Riccardo Fubini

 

SOFRI BOMPRESSI PIETROSTEFANI

UN AFFARE DI ASSOLUTA RILEVANZA NAZIONALE.

Il Ponte, aprile 1998.


Dario Fo ha ragione. Il caso dei processi e della condanna di Adriano Sofri e dei suoi compagni è ben lungi dal costituire un'occasione per la protesta cosiddetta "di sinistra". È uno scandalo di proporzioni nazionali (e non nazionali soltanto), e deve scuotere più di quanto non sia avvenuto fin qui la coscienza nazionale. Come è noto è stata da poco presentata una richiesta di revisione della sentenza definitiva di condanna presso la corte d'Appello di Milano, corredata di nuove prove nell'ambito di un articolatissimo e approfondito memoriale redatto dal nuovo difensore dei tre condannati, l'avvocato bolognese Alessandro Gamberini . La Procura Generale di Milano ha accolto la richiesta - che del resto ne critica a fondo l'operato - con il consueto atteggiamento di prevenzione , e si attende ora il pronunciamento della quinta sezione della Corte d'Appello. Va peraltro aggiunto che il memoriale Gamberini non ha mancato di provocare interventi anche di grande autorevolezza nel mondo stesso della magistratura. Menzionerò il lucido, essenziale articolo del magistrato Carlo Sorgi, che attraverso un esame di prima mano dei successivi processi mette in chiaro risalto l'insostenibilità del racconto di Leonardo Marino, il cosiddetto "pentito", che costituisce la base unica dell'imputazione, ed infine, illustrando l'istituto della 'revisione', così conclude: "Si tratta di casi eccezionali: ma sicuramente questo processo è un caso eccezionale" . Ma di grande importanza per l'autorevolezza di chi scrive mi pare l'intervento dell'ex presidente della Corte Costituzionale, Ettore Gallo, che replicando al diniego della Procura Generale milanese mette in evidenza lo scarso fondamento dell'imputazione, e viceversa l'importanza delle nuove prove testimoniali addotte, "che sconvolgono la costruzione dell'accusa"; egli ha inoltre parole di comprensione per i condannati ("condussero un'intera esistenza di probità e di lavoro, mostrando anzi di essersi allontanati dalle ideologie accese della loro giovinezza") . Appena ci si volga agli apprezzamenti contenuti verso gli imputati nel dispositivo della sentenza definitiva (che, non si scordi, negava 'il prevalere delle circostanze attenuanti', e cioè agli effetti pratici la prescrizione del reato, "per l'assenza di qualsiasi segnale di resipiscenza, di rimorso" ecc.) , si comprenderà la pregnanza e la severità di censura implicita nella valutazione ora citata. Per opposti motivi non meno degna di nota è la motivazione - almeno come l'hanno riportata i quotidiani - con cui la Procura Generale milanese respinge seccamente la richiesta di revisione. Questa aveva fra l'altro addotta la testimonianza fin qui ignorata di un vigile urbano di Massa, che ricorda distintamente di aver incontrato Ovidio Bompressi - il presunto killer - nel caffè cittadino verso le ore 13 del 17 maggio 1972, anche perché quel giorno si discuteva animatamente sulla notizia appena pervenuta dell'uccisione del commissario Calabresi. Per la verità già altri testimoni avevano asserito quel medesimo, ma la testimonianza era stata scartata con la motivazione che essi erano amici dell'imputato, perdipiù appartenenti a Lotta continua e quindi, virtualmente almeno, fuorilegge essi stessi. Si dà il caso che il nuovo teste fosse, fin da quel tempo, d'orientamento più moderato e quindi possibilmente, nell'ottica dei giudici, più fededegno. E invece, anche questa volta, niente. Chi potrebbe dire che Bompressi, dopo avere sparato alle ora 9,15, non avesse avuto il tempo di raggiungere Massa per le 13, presentandosi al consueto appuntamento con gli amici del bar? L'argomento era già stato affrontato in dibattimento, dove la difesa aveva fatto notare il fatto inoppugnabile che l'autostrada della Cisa ancora non era stata compiuta, con ovvio imbarazzo per chi volesse raggiungere velocemente Massa. Nulla da fare, è ancora una volta la replica della Procura, Generale che provvede a fornire postumamente al Bompressi un itinerario: alternativo "ma sostiene - citando dei documenti della Società Autostrade già presenti nel fascicolo - che già nel maggio 1972 percorrendo la A/7 e la A12, la stessa persona poteva essere alle 9,15 a Milano e alle 13 a Massa" .

