La risposta dell'avvocato Gamberini al parere della Procura Generale sull'istanza di revisione del processo Calabresi.

9 gennaio 1998


CORTE DI APPELLO DI MILANO

SEZIONE V

Nel procedimento relativo alla richiesta di revisione della condanna di Ovidio Bompressi Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri

 

n. 399/97 Reg. Spec. "B"

 

Il sottoscritto avv. Alessandro Gamberini, avuta conoscenza delle scarne note depositate dalla Procura Generale come parere relativo alla richiesta di revisione

osserva

Le argomentazioni dell'accusa non richiedono particolari repliche, perché non toccano in alcun modo la solidità dell'impianto della richiesta difensiva.

In primo luogo, non è condivisibile l'argomentazione che la Procura Generale sviluppa in premessa, in modo del tutto apodittico, in ordine al concetto di "novità" della prova rispetto a quelle valutate nel giudicato di condanna.

Si afferma infatti a pag. 3 che "è evidente che le prove sopravvenute o scoperte dopo la condanna debbono essere poste a confronto con tutte le prove valutate nel corso del giudizio, senza esclusione di alcuna fase di questo; in caso contrario il procedimento di revisione finirebbe col trasformarsi in un giudizio di quarta istanza, nonostante la formazione di una cosa giudicata".

L'affermazione è condivisibile solo in astratto, ma non vale certamente a prescindere dall'itinerario processuale delle singole vicende. In particolare, nel caso concreto, il Procuratore Generale sembra dimenticare che la decisione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione del 21 ottobre 1992 aveva travolto pressoché totalmente l'impianto concettuale valutativo sul quale si erano fondate le sentenze della Corte di Assise di Milano del 2 maggio 1990 nonché della Corte di Assise di Appello di Milano del 12 settembre 1991 ed altresì che la sentenza della Corte di Cassazione del 27 ottobre 1994 aveva travolto la sentenza di proscioglimento "suicida" del 21 ottobre 1992.

Non è perciò una scelta del difensore quella di riferirsi in modo assolutamente principale alla sentenza di condanna pronunciata dalla Corte di Assise di Appello di Milano l'11 novembre 1995 e confermata dalla Corte di Cassazione il 22 gennaio 1997.

Stante l'itinerario processuale sopradetto, è evidente, infatti, che quella sentenza, come risulta peraltro anche dalla lettura del suo testo, non poteva non ripercorrere l'intero arco di questioni probatorie sottese alla vicenda processuale, fornendo così una autonoma e originale disamina valutativa del complesso probatorio. Tra l'altro, notiamo che trattandosi di valutazioni di un complesso materiale indiziario esso vada letto nella sua unitarietà e che pertanto esistano correlazioni molto strette, nella sentenza di appello 1995, tra i singoli pezzi del mosaico accusatorio. In modo tale che, laddove si palesi -come abbiamo evidenziato nell'istanza di revisione- l'assoluta ignoranza da parte di quella sentenza di numerosi dati probatori contraddittori con l'assunto accusatorio, finisce con l'essere travolto l'intero impianto.

Evidentemente anche per la Procura Generale la barca dell'appello 1995 fa acqua da tutte le parti: ed allora, invece di replicare al difensore che vi ha individuato macroscopiche falle, si pretende di riesumare valutazioni e sentenze già travolte dalla corte di legittimità. Peccato che Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani ed Ovidio Bompressi siano in carcere in virtù della sentenza del 1995 (e della sua conferma del 1997)!

