Andrea Marcenaro

LETTERA APERTA IN RAGIONE DI UN'AMICIZIA

"Caro Adriano, tu, Pietro e Ovidio siete prigionieri anche del nostro affetto, non siete liberi di difendere il vostro onore a costo della vita"

Da Il Foglio, 21 gennaio 1998


Caro Adriano, ho letto con attenzione, e con qualche trepidazione, un paio delle tue ultime cose uscite sul Foglio, per la Piccola Posta. Prendo la penna con una malavoglia che mi ricorda quella ostentata dal pistolero alla fine del film, quando si avvia allo scontro finale con Kirk Douglas. Il film, come ricorderai, era "Sfida all'OK Corral". La prima delle due letture a cui mi riferisco trattava dell'epigrafe da te di gran lunga preferita sulla pietra della tua eventuale ultima dimora. Auspicavi che vi venisse ricordato il "famoso autore de 'Il nodo e il chiodo'", piuttosto che il cretinismo, e luogocomunista, "ex leader di Lotta Continua". La seconda ribadiva come una molto determinata battaglia individuale, "a costo della vita", e per restituire vita all'onore, fosse cosa assai diversa, e anzi di tutt'altro genere, da quel languido e rassegnato "lasciarsi morire" con cui un quotidiano aveva malamente titolato il tuo pensiero, espresso in quella occasione a una giornalista peraltro assai attenta e delicata.

Mi sono risolto a scriverti perché il "caso Sofri", cioè lo scandalo che riguarda te, Ovidio e Pietro, sembra arrivato anch'esso al suo OK Corral. Strana sfida, per la verità, una che mette tre prigionieri di fronte all'infinita potenza dello Stato, ma pur sempre di sfida si tratta. E arriva in una congiuntura politicogiudiziaria che ha toccato il punto di più alta brutalità. Vale a dire all'acme di uno scontro in mezzo al quale i cittadini, con i loro diritti più sacri, come quello alla giustizia, rischiano come non mai di essere stendardizzati. Proprio stendardizzati, cioè ridotti a stendardi, a immagini e a simboli, insomma a roba che si può colpire a piacimento. Per la banale considerazione che le bandiere, al contrario delle persone e di qualche madonnina di terracotta, anche a colpirle, non sanguinano.

Per arrivare al doppio motivo che mi ha determinato a scriverti, concedimi questa premessa. Io credo, augurandomi il contrario, che voi non otterrete la revisione del processo. Sono convinto che la Corte d'appello di Milano farà sue le ragioni della procura generale. Col suo civilissimo "no perché no". E prevedo che la Corte di cassazione, a cui toccherà per l'ultimissima volta l'ultimissima parola, sigillerà per sempre il "no perché no". Perché vedo così nero? Perché valuto l'egemonia politica, corporativa e culturale esercitata dalla procura di Milano sulla magistratura, anche giudicante, e milanese o no, come un fatto avvenuto e non modificabile nel breve tempo. Di conseguenza, considero la Corte d'appello meneghina, da chiunque presieduta, impotente a scegliere altro da quel che Francesco Saverio Borrelli ha scelto. E che ha già comunicato tramite procura generale. Infine, perché valuto la Cassazione, già sottoposta al trattamento CarnevalePintus, nient'altro che un'istituzione terrorizzata. Ridotta a un ventre molle, disposta a ricevere, sonnecchiando imperterrita, i cazzotti di chi è baldanzosamente determinato a darli. E come si vede, i baldanzosi non mancano.

Opinioni, caro Adriano, solo opinioni spero errate. Eppure fondate a loro volta, su di una opinione più generale la quale, almeno così sembra a me, le regge tutte. E che suggerisce: attenzione, anche Borrelli, come te, è arrivato al suo OK Corral. Non con Silvio Berlusconi, sul quale il procuratore è già passato come i messicani ad Alamo, e a cui pure credo che la revisione del vostro processo non dispiacerebbe affatto. Bensì con Massimo D'Alema, del quale penso, come pensa anche Borrelli, che di questa stessa revisione sarebbe assi più contento. Dico questo perché i fatti di cronaca mi hanno ormai convinto che i veri avversari di questa sbalestrata congiura politica siano ormai loro due. Da una parte, il capo delle procure; da quell'altra, il capo del partito che le procure ha sempre sostenuto, con foga ufficiale e ufficioso fastidio. E' così sulla Bicamerale, così sul 513, sui modi del caso Previti, è sempre più così, caro Adriano. Scomparsa la figura del cittadino e sostituita dalla vigorosa fanfaluca del "militante dell'opinione pubblica", Borrelli è quasi riuscito nell'impresa di trasformare in un popolo tutto suo, e in una sua privata e personale opinione pubblica, i tradi zionali elettori e militanti del Pds. Deve solo completare l'opera.