Il documento ora menzionato, anche a stare solo al passo citato, è rivelatore per due principali motivi. Il primo è l'aria di irrealtà che da esso spira. Lasciamo anche andare la circostanza, secondo il racconto di Marino, che il presunto sparatore si era separato dal complice dopo il misfatto, dandosi appuntamento per le 10 alla stazione, raggiunta con i mezzi pubblici. Ma quale macchina avrebbe egli usato per rimettersi in viaggio, posteggiata dove, e di quale cilindrata? La proposizione ipotetica, anche la più ardua, tiene qui il luogo del riscontro reale; gli imputati non appaiono in qualità di uomini, e cioè di cittadini provvisti dei loro buoni diritti di difesa, ma come simboli di colpevolezza da castigare comunque. Ciò trova un'ulteriore conferma da un altro dei motivi di diniego addotti dalla Procura Generale, a proposito della più importante fra le nuove testimonianze addotte nella richiesta di revisione: s'intende quella del tutto inedita di uno dei principali testimoni dell'agguato a Calabresi, Luciano Gnappi. Questi, intimorito (sull'argomento tornerò più oltre), aveva fin qui sottaciuto di alcuni particolari essenziali, e nelle testimonianze al processo non se l'era sentita di smentire la linea fin qui seguita , e spiega ora i motivi della sua reticenza, e di ciò che tanto l'aveva impaurito. Anche stavolta la rettifica viene accolta con dispetto: la novità della testimonianza era fasulla, in quanto quest'ultima "non esclude esplicitamente che il killer potesse essere Bompressi". "Non esclude che potesse", dunque era. Siamo qui di fronte a un vero e proprio rovesciamento del principio giuridico dell'onere della prova: rovesciamento che è stato sistematico per tutto il corso del procedimento, e che, come vedremo, non ha mancato di essere denunciato dalla più autorevole delle cattedre. Ma quel che ci importa ora premettere, è che in tutto ciò è riconoscibile un'origine ben precisa. L'intera costruzione accusatoria, per quante argomentazioni giurisprudenziali possano esservi state intessute intorno, poggia in effetti, solo e soltanto, sulla cosiddetta "confessione" di Leonardo Marino. Dove altrimenti si potrebbe documentare o confermare il fatto che Sofri avesse rivolto in una tale circostanza quella tale o tal'altra parola a Marino in qualità di ordine interpretabile come autorizzazione all'omicidio? O dove potrebbe aver riscontro la fantomatica riunione dell'Esecutivo di Lotta continua che avrebbe deciso a maggioranza l'assassinio del commissario Calabresi? E chi altri oltre Sofri e Pietrostefani vi avrebbe partecipato e votato? E soprattutto, quale altro elemento per coinvolgere Pietrostefani, presente con Sofri a Pisa secondo una prima versione, dileguatosi poi non si sa dove quando una tale versione era stata dimostrata insostenibile al processo? E infine, caso ancor più irreale, quali le basi dell'accusa a Bompressi, soltanto colpevole di esser alto di statura (secondo le descrizioni dell'assassino), nonché - secondo l'insinuazione malevola a posteriori di Antonia Bistolfi, la convivente di Marino - di essersi ossigenato i capelli e modificato la pettinatura, per meglio farlo assomigliare all'immagine in fotofit apparsa sui giornali, che poi non era quella dello sparatore, ma di un presunto complice? Forse il caso limite, solo ora rivelato in tutta la sua enormità nella documentazione raccolta dall'avv. Gamberini, è la questione della base milanese dove Marino avrebbe pernottato prima di compiere la sua missione di far da autista allo sparatore, con cui aveva preso appuntamento sul luogo del delitto. Vien da chiedersi, a chi legga per la prima volta i resoconti di quei processi, come non fosse stata affrontata la questione della conoscenza, da parte di Marino residente abitualmente a Torino, di uomini e cose della città di Milano per il compito non proprio agevole che vi doveva svolgere. La risposta invariabile nel corso dei dibattimenti e delle sentenze è a dir poco lapidaria: "Luigi". Tale è infatti il nome indicato come basista nella "confessione" di Marino, ma ora, grazie alle vecchie e nuove indagini, abbiamo potuto perfezionare le nostre conoscenze. I carabinieri dinanzi a cui Marino si era "confessato", avevano preparato un elenco di vari "Luigi", che potessero prestarsi al sospetto (notevole fra gli altri un Luigi Tironi, indicato in quanto "dirigente dei comitati unitari antifascisti"). La scelta cadde su di un Luigi Noia, abitante in via Trincea delle Frasche 1, tra i dirigenti, nel 