Nikola Krstic
La coscienza dell'umanità


In quel terribile periodo dell'assedio di Sarajevo, che a volte mi sembra non sia mai successo, che sia solo un incubo troppo terribile per essere davvero reale, qualcosa che ho visto in un interminabile film d'orrore legato a una sedia - perché oggi mi sembra troppo inconcepibile pensare che abbiamo potuto vivere di giorno in giorno potendo essere uccisi o massacrati in ogni secondo di quei giorni, di ora in ora, di mese in mese, e ancora fare qualcosa, scrivere, sognare, andare a cercare l'acqua e il cibo, cercare qualcosa da ardere, cercare una sigaretta, portare il proprio testo in una redazione scivolando in strada sul sangue umano fresco, mentre i proiettili ti fischiano intorno alle orecchie, mentre la pelle ti si accappona nel saltuario silenzio della città, mentre aspetti proprio quella esplosione, la "tua" esplosione, che in ogni momento potrà fermarti, proprio quella raffica a te indirizzata; in quel terribile periodo, eravamo in pochi per le strade, donne smagrate in cerca di acqua o cibo, qualche automobile con persone armate a bordo che passava a più di cento all'ora, qualche operatore che passava un paio di giorni e poi scappava in fretta con gli aerei dell'Onu. E c'era, l'ho visto più volte prima di conoscerlo, un uomo tranquillo, posato, che non attraversava mai di corsa gli incroci esposti agli sniper, non ritirava la testa tra le spalle, e che qualche volta si fermava nei portoni, mai sicuri se non da una parte, e parlava con la gente mentre i suoi occhi sapienti irradiavano partecipazione, e ogni tanto sorrideva tristemente con comprensione.

C'incontrammo per caso, in uno dei pochi café aperti, e iniziammo a discorrere, spontaneamente e amichevolmente, perché nei primi tempi dell'assedio, quando sembrava avvicinarsi il tragico crepuscolo della città, eravamo come fratelli che assieme aspettano la fine. E pensare che non era nemmeno di Sarajevo. Era solo un giornalista straniero, anche se estremamente diverso dagli altri. Ricordo anche che, quando mi disse il suo nome - Adriano Sofri - discutemmo della radice del suo cognome, se fosse greca a significare la sapienza o italiana per indicare la sofferenza.

Sapienza o sofferenza? Oggi, dopo essere diventati amici, quando penso a lui, alla sua vita, alla sua misura, al riguardo che aveva per le nostre preoccupazioni, che somigliavano di più a un incubo che a uno stato di coscienza ragionevole e tale da poter comprendere anche qualcun altro, una volta o due e quando gli orrori avevano cominciato a diminuire, mi aveva parlato di sé, e io so che, parlando di lui, non c'è da scegliere tra le due cose. Non sapienza o sofferenza. Adriano Sofri è sapienza e sofferenza. Come se tutte e due definiscano il suo destino.

Aveva avuto una giovinezza piena di ideali per fare un mondo meno brutto, meno cinico, migliore e più umano. Tali aspirazioni e pensieri si evolvono sempre in una concezione politica, a volte simili, a volte totalmente contrastanti tra loro, a volte paralleli, a volte divergenti. Non sono chiamato a giudicare i suoi ideali di gioventù, chi li condivideva l'avrà già fatto in un modo e gli avversari in un altro, lui stesso me ne ha parlato in quel modo tristemente ironico in cui persone ragionevoli parlano delle proprie illusioni giovanili. Quando ho saputo del processo, ho immediatamente pensato che fosse assurdo, perché lui non è una persona che potrebbe profanare la sua profonda umanità prendendo la vita altrui. In lui, ho sempre avvertito un silenzioso orgoglio per essere un uomo buono e di carattere, la sua intelligenza affascinante, lo capivo perfettamente come se gli guardassi dentro, determinava le più profonde priorità etiche che lui riconosceva e coltivava dentro di sé.

Se la sapienza e la sofferenza determinano il suo destino, è la bontà che lo fa essere se stesso. Una bontà che si impone su ogni sapienza e accetta ogni sofferenza. Quando aveva incominciato ad aiutarmi - solo dopo ho saputo che cercava di alleviare le sofferenze di tanti altri sarajevesi - non ci conoscevamo ancora tanto bene e pensavo che mi frequentasse soprattutto perché conoscevo la sua lingua, oppure perché ero uno dei pochi che, nonostante i continui bombardamenti, era ancora capace di scherzare: lo chiamavo Adriano Celentano e non gli dava fastidio, anche se non era per nulla un uomo portato allo scherzo o al canto. Sapeva meglio di me quanto la vita sia una cosa seria, bastava guardare me o mia moglie, due scheletri che evitavano di guardarsi allo specchio.

Quando tornava a Sarajevo dall'Italia, ci dava un po' di soldi. Presto rimaneva senza e io capii che passava i suoi primi giorni a Sarajevo distribuendoli. E di quel poco che lasciava per sé, per il suo soggiorno qui, ne regalava poi ancora, perché non riusciva ad astenersi dall'aiutare le persone negli occhi delle quali leggeva la disgrazia.

