Alcuni degli argomenti dell'istanza di revisione del processo a Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi presentata dall'avvocato Alessandro Gamberini alla Corte di Appello di Milano Lunedì 15 dicembre 1997


 

La nuova testimonianza di Luciano Gnappi
Le inedite rivelazioni del testimone oculare

17 maggio 1972: il signor Luciano Gnappi di Milano, seduto nella sua auto parcheggiata in via Cherubini assiste da vicino all'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Non sentendosi sicuro in casa propria Gnappi decide di non pernottare nella sua abitazione. Quando due sere dopo, il 19 maggio, è tornato a casa con un amico, due persone bussano alla sua porta qualificandosi come agenti di polizia. I due gli mostrano alcune foto e gli chiedono se tra queste egli riconosca l'autore dell'omicidio.
Gnappi rimane turbato da questa imprevista irruzione, inspiegabile in quanto poche ore prima il dottor Antonino Allegra, capo dell'ufficio della Questura di Milano, lo ha convocato per la mattina successiva per sottoporlo alla stessa operazione di riconoscimento.
Per questo, anche quando in una delle foto scorge "l'immagine. di un uomo che mi sembrò di riconoscere con certezza come l'omicida" decide di tacere e di parlarne l'indomani ad Allegra. Ma quando arrivato nel suo ufficio racconta ad Allegra di aver riconosciuto in una foto le sembianze dell'assassino, il capo dell'ufficio politico della Questura di Milano, finge di non sentire. E quando Gnappi, pur "raggelato" da questa reazione, ripete la sua dichiarazione, non ottiene maggiore attenzione.
Cosi sceglie il silenzio. Il signor Luciano Gnappi ha taciuto in effetti per 25 anni. "Sono uscito dalla Questura - racconta oggi - molto spaventato perché dato il periodo storico che si attraversava, mi sembrava di essere entrato in un gioco pericoloso, più grande di me e della mia povera testimonianza".
La nuova testimonianza raccolta dall'avvocato Gamberini grazie al pur limitato potere di indagine offerto ai difensori dal nuovo codice di procedura penale getta ancora una volta una luce inquietante sulle indagini che si svolsero sull'omicidio Calabresi nell'immediatezza del fatto, nonché sugli scenari che "da Piazza Fontana in poi - certamente ben oltre il 1972 - accompagnano le stragi e gli omicidi che costellano quella che è stata chiamata la strategia della tensione".
Luciano Gnappi è stato considerato, in tutte le sentenze, come il più attendibile dei testi, "particolarmente degno di fede". Nel corso del primo processo e cioè il 20 febbraio 1990, 18 anni dopo, il presidente della Corte di Assise, Minale, gli chiede se riconosca l'assassino in quell'aula. Gnappi si guarda intorno e risponde di no. Ovidio Bompressi era tra i presenti.
"Noi non sappiamo quali foto furono mostrate a Gnappi la sera del 19 maggio 1972 - sottolinea l'avvocato Gamberini - né conosciamo a quale oscuro o riservato ufficio, tra i tanti che all'epoca popolavano i ministeri degli Interni e della Difesa, appartenessero i due signori che le sottoposero alla sua attenzione, ma per certo quelle fotografie non ritraevano Ovidio Bompressi, sconosciuto militante di provincia di Lotta Continua, venuto all'attenzione suo malgrado, a seguito delle dichiarazioni di Leonardo Marino sedici anni più tardi.

Un teste d'alibi: Roberto Torre
Che Bompressi non fosse a Milano il 17 maggio 1972 giorno dell'omicidio Calabresi, risulta da un'altra testimonianza raccolta nella richiesta di revisione: quella del vigile urbano di Massa, Roberto Torre. A quel tempo Torre era un giovane studente di sinistra che frequentava il bar Eden di Massa. Nella testimonianza raccolta dall'avvocato Gamberini, racconta di aver visto il giorno dell'omicidio il suo concittadino Ovidio Bompressi, che conosceva di vista, in un'ora che esclude, dato lo stato delle comunicazioni stradali di allora, la presenza di. quest'ultimo a Milano al momento dell'omicidio. Come detto anche nella sentenza d'appello 1995 "la presenza del Bompressi al bar Eden di Massa, nella tarda mattinata del 17 maggio 1972, è incompatibile con la partecipazione all'omicidio e costituisce di per sé una prova d'alibi".
Va sottolineato che Torre era già stato nominato nel '90, nel corso del primo dibattimento, da altri testimoni che ricordavano di averlo visto al bar Eden, quando c'era anche Ovidio Bompressi. Testimoni che il giorno stesso dell'arresto di Sofri, Bompressi e Pietrostefani (28.7.88) avevano parlato con il giornalista Paolo Vagheggi riferendo la circostanza della presenza del Bompressi.

