I giudici popolari del caso Sofri hanno ricevuto pressioni, ma è un segreto che non possono svelare. Storia di un ragionamento vizioso

Carlo Guarnieri
da Il Foglio, 21 maggio 1997



Carlo Guarnieri è docente di Sistema politico italiano e Sistemi giudiziari comparati alla Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Bologna. Ha scritto "Magistratura e politica in Italia. Pesi senza contrappesi" (Il Mulino, 1992), "La puissance de juger" in collaborazione con Patrizia Pederzoli (Paris, Ed. Odile Jacob, 1996) e "La democrazia giudiziaria" (Il Mulino, 1997)
Voglio prendere lo spunto dalla decisione della Cassazione che ha, almeno per il momento, posto termine alla vicenda giudiziaria di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, che mi sembra "sbagliata", per riflettere su alcuni aspetti cruciali della nostra amministrazione della giustizia e in particolare sulla partecipazione popolare e quindi, in questo caso, sul rapporto fra giudici popolari e togati nelle corti d'assise. Non intendo però discutere della rilevanza o meno dal punto di vista penale dei comportamenti dei giudici togati. Non sono un tecnico del diritto penale. Altri, più esperti di me potranno entrare nel merito, anche se non posso non rilevare che per fatti di molto minore rilevanza molti - ad esempio, membri di commissioni di concorso - sono stati rinviati a giudizio e talvolta condannati per il reato di abuso in atti d'ufficio o di falso ideologico.

Le ultime due sentenze del caso Sofri ci offrono una serie di elementi da valutare con estrema attenzione. Mi riferisco qui alla sentenza della seconda sezione della Corte d'assise d'appello di Milano del 21.12.1993, poi annullata dalla Cassazione, e a quella della terza sezione della stessa corte del 11.11.1995, questa invece confermata, cui ha fatto seguito un'indagine nei confronti del presidente da parte della procura di Brescia per abuso d'ufficio.

Iniziamo dalla prima sentenza, definita - seguendo un'espressione ben conosciuta nei tribunali - una sentenza "suicida", nel senso che la motivazione sembra essere stata stesa dal giudice a latere in modo da risultare contraddittoria e a portare al successivo annullamento da parte della Cassazione. Le sentenze "suicide" non sono una novità nella prassi giudiziaria italiana e vengono di solito interpretate come una reazione dei giudici togati messi in minoranza dai giudici popolari in camera di consiglio. Ce ne sono state anche di famose, come quella - ricordata da Achille Battaglia - della Corte d'assise di Perugia che il 14 ottobre 1949 mandò assolti gli assassini (presunti?) dei fratelli Rosselli. In quel caso però, contrariamente a quanto è avvenuto a Milano, il pubblico ministero decise di non ricorrere in Cassazione e così la sentenza di assoluzione passò in giudicato.

A chi osserva dal di fuori l'amministrazione della giustizia questa prassi solleva più di una perplessità, almeno dal punto di vista deontologico. In questo modo infatti viene sostanzialmente vanificata la volontà del collegio, quasi che le opinioni dei giudici popolari debbano essere considerate di poca o nessuna importanza. Un aspetto però interessante è che tale non sembra essere sempre la percezione della magistratura. Mi riferisco qui non solo ai giudizi di apprezzamento dati da alcuni magistrati sulla sentenza che stiamo considerando ma soprattutto al decreto con cui il 4 febbraio scorso il Gip di Brescia ha "diniegato" la richiesta del pubblico ministero di riaprire le indagini su questa sentenza per verificare se nella vicenda fossero stati commessi dei reati. Il Gip di Brescia infatti motiva la sua decisione con una serie di argomentazioni particolarmente interessanti e, per certi versi, curiose.

