LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA


Signor Presidente,
benché molti di noi non abbiano conosciuto personalmente Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, siamo rimasti profondamente colpiti dalla loro scelta di affrontare spontaneamente la prova del carcere e dell'esecuzione di una condanna a 22 anni, pur considerata ingiusta e in pieno contrasto con la propria dichiarata innocenza.
Molti di noi - per ragioni di età, di diversa scelta politica, di estrazione sociale o culturale - non hanno condiviso il percorso politico di Sofri, Pietrostefani e Bompressi; riteniamo però che la loro vicenda giudiziaria sia un problema grave, che ci interpella come cittadini democratici e che chiama in causa la credibilità della giustizia italiana.
Questa condanna definitiva a 22 anni di carcere è giunta a 25 anni dal fatto di cui sono stati accusati (l'omicidio Calabresi) e a partire da una istruttoria basata esclusivamente su una chiamata di correità, priva di riscontri obiettivi e contraddetta nei suoi aspetti decisivi. Una condanna che è stata pronunciata il 22 gennaio 1997 dalla Corte di Cassazione, dopo altre sei sentenze contrastanti e dopo che la stessa Cassazione aveva annullato già una sentenza di condanna e una di assoluzione, motivata in modo "suicida" da un giudice dissenziente.
Signor Presidente, quelli che fra noi hanno potuto conoscere i punti salienti di questa videnza giudiziaria hanno maturato la convinzione dell'innocenza di Sofri, Pietrostefani e Bompressi, innocenza da loro proclamata fin dall'inizio e in tutte le fasi del processo.
Ma anche quelli fra noi che non sono in grado di condividere documentalmente questa affermazione d'innocenza, sono comunque profondamente turbati dall'esito opposto delle diverse pronunzie giudiziarie che hanno fatto emergere ben più che un ragionevole dubbio su una giustizia così labile e contraddittoria, ma anche così spietata nella sua tardiva definitività.
Per questo motivo, ben consapevoli che la vicenda giudiziaria di Sofri, Pietrostefani e Bompressi ha una sua unicità, ma è anche il sintomo di un ben più ampio malessere della giustizia, che spesso colpisce persone anonime e sconosciute, vogliamo esprimere a lei il nostro sgomento per una situazione che colpisce tanto più profondamente il nostro senso di giustizia, quanto più appare senza esito.
Noi a questo non sappiamo rassegnarci e ci rivolgiamo a lei per manifestare la nostra fiducia nella sua sensibilità umana, nella sua esperienza di magistrato, nel suo ruolo istituzionale di supremo garante della Costituzione.

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