Se così non fosse, e se lo scontro di potere non passasse da quelle parti, non c'è dubbio che la procura di Milano potrebbe accortamente concedere a D'Alema la revisione del vostro processo. Nell'ottimo lavoro dell'avvocato Gamberini gli elementi per concederla ci sono, eccome. La possibilità della procura di scaricare la responsabilità su indagini non proprio scrupolose, anche. E Borrelli, piegandosi alla giustezza dei motivi che imporrebbero una revisione, non perderebbe davvero la faccia. Al contrario, si mostrerebbe aperto, disponibile, leale, imparziale. E non avrebbe nessun bisogno, intelligente com'è, di aggiungere altra benzina al fuoco del conflitto in corso, diciamo così, a sinistra. Ma tutto questo se, e se e se La realtà, purtroppo, parla un'altra lingua. Racconta, o sembra a me che racconti, che anche il vostro processo potrà servire come passaggio per umiliare quel garantismo, ancora assai incerto, che tuttavia ha preso a serpeggiare in una parte della sinistra. Soprattutto, in una zona del suo peraltro spaventatissimo gruppo dirigente.

Così Borrelli terrà duro. E farà passare D'Alema anche sotto le forche caudine di una vostre revisione rigettata nel nome dell'infallibilità e dell'intoccabilità di Mani pulite. In questo gioco, dove i diritti individuali valgono come il due di picche, voi, caro Adriano, non conterete nulla. Sarete gli stendardi da buttar giù, da ammainare, salvo esibirli poi come preda di guerra. Nessuno, Nessuno, nel semplice e sacrosanto nome della vostra buona ragione, può illudersi che la corporazione giudiziaria possa interrompere l'acquiescenza gregaria che l'ha vista accompagnare, fin qui, cento ragioni e mille torti.

E adesso, finalmente, siamo arrivati al punto. Siamo arrivati al tuo e vostro diritto di battervi "a costo della vita". Al diritto all'onore. E alla lapide che tu, caro Adriano, hai come lasciato intravedere sullo sfondo. Quella la cui epigrafe non dovrebbe accennare all'ex dirigente, ma invece al nodo e al chiodo. Allora.

Mentre tu stavi dentro, e noi stavamo fuori e liberi, il tuo chiodo fisso è diventato il nostro chiodo fisso. Mentre la privazione della libertà, in abbondanza di pubblico disonore, impediva a te d'immaginare altra via d'uscita che non fosse, alla fine, quella di piantare un chiodo sulla vostra vicenda, obbligava al contrario, ed educava ciascuno di noi, a ragionare per successivi nodi da sciogliere. Tutti nodi sciolti male, intendiamoci, e neanche di un terzo e quei pochi, comunque, sciolti inutilmente per la consapevolezza amara di come la complicatezza dei grovigli irridesse le necessità e le urgenze. Ma un gruppo di persone, e neanche piccolo, ha continuato lo stesso a lavorare con la mano sinistra, ad avere pazienza e a dirsi che non c'era strada diversa da quella che pure, un metro dopo l'altro, si capiva che non avrebbe portato da nessuna parte. E che, quella così inutile, rimaneva la strada giusta. Non si trattava, come sai tu meglio di tutti, di persone generose ma un poco fesse. Al contrario. E, come vedi, quelle persone sembrano aver perso. Non hanno sfondato sul Quirinale per una grazia che voi, comprensibilmente, respingevate. Non sul Pds come si sarebbe dovuto. Non sui cattolici. Non, figuriamoci, sui magistrati. Non sul centrodestra. Non hanno sfondato da nessuna parte. Però si sono imbattute in situazioni difficili, in persone difficili, in indifferenze e in ipocrisie. In situazioni chiodate e in persone a punta, poco disponibili a farsi sciogliere.

Così, cosa doveva fare, più di quello che ha fatto, il gruppo di persone che ha affetto per se stesso, per te, per voi, e per una concezione non plebea della ragione e dei poteri? Nulla, e tu stesso l'hai detto e ripetuto, commosso, in ogni giorno di quest'anno tanto veloce quanto fitto di pomeriggi. Sempre aggiungendo, dopo il tuo grazie mai di prammatica e davvero fraterno, che nessuno dei gesti compiuti dai tuoi amici liberi avrebbe potuto risolvere la situazione di voi prigionieri. Bene. Qui avevi certamente una parte importante di ragione. E il fatto che siate ancora in prigione lo attesta, come dire, ad abundantiam. Ma altrettanto certamente avevi una parte di torto per un motivo di cui forse non ti sei accorto, o anzi sì e ti angustia, e che in ogni caso è questo: sconfitta dopo sconfitta, dispiacere dopo dispiacere, l'inutile strada di quelli liberi col nodo fisso, che adesso faticano con la mano sinistra e con la pazienza della loro età, così colma di ricordi impazienti, e di chiodi, aveva prodotto uno strano risultato. Cioè di far diventare voi tre, già prigionieri dello Stato, prigionieri anche dell'affetto dei vostri amici per voi. Legati, voi, alla loro intelligente dedizione, oltreché all'ammirevole rispetto dimostrato per la loro storia, e quindi per la vostra.

