"Avevo riconosciuto il killer ma fecero finta di niente"

Il racconto di Luciano Gnappi, che assisté da pochi metri all'omicidio di Calabresi

di GIUSEPPE D'AVANZO

da Repubblica, 16 dicembre 1997



MILANO - Sono passati 25 anni e il tempo e la vita hanno lasciato il loro segno sul volto di Luciano Gnappi. Il testimone oculare del delitto di Luigi Calabresi - il più diretto e il più credibile perché il più vicino al luogo dell'omicidio e il più attento ai movimenti dell' assassino - ha ancora oggi un fremito alle labbra quando ripensa a quel 17 maggio 1972.
"Io abitavo in via Cherubini, al 6. Avevo 26 anni e mi dannavo l'anima studiando all'Università e lavorando alla 3M: ero il responsabile del servizio tecnico grafic system. Quella mattina esco di casa alle 9,20...".
Tardino per l'ufficio...
"Avevamo l'orario elastico e la sera prima avevo fatto tardi al cinema. Avevo visto "Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica"".
È importante?
"Sì, perché quella mattina - e siamo al 17 maggio - sono ancora preso dal clima del film, che era un film sulla mafia".
Siamo al 17 mattina. Che cosa succede?
"Esco di casa. Dal numero 6. Entro nella mia auto, un'Alfa Gtv. Vedo poco più in là un uomo venirmi quasi incontro. Ci faccio caso - non sapevo che fosse il commissario Calabresi - perché era vestito come me, pantalone grigio e giacca nera. È quel vestito che mi salta all'occhio. Sono già in macchina e avvio il motore. Mi accorgo con la coda dell'occhio che l'uomo vestito come me ha dietro di sè un altro uomo con una pistola in mano".
E lei che cosa pensa?
"Non è carnevale e guarda questo pirla che scherzi si mette a fare... E poi sento due botti e l' uomo vestito come me cadere giù con il tonfo di un sacco sbattuto in terra".
A questo punto, lei che fa?
"Rimango immobile, vedo l' assassino attraversare lentamente la strada come se nulla fosse, con il braccio disteso lungo il corpo e la pistola ben stretta nella mano, ma invisibile contro il pantalone scuro, forse nero. Penso: è un "professionista". Non lo perdo di vista e, forse sotto l'impressione del film della sera prima, penso questo qui lo fottiamo. Me lo fisso nella memoria per bene. Ma non mi muovo dall'Alfa. Penso: se esco, quello mi impallina. Lo vedo sparire dietro l'angolo in una 125 blu. A questo punto schizzo fuori dall' auto, mi precipito nella portineria del 4 e chiamo la polizia".
La interrogano subito?
"Mi interrogano subito. In Questura, ne vedo di tutti i colori. Vogliono farmi dire che ho sentito tre colpi. Ne ho sentiti due, dico. No erano tre, rispondono. Saranno anche tre, ma io ne ho sentiti due e due voglio scrivere nel verbale. Poi, mi piazzano davanti a un disegnatore di identikit che a malapena sa tenere la matita in mano. Disegna un identikit molto approssimativo... Finalmente me ne vado a casa, ma non voglio tornare in via Cherubini dove sono accampati i giornalisti, e i giornalisti non mi sono mai piaciuti. Figurarsi quel giorno! Chiedo ospitalità a un mio amico. Dopo due giorni, ho bisogno di indumenti. Chiedo a un altro amico di accompagnarmi a casa ed è quella sera a casa che avviene il fatto".
Qual è "il fatto"?
"Dunque, il pomeriggio mi avevano chiamato dalla Questura per convocarmi alle 9 nell'ufficio del capo dell'ufficio politico, Antonino Allegra. La sera ritorno in via Cherubini con il mio amico. Sono lì, quando bussano alla porta. Saltiamo su dalla sorpresa. Pensiamo di non aprire. Poi sento: "Polizia!" e dico al mio amico: "Va, apri!". Si presentano due uomini".
Chi sono?
