DOVE SBAGLIA
IL GIUDICE


di CARLO GINZBURG
Repubblica, 21 marzo 1998



LA Corte d'Appello di Milano, Quinta sezione penale, doveva giudicare l'ammissibilità della richiesta di revisione presentata dall'avvocato Gam berini, legale di Sofri, Bompressi e Pietrostefani. L'ammissibilità: se fosse entrata nel merito delle nuove prove avrebbe dato luogo a un quarto grado di giudizio, non previsto dalla legge italiana. Invece la Corte d'Appello di Milano ha fatto proprio questo. Replicando a un'affermazione della difesa, l' ordinanza ha dichiarato che in generale l'eliminazione di un riscontro alla ricostruzione dell'omicidio non basta: una valutazione di ammissibilità dell'istanza di revisione richiede "in presenza di un giudicato di condanna un'inequivoca sicura smentita" (ord. p. 48). In questo modo la Corte d'Appello di Milano è andata molto al di là del compito che le spettava: quello, dichiarato all'inizio dell'ordinanza, di valutare l'esistenza di nuove prove, e la loro eventuale rilevanza.
Ma anche la nozione di "nuove prove", come si apprende dall'ordinanza, non è stata intesa alla lettera. Il giorno in cui il commissario Calabresi venne ucciso a Milano, il vigile urbano Roberto Torre (così si legge in una dichiarazione allegata alla richiesta di revisione del processo) vide Bompressi a Massa, in un'ora incompatibile con la sua partecipazione al delitto. La Corte d'Appello di Milano non ha ravvisato nell' alibi fornito da Torre una prova nuova: "Si ha sopravvenienza o scoperta di prove nuove quando vi siano emergenze probatorie concernenti fatti nuovi"; se si dovesse "intendere la deposizione di un nuovo teste su una prova già esaminata dalla sentenza di cui si chiede la revisione", non si finirebbe più (ord. p. 37).
"La sentenza di cui si chiede la revisione" sembra essere quella con cui la Corte d'Appello di Milano l'11 novembre 1995 condannò Sofri, Bompressi e Pietrostefani a 22 anni.

IN realtà l'ordinanza precisa (p. 42) che con l'espressione "sentenza" bisogna intendere "l'insieme di tutte le sentenze che si sono susseguite nel caso in esame". Anche qui l'espressione "tutte le sentenze" non va presa alla lettera. Di quest'insieme non fa parte la sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (23 ottobre 1992) che aveva annullato quella della Corte d'Assise d'Appello (12 luglio 1991) formulando dubbi sull'attendibilità di Marino e ribadendo la necessità di riscontri più rigorosi: l'ordinanza infatti mette le mani avanti dichiarando che "i rilievi fatti dalle Sezioni Unite" non possono "essere richiamati nella presente procedura" (ord. p. 3). Tacitamente esclusa è anche la sentenza di assoluzione degli imputati, pronunciata al termine di un nuovo processo d' appello (21 dicembre 1993), poi resa nulla grazie a una cosiddetta sentenza suicida, e rimossa dalla memoria processuale. Il termine di riferimento per valutare le eventuali "nuove prove" è stato dunque opportunamente dilatato e ristretto al tempo stesso. Non basta.

AFFERMANDO che le "prove già esaminate" sono per definizione sottratte a confutazione, si è resa praticamente impossibile l'"inequivoca sicura smentita", che sola (dichiara l'ordinanza) può implicare l'ammissibilità della richiesta di revisione. Non basta ancora. Di fronte a punti particolarmente imbarazzanti, come l'oscuro rapporto tra Marino e i carabinieri, o le divergenze tra i testimoni oculari del delitto e le confessioni di Marino (per non parlare delle dichiarazioni di Gnappi, già ampiamente commentate dai giornali) la Corte d'Appello, Quinta sezione penale, si è rifugiata in ipotesi gratuite o ridicole.
Il teste Pappini, per esempio, aveva dichiarato che la macchina degli uccisori di Calabresi era guidata da una donna: "Per me era una donna, per i capelli lunghi che aveva". Capelli lunghi lisci, precisò Pappini in dibattimento: n on a cespuglio come quelli di Marino, che aveva sostenuto di essere stato lui al volante di quella macchina. Come risolvere la contraddizione? Ce lo spiegano i giudici della Corte d'Appello di Milano: "Neppure è assurdo ritenere che - in un flash-back - Pappini si sia fatto l'idea della particolare acconciatura del conducente dalla percezione visiva dei baffi di Marino" (ord., p. 36). Baffi che diventano capelli femminili: è facile immaginare la risata di scherno di chi escogita e scrive una frase del genere. E la teste Dal Piva, che vide anche lei una donna, di spalle? "Non è illogico pensare che la Dal Piva abbia visto i due assassini scendere dall'auto, si sia distratta a guardare le sue carte e abbia poi concentrato l' attenzione su due persone che passavano casualmente" (ord., p. 37). E via di questo passo.
Dichiarare ammissibile la richiesta di revisione del processo voleva dire esporre la versione di Marino alla possibilità di una confutazione. Ma Marino era per definizione inconfutabile. L'istanza di revisione è stata respinta, la Corte non ha ravvisato "alcuna valida ragione per sospendere l'esecuzione della pena". Questa storia vergognosa si chiude, per ora; tre innocenti rimangono in galera. Non dimentichiamolo, non dimentichiamoli.