 

Sui singoli punti osserviamo quanto segue:

1. sul significato probatorio di quanto riferito da Luciano Gnappi (e Bruno Cucurullo) il P.G. si limita a rilevare il significato indiziario, "senza dignità di prova" dell'elemento, dimenticando, subito dopo averlo affermato, quanto aveva sostenuto in premessa: il fatto che l'istituto della revisione consenta di essere praticato anche per addivenire a una pronuncia di proscioglimento dubitativo ai sensi dell'art. 530, 2° c. c.p.p.: in particolare in un processo indiziario nel quale è radicalmente contestato dai condannati il principale, se non esclusivo, elemento di prova a loro carico, costituito dalle dichiarazioni di un chiamante in correità. Senza valutare altresì che il suddetto elemento indiziario favorevole, va coniugato con gli ulteriori elementi favorevoli indicati nella richiesta di revisione, nonché con una complessiva rivalutazione del materiale probatorio. Ancora una volta perciò la valutazione del Procuratore Generale è effettuata in astratto e isolando artificiosamente, ed in modo del tutto illegittimo, il suddetto elemento dal quadro complessivo proposto nella istanza di revisione. Quanto alla pretesa di mettere in dubbio l'affermazione del difensore che "le foto mostrate allo Gnappi non ritraevano certo Livio (sic) Bompressi sconosciuto militante di Lotta Continua", ci limitiamo a sottolineare come la valutazione espressa nella richiesta di revisione discenda in modo oggettivo dallo stesso incipit dell'inchiesta, perché gli organi di polizia giudiziaria hanno sempre sostenuto che il nome di Bompressi fosse emerso per la prima volta nel procedimento relativo all'omicidio Calabresi nelle dichiarazioni di Leonardo Marino (e neppure nelle prime!). Oggi peraltro in relazione alle dichiarazioni rese dal dott. Antonino Allegra al quotidiano Il Giornale -della verità del cui contenuto discuteremo in sede di processo di revisione- si ha un'ulteriore conferma dell'assunto difensivo. Il dott. Allegra infatti sostiene di ricordarsi dell'episodio, di ricordare i poliziotti che furono inviati a casa di Gnappi e perfino di poter ricostruire l'identità della persona ritratta nella fotografia (in proposito alleghiamo copia del quotidiano Il Giornale del 28.12.1997).

2. Sul verbale di colloquio di Roberto Torre. Si vorrebbe contestare il significato di prova d'alibi della testimonianza del Torre. Vale la pena in primo luogo rilevare, cosa che del resto non sfugge al P.G., che l'affermazione è solennemente ribadita dalla stessa Assise d'Appello 1995, sia pur per negare l'attendibilità di alcuni testi indotti dalla difesa dei condannati. Si vorrebbe però che tale affermazione fosse il frutto dell'aver "dimenticato" da parte dei giudici di appello un elemento di prova costituito da un accertamento svolto dai CC di Milano nel 1990, dal quale risulterebbe la possibilità che "partendo alle ore 9,15 si potesse raggiungere alle ore 13 Massa" da Milano. L'affermazione è davvero singolare, perché "l'ignoranza degli elementi di prova" costituisce terreno tipico del processo di revisione; al contrario, qui viene assunta (in modo tra l'altro presuntivo), come motivo di irrilevanza e di inammissibilità della procedura richiesta. Ma se il P.G. invece di riportare maliziosamente un brano estrapolato da uno scritto dei precedenti difensori avesse letto attentamente la richiesta di revisione, avrebbe certamente notato come nell'istanza veniva segnalato -con citazione di parole e di pagine- che, stando al racconto di Marino, Bompressi era stato il 17.5.1972 abbandonato appiedato alla stazione centrale di Milano alle ore 10 e, stando al racconto di Torre, visto tra le 12,30 e le 13 al bar Eden di Massa intento tranquillamente a bere, ed altresì che, comunque, i tempi e i modi della organizzazione della fuga descritti da Marino (capitolo che per sé solo varrebbe a dimostrare l'inverosimiglianza di quanto sostenuto da costui) erano incompatibili con una rapida dipartita del Bompressi. L'elemento di prova d'alibi fornito attraverso la dichiarazione di Roberto Torre, risulta perciò assolutamente rilevante e nuovo.

