Gli intoccabili

 

di Manuela Cartosio
dal Manifesto, 6 luglio 1997


Chi volesse capire in concreto cos'è e come funziona una mentalità corporativa, legga - per favore - le trentaquattro cartelle dell'ordinanza con cui il giudice per le indagini preliminari di Brescia Anna Di Martino ha archiviato la scorsa settimana l'inchiesta sul giudice Giangiacomo Della Torre, presidente del terzo processo d'appello per il delitto Calabresi, indagato per abuso d'ufficio. La conclusione, ampiamente attesa, è che il dottor Della Torre è un irreprensibile magistrato, che la sua "condotta" prima del processo, nel corso del dibattimento, in camera di consiglio è stata ineccepibile.

C'era da aspettarselo, visti i precedenti della dottoressa Di Martino: qualche mese fa, aveva negato persino in linea teorica la possibilità d'indagare su un'altra stranezza della Calabresi-story, la sentenza suicida redatta da un altro ottimo giudice, Ferdinando Pincioni. Carlo Guarnieri, docente di sistemi giudiziari comparati, aveva acutamente definito quello della Di Martino "un ragionamento alla Comma 22", in base al quale qualsiasi ricorso che abbia a che fare con una sentenza e una camera di consiglio è - a priopri - "impossibile". Quel paradigma viene usato anche per il caso Della Torre.

E a stupire non è tanto l'archiviazione, quanto il di più di protervia che la dottoressa Di Martino mette a difesa del sacro mestiere del giudice. Riassumiamo, partendo dalla coda, il filo del ragionamento dell'ordinanza. La notizia di reato - le presunte pressioni e irregolarità attuate da Della Torre per arrivare a una condanna a tutti i costi - "è risultata infondata". I giudici popolari che hanno testimoniato che le pressioni ci furono sono "inattendibili". Gli esposti di Adriano Sofri e Ovidio Bompressi contro Della Torre sono carta straccia: i due non avevano neppure titolo a presentarli. Il pubblico ministero Fabio Salamone ha fatto malissimo a prenderli in considerazione e ha fatto ancor peggio a sciogliere i giurati dal segreto, a raccogliere le loro testimonianze sull'andamento della camera di consiglio. Il reprobo Salamone ha commesso un terzo errore: ha aperto un'inchiesta che non doveva neppure iniziare, non essendoci elementi che evidenzino il dolo (l'intenzione soggettiva di arrecare danno o vantaggio a qualcuno) da parte di Della Torre, senza il quale non si configura il reato di abuso d'ufficio.

Anche noi, ingenui e non dottori, pensavamo che Salamone un errore l'avesse commesso, ma di segno opposto ai tanti che gli rimprovera il gip Di Martino. Essersi fermato a metà dell'indagine, rassegnarsi all'archiviazione senza aver messo a confronto i testi, nonostante le testimonianze "inquietanti" e non menzognere raccolte. La dottoressa Di Martino, invece, sostiene che Salamone ha fatto troppo, non troppo poco, e tratta il collega come un emerito asino. Lette le 34 cartelle, è difficile stabilire quale sia il bersaglio privilegiato dell'accanimento del gip: Salamone, Sofri o i due giudici popolari che hanno testimoniato contro Della Torre. Tutti trattati a pesci in faccia. Guanti di velluto, invece, per l'indagato. E' singolare che la famosa terzietà del gip si dispieghi in tutta la sua potenza quando l'inquisito è un altro giudice. Questo lo scheletro dell'ordinanza. Vediamone qualche giuntura particolarmente raccapricciante. Sull'abuso d'ufficio -scrive il gip - si registrano due orientamenti in dottrina: il "più rigorista" sostiene che "la persona offesa" è esclusivamente "la pubblica amministrazione"; l'altro afferma che il soggetto offeso è anche "il privato" cittadino cui l'abuso abbia recato danno. La dottoressa Di Martino, naturalmente, condivide la prima impostazione, "l'unica corretta", e da ciò deduce che Sofri e Bompressi non avrebbero avuto titolo neppure d'opporsi all'archiviazione.

