Quel peccato originale così difficile da cancellare

di Ruggero Guarini

da Panorama 11 maggio 2000


Intervenendo sul caso Silone, l'ex leader di Lc compie un'autoanalisi di grande rigore morale.
Ma l'attaccamento alle sue esperienze giovanili rischia di offuscarne la portata.

Dell'articolo in cui Adriano Sofri, sulla Repubblica del 15 aprile scorso, partendo dal caso Silone, ha parlato di tante altre cose Ð giustizia legge morale amore amicizia lealtà fedeltà dignità perdono pentimento carità Ð mi ha colpito soprattutto questa frase: "Non c'è peccato originale se non quello che ciascuno si procura, a volte il più brutto e il più tortuoso, per provare a farselo perdonare e perdonarselo". È una frase che non mi piace. Temo che sia persino più tortuosa del peccato al quale allude. Si direbbe la frase di un megalomane, di un arrampicatore morale, di un esteta del sacrificio. Ma forse soltanto un tipo così poteva impartirci la bella, vibrante lezione sul tradimento, che è il vero tema di questo suo, in tutto il resto, davvero ammirevole scritto.
Del resto può darsi che niente che valga la pena di dire possa esser detto senza una punta di megalomania. Nemmeno, dunque, un discorso sul tradimento. Sul quale sarebbe ora che tutti tornassimo a riflettere, visto che anni di emergenze politiche e giudiziarie ci hanno fatto praticamente dimenticare lo stesso significato della parola. Ma forse ne occorre più di una punta per immaginare di poter insegnare qualcosa sull'argomento a quei giganti dell'etica che sono gli eroi della Rivoluzione giudiziaria. Giacché le sue idee in proposito, come sa chi ha letto il suo articolo, Sofri le ha esposte fingendo di volerle dispensare soprattutto a loro, e in special modo a Gherardo Colombo, che a quanto sembra non riesce a vedere la differenza che passa fra "collaborazione" e "delazione", e al quale egli dunque ha cercato di spiegare che il discrimine fra l'una e l'altra è appunto il tradimento. E questo, a mio parere, è un po' come pretendere che un sordo possa imparare a distinguere un do diesis da un re bemolle.
Ma lasciamo perdere il dottor Colombo, che Sofri naturalmente ha tirato in ballo proprio e soltanto perché, per tenere la sua lezione, aveva bisogno di un allievo immaginario che, per la sua totale incomprensione del problema, lo costringesse a illustrarglielo incominciando dall'abbiccì, e veniamo a quello che non senza qualche titubanza mi arrischierò a definire la rivelazione racchiusa in questo suo articolo. La mia esitazione dipende dal non irragionevole sospetto di essere un lettore non sufficientemente smaliziato nella decifrazione del senso più o meno palese o riposto dei suoi scritti. Ma poiché è evidente che a Sofri, anche e forse soprattutto quando parla dei suoi casi personali, non dispiace affatto farsi capire anche dagli sconosciuti e dagli incompetenti, sciorinerò le mie timide congetture anche a rischio di sembrare un fesso che ha finalmente scoperto il segreto di Pulcinella. Ecco dunque quel che a me sembra che egli, con questo suo articolo, abbia voluto dirci: 1) Dichiaro e confermo, ancora una volta, che sul piano giudiziario sono del tutto innocente del sangue di Calabresi. 2) Ammetto, ancora una volta, di essere moralmente e intellettualmente responsabile della creazione del clima ideologico in cui maturò quel delitto. 3) Ritengo anzi che nessuno possa pretendere di saperne, su questo punto, più di quanto ne sappia io. 4) Può anche darsi che io sappia chi siano i veri colpevoli, sul piano giudiziario, di quel delitto, ma in ogni caso, anche se lo sapessi, non potrei mai denunciarli. 5) Il motivo per cui non potrei tradirli rimanda al fatto che nel nostro mondo di allora, la cerchia di Lotta continua, l'impegno politico, un po' come fra i comunisti ai tempi del povero Silone, "portava con sè una comunanza senza residui di vita, di amori e di amicizie", e ciò basta a impormi di tacere. 6) Il dovere di tacere è perciò per me strettamente legato al sentimento della mia responsabilità intellettuale e morale, nella creazione del clima che ho detto. 7) Questa responsabilità non rimanda però a un "reato" che possa come tale interessare i tribunali, ma a un "peccato" che può riguardare soltanto la mia coscienza. 8) Ciò tuttavia non vuol dire che io non senta il bisogno di discorrerne, oltre che con me stesso, anche con chiunque trovi la faccenda interessante, e questo mio scritto lo dimostra. 9) Infine, quale sia precisamente il mio "peccato" non l'ho ancora capito bene nemmeno io, ma in ogni caso ne so abbastanza per poterlo definire, appunto, "il mio peccato originale".
Può darsi che in questo discorso non ci sia niente che Sofri non abbia già detto. E dunque ha forse ragione chi osserva che queste cose lui le va dicendo e scrivendo, o le ha lasciate capire, fin dal giorno in cui, ormai 12 anni fa, dopo la confessione di Leonardo Marino, incominciò il suo calvario giudiziario e carcerario. Ma sì, non c'è niente di nuovo. Niente fuorché, mi sembra, quell'espressione, "peccato originale", che egli ha improvvisamente tirato fuori proprio alla fine del suo discorso. Se l'ha piantata lì, come un paletto o una bandierina, a mo' di conclusione, vuol dire che le annette un'importanza decisiva. Non sul piano giudiziario, bensì su quello morale e, perché no, religioso. E questo ci autorizza a sospettare che tutto il sugo del suo discorso risieda nelle ragioni per cui egli non ha esitato a usarla per sigillare uno scritto che risuona come l'epilogo di un lungo regolamento di conti con se stesso.