Innanzitutto, nota il Gip, va considerata una "pura illazione" sostenere che "l'estensore della sentenza motivò in contrasto con la dialettica svoltasi in camera di consiglio, al fine di danneggiare gli imputati". D'altra parte, interrogare i giudici popolari per verificare questa ipotesi entrerebbe in conflitto con "l'obbligo di segretezza normativamente imposto... quanto alle opinioni e ai voti formulati in camera di consiglio". Inoltre, sarebbe in realtà inutile interrogare a questo riguardo i giudici popolari, dato che "si ipotizza una condotta illecita assunta al di fuori della camera di consiglio, e cioè nella redazione della sentenza, atto ontologicamente e cronologicamente distinto dalle funzioni collegiali". Di più, si sostiene che i giudici popolari non avrebbero nessun obbligo di denuncia al riguardo non avendo, e non potendo avere, "diretta percezione" della stesura della sentenza. Anzi, aggiungiamo noi, qualora intendessero "lamentarsi" di come è stata redatta la sentenza, potrebbero essere perseguiti per violazione dell'obbligo di segretezza. Ci troviamo all'interno di un ragionamento alla "comma 22" (chi è malato di mente può chiedere di essere esentato dai voli al fronte, ma chi chiede di essere esentato non è malato di mente), tanto per intendersi. Per sapere se l'estensore ha motivato fedelmente bisognerebbe conoscere l'andamento della camera di consiglio ma, per far questo, un giudice popolare dovrebbe violare l'obbligo di segretezza, da cui sarebbe sciolto solo per denunziare reati che si fossero verificati all'interno della camera di consiglio. Ma, come abbiamo visto, l'eventuale illecito sarebbe stato commesso, secondo il Gip, durante la stesura della motivazione e quindi fuori della camera di consiglio, anzi senza che i giudici popolari ne avessero "diretta percezione". Non entro nel merito della correttezza giuridica del ragionamento. Noto solo che in questo modo a eventuali abusi non c'è rimedio.

 

Quando la motivazione sconfessa la sentenza

Ma il Gip, replicando a un esposto di Sofri, afferma anche qualcosa di più e cioè che "si basa su un postulato giuridicamente erroneo... la pretesa conformità della motivazione della sentenza ai motivi ritenuti o manifestati durante la deliberazione". Infatti, secondo la "dominante dottrina penalistica" decisione e sentenza costituiscono "distinti momenti processuali, configurandosi la motivazione come giustificazione a posteriori di una decisione già assunta e non già come mera documentazione delle opinioni espresse" durante la deliberazione. Perciò, la motivazione "deve comprendere e coordinarsi con tutto il complesso delle risultanze dibattimentali e deve tener conto delle principali risultanze probatorie e argomentazioni delle parti". Naturalmente, come ha obiettato Sofri, la distinzione fra decisione e sentenza non deve far dimenticare che compito della sentenza è quello di giustificare la decisione presa, di darne conto. In caso contrario, se dispositivo e motivazione fossero completamente indipendenti, non si capisce perché i nostri costituenti si siano tanto scomodati da inserire all'art. 111 l'obbligo di motivare tutti i provvedimenti giurisdizionali. Perciò, la sentenza dovrebbe almeno cercare di giustificare la decisione presa. Come affermato da un illustre giurista (Pizzorusso), "è da ritenere che l'estensore della sentenza debba esprimere i punti di vista che sono prevalsi nel corso della discussione e non quelli esclusivamente suoi propri" e che sia "rimesso al presidente valutare se la motivazione risponda o meno agli orientamenti della maggioranza", dando "lettura della motivazione stessa al collegio ogni qualvolta ciò gli appaia dubbio".