1972, del Circolo Ottobre e di Lotta continua, e già altre volte per tale appartenenza tenuto sotto sorveglianza . Sappiamo ora, per la diretta indagine sui rapporti dei carabinieri, che questi - prima del riconoscimento della 'base' da parte di Marino - si erano procurati in anticipo presso il geometra della proprietà, la Milano Assicurazioni, la planimetria dell'appartamento. Di conseguenza Marino potè riconoscere con sicurezza il luogo del suo pernottamento, indicando persino lo spostamento di 50 cm. di un muro divisorio attuato dal susseguente inquilino. E tuttavia Luigi Noia potè dimostrare con dati obiettivi la sua estraneità (Marino aveva scordato che a quel tempo portava la barba), cosicché, nella preoccupazione dell'inquirente di non compromettere l'indagine, egli venne prosciolto. Risultato: Luigi tornò ad essere "Luigi" (così in tutti i processi), e tuttavia "il riconoscimento da parte di Marino della base milanese" figura al punto 9) delle prove "di attendibilità estrinseca" della confessione ancora nella sentenza del 1995, e cioè quella resa definitiva dal pronunciamento della Cassazione del 22 gennaio 1997 .

Si tratta - occorre dirlo? - della dimostrazione tangibile di quanto gli inquirenti stessi avvertissero la fragilità dell'intera ricostruzione di Marino, se hanno sentito il bisogno di puntellarla con argomenti di tal fatta. E tuttavia su tal ricostruzione, e su tali manipolazioni, poggia - lo si è ormai ripetuto tante volte - l'intero impianto accusatorio. Ma va detto di più. Le modalità in cui Marino ha reso la sua "confessione" ("in circostanze che lasciano perplessi", così come si è espresso con la prudenza dovuta il presidente Gallo) hanno condizionato l'intero andamento dei processi. È qui inutile ripetere la circostanza - quasi casualmente emersa nel corso del primo dibattimento , secondo cui Marino aveva incontrato i carabinieri, con la partecipazione di un alto ufficiale venuto appositamente da Milano almeno 18 giorni prima di quanto risultasse dal verbale della confessione. Piuttosto che di una "confessione" si trattò in effetti di una sorta di copione, mal recitato da Marino nel corso del dibattito processuale, al punto da vedersi costretto a modificare più volte anche su punti essenziali la sua versione dei fatti: sicché l'avv. Gamberini può dichiarare apertamente che non tutto "è farina del suo sacco" . Ma merita considerare al riguardo una questione più generale. Il copione di cui s'è detto sarà sicuramente sconnesso in molte, se non in tutte le sue parti; eppure, se non proprio frutto di quelle "menti raffinatissime" di cui parlava il giudice Falcone, tradisce sicuramente la presenza di menti scaltre, e cioè non soltanto di Marino, "uomo semplice, ignaro del diritto", così come sentenzia una delle sentenze. L'estrema genericità dei riferimenti, se è difficile da confermare, talora, e per le medesime ragioni, è ancor più ardua da smentire. È appunto da tali origini, e da tale costruzione, avallata se non proprio formulata da un organo dello Stato (e lo Stato, si sa, è assai restio a smentire se stesso), che i processi furono indirizzati in senso univoco a pretendere una dimostrazione negativa a quanto Marino aveva narrato, così da risultarne un'inversione sistematica - già s'è premesso - del principio dell'onere della prova. Tale fu l'appunto fondamentale mosso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione alla prima delle sentenze d'Appello, per sentenza del 21 ottobre 1992: "Per valorizzare tali circostanze in chiave accusatoria si è enunciato il singolare principio che la dimostrazione di un fatto affermato dall'accusa sia desumibile dalla mancata prova dell'assunto difensivo che quel fatto non si è verificato in circostanze diverse e incompatibili con la tesi accusatoria, ricorrendo in questo modo ad una patente ed illegittima inversione dell'onere della prova"; mentre più oltre, al riguardo specifico della corresponsabilità di Sofri in quanto dirigente di Lotta continua, viene fatto specifico appello alla norma costituzionale: "Una siffatta proposizione si pone in deciso contrasto con il principio costituzionale di non colpevolezza (art. 27, comma 2°, cost.) e della regola che disciplina l'onere della prova nel giudizio penale (sicché in definitiva ne viene inciso anche lo stesso principio di inviolabilità della difesa, art. 24, comma 2°, cost.), perché esso àncora la prova della responsabilità allo status di dirigente od organizzatore di una organizzazione" .

