Quelle accuse contro Sofri

di Miriam Mafai, da Repubblica, 16 maggio 1991

Cosa significano i nomi di Pinelli, Annarumma, Calabresi, Valpreda per tutti coloro che hanno oggi trent'anni? Ecco un sondaggio che varrebbe la pena di promuovere e che probabilmente ci riserverebbe delle sorprese. La storia dei nostri ultimi venti o venticinque anni è stata cosi spietata e tumultuosa da tagliare in due la coscienza e la memoria di tutti noi e da lasciare una eredità assai controversa alla generazione successiva. Coloro che c'erano "allora" negli anni del mitico Sessantotto e poi negli anni successivi della violenza e del terrorismo non saranno mai, quale che fosse la posizione allora assunta, uguali alla generazione successiva. La maggioranza di coloro che hanno fatto il Sessantotto, i protagonisti delle vicende successive, quelli che non sono stati implicati in fatti eversivi e di sangue, vivono ormai una loro vita normale. Alcuni hanno già pagato un qualche loro conto con la giustizia, molti non hanno nemmeno voglia di ricordarli quegli anni. I superstiti di quell'epoca così carica di passioni e di infamie non esistono più come gruppo compatto di opinione.

Ed è bene che sia cosi. Ogni giudizio, ogni presa di posizione rispetto al processo Sofri che si va celebrando in appello da ieri a Milano, va sottratto a mio avviso alla passione politica. Non è ai superstiti di quell'epoca, amici o avversari di Lotta continua che va chiesto di leggere con attenzione la sentenza di primo grado e le motivazioni, che va chiesto di seguire il dibattito che da ieri si svolge al palazzo dl giustizia di Milano. Il processo Sofri-Bompressi-Pietrostefani-Marino va seguito e valutato come tutti gli altri processi dimenticando o mettendo in secondo piano la posizione politica degli imputati.

Personalmente credo di poterlo fare per almeno tre motivi. Perché per formazione culturale e politica mi sono sempre collocata su un versante lontano se non opposto a quello nel quale militavano gli accusati ti questo processo. Perché non ho nessuna propensione ideologica per le cosiddette teorie tel complotto. Perché infine non ho mai creduto e non credo ad una giustizia "borghese" o "proletaria" ma ad una giustizia senza aggettivi, solo preoccupata dell'accertamento della verità e amministrata in nome del popolo italiano. (E quinti disponibile anche al controllo del suo operato da parte della pubblica opinione).

Il commissario Luigi Calabresi, che Lotta continua aveva ripetutamente indicato come responsabile della morte dell'anarchico Pinelli, venne assassinato il 17 maggio del 1972, esattamente dunque diciannove anni fa, una mattina mentre usciva di casa. Per quasi due decenni la magistratura milanese indagò inutilmente su quell'omicidio. Di volta in volta sulla base di sospetti o vociferazioni, vennero fermati e interrogati giovani appartenenti a formazioni di estrema testra o di Lotta continua. Fino a quando nell'estate del 1988 un pentito, Leonardo Marino, non confessa di essere stato lui l'autista della macchina usata nell'attentato ed indica come esecutore materiale il Bompressi e come mandanti Pietrostefani e Sofri.

Esaminiamo dunque questo processo come un processo per omicidio e chiediamoci se la colpevolezza degli imputati è sufflcientemente dimostrata. Dopo la sentenza che li condannava a ventidue anni di reclusione (ridotti a undici per Marino) abbiamo voluto tenere sospeso il giudizio in attesa di leggerne le motivazioni. Poi queste motivazioni sono state pubblicate e non hanno fornito alcun elemento tale da modificare la nostra opinione: che cioè, a parte la testimonianza di Marino non ci sono elementi di prova a carico degli imputati.

La stessa testimonianza di Marino è apparsa spesso lacunosa e contraddittoria, talvolta in modo grave e su elementi tutt'altro che secondari. All'inizio ad esempio Marino sostiene che a Pisa sono Sofri e Pietrostefani a dirgli che deve uccidere Calabresi. Ma Pietrostefani, si dimostrerà nel corso del processo, a Pisa quel giorno non c'era. Fa niente: se non c'era Pietrostefani c'era però Sofri. E Marino va creduto in tutto e per tutto. Ma c'è di più. Sulla stessa meccanica dell'omicidio la ricostruzione di Marino è in palese contraddizione con tutte le testimonianze che vennero rese allora subito dopo quel 17 maggio del 1972 da alcuni cittadini che il caso aveva voluto presenti sul luogo del delitto. La lettura delle loro deposizioni oggi è impressionante ed è impressionante l'accanimento con il quale il presidente del tribunale si è adoperato per farli cadere in contraddizione o per farli ritrattare o per mettere in dubbio la loro memoria e la loro buona fede. Qui veramente c'è da restare turbati: la loro versione dei fatti viene contestata, irrisa e alla fine rigettata solo perché non coincide con quella proposta da Marino. E dunque le loro testimonianze (rese, si badi, diciotto anni fa e oggi confermate) vengono praticamente espunte dal processo. Non parliamo poi delle testimonianze rese da quanti erano allora amici degli imputati, tutte liquidate come inattendibili o meglio sospette.

Marino e solo Marino è attendibile. Non ci sono prove. Non ci sono riscontri obiettivi a ciò che Marino dice. Il suo racconto è però verosimile, ci si risponde. Ma la verosimiglianza non è ancora la verità. "Marino non mente" ha detto il giudice Pomarici nella sua appassionata arringa. "Non mentiva certamente, quando singhiozzava davanti a me nessuno riusciva a fermarlo. Se commuoveva me e gli ufficiali dei carabinieri avrebbe certamente commosso anche voi". Ma le lacrime, il pianto, i singhiozzi di un pentito possono essere considerati una prova? Questo è il punto rilevante che interessa quanti, noi siamo tra quelli, credono in una giustizia amministrata con equità in nome del popolo italiano.


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