Ma chi, di grazia, avrebbe dovuto farlo? La pubblica amministrazione, cioé, in questo caso, la Signora Giustizia? Voltiamo pagina ed ecco un'altra perla. "Secondo una minoritaria ma autorevole opinione dottrinale, l'attività giudiziaria sfuggirebbe al reato di abuso d'ufficio". I giudici sarebbero cittadini a parte, anzi sopra. Purtroppo (per la dottoressa Di Martino, che si mette tra i pochi e autorevoli) la dottrina prevalente sostiene che anche i giudici sono mortali e quindi, "in astratto", possono peccare d'abuso d'ufficio. Ma perché il reato sussista, incalza il gip, va dimostrato che "l'azione sia stata ispirata da settarietà, da prepotenza, da rappresaglia, da vendetta, da rancore, o da altri riprovevoli motivi". Gli esposti di Sofri non evidenziano per quale motivo "egoistico" Della Torre avrebbe commesso un abuso d'ufficio. Dunque, gli esposti dovevano finire direttamente nel cestino. L'indimostrabilità del dolo (cioè dell'intenzionalità del reato) è il filo conduttore dell'ordinanza che culmina in questa categorica affermazione: "nel caso in esame... risultava, risulta e risulterà esclusa la possibilità di provare la componente soggettiva del reato". Anche i digiuni in materia di diritto sanno che il dolo è il classico elemento che si valuta in dibattimento, non nella fase delle indagini dove il pm concentra la sua attenzione sugli aspetti materiali dell'ipotesi di reato.

Se si applicasse il criterio della dottoressa Di Martino, i rinvii a giudizio subirebbero un crollo verticale (il che potrebbe anche andar bene, se a beneficiare di quel criterio non fossero solo i magistrati inquisiti). Per quanto riguarda i fatti, la questione è risolta velocemente: i giudici popolari Giovanni Settimo e Marilena Tuana raccontano cose diverse dagli altri membri della giuria e, per di più, si contraddicono tra loro. I loro sono o "cattivi ricordi" o qualcosa di peggio. Il loro strano procedere (perchè non hanno spontaneamente denunciato le supposte irregolarità di Della Torre invece di rivolgersi a politici e giornalisti "assai vicini a Sofri"?) è sospetto. Si "allineano" alle tesi di Sofri e questo basta e avanza, secondo il gip, per considerarli "inattendibili". Qui siamo al deliro. Perchè, semmai, le cose sono andate esattamente a rovescio: è stato Sofri ad "allinearsi" ai due testi, per il semplice fatto che lui in camera di consiglio non c'era, Settimo e Tuana sì. C'è un particolare che tradisce il partito preso del gip là dove interpreta una banale osservazione della teste Tuana sulla sentenza suicida come una "maliziosa quanto gratuita allusione", "scopertamente allineata" con la tesi di Sofri. Ma che quella di Pincioni fosse una sentenza suicida era arcinoto ben prima che il processo presieduto da Della Torre iniziasse. Bastava leggere i giornali, visto che i primi a parlare di sentenza suicida sono stati i cronisti di palazzo di giustizia (vicini alla procura) e non Sofri. Nell'offensiva osservazione del gip c'è un eco della frase rivolta da Della Torre alla signora Tuana: "Cosa le ha suggerito Sofri questa notte?".

A regola di briscola, c'è da meravigliarsi che il gip non abbia trasmesso gli atti alla procura perché proceda contro Settimo e Tuana per falsa testimonianza. Forse sarebbe stato troppo, anche per l'eccessiva dottoressa Di Martino. L'orrore suscitato da queste 34 cartelle prescinde dal ritenere colpevoli o innocenti Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Resterebbero orribili anche se fossero colpevoli. Rafforzano il desiderio che questa storia finisca per ragioni bassamente egoistiche (confesso il dolo): poter finalmente girare la testa dall'altra parte. Brucia dover sottoscrivere una frase del '91 di Piergiorgio Bellocchio: "Come la malattia e la miseria, anche la cosiddetta giustizia è una sventura che tendiamo irresistibilmente a rimuovere dalla coscienza, salvo che ci colpisca personalmente, o colpisca persone che amiamo, valori in cui crediamo". Allora non la condividevo, presumevo molto di me, pensavo di potermi occupare di tante ingiustizie. Oggi mi dichiaro vinta: le mie spalle riescono a stento a sostenerne solo una.