Il pronunciamento delle Sezioni Unite della Cassazione rimane un punto fermo nel caso Sofri, nel suo forte richiamo ai principi fondamentali del diritto e della Costituzione. Eppure, nella circostanza, esso ebbe come risultato di attizzare una vera e propria guerra interna alla magistratura, intorbidando se possibile ancor più la vicenda. Per uniformarci all'imperante gergo calcistico, esso costrinse la parte avversa al fallo. I giudici togati dei due successivi giudizi d'Appello, quello del "23 marzo 1994 (nuovamente rinviato in Cassazione), e dell'11 novembre 1995 (reso definitivo dalla Cassazione il 21 gennaio 1997) disattesero il parere maggioritario, o comunque non soccombente delle giurie popolari, il primo mediante una sentenza "suicida" (che contraddiceva l'esito del processo), l'altro - a stare alla denuncia spontanea e disinteressata di uno dei giurati - pesantemente interferendo sulla libertà di valutazione della giuria che si mostrava incerta, con la domanda che non ammette replica: "tutti d'accordo per la condanna?" Abbrevio qui su tanti particolari, del resto già resi pubblici, il più odioso dei quali fu il capo d'accusa, "introdotto tardivamente nel processo", di una vicinanza (se non proprio un rapporto di discendenza) delle Brigate rosse con Lotta continua, salvo poi recusare in udienza la testimonianza di Renato Curcio dopo la previa smentita di Alberto Franceschini . Ma ancora una volta, come già nel caso citato del "Luigi", un riscontro mancato, cacciato dalla porta, rientra trionfalmente dalla finestra; cosicché leggiamo nella sentenza definitiva della Cassazione che "proprio Sofri e Pietrostefani si erano premurati di avvicinare i capi dell'organizzazione eversiva, in quel momento in fase di dispersione, per invitarli ad entrare nel movimento di Lotta Continua" ecc. . In effetti la sentenza ora citata della Cassazione suona in realtà come una vera e propria rivalsa contro quella precedente delle Sezioni Unite, che viene sì continuamente citata, ma per rovesciarne le conclusioni, e soprattutto guardandosi bene dal menzionarne i fondamentali appunti di principio.

Lo confesso: caccio a questo punto da me la tentazione di unirmi alla vociferazione di slogan sul tipo della cosiddetta "giustizia giusta". Nozioni così generali come quelle della 'giustizia' o della 'verità' sono per definizione per chi abbia un minimo di consapevolezza metodica, delle approssimazioni. Esiste, questo sì, in assoluto uno spirito di giustizia, un senso della verità, fatti di logica del discorso, di scrupolo di documentazione, di convinzione morale: e tutto ciò è stato violato in modo intollerabile, non senza effetti delegittimanti, anche profondi, per l'istituzione, e per le istituzioni. Converrà a questo punto rivolgersi agli aspetti storico-politici più essenziali della vicenda, senza avvolgere il passato che sta sullo sfondo del delitto Calabresi di quella luce indistinta, lattiginosa, 'buonista', che è poi il colore dei sepolcri imbiancati.

