"La giustizia?
E' una lotteria"
Sofri: e le carceri sono discariche umane
Dura da 15 giorni lo sciopero della fame dei 3 condannati per l'omicidio Calabresi

La Stampa, 24 giugno 1997




Il tavolone di vetro è più squallido di quanto non sembri in tv. La sala conferenze del carcere di Pisa, quella che ospita Adriano Sofri durante le sue apparizioni televisive, è una stanzetta segnata dal portone blindato e dalle sbarre alle finestre, ingentilite da un colore verdino che stride con il rumore cupo del metallo.
Sofri, pallido in una maglietta grigia che gli cade addosso, è al quindicesimo giorno di digiuno: da due settimane lui, Bompressi e Pietrostefani - i tre di Lotta continua condannati per l'omicidio Calabresi - si nutrono soltanto di caffè, tè e succo di limone.
"Andremo avanti ancora qualche giorno - spiega - per dar modo ad altri detenuti di sapere e di farci sapere". Ieri, Sofri e gli altri avrebbero dovuto ricevere la visita di Michele Coiro, il direttore del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, colpito l'altro giorno da ictus e morto ieri sera. "Siamo tutti molto addolorati - dice Sofri - persino i detenuti comuni: anche loro avevano capito che questa volta, finalmente, c'era una persona disposta a fare qualcosa".
Sofri, già pochi giorni dopo l'inizio del suo digiuno parlamentari e ministri si erano pronunciati sul suo digiuno. Il direttore delle carceri doveva venire da lei. Non le sembra un po' strano?
"E' normale che chi ha un po' di notorietà - sia pure ottenuta in modo famigerato come ho fatto io - finisca per usarla in qualche modo".
Ma lei è pur sempre un detenuto. C'è chi trova questa situazione imbarazzante...
"E perché? E' evidente che noi siamo tre privilegiati. Grazie al nostro potere e a quello ancor pi forte della lobby che ci protegge siamo riusciti ad avere il privilegio di venire in galera: un privilegio per cui abbiamo dovuto batterci per anni e anni...".
La mia domanda non era provocatoria...
"Neppure la mia risposta".
Sofri, se il Palazzo vi ascolta, come ha detto lei, perché continuare il digiuno?
"Perché noi non abbiamo rivendicazioni da fare, non abbiamo qualcosa con cui barattare la fine della nostra protesta".
Qualcosa vorrete pur ottenere. O no?
"Quello che manca al sistema carcerario italiano: una figura cui i detenuti possano rivolgersi per far valere i loro diritti. Il sistema carcerario è fatto di premi e punizioni: basta la denuncia di una guardia, magari infondata, per perdere ogni beneficio per due mesi".
E fino a quando andrete avanti?
"Ancora qualche giorno e finiremo. Non c'è niente di drammatico. Siamo un po' deboli, ma nel complesso stiamo bene. Coiro, piuttosto...".
Al di là della dolorosa vicenda umana, la vostra preoccupazione nasconde la paura che, con un altro direttore, la situazione possa peggiorare?
"Michele Coiro è stato mandato alla direzione delle carceri in un modo vergognoso, a pochi mesi dalla pensione. Eppure non ha mai affrontato il suo nuovo lavoro come una sine cura. Da quando sono qui l'ho interpellato spesso sulla questione dell'autolesionismo e dei suicidi nelle carceri. E lui mi ha sempre risposto da persona a persona".
Politici di ogni colore si sono schierati al vostro fianco. Eppure gran parte dell'opinione pubblica pensa che i detenuti siano trattati anche troppo bene. Perché questo contrasto?
"Già, continuano a dire che abbiamo persino la tv, manco fossimo ancora negli Anni Cinquanta, quando la tv era un lusso da ricchi... Vede, a parte gli addetti ai lavori nessuno sa come si vive qui dentro. Le prigioni sono discariche dove buttare i rifiuti umani e scappar via per non sentire l'odore. Anche la pi reazionaria delle autorità ha una posizione più illuminata di quella della cosiddetta opinione pubblica. Nessuno sa che qui ci sono regole assurde, sadiche nella loro folle inutilità".
"Sadiche" o semplicemente dure?
"Quando una regola perde ogni contatto con la sua ragione di esistere e diventa un rito fine a se stesso, allora diventa sadica. Qui tutto è senza senso: il divieto di possedere giacche e soprabiti, la tortura delle luci che si accendono cinque volte per notte. Fuori, c'è chi pensa alla prigione come a una specie di isolamento monastico. E invece qui tutto fa rumore: le porte, i lucchetti, chiavi lunghe trenta centimetri che dondolano alla cintola delle guardie. Solo il mare fa un rumore cosÏ eterno...".
Ha letto le dichiarazioni di Piercamillo Davigo: "Si bada più alle garanzie dell'imputato che a quelle delle vittime"?
"Se Fini ha sentito un brivido nella schiena dal palco di Castellanza, immagini che cosa si è potuto sentire qui dentro. Per i detenuti la giustizia è una lotteria che funziona all'ingrosso. Lo sanno i poveracci condannati a pene spropositate per reati insignificanti, e lo sanno quelli che con il carcere hanno una lunga consuetudine: hanno fatto dieci cose, vengono beccati per tre, e condannati magari per altre undici che non hanno mai fatto".
Eppure lei ha avuto fiducia nella giustizia. Poteva scappare, e non lo ha fatto...
"Io sono un detenuto innocente che ha come unica speranza la revisione del processo. Ma, se è questo che voleva farmi dire, non ho lezioni morali da dare a nessuno. Venire in questo schifo è tanto nobile come scappare a gambe levate".
Toni Negri ha deciso di tornare. PuÚ essere una tappa per superare per sempre gli anni di piombo?
"Se lui ha voglia di tornare fa bene a farlo. Così come fa bene Scalzone, se non ne ha voglia, a restare a Parigi. Negri, oltre tutto, si è già fatto più di quattro anni di galera preventiva in tempi bestiali, terribili. Ma tutto questo non c'entra niente con il superamento dei sentimenti, dei pensieri, dei linguaggi e dei gesti di quel periodo. Che è maturo da moltissimi anni, anche senza Toni Negri".
Forse i parenti delle vittime non sono d'accordo su questo "ritardo", non crede?
"Io stesso mi considero un parente delle vittime: molti dei nostri sono stati ammazzati. Sono felice che i parenti delle vittime siano combattivi. Quello che non posso accettare è la pavidità e la demagogia di chi, nascondendosi dietro alle vittime, evita di affrontare i problemi".

Guido Tiberga