Come mai la crisi della giustizia che ha travolto Sofri, Bompressi,
Pietrostefani e non loro soltanto, coinvolge anche il divino? Non è un
livello squisitamente ed esclusivamente laico? In realtà il divino ne
è coinvolto, e direttamente: lo dicono alcune semplici considerazioni
a livello sia generico che specifico. In quanto al generico, è facile
il rapporto fra la giustizia e il divino. Sembra che la giustizia
umana, in tutte o quasi le civiltà, cerchi avalli dall'alto: forse,
altrimenti, si sente insufficiente. Basti vedere quanto i riti della
giustizia (dalle aule alle toghe, alle solenni parole) assomiglino ai
riti sacri. Per non parlare di quel supremo rito che è la pena di
morte: il giudice si erge a rappresentante della giustizia divina,
negli stati religiosi come quelli islamici; negli stati laici, il
giudice la vuole sostituire.
La stessa Bibbia sia ebraica che cristiana è piena di giudici, giudizi, giustizia: qualsiasi indice delle parole bibliche lo dimostra più che a sufficienza. Nessuna meraviglia, quindi, se il divino entra
in tutte le aule di tribunale, in tutte le carceri. Ancora di più nello
specifico caso tragico di questi giorni. Vale la pena di riflettere
sull'aspetto "religioso" di quella denuncia firmata da Leonardo Marino
che, a quanto pare, è stata determinante per la condanna. Marino ha
detto e ripetuto, anche nelle interviste più recenti, di essersi
deciso a confessare - e denunciare - per motivi religiosi. Educazione
cattolica, scuola dei salesiani; poi anni di allontanamento dalla fede
e di militanza in Lotta Continua; infine la "conversione", il ritorno
a Dio, la confessione - si noti la presunta consequenzialità - la
denuncia dei mandanti. Una serie molto strana, che non trova riscontro
nelle storie delle conversioni e confessioni, da san Paolo sulla via
di Damasco (non risulta che abbia denunciato i suoi collaboratori
nelle persecuzioni dei cristiani) a quelle narrate da Victor Hugo o da
Dostoevskij.
Marino, quindi, e quelli che lo hanno guidato (preti e/o carabinieri)
èvittima di una terribile e pericolosa confusione, quella tra
espiazione e denuncia. In tutte le grandi tradizioni religiose, chi si
pente ed espia non parla (chi espia non fa la spia). L'espiazione fa
seguito alla conversione, e si realizza nell'intimo della propria vita
e coscienza. Si cerca di rimediare al male fatto, non di coinvolgere
altri che insieme lo avrebbero commesso. Tanto più - per tornare a
Marino - se il nome e le attività di questi "altri" sono, a dir poco,
incerte, avvolte nelle nebbie di circostanze discutibili e del troppo
lungo tempo trascorso.
"Chi fa la spia non è figlio di Maria" dicevano una volta le suore ai
bambini (anche se certamente non lo dicevano i giudici nei tribunali
della"sacra" Inquisizione). Per questo l'aspetto "religioso" (obbligo
di virgolette) della testimonianza di Marino appare particolarmente
sospetto. Tanto più sospetta la credibilità che a tale ambiguo aspetto
sembra chei giudici abbiano attribuita. E' noto che per dare
credibilità a qualcosa la si rivesta di sacralità: così è stato anche
per la testimonianza di Marino. Lo dice a seguito di una
"conversione", quindi non mente. Può sembrare ridicolo, ma è proprio
così.
Sentite qualche frase "pia" tratta dalla motivazione della sesta
sentenza del processo Calabresi (terza corte d'assise d'appello di
Milano, 11 novembre 1995): "Il rimorso e il desiderio di emenda sono
radicati nelle coscienze della nostra gente da duemila anni di pratica
religiosa cristiana" (e se analizzassimo i decenni a egemonia dc?). E
sulla credibilità di Marino: "Non si dimentichi che egli è stato
educato oltre che da una famiglia tradizionale ed onesta, quale
interno in un istituto dei Salesiani di Torino, presso il quale ha
compiuto gli studi fino alla terza media". E ancora: "Non si può
escludere, anzi è doveroso considerare un suo ravvicinamento di
carattere mistico, dimostrato dal suo contatto con il parroco di Bocca
di Magra e la frequenza della chiesa". Gli estensori di questa
motivazione avrebbero bisogno di qualche lezione e sulla laicità dello
stato e sulla mistica.
Dunque: confessione, conversione, pentimento, misticismo. Il divino ha
invaso la nostra giustizia laica in crisi. E non a caso - al di là del
processo Calabresi - di "grazia", altro termine sacro imprestato dalle
religioni agli stati, si parla molto più facilmente e più volentieri che del più laico e più difficile indulto.