Porge il destro a questo ripensamento la più sostanziale delle nuove testimonianze addotte dall'avv. Gamberini: quella, già menzionata, di Luciano Gnappi, l'uomo che vide l'assassino in volto, al punto che per un mese gli fu attribuita una scorta (egli si trovava infatti parcheggiato nell'auto ancora ferma nella prossimità di dove avvenne il delitto). Per la paura provata per due notti dormì fuori casa presso un amico; la terza sera, ritornando ancora accompagnato per prendere dei suoi effetti, fu raggiunto "verso le 22" da due non meglio qualificati agenti di P.S., che gli mostrarono tre fotografie (una, secondo la testimonianza dell'amico), in cui gli parve di riconoscere il volto dell'assassino ("vidi nella terza fotografia che mi mostravano ... l'immagine di un uomo che mi sembrò di riconoscere con certezza come l'omicida").. Ciò inquietò ancor di più Gnappi, che si riservò di parlarne il giorno seguente in Questura, dove era stato appositamente convocato dal capo dell'Ufficio politico, il dott. A. Allegra. E tuttavia, con suo sgomento, questi, nell'udire della visita notturna, lo congedò bruscamente, dopo avergli sottoposto foto generiche di manifestazioni studentesche . La pubblicità data a tali circostanze ha provocato irritazione e imbarazzo profondi nel dott. Allegra, ora pensionato col grado prefettizio. Sollecitato a intervenire da quotidiani autorevoli, a partire dal "Corriere della sera", ha atteso per una decina di giorni, finché su "il Giornale" del 28 dicembre apparve con particolare enfasi un'intervista dai toni fortemente apologetici . Il documento è interessante e meriterebbe analisi. Il vecchio funzionario si fa qui involontariamente cogliere nell'atteggiamento di chi intende 'depistare' da una verità che scotta; egli getta perciò discredito sul testimone ("questo signor Gnappi"), che non sarebbe neppure tra i principali (ma allora perché la scorta?), e fa al suo posto il nome di una coinquilina di Calabresi, tale Inge Meyer, che tuttavia non compare nei processi di Sofri. Egli ammette peraltro la visita dei due agenti, di cui fa addirittura i nomi - un ufficiale di polizia ed un carabiniere - , ma, attenzione, secondo Allegra la visita fu fatta "alle dieci di sera, il giorno immediatamente dopo il fatto"; ed infine, contro ogni evidenza, nega di aver mai ricevuto in Questura il testimone, che pure egli aveva precedentemente convocato. Che era accaduto nello spazio di quelle una o due giornate, quante intercorrono fra le due versioni dell'episodio, e che ora Allegra tanto tiene a coprire? Ed a chi allora apparteneva la foto che, contro ogni plausibile prassi, era stata esibita al testimone a domicilio? Si trattava di un'urgenza delle indagini, ovvero - così come l'aveva inteso l'interessato - di un atto intimidatorio se non addirittura minaccioso? Al proposito Allegra si mantiene nel vago: i due agenti, "Sgrò e Atzori, almeno per quanto riguardava la visita a casa di Gnappi, non lo riferirono esplicitamente" (ma non erano stati mandati dalla Questura?). "Ma - soggiunge - la foto risulta (sic!) che fu mostrata anche ad altri testimoni oculari" (mostrata a casa?). Vi è in questa vaghezza un'intenzione precisa, per l'appunto di depistaggio. Come sarebbe apparso in una intervista immediatamente successiva, Allegra allude vagamente a una segnalazione che gli era venuta da Pavia di "un tedesco, o meglio del figlio di una famiglia tedesca ..., frequentatore di ambienti della contestazione studentesca". Si tratta in effetti di Mathias Deichmann, nato in Germania ma cresciuto in Italia e studente a