Intervento di Gianni Sofri all'Assemblea nazionale dei Verdi, Montecatini Terme, 13 marzo 1999



Cari amici, ringrazio molto Luigi Manconi e voi tutti per avermi invitato a parlare anche quest'anno. E' sempre un piacere venire da voi, perché ci si sente tra amici. Proprio ieri mi capitava di pensare, un po' malinconicamente, che sono rimasto quasi solo io a portare sempre in giro il nostro fiocchetto giallo. Invece, stamattina, mentre ascoltavo con commozione Marian Ismail parlarci di Sharifa, e poi introdurla a noi -è stato un grande momento-, mi sono accorto che proprio Marian portava il mio stesso fiocchetto stilizzato. E poi ho visto che lo portavano Fiorello Cortiana e anche altri.
Quest'anno non farò preamboli, non vi intratterrò sui vostri antenati ottocenteschi. Entrerò in medias res, parlandovi da subito di Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi. Perché, vedete, cambiano da un anno all'altro le stazioni climatiche da voi scelte per le vostre Assemblee nazionali, cambiano almeno in parte i temi da voi affrontati, o i delegati presenti. Ma, a distanza di un altro anno, quei tre sono sempre lì ad aspettare, a passeggiare in un cortiletto nell'ora d'aria, a trascorrere notti lunghissime nella solitudine di una ridottissima cella.
E' diventato persino difficile parlare di loro. Già ho l'impressione che tutti voi sappiate tutto. E persino per quelli come me, per i quali occuparsi di loro è divenuto un secondo mestiere (un mestiere quant'altri mai doloroso), ogni pensiero sembra già logoro, ogni parola già detta.
Cos'è accaduto in questi ultimi mesi? Come sapete, i tre avevano chiesto un nuovo processo, sulla base di prove nuove. La Corte d'Appello di Milano glielo aveva negato, sostenendo trattarsi di prove non nuove. In seguito, la Cassazione aveva invece opposto ai giudici milanesi una sentenza di tutt'altro genere, confortata da un parere del Procuratore generale Giuseppe Veneziano: il quale -caso rarissimo, trattandosi della Pubblica accusa- aveva sostenuto con forti argomenti l'ammissibilità della revisione del processo. Le prove sono nuove, aveva detto la Cassazione. Inoltre -così si era rivolta ai giudici di merito- non spetta a voi celebrare un ennesimo processo (ed emanare una sentenza di condanna), oltre tutto senza contraddittorio, in assenza degli imputati e dei loro avvocati, ma soltanto dire se ci sono o no gli elementi per un nuovo processo. Rinviato il procedimento a Brescia, qui una nuova Corte d'Appello si è fatta beffe della Cassazione. Non solo perché ha anch'essa celebrato un processo (e ha condannato) anziché limitarsi a stabilirne l'ammissibilità: ma, soprattutto, perché ha scavalcato gli argomenti della Cassazione sostenendo che sì, le prove erano nuove: ma, questa volta, non sufficienti a ribaltare il precedente verdetto. In un caso, in particolare, si è raggiunto il grottesco, quello del diario di Antonia Bistolfi, compagna di Leonardo Marino. Qui i giudici di Brescia si sono sbilanciati, quasi a voler sottolineare la propria obiettività e magnanimità: la prova è nuova -hanno scritto-, è importante, andrebbe certamente contro il giudicato e favorirebbe la difesa. Ma...attenzione: essa non è utilizzabile, perché si tratta di fogli sparsi, non numerati e non datati. Non è possibile quindi datare il foglio che contiene la frase più importante. In realtà, come saprete dai giornali, molto semplicemente la Corte non si era accorta (e bastava invece leggere la descrizione degli allegati) di avere in mano non l'originale, ma fotocopie a colori. L'originale invece esisteva, consistendo di un vero e proprio quaderno, perfettamente rilegato e con tutti i fogli numerati e datati. A questo punto l'avv. Gamberini ha mandato alla Corte l'originale, e l'ha pregata di ritirare l'ordinanza, per provvedere a sanare questo equivoco. Ma la Corte d'Appello di Brescia, seccatissima, gli ha risposto che le ordinanze non si possono ritirare. Alla faccia, anche qui, della sentenza della Cassazione che si era dilungata a spiegare come, alla base dell'istituto della revisione, sia proprio "il conflitto tra esigenze di giustizia formale ed esigenze di giustizia sostanziale",...."nella consapevolezza che, nelle vicende umane, il vero e il giusto possono essere rimessi