Biraghi: morto che parla
Il giudice Della Torre, autore dell'ultima sentenza di Appello, poi dichiarata definitiva dalla Cassazione attribuisce un ruolo di primo piano ad un teste, Umberto Biraghi, la cui deposizione "giurata" al processo di primo grado (1990) è definita dal dottor Della Torre "lucida e convincente". In realtà quella deposizione non c'era mai stata perché il signor Biraghi è morto pochi mesi dopo aver assistito all'omicidio Calabresi, l'11 novembre 1972 (come dimostrato dalla documentazione allegata alla richiesta di revisione).
Sarebbe stato quindi assai difficile, per lui, testimoniare in maniera "lucida e convincente" 18 anni dopo.

Dal Piva: autista, donna coi baffi?
Adelia Dal Piva descrive gli assassini di Calabresi mentre abbandonano la Fiat 125 blu utilizzata per il delitto, come dimostrano I' appunto di polizia non datato, il promemoria datato 23 maggio 1972, redatto in sede di polizia (documenti fino ad oggi non scoperti) e la descrizione effettuata in sede di ricognizione di persona cui la teste fu sottoposta in data 30 maggio 1972. In questa circostanza la Dal Piva offre una descrizione particolareggiata del conducente dell'autovettura che indica in modo inequivocabile come una donna. Racconta di aver visto la donna scesa dal posto di guida "in due situazioni diverse: una volta di dietro mentre camminava davanti a me e poi seduta in auto mentre mi volgeva la guancia destra".
La sua indicazione testimoniale fu ritenuta "elemento probatorio significativo" nel '74 (in un mandato di cattura di Gudrun Kiess), ma viene svalutata nel giudicato di condanna "perché si era presentata ben quindici giorni dopo" e comunque "non appariva assolutamente fuori luogo dedurre che le due persone da lei descritte, una alta slanciata, l'altra bassa e grassoccia con i capelli lunghi, potessero corrispondere alle caratteristiche delle persone di Bompressi e di Marino come ancora oggi si può constatare".
In realtà la deposizione del1a Dal Piva, come dimostra l'avvocato Gamberini, è stata tempestiva e la precisazione effettuata dalla Dal Piva durante la ricognizione di persona indica che alla guida dell'auto c'era una donna che lei ha visto di profilo e ciò è in contrasto con "i baffi neri, molto vistosi" che Marino, ha dichiarato di portare all'epoca.

Il biondo
Nella sentenza di condanna si assume che Ovidio Bompressi si sia tinto o schiarito i capelli, così come testimoniato da Antonia Bistolfi e Leonardo Marino che avrebbero incontrato Bompressi il 20 maggio 1972 a Massa. Comportamento paradossale, perché l'identikit dell'assassino lo indicava proprio come persona alta e bionda. Questo assurdo comportamento è stato giustificato nel giudicato di condanna con l'argomentazione che i primi identikit vennero resi pubblici solo il 27-28 maggio successivi. Circostanza del tutto priva di verità. L'istanza di revisione produce la copia della prima pagina del Corriere della Sera del giorno successivo all'omicidio dove nel sottotitolo viene chiaramente descritto l'omicida come "biondo".

La guardia forestale
La guardia forestale Cesare Boria viene utilizzata nel giudicato di condanna come teste che comprova le dichiarazioni di Leonardo Marino in merito a presunte esercitazioni a fuoco cui avrebbe partecipato Bompressi a Corio Canavese prima dell'omicidio (17 maggio 1972). Come evidenzia l'istanza di revisione Cesare Boria nel 1972 non prestava servizio a Corio Canavese. Boria aveva al dibattimento dichiarato "è dal 1973 che faccio servizio lì. Prima del '73 non avevo conoscenza della zona nel modo più assoluto... Non ho mai trovato bossoli... Non ho mai visto rocce con segni di spari."