Proviamo ora a riflettere su quali possono essere le ragioni della discrepanza fra decisione e sentenza. Innanzitutto, come sostenuto dalla difesa degli imputati in questo caso, la cosa potrebbe aver luogo per slealtà del giudice estensore che, in contrasto con la maggioranza, volontariamente stende una motivazione contraddittoria per favorire l'annullamento della sentenza. Ma si possono fare, almeno in astratto, anche altre ipotesi. Innanzitutto, potrebbe accadere che la sentenza risulti mal redatta a causa dell'incapacità professionale dell'estensore, che non è stato capace di riportare in modo coerente il ragionamento seguito dalla camera di consiglio. È un'ipotesi che non si può scartare in generale (i controlli sulla professionalità dei nostri magistrati sono quello che sono), ma che in questo caso nessuno ha sostenuto. Invece, una spiegazione diversa - e, come vedremo, non priva di interesse - è quella che sembra - dico sembra perché non è avanzata esplicitamente - essere condivisa dal Gip di Brescia nel caso in questione. In altre parole, l'estensore della sentenza avrebbe riportato fedelmente le risultanze dibattimentali ma non sarebbe riuscito a renderle compatibili con la decisione perché era la decisione stessa presa in camera di consiglio dalla maggioranza dei giudici popolari a essere incoerente con quanto emerso nel processo. Perciò, l'estensore non avrebbe fatto altro che riportare fedelmente il modo di ragionare dei giudici popolari, per quanto illogico e contraddittorio. Detto in modo un po' brusco, i giudici popolari sarebbero stati, almeno nella loro maggioranza, degli stupidi, o poco meno, privi di normale raziocinio e l'estensore non avrebbe fatto altro che documentarlo. Naturalmente è impossibile verificare quale delle ipotesi qui fatte si avvicini di più alla verità, dato il "diniego" formulato del Gip alla riapertura delle indagini.

Che questo atteggiamento di sufficienza nei confronti dei giudici popolari sia diffuso nella magistratura - anche se non possiamo dire in che misura - lo dimostra anche quanto emerge dall'indagine nei confronti del presidente della terza sezione. Si tratta di un procedimento che ci fornisce elementi di grande rilievo perché - fatto, credo, più unico che raro - abbiamo un resoconto di quanto avvenuto all'interno di una camera di consiglio, dato che il pubblico ministero ha potuto sciogliere i componenti della corte dall'obbligo del segreto. Dalle testimonianze di diversi giudici popolari emerge in maniera netta la forte pressione esercitata dai giudici togati nei confronti dei giudici popolari perché aderissero alla propria impostazione. In una testimonianza si accenna addirittura a quella che potrebbe apparire la minaccia del presidente di stendere, in caso di decisione difforme dai suoi orientamenti, un'altra sentenza "suicida". Come abbiamo detto, non vogliamo qui discutere se queste pressioni vadano o meno considerate un illecito e di quale natura. Quello che ci preme sottolineare è che l'indagine del pubblico ministero le ha nella sostanza confermate, così come ha confermato i pregiudizi colpevolisti del presidente, anche se poi ha ritenuto che gli elementi raccolti non fossero sufficienti a sostenere l'accusa in giudizio e che comunque non fosse necessario approfondire le indagini. Quindi dagli atti dell'inchiesta del pm di Brescia emerge che, anche nel caso di questa seconda sentenza, la maggioranza dei giudici popolari ha espresso atteggiamenti di forte dubbio nei confronti della condanna degli imputati. La differenza sta semmai nel fatto che, in quest'ultima circostanza, una parte si è alla fine lasciata "convincere", anche se con argomentazioni che lo stesso pm ha definito "inopportune" e "atecniche". La pressione, specie quella esercitata dal presidente, è stata comunque così forte da spingere almeno due giudici popolari a lamentarsene apertamente, fatto quasi eccezionale e per questo particolarmente significativo.

 

Mancate garanzie, regola o eccezione?

Da questo quadro emerge che la maggioranza dei magistrati qui coinvolti sembra vedere la partecipazione dei giudici popolari solo come una fonte di impaccio o, peggio, di errore. Certo, si può affermare che queste considerazioni si riferiscono a un solo caso giudiziario, che risente della natura del delitto - l'omicidio di un funzionario di polizia in un clima politicamente arroventato - così come del ruolo particolarmente forte svolto, in questo come in altri procedimenti, dalla procura di Milano. Si può anche chiamare in causa un eccessivo spirito di corpo della magistratura milanese - giudicante e requirente - anche questo frutto di particolari condizioni storiche. Può essere quindi che questi fatti non possano essere considerati rappresentativi della realtà giudiziaria italiana. Certo è che, se lo fossero veramente, ogni cittadino dovrebbe seriamente preoccuparsi per come le proprie libertà sono oggi garantite in Italia. D'altra parte, anche se il caso Sofri fosse solo un'eccezione, che non rappresenta la regola, ancor più, proprio per questo motivo, sarebbe vero che a lui e agli altri imputati non è stata garantita, nella sostanza, l'eguale protezione della legge.



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