Lerner: «Perché mi considero complice
Sfido chiunque a condannare la fuga»

Il giornalista, ex militante di Lc:
«Adriano paga perché ha difeso l'onore collettivo della nostra storia»

dal Corriere della Sera, 26 gennaio 2000


 

MILANO - Dedicato a quelli che stanno scappando: «In questi anni ho visto Giorgio e Ovidio spoliticizzarsi sempre più. Il peso delle loro catastrofi esistenziali ha preso il sopravvento. Persa anche l'ultima speranza, hanno fatto una scelta individuale. Sfido chiunque a condannarli».
Anche Gad Lerner ha fatto una scelta. Che non si limita all'umana adesione alla fuga di Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, ma va oltre. Lo ha scritto in un editoriale pubblicato sul sito Internet de la Repubblica: «Sappiatevi regolare, quando leggete i miei articoli: sono opera di un complice degli assassini del commissario Luigi Calabresi».
Lerner, perché si ritiene complice? Lei nel 1972 era soltanto un liceale.
«Tutti noi ex militanti di Lotta continua potremmo cavarcela individualmente. Vero, ai tempi del delitto Calabresi io avevo 17 anni, ero uno studente del Berchet. Entrai in Lc l'anno dopo. Ma rifugiarsi in questi argomenti sarebbe indecente»
E dunque?
«Rivendico l'amicizia verso Sofri, Bompressi e Pietrostefani, e rivendico la nostra corresponsabilità, nel bene e nel male. Adriano poi si è fatto carico di una identità collettiva. Dell'onore di tutti noi ex di Lc. Dunque, il disonore di Sofri mandante dell'omicidio Calabresi è anche il mio. È questo che ho voluto dire a chi mi segue».
Cosa intende quando parla di corresponsabilità?
«Rivendico in pieno una esperienza giovanile nella quale certamente ci sono stati errori ma non ignominie. Noi che siamo stati in Lc non abbiamo di che vergognarci. Quando si è trattato di misurarsi con problemi drammatici, come quello della lotta armata, abbiamo scelto posizioni impopolari e difficili».
Si sente in debito con Lotta continua?
«Se ho una qualche forma di credibilità pubblica, nasce da quella esperienza. Lotta continua mi ha dato molto più di quello che mi ha preso».
Lei vive la sentenza di Venezia come una sconfitta personale?
«Non solo. Vedo nella sentenza di Venezia la speciale e cocente sconfitta del '68 italiano. In un altro Paese, Sofri oggi potrebbe essere un uomo di governo, com'è per Daniel Cohn Bendit in Francia o Joska Fischer in Germania. Invece è un simbolo del paradosso nazionale: un intellettuale che firma in prima pagina per alcuni tra i più autorevoli giornali, e al tempo stesso un uomo destinato a spegnersi in carcere»
Quali sono le ragioni di questa sconfitta?
«La giustizia italiana non è abbastanza forte da saper riconoscere i propri errori».
È convinto che vi sia accanimento contro Sofri?
«Adriano è antipatico a tanti. Perché è molto poco italiano nel rivendicare l'onore collettivo della sua storia, che, lo ribadisco, è anche la mia. La sua è un'assoluta indisponibilità ad accettare il fatto che Lc potesse ammettere l'omicidio politico. Per questo ha pestato molti piedi, per questo è stato punito. E questo è il segno della sconfitta del '68 e del suo isolamento».
La fuga di Bompressi e Pietrostefani avrà ripercussioni anche sulla posizione di Sofri?
«Credo di no. Bompressi e Pietrostefani in questi anni hanno onorato fino in fondo la fiducia nelle istituzioni. Lo Stato ha fatto di tutto per una soluzione all'italiana, allachetichella. Un esempio: prima dell'esecuzione dell'arresto sono stati fatte passare settimane, quasi un invito alla fuga. Ma loro non lo hanno accettato. Non hanno fatto altro che battersi nel rispetto delle procedure. Fino a quando è stato possibile».
Adriano Sofri forse ci ha messo qualcosa di più.
«In Adriano l'orgoglio è proseguito. Per tutti questi anni ha continuato ad essere il militante che era. Insieme ad Alexander Langer, del quale era davvero il gemello, e con il quale ha vissuto la riflessione sui Balcani, Sofri ha proseguito il meglio dell'esperienza di Lotta continua»
Scusi la brutalità: Langer ha scelto di andarsene, Sofri è in carcere.
«Già. "Continuate in ciò che è giusto", se lo ricorda? Era la frase che trovarono scritta su un biglietto in tasca ad Alex il giorno in cui ci lasciò per sempre. Ed è ben triste che mentre Walter Veltroni sceglie di chiudere il congresso Ds proprio con questa citazione, il fratello gemello di Langer sia destinato a morire in galera».


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