Nelle vostre mani

 

L'intervento di Gianni Sofri all'assemblea congressuale del PDS di Bologna

3 ottobre 1997


Vorrei cominciare col ringraziarvi, cari amici, per quest'occasione che avete voluto darci, invitando il "Comitato Liberi Liberi", per la solidarietà a Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani. Assai di rado io parlo in pubblico del "caso Sofri", e non saprei nemmeno bene spiegarvene il perché. Forse perché ho un'età nella quale, malgrado la mia esperienza professionale del parlare in pubblico, temo l'emozione e la responsabilità del parlare di persone a me molto care che vivono da più di otto mesi recluse in piccole celle del carcere di Pisa. O forse perché penso che, essendo io fratello di una di quelle persone, il pubblico sappia già in anticipo - o creda di sapere- tutto quello che penso. Così, nella silenziosa divisione dei compiti tra noi, amici e parenti dei tre detenuti, io preferisco occuparmi quotidianamente di lavori pazienti e oscuri, di avvocati, di ricorsi, di letture di atti. Ma questa volta, quando è arrivato il vostro invito, mi è sembrato quasi doveroso che fossi io a parlarvi. Non interpretate questo come un atto di presunzione. Legatelo piuttosto agli anni. Sono trentotto, per la precisione, gli anni trascorsi da quando venni a lavorare a Bologna, e ne feci la mia città. Ho avuto qui cinque sindaci, e di alcuni di essi mi onoro di potermi dire amico. Altri amici, numerosi, vedo in questa platea, e persone che stimo. Ho avuto con il vostro partito rapporti intensi e frequenti nel tempo, a volte polemici, più spesso di collaborazione fiduciosa e sincera. Il giornale su cui scrivo è il vostro giornale. Mi sarebbe sembrato quindi ipocrita farmi sostituire, proprio con voi, da un amico, magari più bravo di me, solo per il fatto che mi chiamo Sofri. Ipocrita e scortese con voi. Quanto all'obiezione relativa alla prevedibilità delle mie posizioni,ho pensato di superarla esponendovi assai poco, e solo all'inizio, idee mie (sarò comunque assai breve), e usando invece soprattutto parole di persone che voi conoscete bene.

Pochi giorni dopo essere stato arrestato, nell'estate dell'88, miofratello disse due cose: che si dichiarava prigioniero apolitico, e che (la frase era presa in prestito da Alexander Dubcek) si sarebbe battuto fino alla fine, con tutte le sue forze, perché gli venisse "restituito l'onore". La prima frase voleva dire questo: che si dichiarava innocente del fatto che gli era stato contestato; che chiedeva di essere regolarmente processato per quello, come qualsiasi imputato, e non come rappresentante di un'epoca o di una generazione, né per le sue idee passate o presenti. Riguardo alle idee e alle parole di un tempo, come chiunque può verificare, Adriano aveva svolto in anni non sospetti un'autocritica spietata come nessun altro aveva fatto. Si era solo rifiutato di svendere vilmente il proprio passato, e di ammettere che un'aula di tribunale fosse la sede giusta per riscrivere la storia. La seconda frase voleva dire che, al di là della soluzione puramente giudiziaria della vicenda, Adriano (e con lui gli altri due suoi compagni) intendeva battersi per la verità e la giustizia, e contro il fango che era stato ignobilmente gettato addosso a lui e ai suoi amici e compagni. Dopo di allora, voi sapete, probabilmente, come sono andate le cose. Ci sono stati, in nove anni, sette processi, più due "minori" e un procedimento archiviato contro un giudice (ma è in piedi su questo un ricorso in Cassazione). I risultati di questi processi sono stati contraddittori, perché alcuni di essi sono finiti con delle assoluzioni. La condanna a ventidue anni sancita alla fine dalla Cassazione ha avuto come suo unico fondamento la parola del cosiddetto "pentito" Leonardo Marino, non suffragata da alcuna prova e anzi spesso smentita da fatti precisi e testimonianze. Soprattutto, l'intero corso dei processi è stato contrassegnato da errori, slealtà, misteri e irregolarità da più parti riconosciuti e denunciati: basti pensare alla scomparsa dei corpi del reato dal Tribunale di Milano, avvenuta quando il primo processo era già iniziato, e dopo che erano stati conservati per diciassette anni. In altre parole, qualcuno ha voluto barare al gioco, e giocare pesante; e trasformare un procedimento giudiziario su un fatto preciso in un'occasione di vendetta politica.

