra nebbia.
Maurizio Maggiani
Roma, 14 febbraio 1997
Cari amici,
ho letto l'appello per "la manifestazione del 15 febbraio 1997 a Pisa,
in solidarietà con Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio
Bompressi" e lo condivido.
Pur non potendo partecipare personalmente alla manifestazione di domani,
sarei lieto di figurare tra gli aderenti.
Cordialmente
Giuseppe Tornatore
Bologna, 7 marzo 1997
Il sindaco Walter Vitali e tutti gli assessori che compongono la giunta
del comune di Bologna, dal PDS al PPI, hanno sottoscritto una lettera aperta
al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro in favore di Adriano
Sofri, Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi.
Un gesto clamoroso di cui hanno parlato oggi ai giornalisti Carlo Castelli,
capogruppo PDS in consiglio comunale, Diego Benecchi, PDS, presidente di
commissione consiliare, Pier Giorgio Nasi, capogruppo PRC (che è
fuori dalla giunta), Paolo Zanca, capogruppo dei Democratici (Socialisti),
Filippo Boriani, capogruppo dei Verdi. "Speriamo che la decisione della
Giunta e di alcuni consiglieri, in tutto 42 firme - ha detto Benecchi -
diventi un incentivo a sottoscrivere questa missiva da parte di tutti i
cittadini. Dalla settimana scorsa, ogni sabato, i comitati raccolgono firme,
nella speranza che questa mobilitazione si estenda a tutto il paese".
Nella lettera a Scalfaro, cioè a colui che può concedere la
grazia e che siede a capo del Consiglio Superiore della Magistratura, si
legge: "Molti di noi non hanno condiviso il percorso politico di Sofri,
Pietrostefani e Bompressi, riteniamo preò che la loro vicenda giudiziaria
sia un problema grave che ci interpella come cittadini democratici e che
chiama in causa la credibilità della giustizia italiana". Diffusa
la convinzione di essere di fronte ad una sentenza ingiusta. "La via
da percorrere è quella di una revisione del processo", è
stato detto. Ma alcuni firmatari sono andati oltre: "Dietro a questa
sentenza - ha detto Zanca - c'è chi non ha mai digerito gli anni
'70". E Boriani: "È una sentenza politica nei confronti
di una generazione".
Cari amici, nella mia attività mi trovo spesso a contatto con
problemi legati alla giustizia e al carcere, ma non ho titolo nè
sufficienti cognizioni per pronunciarmi sulle specifiche vicende storiche
e processuali. Sento, tuttavia, come cittadino ed anche come religioso di
dover esprimere alcune perplessità e considerazioni. L'intero iter
processuale è stato assai travagliato e ha suscitato ampie riserve
in una parte consistente dell'opinione pubblica: per l'alto numero dei procedimenti,
per la contradditorietà delle sentenze, per la distanza dagli accadimenti
per l'unicità della fonte di accusa e, infine, per un carico simbolico
che ha forse rischiato di trasformare un singolo procedimento giudiziario
in un più complessivo giudizio su un particolare e tornentato periodo
della storia recente del nostro paese.
L'insieme di queste riserve non può lasciare alcuno soddisfatto per
l'esito della vicenda e per l'attuale carcerazione che, anche prescindendo
da ogni altra considerazione, ha il segno forte di una pena senza senso
e senza umanità. Io non so, francamente, quali siano le soluzioni
realistiche e di giustizia che si possano dare a tale situazione. Penso
che una soluzione di speranza e di umanità vada cercata e trovata
e che noi come cittadini, ma soprattutto quanti hanno responsabilità
e poteri, dobbiamo insieme fare il possibile perché ciò avvenga
e avvenga presto. Gli anni '70 sono ormai lontani e le contrapposizioni
che li hanno segnati appaiono distanti nella memoria e nella coscienza sociale;
le luci e le ombre si sono confuse in uno scenario indistinto. E' cambiato
il mondo e sono cambiati gli uomini. Anche per questo la pena che scontano
Sofri, Bompressi e Pietrostefani, ma, pur con le differenze del caso, altre
centinaia di persone per terribili fatti successi in quegli anni, lascia
l'amaro in bocca. Mi auguro dunque che sia questa specifica e tormentata
vicenda, sia il complesso degli avvenimenti di quegli anni, possano essere
consegnati interamente alla storia, liberando gli uomini e le memorie dal
peso del carcere e risanando le ferite sociali e indididuali che, in questo
carcere, in queste pene prive di senso e umanità, non possono trovare
alcun giovamento.
Don Luigi Ciotti