Sofri e il sacro

di Filippo Gentiloni da Il Manifesto, 2 febbraio 1997

Come mai la crisi della giustizia che ha travolto Sofri, Bompressi, Pietrostefani e non loro soltanto, coinvolge anche il divino? Non è un livello squisitamente ed esclusivamente laico? In realtà il divino ne è coinvolto, e direttamente: lo dicono alcune semplici considerazioni a livello sia generico che specifico. In quanto al generico, è facile il rapporto fra la giustizia e il divino. Sembra che la giustizia umana, in tutte o quasi le civiltà, cerchi avalli dall'alto: forse, altrimenti, si sente insufficiente. Basti vedere quanto i riti della giustizia (dalle aule alle toghe, alle solenni parole) assomiglino ai riti sacri. Per non parlare di quel supremo rito che è la pena di morte: il giudice si erge a rappresentante della giustizia divina, negli stati religiosi come quelli islamici; negli stati laici, il giudice la vuole sostituire.
La stessa Bibbia sia ebraica che cristiana è piena di giudici, giudizi, giustizia: qualsiasi indice delle parole bibliche lo dimostra più che a sufficienza. Nessuna meraviglia, quindi, se il divino entra in tutte le aule di tribunale, in tutte le carceri. Ancora di più nello specifico caso tragico di questi giorni. Vale la pena di riflettere sull'aspetto "religioso" di quella denuncia firmata da Leonardo Marino che, a quanto pare, è stata determinante per la condanna. Marino ha detto e ripetuto, anche nelle interviste più recenti, di essersi deciso a confessare - e denunciare - per motivi religiosi. Educazione cattolica, scuola dei salesiani; poi anni di allontanamento dalla fede e di militanza in Lotta Continua; infine la "conversione", il ritorno a Dio, la confessione - si noti la presunta consequenzialità - la denuncia dei mandanti. Una serie molto strana, che non trova riscontro nelle storie delle conversioni e confessioni, da san Paolo sulla via di Damasco (non risulta che abbia denunciato i suoi collaboratori nelle persecuzioni dei cristiani) a quelle narrate da Victor Hugo o da Dostoevskij.
Marino, quindi, e quelli che lo hanno guidato (preti e/o carabinieri) èvittima di una terribile e pericolosa confusione, quella tra espiazione e denuncia. In tutte le grandi tradizioni religiose, chi si pente ed espia non parla (chi espia non fa la spia). L'espiazione fa seguito alla conversione, e si realizza nell'intimo della propria vita e coscienza. Si cerca di rimediare al male fatto, non di coinvolgere altri che insieme lo avrebbero commesso. Tanto più - per tornare a Marino - se il nome e le attività di questi "altri" sono, a dir poco, incerte, avvolte nelle nebbie di circostanze discutibili e del troppo lungo tempo trascorso.
"Chi fa la spia non è figlio di Maria" dicevano una volta le suore ai bambini (anche se certamente non lo dicevano i giudici nei tribunali della"sacra" Inquisizione). Per questo l'aspetto "religioso" (obbligo di virgolette) della testimonianza di Marino appare particolarmente sospetto. Tanto più sospetta la credibilità che a tale ambiguo aspetto sembra chei giudici abbiano attribuita. E' noto che per dare credibilità a qualcosa la si rivesta di sacralità: così è stato anche per la testimonianza di Marino. Lo dice a seguito di una "conversione", quindi non mente. Può sembrare ridicolo, ma è proprio così.
Sentite qualche frase "pia" tratta dalla motivazione della sesta sentenza del processo Calabresi (terza corte d'assise d'appello di Milano, 11 novembre 1995): "Il rimorso e il desiderio di emenda sono radicati nelle coscienze della nostra gente da duemila anni di pratica religiosa cristiana" (e se analizzassimo i decenni a egemonia dc?). E sulla credibilità di Marino: "Non si dimentichi che egli è stato educato oltre che da una famiglia tradizionale ed onesta, quale interno in un istituto dei Salesiani di Torino, presso il quale ha compiuto gli studi fino alla terza media". E ancora: "Non si può escludere, anzi è doveroso considerare un suo ravvicinamento di carattere mistico, dimostrato dal suo contatto con il parroco di Bocca di Magra e la frequenza della chiesa". Gli estensori di questa motivazione avrebbero bisogno di qualche lezione e sulla laicità dello stato e sulla mistica.
Dunque: confessione, conversione, pentimento, misticismo. Il divino ha invaso la nostra giustizia laica in crisi. E non a caso - al di là del processo Calabresi - di "grazia", altro termine sacro imprestato dalle religioni agli stati, si parla molto più facilmente e più volentieri che del più laico e più difficile indulto.


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