Ma io non intendo fare qui la storia di questa vicenda: meno che mai tentare di convincere, in pochi minuti, chi avesse ancora opinioni contrarie alle mie o anche solo dubbi. Ci sono molti materiali, per chi vuole informarsi: ne potete trovare alcuni anche qui fuori, su un banchetto gestito dal Comitato "Liberi Liberi". Preferisco mantenere quanto vi avevo promesso, e leggervi parole altrui, scegliendole fra le più recenti. Per esempio, posso leggervi brani del testo di un appello al Presidente della Repubblica che è apparso ieri nella stampa (con particolare risalto nella "Repubblica"), firmato fra gli altri da Norberto Bobbio, Nicola Tranfaglia, Gianni Vattimo, Pietro Marcenaro, Luigi Ciotti, Furio Colombo, Ernesto Olivero. Malgrado lo sconcerto e la preoccupazione presenti nell'opinione pubblica - vi si legge- i mesi di detenzione si protraggono inesorabilmente, e questo appare per più ragioni ingiustificato. "La debolezza delle accuse e i limiti manifestatisi nella conduzione del processo rendono pressante l'esigenza di riconsiderare complessivamente l'intera vicenda in un clima di riacquistata serenità. Va inoltre sottolineato che Sofri, Bompressi e Pietrostefani hanno mostrato fin dall'inizio il più rigoroso rispetto delle regole dello stato didiritto, tanto più quando hanno scelto di assoggettarsi a una condanna che pureessi ritenevano del tutto immotivata e ingiusta; un tale atteggiamento, venutosi ad aggiungere a molti altri di indubbio valore sociale e morale compiuti nell'arco di tanti anni, rende del tutto privo di senso pensare che i 22 anni di carcere loro comminati possano avere un qualsiasi contenuto rieducativo e riabilitativo, posto che la prigione possa effettivamente rieducare e riabilitare. A questo punto non possiamo non rilevare, con un senso di crescenteallarme, che una serie di atti giudiziari discutibili e discussi, culminati nell'ultima sentenza della Cassazione emessa nel gennaio di quest'anno, rischiano ora di trasformarsi in un fatto di ingiustizia definitivo e dai dolorosi risvolti; constatiamo altresì che tre persone di qualitàindubbie rischiano di venire sottratte per sempre alla vita democratica del nostro Paese."

Tre settimane fa, al Festival dell'Unità di Reggio Emilia, si svolse un dibattito sul "caso Sofri". Alcuni, come Pisapia, Boato, Pera vi svilupparono in prevalenza argomenti giuridici. Renzo Imbeni svolse invece un intervento più personale. Disse che quella per Sofri, Bompressi e Pietrostefani è una importante battaglia di libertà e di giustizia, che ci concerne tutti in quanto cittadini e che non può quindi essere lasciata nelle mani, assai tenaci e volenterose, ma povere e fragili, dei miei amici e parenti del Comitato "Liberi Liberi". Queste parole mi commossero molto,e corrispondono a ciò che io penso. Quando i tre si consegnarono al carcere (uno di essi venendo addirittura da Parigi, dove non rischiava nulla), ci fu un'ondata emotiva molto forte,nel nostro Paese, fatta di stupore e di rispetto. In quei giorni sperai che il "caso Sofri" potesse non essere più solo il problema di alcune famiglie edi alcuni amici, come era stato per nove terribili anni, ma che potesse diventare un problema di tutti. E' stato così solo in parte. Si dimentica spesso, e ci si abitua a tutto, quando urgono nuovi problemi. Così in noi è tornata l'angoscia, per una battaglia in cui temiamo di essere soli, enella quale sappiamo che Adriano, Ovidio e Giorgio sono disposti a mettere in gioco le proprie vite pur di non accettare l'oltraggio e l'ingiustizia.Per questo vi sono grato di avermi ascoltato. E non ho altre cose da dirvi, per finire, se non ricordarvi quelle parole di Imbeni. O le parole con cui, invitata al vostro ultimo congresso nazionale a Roma, Elvira Sellerio concluse il suo commosso intervento: "Prendete questo problema, vi prego, nelle vostre mani". Grazie.