L'INTERVISTA / L'ex leader della Democrazia cristiana: &laqno;Mi dà fastidio questa campagna in suo favore, però la battaglia è giusta»

Martinazzoli: "Il processo a Sofri è da rifare"

"Lui e gli altri odiavano Calabresi, ma le nuove prove potrebbero finalmente portare alla verità sul delitto"

Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 10 marzo 1998


BRESCIA - "Non potrei citare una sola frase ma ricordo che aveva uno stile di un dannunzianesimo estremo. Sgradevole". Detto questo, detto tutto. Mai digerito, Mino Martinazzoli, quel modo di poetare del "Celeste Aviere": "Papaveri, sangue fulgente / qual sangue d'eroi e d'amanti / innanzi a periglio mortale...". Per carità: massimo rispetto. Lui, però, è sempre stato un inguaribile manzoniano.

Eppure, tra coloro che sperano in un nuovo processo per quell'Adriano Sofri che non sopportava perfino sotto il profilo letterario c'è anche lui.

Esclude che in quegli anni, in quella atmosfera, con quelle parole che venivano usate...

"Io non escludo niente. Che lui e gli altri di Lotta continua considerassero Calabresi un nemico non c'è dubbio. Tanto è vero che uno degli elementi portati oggi all'attenzione della Corte d'Appello di Milano per chiedere una revisione del processo è la testimonianza di quel vigile urbano che racconta come la mattina in cui arriva a Massa la notizia del delitto lui avesse visto Bompressi brindare in un bar (quindi non poteva essere a Milano) alla morte del commissario. Non solo: penso che bisognerebbe garantire ai giudi- ci la massima discrezione per garantire loro la massima serenità di giudizio".

Però...

"Però siamo di fronte a una situazione francamente eccezionale. Quel delitto giudicato a 18 anni di distanza... Quella sequenza giudiziaria con 7 sentenze in sette anni... Quell'assoluzione seguita da una motivazione "suicida"...".

Parla da avvocato?

"Ne ricordo una esemplare. Era la fine degli anni Cinquanta. Un libraio, un certo Gatti, fu processato per aver venduto un romanzetto americano edito da Feltrinelli considerato osceno e denunciato da un'associazione di signore bresciane che tutelavano la pubblica moralità".

Come finì?

"Fu assolto, ma la motivazione fu stesa dal presidente che era stato messo in minoranza. E fu stesa in modo da far annullare il processo".

Ed è da allora che lei...

"Credo che tra le piccole riforme da fare ci sia anche questa. Non è giusto che chi dissente da una sentenza possa prendersi l'incarico di scrivere la motivazione. E questo lo vedi in modo chiaro in un caso come il processo Calabresi. Dove va a inserirsi in una storia processuale infinita che alla fine vede gli imputati entrare in carcere...".

Venticinque anni dopo il fatto.

"Ecco, io credo che la coscienza morale di un Paese debba porsi il problema di situazioni di questo tipo".

E' per questo che lei spera in una revisione del processo?

"Ripeto: non sono partigiano di una tesi. Ma credo che, per come sono andate le cose, processualmente, sarebbe meglio. I giudici, in questa prima fase, non sono chiamati a valutare la fondatezza delle prove presentate per la revisione. Ma a chiedersi: se queste prove fossero buone e venisse- ro dimostrate, sarebbero nuove o no rispetto ai sette processi del passato? Inciderebbero o no sull'accertamento della verità?".

Par di capire che lei si sia già dato una risposta.

"Non c'è dubbio che un testimone il quale racconta che due giorni dopo l'agguato ebbe la visita di due strani personaggi che dicendo d'essere poliziotti gli mostrarono la foto del killer e che il giorno dopo nessuno sapeva più niente di quella fotografia, beh...".

Beh cosa?

"Mi pare che dal punto di vista processuale sia una circostanza sia nuova sia rilevante".

Tanto più se il commissario Allegra oggi nega che Luciano Gnappi fosse importante, nonostante all'epoca fosse stato presentato a tutti i giornali come il teste chiave.

"Appunto. In ogni caso il parere di Allegra non dovrebbe influenzare il giudizio. Se Allegra ha qualcosa da dire, lo dirà in aula. Fra l'altro, quel testimone è "testimoniato". C'è gente pronta a confermare le ambasce di Gnappi nei giorni successivi a quell'episodio, quando comincia a chiedersi se non ci sia, nella faccenda, qualcosa che puzza".

Dunque?

"Mi pare che una vicenda come questa, che per tante ragioni fa parte della sete di verità degli italiani, meriterebbe, ammesso che sia possibile raggiungerla, qualche certezza. Quella che 7 giudizi, per come si sono svolti, non sono riusciti a dare".

Scusi: se 7 giudizi son troppi, perché farne un ottavo?

"Per onorare il nostro sistema giudiziario. Se la ricerca della verità, da noi, ha questi passaggi... Detto banalmente: se ne abbiamo fatti sette di processi perché non farne otto per tentare di arrivare alla verità?".

Quanto pesano sulle sue convinzioni le accuse di due giurati che dicono di essere stati pesantemente influenzati dal giudice La Torre in uno degli ultimi processi?

"Niente. Mi interessano di più le testimonianze nuove. Ma un discorso generale va fatto. Processi così mostrano che si dovrebbe tornare a un vero processo di giuria. Dove i giurati si ritirano da soli. Senza giudici togati. Naturalmente anche le giurie popolari possono sbagliare. Ma dire che oggi, in alcune circostanze particolari, il popolo partecipa alla ricerca della verità è dire una cosa falsa".

C'è chi dice che questa campagna, per Sofri e solo per Sofri tra tanti detenuti probabilmente innocenti, è fastidiosa.

"Dà fastidio anche a me. Difatti quando vennero a chiedermi di firmare per la grazia mi sono ben guardato dal farlo. Ma il fatto che mi dia fastidio è una ragione in più. Senza scomodare Voltaire: le battaglie, se sono giuste, vanno fatte a maggior ragione dalla parte...".

... di un estremista dannunziano?

"Certo. Anche se alcune pagine molto belle che ha scritto, soprattutto su Moro, mi dicono che dannunziano non è più".