I rapporti tra Marino e i carabinieri
L'istanza di revisione sottolinea la necessità di rivalutare completamente le inquietanti relazioni tra Leonardo Marino e alcuni ufficiali dei carabinieri che "gestirono" la sua confessione.
È infatti noto che solo al dibattimento del 1990 emerse, dopo peraltro che la circostanza era stata rivelata dall'ingenua deposizione del parroco di Bocca di Magra, il fatto che i colloqui tra Marino e i carabinieri andavano retrodatati almeno al 2 luglio 1988 rispetto alla data ufficiale del 19 luglio. Quei colloqui clandestini si svolsero nottetempo a Sarzana con il colonnello Bonaventura, noto esperto di antiterrorismo che si era occupato a suo tempo del delitto Calabresi e veniva appositamente da Milano per parlare con Marino.
L'intero contenuto di quei colloqui è stato indicato nel giudicato di condanna "uno sfogo morale" di Marino: quando è evidente che fin dall'origine si è lungamente discusso proprio dell'omicidio Calabresi.
Vi sono inquietanti coincidenze tra gli errori di Marino e quelli dei rapporti dei carabinieri. Così Marino fa suo l'errore dei carabinieri che nel rapporto 28 luglio 1988 identificano come fotofit dell'omicida quello che in realtà era il fotofit dell'ignoto acquirente di un ombrello dello stesso tipo di quello trovato sull'auto degli assassini. Allo stesso modo Marino procede al riconoscimento "centimetrico" del bagno di "Luigi", da lui indicato come la base milanese dell'omicidio, bagno da lui frequentato alcuni minuti sedici anni prima, in perfetta coincidenza con l'acquisizione da parte dei carabinieri delle planimetrie della stessa abitazione.
Vi sono ulteriormente relazioni non chiarite tra alcuni ufficiali dei carabinieri e il giudice istruttore dottor Lombardi e la consigliere a latere del primo processo d'appello dottoressa Bertolé Viale, relazioni emergenti da alcuni rapporti redatti dai carabinieri nel 1992-'93 a Trapani, all'interno del procedimento relativo alla morte di Mauro Rostagno. I documenti evidenziati testimoniano o di una menzogna costruita ad arte in pregiudizio dei condannati o, in secca alternativa, di una grave e preconcetta ostilità, da parte dei due giudici di Milano.

