In cella la protesta estrema

"Ce ne andremo, comunque"

Sofri dal carcere annuncia che proseguirà lo sciopero della fame

Claudia Fusani, da Repubblica 29 ottobre 1997


PISA - Adriano Sofri ha la faccia scavata, parla piano, scandisce le parole. Ogni tanto si regge la testa, quasi a cercare quello che deve dire. Dice: "Sto bene, grazie". Sono le quattro del pomeriggio, il tempo è brutto e freddo, anche nella saletta colloqui del carcere Don Bosco. "L'ho saputo dal telegiornale". Non lo sorprende quel no chiaro e definitivo del presidente Scalfaro al provvedimento di grazia. Nota però che è arrivato "proprio due giorni prima della consegna al Quirinale di migliaia di firme". Più di un'ora di colloquio. Alla fine dice, con gli occhi fieri che si lasciano appena guardare, "lo sciopero della fame continua. E noi ce ne andremo di qui, comunque". Il presidente della Repubblica ha deciso di non concedere la grazia. "Il presidente Scalfaro ha usato il suo potere come meglio crede dicendo di no. Noi, parlo anche a nome di Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, abbiamo sempre pensato che fosse del tutto improbabile. E, per quanto strano possa apparire, abbiamo anche sempre pensato che ci riguardasse molto poco. Dunque per noi non è cambiato nulla". Proprio domani una delegazione dei comitati "Liberi Liberi" consegnerà le 170 mila firme con cui si chiede al presidente un intervento. "Dispiace moltissimo pensare che questa notizia sia un vero grande dolore per tante persone che ci vogliono bene e che avevano sperato che ci potesse essere la grazia. Ho in mente soprattutto tanti ragazzi giovani che hanno passato ore a raccogliere le firme. E', questa, l'unica preoccupazione che abbiamo. In particolare pensiamo ai più giovani perché a quell'età una grande speranza cui succeda una grande delusione è una cosa specialmente triste. Voglio aggiungere una cosa...". Prego. "Non avendo noi mai chiesto la grazia, abbiamo sempre apprezzato e ammirato l'impegno profuso. Abbiamo la fortuna di avere tante persone amiche che non posso non nominarne nessuna. Però vorrei fare oggi un'eccezione per Ettore Gallo (ex presidente della Corte Costituzionale-ndr)".

Il responsabile della Giustizia del Pds Pietro Folena e il vicepresidente del Senato Ersilia Salvato non considerano la lettera di Scalfaro un no definitivo. Vedono spiragli e un invito al Parlamento ad affrontare il problema della chiusura degli anni di piombo. "Io penso, rispetto a quegli anni, dal momento in cui sono finiti, che il Parlamento e le persone comuni dovessero trovare il modo di rimarginare la ferita. Se l'annuncio del rifiuto della grazia nei nostri confronti diventasse l'occasione per farlo, sia pure tanto tardi, me ne rallegrerei. Quanto a noi ripeto, con stanchezza, che non abbiamo avuto niente a che fare col terrorismo. Siamo stati invece impegnati contro i terrorismi e nessuno dei magistrati che si sono accaniti contro di noi ha poi avuto il coraggio, o l'impudenza, di accomunare Lc nel reato di associazione sovversiva. Noi siamo stati condannati per un delitto comune. Che poi ciò conducesse all'ipocrisia di giudicarci per un delitto non comune e di far discendere da questo trattati morali sul Sessantotto e sugli anni Settanta, questo è un altro paio di maniche".

Adesso quali soluzioni restano? "Come è noto stiamo preparando l'istanza di revisione del nostro processo così come prevedono i codici. Questi ultimi sono stati con tanto zelo violati nel corso di nove anni da renderci tutt'altro che fiduciosi. Ma il punto è quello". Una pausa. Poi riprende. Con più vigore. "Noi ci occupiamo solo di ciò che dipende da noi. Dipende da noi, oggi, dato che siamo prigionieri, una lotta dei detenuti per rendere meno brutale e stupido il carcere. A questo proposito vorrei dire che era mia speranza particolare in questa lotta poter dare la forza di aderire anche a quelle carceri in cui continuano ad agire vessazioni ed intimidazioni. Avrei voluto sentire ad esempio la voce dei detenuti di Secondigliano. Dipende da noi anche rendere meno distrattamente ingiusta la giustizia". Vi affidate dunque alla giustizia, a questa giustizia? "In effetti un tempo abbiamo creduto in un'altra giustizia che coincideva con l'idea del cambiamento rivoluzionario della società. Ma una volta che non ci si muove più per questo cambiamento, e tenuta distinta la giustizia di questo mondo da un'altra per chi ci crede, esiste solo questa giustizia. Dunque il riconoscimento e la denuncia delle sue storture coincidono con la sua accettazione e viceversa. Perciò siamo venuti qui. Perciò non possiamo accettare di restarci".

Continuerete lo sciopero della fame? "Lo stiamo facendo. Noi ce ne andremo di qui, comunque".