Sofri: "Quella Procura
sciatta e prepotente"

I tre ex di Lc in carcere da un anno


dal nostro inviato
CLAUDIA FUSANI



PISA - Sofri, 26 pagine, quelle della procura generale di Milano, per liquidare le 213 della vostra istanza di revisione del processo definendole "una mera rielaborazione di testimonianze già ampiamente valutate"...
"La replica della procura è molto sciatta e molto prepotente. Il processo non va rifatto, dice. Perchè? Perchè no. Le prove inedite sono molte, fra loro legate, e tali da scardinare per intero l'impianto della condanna".
Prendiamone in esame qualcuna.
"A parte la testimonianza clamorosa e inattesa di Luciano Gnappi, c'è quella dell'ufficiale dei vigili urbani di Massa che incontrò Bompressi nella tarda mattinata del 17 maggio 1972 (alle 9.15 il commissario Calabresi fu ucciso a Milano; per quell'omicidio Sofri, Pietrostefani e Bompressi stanno scontando 22 anni di carcere ndr). La procura dice: poteva benissimo arrivare al bar di Massa all'una dopo aver commesso l'attentato. Peccato che, nel racconto di Marino, Ovidio sia alla stazione di Milano ancora alle dieci. Bompressi è poi al bar di Massa fra mezzogiorno e l'una. Così, siccome l'autostrada della Cisa era di là da venire, la tesi della procura pretende una velocità che sconfina nell'ubiquità. Poi c'è una perizia balistica, condotta con tecniche non utilizzate prima, che dimostra una manipolazione dei proiettili dell'attentato: nel 1972 il proiettile fu sostituito, nel 1988 lasciato scomparire...".
Dall'istanza di revisione emergono situazioni dubbie: il lungo contatto clandestino fra Marino e i carabinieri prima della collaborazione oppure il documento falso stilato da un ufficiale dei Ros e allegato all'inchiesta per l'assassinio di Rostagno in cui lo stesso ufficiale cita come fonte il giudice Lombardi, istruttore del processo Calabresi.
"Questi non sono dubbi. Continuo a preferire fermamente di non vedere un complotto che c'è piuttosto che vedere un complotto che non c'è. Non voglio strozzare Desdemona ma regalarle un'altra dozzina di fazzoletti. Se vedo però alcune prove sparse di complotto, non chiudo gli occhi".
Antonino Allegra, il capo dell'ufficio politico della questura che, secondo Gnappi, non gli mostrò le foto dove era possibile riconoscere il killer, si dà un gran da fare a dire che si tratta di un errore. Anche questo sa di depistaggio?
"Fino a un mese fa non sapevo neanche se Allegra fosse vivo o morto. Del suo passato so bene solo quello che si ricava dalla sentenza D'Ambrosio: che fu il responsabile del fermo illegale di Pinelli (il ferroviere anarchico morto precipitando dalla finestra della questura ndr) e per questo se la cavò grazie ad un'amnistia. Altro non so e non mi interessa. Quello che ha da dire lo ascolterò volentieri in un'aula di tribunale".
Perchè definisce "sciatto" il parere della procura generale?
"Un esempio. Nell'unico passaggio che lo cita per esteso, la procura chiama Bompressi Livio: Livio Bompressi. Che si tratti di un lapsus, o di una svista non rivista, è una fantastica e offensiva rivelazione del qui-pro-quo cui è improntata l'intera storia. Qui, Ovidio, pro quo, Livio. Non è la prima volta: nel processo di primo grado il presidente chiese conto a Bompressi di un rapporto di polizia di Massa che riferiva di un suo atto di cinismo. Ovidio lo guardò coi suoi occhi tristi. Allora il presidente lesse meglio: si trattava di un atto di civismo".
La vostra prospettiva di futuro è davvero solo legata al sì all'istanza di revisione?
"Dopo la condanna definitiva abbiamo avuto un solo proposito: ottenere la revisione del processo. Noi non possiamo rassegnarci a quella parola: definitiva. La grazia lasciava intatta quella parola, per questo non l'abbiamo né chiesta né desiderata. Ma il nostro fine principale non è uscire di galera: se no saremmo stati davvero pazzi a entrarci. Sarebbe tremendo che ci venisse negat o un nuovo processo, previsto dal codice, dopo che il nostro processo, chiuso da un annullamento in Cassazione e un'assoluzione in appello, fu riaperto solo perchè un giudice arrivò a scrivere una sentenza suicida".
Fra un mese, dunque, la decisione definitiva della corte d'Appello...
"Io non ho mai detto "mi lascerò morire". E' un tono querulo e abbandonato che fa a pugni con la mia intenzione combattiva. Altra cosa è lo sciopero della fame. Noi intendiamo batterci a costo della vita. Un digiuno è, insieme, l'unica risorsa per chi è spogliato di ogni altra scelta e un'arma tanto importante, per il nostro tempo e le nostre fedi, quanto è stato per un paio di secoli lo sciopero per i lavoratori. Un'arma mite ma radicale, solitaria e solidale insieme".
Sofri, fra dieci giorni scade un anno di detenzione.
"Non farò bilanci di un anno in carcere. Un anno in carcere non vale niente. Non ho mai apprezzato tanto come ora un antico pensiero di mia madre: gli anni volano, sono certi pomeriggi che non passano mai. Quest'anno è volato. Non so se ce la farò a superare il prossimo pomeriggio".