3.4.5. La pretesa di liquidare in poche battute di stile le novità emerse nei verbali di colloquio di Luciano Gnappi e Margherita Decio in ordine alla ricostruzione della dinamica del delitto è a tal punto apodittica da non consentire replica: la richiesta di revisione analizza puntigliosamente quanto quelle dichiarazioni siano contraddittorie con l'assunto del giudicato di condanna (che, sul punto, lo ripetiamo, si forma con le valutazioni dell'Assise di Appello 1995). Le stesse considerazioni valgono per le dichiarazioni di Paolo Vagheggi: il giornalista, per la prima volta ascoltato, sottolinea che egli ebbe nell'immediatezza degli arresti (28.7.1988), nomi e cognomi dei testimoni che si erano resi disponibili a confermare la presenza di Bompressi a Massa nella tarda mattinata del 17.5.1972; nonché per le dichiarazioni dell'avv. Annoni in ordine alla figura di Marino: non si tratta di valutazioni marginali, perché il contrasto tra quanto raccontato da Annoni e le valutazioni sulla credibilità di Marino operate dall'Assise di Appello 1995 è assolutamente radicale.

E' evidente l'imbarazzo della stessa Procura Generale a dover replicare sulle clamorose e rilevanti topiche dell'appello 1995 sul teste Biraghi (la cui rilevanza nell'argomentazione del giudicato di condanna è stata ampiamente sottolineata nella richiesta di revisione) ed allora non se ne parla. La stessa cosa può dirsi per quella documentazione giornalistica che smentisce in punti decisivi l'impalcatura concettuale dell'appello 1995 sulla credibilità di Leonardo Marino (e della Bistolfi): ci riferiamo ai capelli ossigenati da Bompressi dopo l'omicidio nonché alla successione dei colpi omicidiari. Si sorvola altresì rapidamente sulla novità e sulla rilevanza della documentazione nuova di provenienza di Antonia Bistolfi: l'argomentazione è talmente sommaria che non consente di essere vagliata.

Quanto al significato della documentazione proveniente dall' indagine svolta dal P.M. di Trapani e dai Ros di quella città, restiamo francamente stupefatti dell'atteggiamento agnostico della Procura Generale, che sembra non comprendere il contenuto specifico della prova indicata.

Lo abbiamo scritto in modo esplicito nell'istanza di revisione e lo ripetiamo. Si tratta di accertare se l'aver prospettato che esistesse una correlazione tra l'omicidio di Mauro Rostagno e le indagini sull'omicidio Calabresi dopo il 28.7.1988, sia il frutto di un'invenzione di un esponente dell'Arma dei Carabinieri o, in alternativa, sia il frutto di gravissime dichiarazioni rilasciate (difficile stabilire in quale veste, comunque in occasione della loro funzione) dal magistrato che ebbe a occuparsi dell'indagine istruttoria di questo processo nonché addirittura dal consigliere a latere nonché giudice relatore del primo processo d'appello, dott.ssa Bertolè Viale. Delle due, l'una: o all'interno dell'Arma dei Carabinieri alcuni investigatori non hanno esitato a costruire prove false pur di montare addebiti nei confronti degli attuali condannati, o diversamente, esisteva un pregiudizio talmente radicale e radicato nel magistrato inquirente, e addirittura nel giudice d'appello, da far dimenticare a costoro elementari regole di correttezza del loro ruolo. Le circostanze sul tappeto sono, come si nota, assolutamente precise e non potranno che essere sciolte in primo luogo con l'audizione del Cap. Elio Dell'Anna dei Ros di Trapani.