A Sarajevo, operavano centinaia di organizzazioni umanitarie, arrivavano convogli di aiuti, ma tutto ciò non bastava a vincere la fame e l'indigenza. Soprattutto quando i convogli non passavano. E chi dava gli aiuti, lo faceva spesso con orgoglio e davanti alle telecamere. Adriano aveva una maniera tutta sua di dare. Capiva quanto fosse difficile per la gente, che vi era costretta, per la prima volta nella vita, accettare qualcosa che, comunque vogliate chiamarlo - era in uso tutto uno spettro di definizioni sotto la voce "aiuti umanitari internazionali"- in fondo, nell'animo di chi riceveva, non era altro che elemosina. Lui riusciva a porgerci quella banconota tedesca come se non l'avesse data, come se noi non l'avessimo presa, o come se proprio ce la dovesse, attento a non ferire la nostra dignità, cosa non certo facile. Io, invece, ho ferito la sua dignità, cercando una volta di regalargli un oggetto d'arte di famiglia, uno tra quelli che molti stranieri acquistavano, approfittando dell'occasione, a prezzi irrisori.

Adriano Sofri era diverso. Adriano era la luce nel buio di quel terribile assedio, ci restituiva la fede negli uomini, quelli veri, buoni e onesti nel senso migliore della parola. E' un uomo buono e benintenzionato e onesto - e che non voleva darlo a vedere. Come se si vergognasse di far vedere il suo amore per gli uomini, mai lo dimostrava con le parole, sempre con i fatti. Dopo molto tempo, abbiamo saputo con quanta potenza di parole, fuori Sarajevo, in Italia, di fronte al mondo, lottava per le nostre vite. Nel buio della nostra cucina, che la mia Aneta e io ritenevamo la più protetta dalle granate, con una radiolina a transistor tenuta assieme dal nastro adesivo e con le batterie scaldate al calore della stufa per farle durare di più, una sera siamo riusciti a captare alcune sue frasi e quella è stata l'unica immagine vera della realtà di Sarajevo che avessimo sentito sulle onde radio internazionali. Non era solo la persona buona che ci aiutava, non era solo un lucido interlocutore delle nostre chiacchierate. Era un uomo che tirava conclusioni brillanti e profondamente etiche. E un uomo che lotta per la vita umana, non è colui che dà la morte.

Lo affermo non in base a quello che diceva o al modo in cui lo diceva o ribadiva, né basandomi su un'analisi psicologica del suo pensiero. Almeno qui, nei Balcani, ho avuto innumerevoli occasioni, dalla seconda guerra mondiale a oggi, quando l'inferno dell'ultima guerra non si è ancora spento negli animi degli uomini, di ascoltare persone parlare da posizioni onorevolissime, persone ormai diventate benintenzionate per propria decisione, nonostante il loro passato. Ma il mio istinto non mi inganna. Certe cose semplicemente si sentono, si sanno, il che non significa che non siano analizzabili o dimostrabili. La psicologia dell'uomo non è così intricata come alcuni miei colleghi scrittori vorrebbero che fosse per rendere più interessanti i loro scritti.

Adriano Sofri, tutto il suo essere, la sua natura, dimostrano chiaramente che egli non è qualcuno che possa anche solo concepire il male. Lui in realtà è il rappresentante della parte solare dell'umanità, portatore di energie positive, un uomo buono e orgoglioso della sua bontà. Comunque l'avesse esternata politicamente, nessun insuccesso, nessuna sconfitta, nessun dolore potrebbe cambiare il suo carattere o fargli rinunciare a essere se stesso, tanto meno lo posso pensare capace di fare una azione come quella di cui è stato accusato. Lui non uccide, lui rispetta la vita umana, la rispetta fortemente e ce ne siamo convinti per averlo a lungo frequentato a Sarajevo.

Una volta, dopo che aveva portato fuori dall'inferno di Sarajevo un ragazzo, gli ho chiesto: "Che cosa credi di aver fatto mai? Tanti sono rimasti a morire!" Mi ha guardato incredulo e ha scrollato le spalle. Come se mi dicesse che ogni singola vita ha inestimabile valore, che Dio ha creato ognuno di noi unico e insostituibile, che se riesci a salvare una sola vita non hai vissuto invano, e devi continuare a farlo. Avevo capito, senza parole, e il mio ragionamento statistico, induritosi per tante morti quotidiane, si è disciolto con vergogna. Gli sono stato grato per quella vita umana salvata e per avermi così fatto uscire dalla disperazione amara, per avermi fatto credere di nuovo nel valore della vita.

Un po' più tardi, incerto se avessi capito, mi ha detto: "Cerco di fare quello che posso. Anche se so bene che bisognerebbe far cessare i bombardamenti". In seguito, infatti, si è anche detto che i suoi articoli avevano contribuito, più di tutti gli altri, a far muovere la Nato. Tutti sappiamo che decine di migliaia di persone hanno contribuito a questo, non solo Adriano Sofri, ma lui - come mi aveva detto - ha fatto tutto quello che ha potuto.

Lui le vite umane le voleva salvare.

E poi ho letto sui giornali come cercava di fare lo stesso in Cecenia.

Poi la notizia della condanna...

Bontà - sapienza - sofferenza. Penso sempre a questo quando penso ad Adriano. Caro Adriano, non cessa mai la sofferenza umana. Le forze del buio sono sempre più forti?

Quanti Adriano ci vogliono per salvare Adriano?

Adriano Sofri - la coscienza dell'umanità pesa sulla coscienza dell'umanità.

 

(Trad.Nadira Sehovic)