
di Andrew Gumbel da The Independent, 27 gennaio 1997
È stato un crimine che ha segnato una generazione. L'uccisione
del commissario di polizia Luigi Calabresi a Milano il 17 maggio 1972 ebbe
luogo nello sfondo straordinario di battaglia ideologica e oscura violenza
che portò l'Italia sull'orlo del collasso democratico. La vicenda
pose fine all'innocenza della ribellione studentesca del 1968, prefigurò
il terrorismo delle Brigate Rosse e fornì il primo indizio di una
inquietante collusione tra lo stato italiano e alcuni ambienti criminali.
Stranamente è anche una questione che è tornata prepotentemente
alla ribalta la settimana scorsa. Quasi un quarto di secolo dopo il fatto,
ed al termine di sette processi ed udienze d'appello, tre persone sono state
condannate per aver ordinato ed eseguito l'omicidio di un uomo che era stato
il più odiato poliziotto d'Italia.
La Corte Suprema italiana ha deciso mercoledì scorso di negare ad
Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani ed Ovidio Bompressi - già membri
di un'importante organizzazione di sinistra chiamata Lotta Continua - la
possibilità di un ulteriore appello e di mandarli in prigione per
22 anni ciascuno. Il problema è che quasi nessuno in Italia crede
che siano colpevoli e sono ancora meno a credere che debbano pagare per
le follie di un'epoca che ormai appartiene quasi totalmente alla generazione
precedente. È stato uno spettacolo sbalorditivo, i partiti politici
di ogni parte hanno tentato di usare il caso per i loro fini elettorali
ed una magistratura assediata ha debolmente cercato di sostenere un caso
con più buchi di una gruviera.
La storia originale sarà familiare a tutti coloro che hanno visto
la famosa opera di Dario Fo "Morte accidentale di un anarchico".
Nell'inverno del 1969 alcune organizzazioni di destra risposero ad una serie
di agitazioni di massa con una serie di ordigni, compreso un attentato ad
una banca in Piazza Fontana, a Milano, che uccise 16 persone e ne ferì
quasi 100. Ora sappiamo che gli attentati facevano parte di una premeditata
"strategia della tensione", orchestrata da alcuni settori dell'establishment
politico in collusione con i servizi segreti per contrastare l'ascesa della
Nuova Sinistra nel 1968 e allontanare gli elettori dal Partito Comunista.
All'epoca, però, non era chiaro chi fosse responsabile degli attacchi,
ed una massiccia campagna di disinformazione fu lanciata per addossare la
colpa agli anarchici ed a gruppi come Lotta Continua. Un anarchico, Pino
Pinelli, fu trattenuto senza il dovuto mandato legale al commissariato centrale
di Milano per tre giorni, al termine dei quali trovò la morte cadendo
dalla finestra dell'ufficio, al quarto piano, del Commissario Calabresi.
All'inizio fu affermato che si era suicidato, poi che era caduto accidentalmente
mentre stava fumando. Naturalmente nessuno credette mai a queste ridicole
asserzioni.
Lotta Continua lanciò una feroce contro campagna accusando Calabresi
ed i suoi colleghi di aver torturato ed ucciso Pinelli prima di gettarlo
dalla finestra. Sfortunatamente non avevano la benché minima prova
e di lì a poco il caso arrivò nelle aule dove la magistratura
lo aggiustò coscienziosamente e - anni dopo, quando la confusione
si era calmata - lo accantonò completamente.
Quando Calabresi fu ucciso in pieno giorno di fronte alla sua casa i sospetti
caddero immediatamente su Lotta Continua, ma non si poté istruire
alcun processo contro nessuno dei membri dell'organizzazione che furono
arrestati sporadicamente negli anni successivi. Con gli anni '80 il crimine
era diventato un altro dei misteri italiani insoluti e le autorità
rinunciarono alla speranza di costringere gli assalitori del questore a
renderne conto.
Ma poi, inaspettatamente, qualcosa di molto strano accadde. Nell'estate
del 1988, un insignificante truffatore, già membro di Lotta Continua,
Leonardo Marino, si consegnò alla polizia dicendo che aveva preso
parte all'omicidio Calabresi. Il killer era stato Ovidio Bompressi, sostenne,
e gli uomini che lo avevano avvicinato per prenderne parte erano Sofri e
Pietrostefani - il leader e il vice dell'ormai da tempo defunta Lotta Continua.
La confessione di Marino si abbatté come una bomba, non ultimo perché
Sofri e Pietrostefani erano diventate delle figure molto rispettate nei
loro rispettivi campi del giornalismo e dell'assistenza sociale. Ma, mentre
si riapriva il caso, cominciò anche ad apparire fortemente sospetto,
in quanto la testimonianza di Marino rivelò sempre maggiori incongruenze
e si impantanò in contraddizioni ancora più tortuose.
Sostenne di aver guidato la macchina per la fuga, ma si sbagliò riguardo
a particolari come il colore del veicolo e l'itinerario che aveva percorso
dalla scena del crimine. Due testimoni oculari dissero che l'autista era
una donna ed altri fecero un resoconto di come l'assassino era entrato ed
uscito dalla macchina che discordava completamente con la versione di Marino.
Forse in modo più preoccupante, Marino non menzionò - fin
quando il suo stesso parroco lo rivelò inavvertitamente in aula -
il fatto che aveva passato tre settimane in conversazioni non registrate
con i carabinieri prima che iniziasse la sua deposizione formale. Amici
di Sofri e Pietrostefani hanno sospettato da allora che fosse stato elaborato
un complotto con la polizia per vendicarsi in ritardo della leadership di
Lotta Continua, una teoria che è molto seguita ma che, come molte
altre cose in questo oscuro caso, non ha alcuna prova che la supporti.
Molti italiani hanno assistito sbigottiti mentre il succedersi delle udienze
ha approvato senza sollevare obiezioni la versione dei fatti di Marino ed
ha respinto la credibilità di altre prove in maniera surreale (un
testimone che aveva detto di aver visto una donna al volante della macchina
fu ignorato per il fatto che era daltonico).
Il verdetto finale della Corte Suprema ha provocato un'ondata di indignazione
nazionale, incluso il malcelato disappunto di alcuni ministri. Solo il partito
di destra Alleanza Nazionale ha preso posizione a favore della decisione.
La sinistra vede il caso come la continuazione di una lotta ideologica che
avrebbe dovuto cessare a buon diritto con la fine della Guerra Fredda, mentre
i seguaci di Silvio Berlusconi e del suo partito di centro-destra Forza
Italia hanno usato il caso come un altro bastone con cui colpire la magistratura
italiana. La confessione di Marino, sostengono, è esattamente quel
genere di prova inattendibile usata per inchiodare i politici e gli uomini
d'affari durante l'ondata anticorruzione dei primi anni '90 e presenta analogie,
dicono, con i vari processi che al momento vengono condotti contro lo stesso
Berlusconi.
Per quanto riguarda gli imputati, Sofri e Bompressi sono stati scortati
in prigione questo fine settimana e Pietrostefani, che vive a Parigi, ha
annunciato che sarà di ritorno in Italia tra breve per condividere
la loro sorte. La loro unica speranza adesso è la grazia presidenziale
- rara in Italia, ma che con l'attuale clima di indignazione potrebbero
ancora vedersi accordata.