Da Rebibbia a Pisa

Manuela Cartosio intervista Ovidio Bompressi

dal Manifesto, 9 novembre 1997


 

"Il digiuno l'abbiamo cominciato con i detenuti di Rebibbia e l'interromperemo in sintonia con ciò che decideranno loro. Vogliamo essere lucidi quando sarà depositata la richiesta di revisione del nostro processo". Così ci aveva detto giovedì scorso Ovidio Bompressi nel carcere di Pisa. E così è successo. Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, ormai al ventesimo giorno di digiuno, hanno sospeso lo sciopero della fame, raccogliendo l'invito rivolto loro espressamente dai detenuti Rebibbia. Dal don Bosco di Pisa esce solo la notizia secca della sospensione e l'annuncio di un imminente comunicato. Nel carcere romano, i detenuti sono passati dallo sciopero del "carrello" - il vitto passato dall'amministrazione penitenziaria - allo sciopero dei lavori interni per due giorni la settimana. Le ragioni della protesta restano tutte in campo, non essendo stata soddisfatta dal parlamento neppure una delle tante misure sollecitate per "sfoltire" le carceri.Non è stato un colloquio facile quello con Ovidio Bompressi. Le sue frasi sono più spigolose dei suoi zigomi. Hanno come baricentro costante la "sofferenza del carcere", incomunicabile - dice - a chi sta fuori. "Essere chiusi diciotto ore al giorno in una cella o lo si prova o non lo si comprende sulla parola".

Da mesi non scrivi più neppure una riga al "manifesto", perché ti tieni in disparte?
Non mi piace l'idea di condurre dal carcere una specie di intrattenimento. La sofferenza del carcere non riesce a passare attraverso i media che si occupano del carcere sull'onda di casi particolari.
Tu eri riservato e parco di parole anche prima di venire in carcere.
E' vero. Ho scarsa fiducia nelle parole in una società come la nostra fondata sul rumore delle parole e sul bombardamento delle immagini. Sono fallaci, non rendono la realtà.
Però mi hai chiamata qua e qualche parola bisognerà pur usarla.
Sì, quel che mi preme comunicare è la sofferenza in carcere di 50 mila persone. La loro voce non è sentita dal mondo esterno. Guarda ad esempio cosa ha detto Scalfaro sull'afflittività della pena. Lo so che tanti pensano che la pena debba essere afflizione, ma come può dirlo un cattolico devoto come Scalfaro che, da giovane magistrato, visitava i carcerati per portare conforto? Che il presidente della repubblica ci negasse la grazia tecnica me l'aspettavo, non mi aspettavo che mortificasse in questo modo la sofferenza di chi sta in carcere. E poi, come è possibile che la maggior parte delle persone non capisca di contribuire alla sofferenza di altre persone?
Con Adriano e Pietro ti sei "aggregato" volentieri alla protesta iniziata a Rebibbia. La protesta ha ottenuto tanti attestati di benemeranza da parte degli addetti ai lavori, ma fin qui nessun risultato concreto.
Speriamo che il governo e il parlamento accolgano almeno una delle tante richieste. L'iter della legge Simeone, per quanto peggiorata, si è ulteriormente allungato, ma decidere l'incompatibilità tra Aids e carcere o aumentare i finanziamenti perché i detenuti possano avere le medicine di cui necessitano si può fare in tempi rapidi.
Perché sempre e soltanto lo sciopero della fame? Oltre alle conseguenze per la salute, non c'è il rischio di cadere in una specie di mistica del digiuno?
Per me è impossible manifestare la sofferenza della privazione della libertà in altro modo. Il mio corpo e la mia mente sono la stessa cosa. Non è vero che la mente può volar fuori dalle sbarre anche se il corpo resta dentro. Io sono un corpo che soffre nella sua integrità. Digiunando offro la massima resistenza, reagisco con tutto me stesso, a questa sofferenza di 50 mila persone private della libertà. E' lo stesso motivo per cui ho fatto il volontario in Bosnia, che mi porterebbe a occuparmi concretamente dell'Algeria se fossi fuori.
Perché ti sei consegnato al carcere? Perché sei testardo, come dice il prete tuo amico?
Sono venuto qui perché non si può fuggire il mondo, non si possono girare le spalle alla sofferenza. Dopo la pena capitale e la tortura viene il carcere. Il carcere, inoltre, è l'esito estremo dell'ingiustizia sociale.
Come te la passi qua?
Cerco di comportarmi con dignità civile e con leggerezza di spirito.
Scusa, la domanda era più banale, volevo sapere cosa fai, cosa leggi, cosa scrivi. Mi ha sopreso e un po' offeso che non hai più scritto al giornale.
Ho un senso di ripugnanza per ciò che è produttivo, ho un certa tendenza alla vita come sperpero. Scrivere del mio essere prigioniero sarebbe come adeguarmi alla mia attuale condizione. Tengo un diario, scrivo lettere private. Scrivere per il pubblico sarebbe quasi una merce di scambio per attirare l'attenzione di chi non vuol capire, una forma di mercato a cui non sono incline.
Marino ha detto a "Famiglia cristiana" che prega per voi. (La frase devo ripeterla tre volte perché Ovidio la registri). Cosa pensi di Marino?
Penso a lui come a una persona che si è completamente abbandonata all'impostura e che ne è succube e partecipe.
Sempre Marino dice che voi tre siete prigionieri del passato.
Mi pare che alcuni magistrati lo siano assai più di noi.
Avete detto che per voi la via maestra è la revisione del processo. Ci speri?
La richiesta dei nostri avvocati sarà suffragata da elementi nuovi. Ci sono. Sull'istanza dovrà pronunciarsi la corte d'appello di Milano e per noi Milano e un po' come mettere la testa nella bocca del leone.
E' più importante uscire di qui o riconquistare l'onore con una sentenza che riconosca al tua innocenza?
Le due cose sono complementari, contigue. Se l'istanza di revisione verrà accettata, è nella disponibilità della magistratura metterci in libertà in attesa di un nuovo processo.

Lascio il verde pisello sporco del carcere di Pisa almeno con una buona notizia: dalle ore 10,30 Sabrina è in libertà. C'è scritto così nel librone all'ingresso.