7. Sugli accertamenti tecnici esperiti dal difensore e prospettati nella richiesta di revisione, si evidenzia:

7a) quanto all'elaborazione balistica. Il Procuratore Generale non dà alcuna risposta - perché non può- ai fortissimi dubbi documentati dal difensore in ordine alla provenienza dell'unico proiettile utilizzato per le perizie balistiche, limitandosi a citare quanto risulta sul frontespizio della busta contenente il reperto. Con riferimento peraltro all'assoluta novità costituita dall'elaborazione informatica delle fotografie del medesimo proiettile nonché del frammento (rinvenuto nella teca cranica della vittima), è evidente il vizio logico in cui incorre il rappresentante dell'accusa. La novità non consiste certamente nello scopo per il quale la difesa prospetta l'accertamento, che è ed era quello di indubbiare la provenienza, e l'identità di sparo dei due reperti, ma nel metodo di analisi che oggi consente, alla luce di nuove tecnologie, di fornire elementi di conoscenza certi sui quali fondare questo giudizio. Se, ad esempio, in passato, di fronte all'esistenza di un reperto ematico fosse sorta la possibilità di analizzarlo per individuare il DNA, nessun dubbio che la novità consisterebbe nel metodo utilizzato per estrarre un significato probatorio dal reperto stesso: la novità non è evidentemente il reperto ma la sua nuova chiave di lettura.

7b) Quanto all'elaborazione tecnica della dinamica dell'azione omicidiaria nonché del cd. "incidente Musicco", notiamo:

l'aver giudicato "minuziosa" (sic) la ricostruzione, nelle sentenze (ma in questa sede, lo ripetiamo, conta unicamente la valutazione dell'appello 1995) di questi aspetti essenziali di conferma (o, come crediamo, di radicale esclusione) dell'attendibilità di Marino, è a dir poco sorprendente, di fronte alla povertà tecnica e concettuale con cui il giudicato di condanna si è avvicinato al tema. Ciò non vale comunque a mettere nel nulla il carattere di novità di un accertamento tecnico, mai esperito, che rovescia radicalmente l'ipotesi accusatoria, questa volta si badi sulla base di assunti scientifici e non su proposizioni di cattivo senso.

8. Carattere di novità non può essere negato altresì a quegli elementi ignorati, che contraddicono radicalmente i presupposti fattuali della valutazione critica delle prove. Per quanto concerne la teste Dal Piva, quell'appunto di polizia datato 23 maggio 1972 (certamente "rappresenta un semplice riassunto" della sua deposizione) viene indicato perché dimostra quanto sia infondata la pretesa di criticare l'attendibilità della testimone fondandolo sul ritardo, di "ben venti giorni" (così l'Assise di Appello 1995), della sua deposizione. Allo stesso modo le dichiarazioni della testimone sulla "guancia rotonda" della conducente della Fiat 125 blu rese in sede di ricognizione di persona -atto istruttorio ignorato dal giudicato di condanna- escludono totalmente la pretesa rassomiglianza con Leonardo Marino (così ancora l'Assise di Appello 1995) e i suoi vistosi baffi.

Per il resto il Procuratore Generale si limita a citare puntigliosamente le pagine della sentenza della Corte di Assise di primo grado, che avrebbe diffusamente esaminato altri punti indicati nell'istanza di revisione. Siamo di fronte a un gioco paradossale nella sua perversa circolarità. Quella sentenza, lo ripetiamo, è stata travolta dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione per la sua illogicità manifesta. La risposta alla Cassazione insiste perciò sulla sentenza dell'Assise d'Appello 1995 (confermata in sede di legittimità). Poiché non si ha il coraggio di sostenere gli sgangherati assunti logici e i travisamenti di fatto di questa ultima pronuncia, si vorrebbero oggi ripescare argomentazioni della prima sentenza, sepolte dall'iter processuale.

La richiesta di revisione concerne, non a caso, la sentenza di condanna e non il "processo", il cui iter può avere posto nel nulla, come è accaduto nel caso, uno o più pronunciamenti.

Il gusto "necrofilo" che trasuda il parere del Procuratore Generale, vorrebbe porre così una pietra tombale su una condanna che, invece, per come argomentata e sostenuta, va cancellata dalle pagine della nostra giustizia penale.

La Corte di Appello di Milano ci dia la possibilità di farlo.

 

Bologna-Milano, 9 gennaio 1998

 

avv. Alessandro Gamberini