Mille ragionevoli dubbi.
Sulla certezza del diritto

Valeria Gandus intervista Ettore Gallo

da Panorama, 3 febbraio 2000

 


Ex presidente della Corte costituzionale e giurista di chiara fama, il professor Ettore Gallo segue da anni, con l'interesse dello studioso e l'impegno di chi crede nel primato della giustizia, la vicenda processuale di Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi. Pur definendosi "strenuo difensore della magistratura", Gallo contesta aspramente il verdetto della Corte d'appello di Venezia che ha confermato la condanna a 22 anni per Sofri e i suoi compagni.

Cosa pensa di quest'ultima sentenza?

Premesso che occorre leggere le motivazioni, credo che i giudici veneziani non abbiano avuto la voglia e il coraggio di rovesciare il giudizio dei tanti colleghi che li hanno preceduti.

Coraggio?

Sì, perché più i processi sono lunghi, i pronunciamenti numerosi, la storia processuale complicata, più faticoso è rimettere ordine e più difficile emettere una sentenza che dica: "Cari colleghi, avete sbagliato tutti quanti".

I giudizi non sono stati sempre unanimi: la Cassazione ha annullato più volte le condanne, mentre al secondo processo d'appello gli imputati sono stati assolti.

Furono assolti, in quell'occasione, grazie ai giudici popolari e a dispetto di quelli togati: al punto che il giudice a latere scrisse una cosiddetta "sentenza suicida" che, contrastando totalmente con il verdetto di innocenza, costrinse la Cassazione ad annullare il processo. E a proposito di giudici popolari, nel processo di revisione se n'è sentita la mancanza: purtroppo il nuovo codice di procedura penale li ha aboliti lasciando a tre giudici togati la responsabilità del giudizio. Dal punto di vista del garantismo, è un passo indietro.

Ora tutto torna alla Suprema corte, che si è dimostrata più garantista.

Ma il tempo passa e pesa per tutti, anche per i giudici della Suprema corte: bisogna vedere se avranno il coraggio di ribaltare il giudizio.

Coraggio: è una dote così importante per un magistrato? Non basterebbe l'onestà, l'autonomia, la competenza?

Serve eccome, il coraggio, per annullare nuovamente la sentenza e ordinare un ennesimo processo che chiuda definitivamente questa storia.

Chiudere perché, come dice qualcuno, "di Sofri non se ne può più"?

No, per fare giustizia, per non lasciare più adito ad altre persecuzioni.

Persecuzione è una parola grossa.

E massima è stata l'iniquità di questi processi: a cominciare dal mancato rispetto delle indicazioni delle sezioni unite della Corte di cassazione che avevano invitato i giudici di merito ad avvalorare con adeguati riscontri il racconto di Marino. O a ignorarlo. Quei riscontri non sono mai arrivati e le parole di Marino hanno continuato a valere come oro colato.

Lei crede che i giudici di Cassazione lo troveranno, quel coraggio?

Non lo so. Ma so a quale impopolarità andrebbero incontro rimandando a un ennesimo processo. Ha idea della reazione dell'opinione pubblica?

Ma i giudici non dovrebbero essere insensibili agli umori della piazza?

E in genere lo sono. Non partirò certo da questo caso particolare per accodarmi a chi accusa l'intera categoria. Sono uno strenuo sostenitore dei magistrati e continuerò a difenderli da ogni attacco strumentale.

Quello di Sofri e compagni sarebbe dunque un caso isolato?

Non ricordo altri processi costruiti sulle parole di un solo dichiarante.

Marino è stato creduto nonostante lacune e contraddizioni.

La sua è stata una confessione inaffidabile e infida. Altro che "spontaneità": ha passato 19 giorni in compagnia dei carabinieri e almeno due mesi a confidarsi con la moglie, con il parroco, con un avvocato prima di liberarsi dell'"insopportabile fardello". Dice che con la "confessione" aveva tutto da perdere. Non mi pare: fino al giorno prima era un poveraccio che viveva di prestiti e rapine, dopo il "pentimento" ha speso centinaia di milioni in case e furgoni per le sue crêpe.

Si era "fatto un nome", come ha detto con orgoglio al processo.

E che dire della "coerenza interna" della confessione o dei "riscontri esterni" al suo racconto? Dalle prime verbalizzazioni alle ultime dichiarazioni Marino non ha fatto che modificare la sua versione dei fatti con aggiustamenti progressivi a seconda delle contestazioni che gli venivano mosse. Dal colore della macchina usata per l'attentato (era beige; no era blu) alla presenza di Pietrostefani a Pisa (c'era; non sono sicuro; non ne ho memoria), all'affermazione di aver maturato in solitudine la decisione di confessare (la sua compagna, Antonia, non sapeva nulla; sì, sapeva, che c'è di strano?).

Antonia Bistolfi è sempre stata considerata l'unico riscontro testimoniale esterno alle dichiarazioni di Marino proprio in virtù del fatto che non sapesse nulla. Ma nel processo di revisione si è chiarito che invece sapeva.

E per non peggiorare la situazione si è rifiutata di deporre al dibattimento.

La sua testimonianza, insomma, non dovrebbe avere più valore.

Non solo: a questo punto la confessione di Marino diventa una "vox clamans in deserto", una dichiarazione accusatoria senza riscontri, senza valore. Aspetto con ansia le motivazioni per vedere come i giudici della revisione risolveranno questo problema. Non affrontarlo darebbe adito alla Cassazione di censurare la sentenza. Ma gli interrogativi cui dovranno rispondere nelle motivazioni sono molteplici: perché, per esempio, non hanno preso in considerazione la testimonianza del vigile che forniva a Bompressi la cosiddetta "prova d'alibi" giurando che il giorno del delitto, all'ora dell'aperitivo, il presunto killer brindava con gli amici alla morte del commissario in un bar di Massa? Nessuno, a quell'epoca, poteva impiegare tre ore da Milano a Massa. Che cosa scriveranno? Che il vigile ha mentito? E perché, visto che non era un amico di Bompressi?

Insomma, non serve nemmeno un alibi di ferro...

Non esageriamo, questo è un caso limite. Però quando si capita negli ingranaggi della giustizia non c'è mai da stare tranquilli. Diceva un mio maestro, grande giurista: "Se mi accusano di aver rubato la Torre di Pisa, per prima cosa scappo".

Difficile avere fiducia nella giustizia.

Io ce l'ho: prima di approfondire i miei studi giuridici, sono stato magistrato per dieci anni e so che la grande maggioranza dei giudici onora il suo mandato. Non nego però che episodi come questo possano minare profondamente il rapporto di fiducia con i cittadini.

Forse, quel che più colpisce la gente comune è l'enorme facoltà discrezionale del giudice, il suo potere di decidere della vita degli altri.

Il libero convincimento è un caposaldo dell'autonomia del giudice, ma deve sempre essere motivato e motivabile con un ragionamento congruo che difenda la razionalità del giudizio. In caso contrario è un abuso.

Con questa sentenza, l'antica norma alla base del diritto romano, "In dubio, pro reo", sembra essersi rovesciata: "In dubio, pro reitate"...

Questo non può e non deve accadere. Il nostro codice prevede l'assoluzione in mancanza di prove o anche solo in presenza di prove dubbie. Il diritto anglosassone, poi, è ancora più rigoroso: la condanna può essere pronunciata solo in assenza di ogni ragionevole dubbio. Qui i dubbi sono troppi anche per il diritto romano. Se nelle loro motivazioni i giudici scriveranno il contrario, sarà dovere della Cassazione cogliere questa ulteriore violazione.

 


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