sempre in discussione e che esiste un momento in cui la dinamica processuale deve comunque arrestarsi per cedere il posto all'esigenza di certezza e di stabilità delle decisioni giurisdizionali quali fonti regolatrici di relazioni giuridiche e sociali." E ancora: "Tale peculiare carattere [della revisione, n.d.r.] pone in evidenza che l'ordinamento, con precise scelte di politica legislativa, può ben sacrificare il valore del giudicato in nome di esigenze che rappresentino l'espressione di valori superiori. Uno di tali valori fondamentali, cui la legge attribuisce priorità rispetto al canone dell'intangibilità del giudicato, è proprio costituito dalla necessità dell'eliminazione dell'errore giudiziario, dato che corrisponde alle più profonde radici etiche di qualsiasi società civile il principio del favor innocentiae, da cui deriva il corollario che non vale invocare alcuna esigenza pratica -quali che siano le ragioni di opportunità e di utilità sociale ad essa sottostanti- per impedire la riapertura del processo allorché sia riscontrata la presenza di specifiche situazioni reputate dalla legge sintomatiche della probabilità di errore giudiziario e di ingiustizia della sentenza irrevocabile di condanna." (Corte Suprema di Cassazione, Sezione prima penale, composta dai magistrati Francesco Sacchetti presidente, Giovanni Silvestri consigliere relatore ed estensore, Edoardo Fazzioli, Gianfranco Riggio e Angelo Vancheri consiglieri, 6 ottobre '98, pp. 8-9).
Così scriveva la Cassazione. La Corte d'Appello di Brescia, invece, ha confermato l'incapacità di una parte della Magistratura di venir meno a uno spirito di corpo che in questa vicenda ha fatto sì che ogni Corte confermasse e proteggesse la precedente, senza alcun timore, in questo, di far ricorso a irregolarità di ogni genere: si pensi solo all'accusatore Marino nelle mani dei carabinieri per almeno venti giorni prima della sua confessione "ufficiale"; alla cosiddetta "sentenza suicida"; o alle pressioni esercitate sui giurati popolari dal giudice Della Torre nel corso dell'ultimo processo milanese (ma gli esempi si potrebbero moltiplicare).
Ora abbiamo fatto un nuovo ricorso in Cassazione e continuiamo a chiedere ostinatamente un nuovo processo. Ma quello attuale è un momento molto critico, in cui anche molti nostri amici e sostenitori, desolati, pensano che ormai non ci sia nulla da fare, salvo trovare un modo per tirare i tre fuori di galera, convincendoli a chiedere la grazia o studiando altre vie similari. Una persona cui sono molto legato, anzi la persona a me più cara, mi ha esposto tempo addietro un dubbio per lei angoscioso: che da parte nostra non si stia ripetendo la tragedia di Michele Kohlhaas. Ricorderete lo straordinario racconto omonimo di Kleist. Si svolge all'epoca delle guerre dei contadini in Germania. Il suo protagonista, Michele Kohlhaas, vi è presentato come il più giusto degli uomini, ma anche come un uomo spinto dal suo senso di giustizia verso baratri maniacali di distruzione e autodistruzione.
All'inizio, Kohlhaas è un mercante di cavalli che vive tranquillo e timorato di Dio con la sua famiglia, in una fattoria. Ma un giorno subisce il sopruso di un signorotto, che sequestra e maltratta due suoi cavalli. Chiede giustizia, ma si scontra con le more della legge. Comincia a pensare di farsi giustizia da sé, ma sua moglie lo implora di permetterle un ultimo tentativo: porterà lei una supplica al Principe elettore. Kohlhaas accetta, ma la carrozza riporta a casa sua moglie morente, misteriosamente colpita dalle guardie prima di aver potuto svolgere il suo compito. In punto di morte, la donna gli mostra una Bibbia aperta alla pagina che dice: "Perdona ai tuoi nemici, fa del bene anche a coloro che ti odiano". Ma Kohlhaas è ormai deciso. Vende la fattoria, affida i suoi figli ad amici, mobilita e arma i suoi servi e con essi va al castello del signorotto. Uccide un buon numero di parenti e servi del suo nemico, incendia e distrugge. Con il suo piccolo esercito, che nel frattempo si accresce, dà l'assalto a Wittenberg, appiccando il fuoco a mezza città. Poi si volge a Lipsia. Si definisce, in un bando, "luogotenente di Michele Arcangelo, venuto a castigare la malizia, in cui era sprofondato il mondo intero". Lutero