Luca parla del suo ultimo incontro in carcere con il padre condannato per l'omicidio di Calabresi

"La grazia di Scalfaro? Non ci contavamo"

Il figlio di Adriano Sofri: non gli chiedo di interrompere il digiuno, è l'unico modo per urlare la sua innocenza

"La sua è una scelta combattiva e non di rassegnazione Ora speriamo nella revisione del processo"

Antonio De Florio
Il Messaggero 30 ottobre 1997


"No, non posso chiedere a mio padre di smettere, di interrompere lo sciopero della fame. Anche quando starà male. Sarebbe da parte mia una pretesa egoisitica...". Luca Sofri è appena uscito dal carcere don Bosco, dove il papà Adriano, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani scontano 22 anni di carcere per l'omicidio del commissario Calabresi. E' il giorno dopo la lettera di Scalfaro con cui il presidente della repubblica ha escluso la possibilità della concessione della grazia ai tre esponenti di Lotta continua. Luca, è stato un brutto risveglio?
"No. Mio padre l'ha detto fin dal primo momento: non ci contava sulla grazia. E' dispiaciuto piuttosto per la delusione di tutti gli amici che avevano puntato su quella soluzione. Della lettera di Scalfaro oggi abbiamo parlato pochissimo. Soltanto di quella frase in cui sostiene che la pena deve avere anche un valore afflittivo. tutti e due lo ignoravamo...".

Enrico Deaglio, e non solo lui, teme che Adriano Sofri, con lo sciopero della fame iniziato da undici giorni, si lascerà andare...
"Prima di tutto è una protesta partita da Rebibbia che riguarda le condizioni delle carceri in Italia. Mio padre, Ovidio e Giorgio hanno solo aderito. Non condivido il tono cupo di Enrico, la sua malinconica rassegnazione. La scelta di mio padre e degli altri è assolutamente combattiva, non di lasciarsi morire rassegnato. E' la scelta di gridare l'ingiustizia subita. Prevale la rumorosità della scelta rispetto al possibile esito".

Sarà sufficiente l'approvazione della legge che migliorerà le condizioni in carcere per sospendere il digiuno?
"Non lo so e penso che ancora non abbiano preso una decisione".

Ma se dovessero continuare, come figlio potresti chiedere...
"No, non ne ho nessun diritto. So benissimo che il loro desiderio è quello di vedersi riconosciuta la propria innocenza, la propria dignità. In nome di che cosa potrei chiedere di smettere? E' meglio andare incontro a 22 anni di carcere con una detenzione ingiusta perché non sono degli assassini? O è meglio morire, urlando la propria innocenza con quella forma di protesta? Se scelgono questa seconda via io non posso che condividerla completamente".

La vedova Calabresi ha detto che nel caso in cui Sofri, Bompressi e Pietrostefani ammetteranno le proprie responsabilità sarà lei a chiedere la grazia a Scalfaro...
"Anche il pubblico ministero Pomarici nove anni fa disse a mio padre "confessate e chiuderemo immediatamente la vicenda". Ma se sono innocenti? Come fanno ad ammettere un delitto che non hanno commesso? Mi dispiace questa contrapposizione tra noi e la famiglia Calabresi, ma basta considerare l'ipotesi che siano innocenti per capire che è una contrapposizione fittizia".

La grazia per ora è stata esclusa, cosa resta?
"L'indulto proposto da Scalfaro non può riguardare il nostro caso. La sentenza esclude che siano stati atti di terrorismo e poi mio padre è stato tra i primi a prendere la distanza da quell'esperienza. Rimane la possibilità della revisione del processo, su cui sta lavorando l'avvocato Gamberini. Ci sono elementi non solo per riaprirlo, ma per giungere velocemente a un'archiviazione".