Pavia, che aveva aderito a uno dei gruppuscoli extra-parlamentari (l'Unione dei marxisti-leninisti); il suo nome poco dopo l'omicidio Calabresi fu passato (come qui ci viene confermato) direttamente dal dott. Allegra al giornalista Livio Caputo, che ne parlò in un articolo di "Epoca" del 28-5-1972 , fino a provocare - ce ne informa lo stesso Allegra - un passo formale del padre di Mathias presso il primo ministro Rumor e l'ambasciatore tedesco, che gli valse un attestato della sua completa estraneità. Del resto la Questura doveva ben sapere che M. Deichmann risiedeva allora in Svizzera, se è vero quanto ora Allegra ci dice, che aveva ricevuto un decreto di espulsione . Mathias Deichmann, contro ogni sua intenzione e responsabilità, entra per alcuni aspetti essenziali nella nostra vicenda. È in primo luogo indicativo l'uso strumentale e spregiudicato che del suo nome vien fatto in Questura, passndolo a giornali fidati, pur sapendolo estraneo ed assente. Egli non fu indicato per altro che per essere tedesco, nonché, come tanti a quel tempo, aderente a uno dei raggruppamenti della protesta giovanile. Un personaggio dall' accento tedesco, nonché da buon tedesco con i capelli biondo-rossicci (sul particolare bisognerà ritornare) si era presentato ai magazzini della Standa, acquistando un ombrello, poi ritrovato nella FIAT 125 usata per il delitto. Dalle precise indicazioni della commessa fu tratto un fotofit del personaggio, che però - particolare essenziale - non poteva identificarsi con il killer, nettamente più alto di statura . L'indicazione alla stampa di Deichmann non ebbe dunque altra origine che da un'associazione di idee, che non è inutile sottolineare anche in considerazione del futuro caso Sofri: biondo, tedesco, appartenente alla sinistra extra-parlamentare, utile dunque per orientare l'opinione pubblica alla ricerca di un colpevole designato. Una funzione strumentale per Allegra Deichmann la conserva tuttora. Nella seconda intervista su "il Giornale" di cui ho accennato il dott. Allegra giunge ad asserire esplicitamente che la foto mostrata all'impaurito Gnappi non era d'altri che di Mathias Deichmann: "La foto fu mostrata ai vari tesdtimoni oculari. Tutti dissero di non poterla riconoscere, compreso il superteste di oggi, Gnappi" . L'articolo, nella sua presentazione tipografica, giunge sino ad insinuare che la difesa di Sofri miri ora a rigettare il sospetto su Deichmann. In realtà la migliore smentita viene, nel contesto interno del'intervista, dall'interessato medesimo, che così dichiara: "Non si capiva chi poteva esser stato, visto che la polizia coinvolgeva anche me", soggiungendo quindi: "E proprio questi discorsi possono essere stati orecchiati da Leonardo Marino, visto che con lui non ho mai parlato d'altra cosa. L'ipotesi di un mio coinvolgimento può aver acceso la fantasia di Marino" (corsivo mio). Proprio qui sta l'interesse della difesa a Mathias Deichmann, che ora può arricchirsi di un nuovo, essenziale elemento: non solo Marino aveva potuto trarre suggerimento per la sua calunnia dall'implicazione a sua volta calunniosa di Mathias Deichmann: ma l'aveva udita, e presumibilmente anche commentata, dalla viva voce di Deichmann stesso, secondo la sua presente, diretta testimonianza, paradossalmente all'interno di un servizio giornalistico inteso alla difesa della causa opposta. Non solo, ma Deichmann non manca di esprimere la propria opinione in merito: "Credo che la sentenza contro Sofri sia una costruzione ... Non ritengo che le organizzazioni extraparlamentari si siano macchiate del delitto".