Il proiettile magico
Com'è noto il commissario Calabresi è stato assassinato con due colpi di pistola: uno alla testa ed uno alla schiena Del primo proiettile, quello che dopo aver attraversato la regione occipito-parietale destra per poi fermarsi nel parietale di sinistra e di cui è rimasto un grosso frammento, non è, ovviamente, confutabile che sia stato sparato dall'arma dell'assassino. Un fitto mistero avvolge invece il secondo proiettile, quello che avrebbe dovuto colpire Calabresi alla schiena per poi uscire dal dorso. Di questo secondo proiettile non è, e non è mai stata, documentata nel processo la provenienza. L'esame necroscopico ha, appunto, appurato il percorso del proiettile ed ha anche rilevato come non sono stati rinvenuti proiettili in altre sedi, tanto che il medico legale (dott. Giuseppe Donizzetti) certifica: "la ricerca del proiettile in altre sedi è stata negativa".
Nei giorni successivi all'omicidio vengono ritrovati a diversa distanza dal luogo del delitto vari proiettili. Per ciascun rinvenimento vengono redatti dettagliati verbali, sul tipo di proiettile, sul suo stato, sul luogo e sugli autori del ritrovamento. Ma nessuno di questi quattro proiettili sarà poi quello che verrà indicato come il secondo sparato al commissario.
Il 10 giugno la Questura invia alla Procura un dettagliato rapporto in cui ricostruisce la dinamica dell'attentato ed informa del ritrovamento di quattro proiettili, gli unici menzionati oltre al frammento risultante dalla necroscopia
Solo il 3 agosto compare il "proiettile misterioso". Due mesi e mezzo dopo l'omicidio. Insieme ad altri oggetti relativi al caso, viene recapitato all'ufficio corpi di reato un proiettile calibro 38 special accompagnato dall'indicazione "repertato in ospedale". Indicazione che non trova nessun riscontro in nessuno dei numerosi e dettagliatissimi attestati riguardanti i ritrovamenti dei proiettili, né ne fa cenno il rapporto della questura del 10 giugno, pur successivo di circa un mese all'omicidio.
Il verbale di consegna all'ufficio corpi del reato fa comunque riferimento ad un rapporto della questura del 2 agosto, che avrebbe dovuto contenere, in teoria, indicazioni sul rinvenimento del proiettile. Tale documento non figura però negli atti processuali, né è stato confermato da alcuno durante il dibattimento avanti alla Corte d'Assise nel 1990, nel corso del quale sono stati sentiti numerosi testi nel vano tentativo di accertare la provenienza del reperto.
Non si sa bene perciò cosa abbia a che fare questo proiettile, l'unico sul quale siano state effettuate le perizie balistiche, con l'omicidio Calabresi.
Com'è noto, inoltre, i due reperti balistici sono stati "venduti" (dopo che gli attuali imputati erano stati arrestati). Rendendo di fatto impossibile alla difesa di poter verificare la validità e la serietà dei riscontri balistici e negando, per diretta responsabilità dell'accusa, il diritto alla prova dell'imputato.
Fortunatamente, è oggi possibile, grazie all'evoluzione delle tecnologie, ottenere dei riscontri estremamente accurati anche attraverso la sola cosa che è rimasta a disposizione della difesa: le fotografie dei reperti balistici.
L'istanza di revisione allega una perizia balistica che rileva come "le improntature dei due proiettili si dimostrano incompatibili con l'essere stati sparati dalla stessa pistola e con la successione dei colpi (testa-schiena)".

La tecnologia
Nell'istanza di revisione protagoniste sono la scienza e la tecnologia che offrono nuove possibilità oggi, sconosciute o comunque non utilizzate nei precedenti gradi di giudizio. Si tratta di tecnologie informatiche e multimediali che permettono di porre su nuove e più solide basi il discusso problema dei proiettili che uccisero il commissario Calabresi e di operare una ricostruzione in computer grafica, della dinamica dell'omicidio sulla base delle testimonianze oculari dell'epoca. La nuova perizia balistica infatti ha come fondamento un'elaborazione delle fotografie del proiettile e del frammento che utilizza nuovissime tecnologie sperimentate nell'arte del restauro. Si impiega cioè in piccolo ciò che in grandi dimensioni è stato fatto per ricostruire il calco del Marco Aurelio in Campidoglio. È su questa base che grazie alla collaborazione del direttore del Laboratorio di Fisica dell'Istituto Centrale di Restauro di Roma, si è riusciti a ricostruire le microimprontature del proiettile e del reperto
La computer-grafica è stata invece utilizzata per ricostruire un'ipotesi dinamica di azione omicidiaria cosi come fu descritta dai testi oculari. Infatti nel giudicato di condanna è stata fatta una vera e propria strage di testimonianze, assumendo, in modo assolutamente grossolano e privo di ogni riscontro scientifico e tecnico, che quel che era stato detto era incompatibile con i tempi con i modi e con gli spazi dell'avvenimento. Ciò per dare spazio all'inverosimile versione di Marino altrimenti contraddetta radicalmente.
Oggi invece, grazie alla nuova ricostruzione, è proprio la versione di Marino che mostra, ancor di più, le sue falle e contraddizioni, mentre quella dei testimoni di allora prospetta "un'ipotesi di azione omicidiaria coerente... che confuta quanto afferma il giudicato di condanna in ordine alle compatibilità obiettive dei tempi, dei modi e dei percorsi narrati dai testimoni del fatto".
È stata effettuata anche una perizia sulle fotografie delle autovetture degli assassini e del Musicco, altro testimone che si è dovuto dichiarare totalmente inattendibile per potere accreditare Marino, e le sue conclusioni non lasciano dubbi invece sulla perfetta credibilità di quanto raccontato da costui nell'immediatezza del fatto.