Bel problema essere prigionieri due volte, lo capisco. Ma questa, caro Adriano, è la tua condizione ed è la condizione di Ovidio e di Pietro. E' una cosa vera e concreta, fat ta di facce, di gesti e di sguardi, non si può fingere che non esista. E tu lo sai da sempre. Infatti non ho letto intervista e non ho scorso articolo in cui, quasi distrattamente, e invece con una preoccupazione trasparente, non buttassi lì: lasciatemi libero, lasciatemi fare. Spiacenti, non sei, e non siete, e non sarete liberi di fare. Di fare fino a un certo punto, quello sì, è ovvio. Ma se vuoi essere libero "a costo della vita" sai che dovrai metterti non una, ma due volte contro. Contro l'infamia della sentenza che v'inchioda, naturalmente, e però anche inchiodando, tu, il nodo di chi ha letto da libero il tuo libro più bello e ne ha tratto lezione. Senza peraltro escludere il caso, forse più raro che unico, di un terzo, possibile soggetto affettuosamente guardiano. Di quel tizio tuttora detenuto ingiustamente, per esempio, a cui la faticosa lettura de "Il nodo e il chiodo" potrebbe aver suggerito di difendere l'onor suo, anche lui, in modi mai pensati. E', questo, un modo crudele per intimarti: paga per noi? Sì, è possibile, credo sia vero, e ne parlo impaurito. Ma tu hai scritto come nessun altro dei chiodi della croce. E siamo duemila milioni di parole dopo.

Questa dolorosa cattiveria ha un altro perché, carissimi Adriano, Ovidio e Pietro. E' un ultimo motivo per spiegare come voi non potrete mai sentirvi liberi da me, o da noi. E, come spesso succede, è un motivo che si riesce a spiegare meglio, al posto che spiegando, domandando. E allora. Come può vincere, la causa della tolleranza e della pazienza, tagliata di netto a Gordio, se non le riesce di trovare una breccia, o di scovare un assai triste trionfo neppure presso coloro che la indicano? Se quelli che l'hanno indicata muoiono contro di me? E dove potrà sorridere la mestizia di un seguace del nodo il quale ha già perduto con Scalfaro, con Borrelli, con questo e con quell'altro, se neanche i suoi amici più cari e i nodisti migliori, pur anco dalla prigione, le consentiranno di sorridere, appena appena?

La contraddizione non è solo bruciante, è definitiva. E tentare, come io sto consapevolmente tentando, di togliere dalle mani di persone avvilite il diritto a combattere nel modo più efficace può rasentare la porcheria. Lo so bene, caro Adriano. Come so che qualsiasi genuflessione all'ingiustizia genera sempre ingiustizie maggiori e successive. E infine nessuno più di me è convinto che l'inevitabile rigetto dell'istanza di revisione del processo Calabresi dovrà avere una risposta molto forte. Quale risposta, però? Né la tua né la vostra. Quella, invece, che le persone libere possono e vogliono e devono fare. Quella che raddoppia e triplica e quadruplica la sincerità della vostra costituzione in carcere. Ma, soprattutto, che offre alle persone le quali si sono battute con pazienza e tolleranza, senza urlare, senza estremismi, ma anzi ragionando e tenendo alte le ragioni del diritto (salvo poi perdere regolarmente) la possibilità di ottenere, proprio loro, un risultato per i loro modi. Perché se poi saranno loro, o noi, a dire: "anche a rischio della vita", sarà lo stesso grave, eppure meno grave che se foste voi. Non sarebbe lo scioglimento del nodo, ma nemmeno la sua negazione. E non sarebbe la negazione della battaglia, o del sacrificio, o perfino dell'eroismo, ma neppure la sua sublimazione. E non si tratterebbe nemmeno del riequilibrio cretino tra il maestro e l'alunno, tra chi è leader e chi no, ma una riduzione del ruolo integralista del genio e del salvatore solitario, responsabile, lui solo, della redenzione del mondo, quello un pochino lo sarebbe.

Sono consapevole di quanto ciò potrebbe costare a te, Adriano, e quanto poco invece, per estremo paradosso, all'autore de "Il nodo e il chiodo". Però così la penso.

Penso anche un'altra cosa. Anzi, due. Primo, che il tenervi prigionieri dell'affetto che abbiamo per voi, e che voi sarete obbligati a ricambiarci, ma rivendicando noi, al contempo, i diritti che ci siamo guadagnati, possa attenuare i disastri dei continui OK Corral. Secondo, che "Il nodo e il chiodo" dovrebbe essere ricordato per un'occasione di vita e non di morte. Tipo: questo ragazzino appena nato si chiama Giorgetto. Suo nonno, che proprio oggi dovrebbe uscire dal carcere, è il famoso Adriano Sofri, l'autore del magnifico libro.

Andrea Marcenaro