"Non lo so. Mi fanno vedere una cosa che doveva essere un tesserino di polizia, ma io non avevo mai visto un tesserino di polizia e poteva essere una qualsiasi patacca. Quei due non mi piacciono. Hanno un modo di fare strano. Penso subito che sono dei servizi segreti. Mi piacciono ancora meno quando mi dicono che sono lì per farmi vedere delle foto. Dico subito: ma se domani devo essere in Qu estura per questo? Loro dicono che è urgente, urgentissimo; che la ricognizione fotografica devono farla subito. Io mi insospettisco. Quei due non mi convincono. Mi spavento un po' e quando mi fanno vedere cinque foto tessera piccole, diciamo 4x3, non di quelle segnaletiche della polizia, mi spavento ancora di più".
Perché?
"Perché alla terza sono convinto di riconoscere l'assassino del commissario Calabresi".
E lo dice a quei due, chiunque fossero?
"Con cavolo, io a quel punto sono morto di paura. Non so chi sono quei due. Se erano poliziotti, erano strani poliziotti. So che hanno in mano la foto dell'assassino. So che, se quei due non sono poliziotti, possono essere o complici dell'assassino o gente dei servizi che vuole coprire l'assassino e accertarsi se sono in grado di riconoscerlo. Decido di far finta di niente. Penso: domani vado da Allegra e gli dico: due poliziotti mi hanno fatto vedere la foto di quel che credo sia l'assassino, fatemelo vedere "de visu" e sarò sicuro che è proprio lui".
È quel che dice ad Allegra?
"Che cerco di dire ad Allegra. Il giorno dopo, vado all'ufficio politico, mi siedo davanti ad Allegra. E gli racconto che cosa è successo".
Che cosa gli dice?
"Dico: sono venuti due poliziotti mi hanno mostrato delle foto. Una delle foto è quella dell'assassino".
E Allegra?
"Rimetteva in ordine le carte sullo scrittoio".
Come rimetteva in ordine le carte?
"Sì, faceva finta di ordinare le carte".
E lei?
"Ripeto alzando la voce che avevo visto la foto dell'assassino. e quello fa finta di niente. Mi taccio subito".
Non dice più nulla?
"No".
Perché?
"Ma lei si ricorda quegli anni, quel clima torbido di stragi e servizi segreti? Ecco io ho in quel momento la sensazione di essere finito in una di quelle storie lì, una storia oscura e troppo grande per il mio coraggio. Allegra, come se niente fosse, mi fa vedere un paio di gigantografie di manifestazioni studentesche. Io gli dico: guardi, dottore, che quello non era uno di questi pischellini, ma uno serio. Allegra fa ancora finta di niente. Mi dice: si faccia un giro nei corridoi per vedere se riconosce qualcuno dei fermati e poi se ne vada. Esco deciso a chiudere la bocca per sempre, prima che qualcuno me la chiudesse".
Ma avrà incontrato i magistrati, sarà stato interrogato ad un processo?
"Quando incontro un magistrato - credo che fosse Riccardelli o Viola - sono deciso a scomparire da quella vicenda, a darmela a gambe. Gli dico: "Sa, dottore, io non credo di essere in grado di riconoscere l'assassino". Poi, sono stato interrogato al processo del 1990 contro Sofri e gli altri. Volevo togliermi quel rospo dallo stomaco, ma mi fanno due domande fessacchiotte. Tipo, che arma aveva l' assassino lunga o corta?".
Ma possibile che questo accidente non l'ha raccontato a nessuno?
"A mia moglie che mi ha sempre consigliato di tenere la bocca chiusa. Anche oggi. Con un paio di amici d'infanzia, ma solo cinque o sei anni fa".
E perché parla ora, dopo 25 anni?
"La verità è che per la prima volta qualcuno - e penso all'avvocato di Sofri, Pietrostefani e Bompressi - mi ha chiesto come era andata. Senza pregiudizi. Senza attendersi la risposta più comoda per lui. E allora ho deciso di sputare questa schifezza che hanno fatto a Calabresi, alla giustizia e a me".
Ma l'uomo della foto era Bompressi che, come lei saprà, è stato condannato come assassino di Calabresi?
"Io non posso dire che sia lui, ma nemmeno il contrario. Sono passati 25 anni e non posso ricordarmi di quella piccola foto che mi fecero vedere due giorni dopo il delitto per 10 secondi. Io non so chi ha ucciso Calabresi. So che lo sapevo 25 anni fa, ma non interessava a nessuno saperlo. Certamente non al dottor Antonino Allegra".