Cinquecento giorni

Luca Sofri, Repubblica 9 giugno 1998



Gentile direttore,

ieri, domenica, erano passati cinquecento giorni da quando Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani entrarono nel carcere di Pisa in obbedienza alla condanna subita dai tribunali italiani. Grazie all'impegno di molte persone e al lavoro dei mezzi di informazione più corretti, ognuno di questi giorni che passava, qualcuno in più si convinceva dell'ingiustizia che si era compiuta e che ogni giorno si rinnova. Il luogo comune che vuole l'opinione pubblica divisa tra innocentisti e colpevolisti mi pare oggi smentito da una situazione nuova, resa viva dall'ampia informazione data alla vicenda: le persone, mi pare, si dividono fra indignati e negazionisti. I primi pensano che un accanimento decennale si sia compiuto e che degli innocenti siano chiusi in carcere e infamati da un'ingiusta nomea di assassini. I secondi pensano che niente di male sia accaduto, che la giustizia abbia fatto il suo corso e che i responsabili siano stati individuati; che poi sia giusto o no il carcere è un altro discorso, ma per chi è macchiato da una condanna ci si risparmiano le civili premure.

Gli argomenti dei primi stanno nella lettura delle carte processuali, in pagine e pagine di libri, articoli, documenti che nessuno è in grado di confutare, nell'assenza di qualsivoglia intervento capace di dire "eccole, le prove", "eccone una, piccolina". La serenità dei secondi viene dall'antipatia personale o dalla distanza politica dai condannati o dai loro amici o difensori, dal pregiudizio sfavorevole nei confronti di chi si mette nei guai, da quello favorevole nei confronti di chi racconta una storia, dall'avallo alla revisione storica ormai vittoriosa per cui si è persa ogni distinzione tra gli avvenimenti che vanno dal 1968 alla fine degli anni Settanta. Oppure, dal semplice non volersi impicciare. Nessun argomento che giustifichi una condanna a ventidue anni per omicidio.

In mezzo, con alterni stati d'animo, un gruppo di persone che percepiscono in lontananza l'ingiustizia, ma se la fanno passare addosso nella lecita convinzione che sia l'ennesima di tante e nemmeno la peggiore o nella timida paura di sbagliare ed esserne un giorno rimproverati.

Adesso, la Corte di Cassazione dovrà giudicare con quale correttezza l'istanza di revisione del processo sia stata rigettata, dopo che i più vari e autorevoli interventi l'avevano ritenuta fondata, e ancora una volta tutti confidano che quello sia il luogo della giustizia. Ma se anche in questa sede la richiesta, che mi pare di poter definire umile (un processo), verrà respinta, si porranno senz'altro molti e dolorosi problemi, di cui non vale parlare. Tranne uno, mi pare: facciamo l'ipotesi che queste persone possano essere innocenti (ipotesi che mi pare si possa fare), e che l'amministrazione della giustizia italiana decida di tenerle in carcere per ventidue anni (ipotesi che mi pare si possa fare), come si concilia questo risultato con il funzionamento di una società civile e onesta quale riteniamo essere la nostra? Un incidente di percorso? Una percentuale di rischio? Normale metabolismo giudiziario? La società non è civile e onesta? Non è da questo che si giudica la civiltà di un sistema? Io non lo so, ma è una questione che riguarda solo tre persone e i loro amici?