lo attacca in un manifesto. Kohlhaas allora lo va a trovare e gli chiede una sua mediazione. Lutero si rivolge al Principe elettore perché accetti di trattare. Nel Consiglio del Principe si apre una discussione: c'è chi vuole evitare nuovi spargimenti di sangue trattando con Kohlhaas e rendendogli giustizia, e chi vuole invece difendere con inflessibile rigore la dignità dello Stato. Gli si concede, infine, un salvacondotto. Kohlhaas scioglie il suo esercito, che ha raggiunto ormai i quattrocento uomini, per affidarsi di nuovo alla legge. Ma i suoi armati, lasciati a se stessi, incendiano e saccheggiano, e Kohlhaas ne viene reso responsabile. Si riapre intanto il capitolo delle lentezze della giustizia, mentre si cerca faticosamente di rintracciare (e alla fine li si ritrova, smunti e macilenti) i due cavalli rapiti, necessari perché sia resa giustizia alla "folle cocciutaggine" di Kohlhaas. Alla fine ci si rivolge allo stesso Imperatore. Kohlhaas verrà condannato a morte per la sua ribellione, e morirà sotto la scure del boia. Ma morirà felice, perché avrà ottenuto giustizia e riavuti i suoi due cavalli (nel frattempo, debitamente ingrassati). Inoltre, poco prima d'inginocchiarsi alla mannaia, inghiottirà un misterioso biglietto (qui Kleist ha introdotto una romanzesca complicazione) sul quale un'indovina ha scritto una profezia sul futuro dell'Elettore di Sassonia e della sua dinastia. Così, morendo, Kohlhaas porta con sé il segreto (che s'intravvede poco rassicurante), prendendosi una suprema vendetta sul principe che gli era stato nemico.
Kleist introduce qui temi straordinari: il "prezzo" dell'ansia di giustizia, il rapporto tra fini e mezzi, l'incertezza del confine tra giustizia e vendetta, la violenza esercitata su se stessi e su altri per una causa "giusta".
Ho raccolto l'invito a pensare a questo racconto -che ho sempre amato molto. La mia conclusione è che nessun paragone è possibile. Adriano, Giorgio e Ovidio non hanno un esercito privato, né certamente lo vorrebbero. Si sono resi al carcere. Hanno mostrato, fino ad ora, una pazienza degna di Giobbe. Si sono sempre battuti con il fioretto dell'intelligenza (e del richiamo ai fatti) contri i carri armati di poteri tracotanti e protervi. Hanno usato sempre e soltanto la parola: una parola che si fa di giorno in giorno più fievole solo per stanchezza fisica, ma che continua ad avere la forza della verità e della convinzione. Non cercano vendetta. Non sono succubi di alcuna forma di fondamentalismo giustizialista, come oggi si direbbe. Non intendono far male a chicchessia, ma sono semmai disposti a mettere in gioco, fino in fondo, solo se stessi. Soprattutto, amano profondamente la vita e vorrebbero tornare a viverla: una vita normale, come tutti. Se si trovano nella condizione di dover lottare così duramente, e pagando prezzi così alti, per ottenere giustizia, è perché qualcuno ce li ha messi, in questa condizione. Ma, contrariamente a quanto alcuni hanno scritto o detto, non c'è alcuna "folle cocciutaggine", non c'è puntiglio nella loro ostinazione, nella loro tenacia, nella loro voglia irriducibile di verità e di giustizia. Ciò nonostante, io penso, e lo penso con grande preoccupazione, che Adriano, Pietro e Ovidio non desisteranno dalla loro lotta finché non avranno ottenuto giustizia. Sere fa, in televisione, Adriano ha spiegato alcune cose con molta chiarezza. Ha detto di non poter tollerare che si continui a pensare che lui abbia ordinato un omicidio; e che, facendo questo, abbia coinvolto in un omicidio un'organizzazione politica della quale era il principale responsabile: detto in altre parole, alcune centinaia di persone che avevano fiducia in lui. Contrariamente a molti altri, Adriano (e con lui Pietro e Ovidio) non ha mai svenduto quegli anni, pur facendoli oggetto di un'autocritica assolutamente spietata. Per questo i tre resistono: perché sia difeso l'onore non solo loro, ma di tutti coloro che ne hanno condiviso l'esperienza. E perché almeno quel capitolo -piccolo o grande che sia- della storia del nostro paese non sia riscritto da tribunali pigri e distratti, dominati dal pregiudizio, in uno spirito che unisce voglia di vendetta a volgare sciatteria.

 

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