Nelle sette sentenze
manca il superteste


di ETTORE GALLO

da Repubblica, 24 gennaio 1998



OGGI si compie l'anno da quando i tre condannati per l'omicidio del commissario Calabresi si sono spontaneamente sottoposti alla carcerazione. Pietrostefani addirittura venendo dalla Francia, dove da tempo aveva un dignitoso lavoro, e dove poteva restare indisturbato giacché la Francia non concede estradizioni per delitti che abbiano un movente politico. Una decisione socratica di obbedienza la loro al provvedimento di condanna anche se è ritenuto ingiusto.
Il povero commissario fu ucciso a Milano il 17 maggio 1972. Vi fu una prima istruttoria che portò anche all'identificazione di uno straniero alto e biondo, dai capelli lunghi. Ma poi l'accusa fu abbandonata. Passarono molti anni di silenzio. I tre (Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi) condussero un' intera esistenza di probità e di lavoro, mostrando anzi di essersi allontanati dalle ideologie accese di quei tempi difficili della loro giovinezza. Sino a quando l'improvvisa insorgenza di Leonardo Marino che, in circostanze che lasciano perplessi, si indusse a dichiararsi partecipe dell'omicidio coinvolgendo i tre compagni di Lc, diede la stura a una nuova indagine, e quindi alla sequenza di ben sette sentenze dall'agosto 1989 al gennaio del 1997. Venticinque anni, dunque, dal delitto.

ORA siamo alla richiesta di revisione che il professor avvocato Alessandro Gamberini ha presentato, a nome dei tre condannati, alla Corte d'appello di Milano il 15 dicembre scorso, e all'intervento del sostituto procuratore generale che ha chiesto alla Corte stessa di dichiararlo inammissibile.
Non è possibile dar conto delle sottili e contrapposte questioni scientifiche che le parti dibattono. Un solo punto vogliamo però accennare perché di più facile apprensione. La difesa presenta come prova nuova il racconto di un teste oculare importante, che solo ora rivela particolari che sconvolgono la costruzione dell'accusa sull'identificazione di Bompressi come materiale esecutore dell'omicidio. Un teste che peraltro le sentenze dichiarano "attento, preciso, attendibile". Al tempo della prima istruttoria, però, fu terrorizzato da talune circostanze sicché finì per sottacere i detti importanti particolari: e che fosse spaventato, e che qualche ragione per esserlo l' avesse (non dimentichiamo che eravamo negli anni '70) è dimostrato dal fatto che per un mese intero gli fu assegnata una scorta. Nel processo degli anni '90 non ebbe il coraggio di valorizzare quelle circostanze che aveva sempre sottaciuto per timore di responsabilità per la precedente reticenza, e comunque ovviamente non poté riconoscere all'udienza Bompressi come sparatore.

IL pubblico ministero, appellandosi ad un concetto formale, afferma che il fatto del riconoscimento di altra persona effettuato in quel tempo dal teste su fotografia mostratagli dalla polizia, rappresenta un indizio e non una prova. Il che è vero. Ma se i giudici avessero conosciuto la circostanza avrebbero potuto domandare al teste se quella foto che aveva riconosciuto avesse qualche somiglianza con l'identikit in quell'epoca diramato dalla polizia, e allora la risposta poteva diventare prova. Non solo. Ma poi la difesa presenta anche altre prove, come quella dell'alibi di Bompressi testimoniato da un vigile dotto (è laureato) e quella di prove tecniche che si avvalgono di ritrovati scientifici allora inesistenti. Ebbene, la rilevanza del tutto va valutata in raffronto alla critica delle valutazioni espresse dalla sentenza di condanna, che va sperimentata nel nuovo giudizio. Altrimenti si finisce per anticipare in questa sede preliminare il vero e proprio giudizio di revisione.

L'autore è stato presidente della Corte Costituzionale.