Qual è dunque quel "peccato originale" di cui oggi Sofri, senza precisarne il contenuto, si riconosce comunque colpevole? È evidente che non basta immaginare, come forse alcuni dei suoi amici più cari sono oggi disposti a fare, che egli intenda riferirsi alla colpa in cui potrebbe essere incappato negli anni in cui ebbe modo, come leader di Lotta continua, di influenzare e forse soggiogare, con la sua intelligenza, la sua cultura e il suo carattere, alcuni fra i suoi compagni di allora, contribuendo così a incoraggiarli, ancorché involontariamente, a fare ciò che poi fecero. E nemmeno è sufficiente figurarsi che abbia voluto alludere semplicemente alla serie di tutti gli atti teorici e pratici in cui sfociò e si estinse, fra la fondazione di Lc e il suo scioglimento, la sua pugnace e fantasiosa giovinezza. Non credo insomma che Sofri si sia riferito a un suo singolo atto specifico, e nemmeno a un insieme più o meno vasto di comportamenti e di azioni, e neppure a un solo pezzo, per quanto esteso, della sua vita. Credo piuttosto che egli più o meno lucidamente, pensi che il suo "peccato originale" sia il puro e semplice fatto di essere Adriano Sofri.
Non so in quale misura egli potrà riconoscersi in questa interpretazione. Che ovviamente, come tutte le interpretazioni, non può non essere indelicata. Ma per farmi perdonare questa mia indelicatezza gli confesserò che quest'idea Ð l'idea cioè che egli, riflettendo su tutta la sua vita, non potendo nè volendo, giustamente, riconoscersi colpevole di qualcosa che non ha fatto, sia in qualche modo arrivato a scoprirsi colpevole di essere ciò che è Ð non è farina del mio sacco. L'ho infatti sfilata dal saggio di Arthur Schopenhauer sulla libertà del volere, dove a un certo punto si sostiene che tutto ciò che facciamo è il prodotto di due fattori: il carattere, ossia il nostro essere innato e immutabile, e il motivo, cioè le cause esterne e materiali dei nostri atti; che ciò però non vuol dire che questi atti siano il prodotto di un compromesso tra quei due fattori, giacché il carattere è un fattore necessario quanto il motivo di ogni nostra possibile azione; che dunque la rigorosa, implacabile necessità delle nostre azioni è tuttavia compatibile con quella libertà che ci è attestata appunto dal sentimento della nostra responsabilità; che perciò l'opera della nostra libertà non dev'essere ricercata, come crede il senso comune, nelle nostre singole azioni, ma nel nostro stesso essere; che pertanto è un errore grossolano attribuire la necessità all'essere e la libertà all'operare, giacché al contrario soltanto nell'essere, dal cui cozzo coi motivi scaturisce fatalmente l'operare, risiede la libertà; che insomma ognuno di noi, in ogni momento della sua vita, vuole sempre e soltanto ciò che vuole; che infine proprio per questo soltanto da ciò che facciamo possiamo inferire ciò che siamo.
Se ciò che Sofri intende dire con la sua definizione del "peccato originale" presuppone un corso di pensieri anche solo vagamente somigliante a questa argomentazione, allora mi sembra doveroso precisare che in quella sua frase sul "peccato originale", che continua a non piacermi, la superbia che tanti, a torto o a ragione, gli attribuiscono, si confonde con quella che forse è la forma estrema di umiltà: l'accettazione insieme fiera e rassegnata del proprio destino. Il che non ha niente a che fare, ovviamente con la resa all'assurda, flagrante ingiustizia di cui egli è vittima da anni, giacché proprio quell'accettazione gli impone al contrario di essere e restare Adriano Sofri anche al cospetto di questa infamia.
Mi sia infine consentita un'ultima indelicatezza. Credo che nel caso di Sofri un passo decisivo verso lo sposalizio dell'estrema umiltà con la più squisita superbia potrebbe consistere nella scoperta che l'ultimo ostacolo a queste nozze risiede proprio nel suo attaccamento a quell'aspetto della sua esperienza giovanile che continua a sembrargli degno di nostalgia. Ma si può sapere che c'è di bello e di buono in ciò che egli, tornando col pensiero al tempo delle militanze furenti, evoca ancora con tenerezza accennando a esistenze votate, come lui dice, a "una comunanza senza residui di vita, di amori e amicizie"? Non è forse proprio quel genere di "comunanza", come dimostra il caso di Marino, e forse, se Biocca e Canali hanno davvero ragione, anche il caso di Silone, e insomma tutti i casi di tutti i poveri Giuda, grandi o piccoli, della storia e della leggenda, il terreno sul quale suole attecchire, e sempre attecchirà, insieme al seme del fanatismo, anche quello, malignamente biforcuto, dell'idolatria e del tradimento?


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