Ma sul tema della famiglia Deichmann bisogna qui aprire una parentesi significativa e forse finora non sufficientemente valutata .Nel 1980 Marino con la sua compagna, Antonia Bistolfi, allora residenti a Morgex in Val d'Aosta, entrarono in confidenza con Hans Deichmann, il padre di Mathias, e la sua seconda moglie italiana; l'occasione era stata un viaggio in India delle due donne, nel comune interesse per le scienze occulte. Ma tipicamente la coppia Marino - Bistolfi guardò alla nuova amicizia come occasione per quella promozione economica e di status sociale che la vecchia militanza con i brillanti giovani di Lotta continua aveva loro negato. In conclusione, riferisce il servizio de "il Giornale", essi riuscirono ad estorcere a titolo di prestito "la cifra totale di 17 milioni e 500 mila lire", corrispondenti a "non meno di 200 milioni" odierni . Per ripagare i debiti, fu loro offerto di servire come custodi nella villa dei Deichmann a Bocca di Magra verso il 1983 (ecco perché Marino si trovava in Lunigiana); e di lì i Deichmann non poterono sloggiarli se non dopo una causa di lavoro intentata loro e vinta da Marino, "ricavandoci altri quattrini". È precisamente a questo punto, nel 1987, che Antonia Bistolfi - questa minuscola Lady Macbeth dietro le quinte dell'intera vicenda - comincia a pianger miseria, ma anche a tastare il terreno presso professionisti e notabili locali , così come separatamente non aveva mancato di fare Marino medesimo, prima di andare a bussare alla porta dei carabinieri sul principio di luglio 1988. Sta di fatto che oggi, così come spiega l'avv. Gamberini, da una condizione di sfrattato e dal pignoramento del suo stesso camioncino acquistato con i denari che Sofri gli aveva procurato, egli conduce "una vita scevra di impellenze economiche", ha "potuto acquistare un nuovo e costoso camion attrezzato per la vendita delle sue crêpes", ha "potuto intestare ai suoi figli due appartamenti" .

Ma occorre qui ritornare sugli scenari dell'omicidio Calabresi. Forse la miglior dimostrazione della menzogna è che essa riesce a far affiorare suo malgrado la verità. Gli atti processuali valgono di per sé a far risaltare la fredda professionalità del commando degli esecutori al confronto della goffa, sgangherata ricostruzione di Marino . Ma ancor più notevole mi appare il fatto che l'organizzazione che stava dietro all'omicidio non abbia mancato di far pervenire a chi di dovere dei precisi segnali. Come viene ricapitolato dall'avv. Gamberini , nei giorni successivi all'omicidio vennero fatti ritrovare nelle vicinanze del fatto, in successione, ben 4 proiettili di vario calibro; più inquietante ancora, nessuna perizia venne attuata sull'unico proiettile integro dello sparatore, che sparì, sostitutito da un altro di diverso calibro (come la perizia della difesa ha ora accertato su elaborazione informatica delle foto); non solo, ma anche questo proiettile fu poi eliminato (venduto all'asta!) in data immediatamente successiva all'incriminazione di Sofri . A parte i segnali in questione, sussiste dunque il legittimo sospetto che gli inquirenti stessi si preoccupassero di coprire esecutori e moventi del delitto. Che cos'è, per esempio, che ancor oggi brucia al dott. Allegra, quando si preoccupa di cancellare quell'una o due giornate, quante intercorsero fra la data da lui indicata, e quella del teste Gnappi, per la visita notturna dei due agenti? In effetti, come da copione prestabilito, si continuarono ad indiziare esponenti dell'estrema sinistra (specie di Lotta continua) e dell'estrema destra, come nel caso, il successivo settembre, del fascista Gianni Nardi e dei suoi compagni, Luciano B. Stefàno e Gudrun Kiess. Per Nardi si scomodò il dott. Allegra, che, come egli stesso oggi testimonia, si recò personalmente fino alle carceri di Como, dove questi era stato trattenuto . Nardi fu poco dopo rilasciato, ma per incontrare a qualche anno di distanza un'oscura fine in terra di Spagna. Chi aveva denunziato Nardi, personaggio di rilievo nell'organizzazione neo-fascista anche per le disponibilità economiche (era figlio di un costruttore areonautico), nonché implicato in un traffico d'armi, sul quale aveva indagato Calabresi? Era stato questi scaricato per qualche oscuro motivo, e perciò a torto additato dai suoi stessi compagni di fede come artefice dell'omicidio di Calabresi medesimo? Tale è l'opinione del cronista di questi fatti, M. Sassano , che sembra ora confermata dalla circostanza che esponenti di primo piano del movimento neo-fascista, quali P. Concutelli, P. Signorelli, S. Calore, trovandosi in carcere continuavano ancora nel 1977 ad indicare il colpevole nel Nardi . Si trattò dunque di un duplice inganno: quello dell'organizzazione neo-fascista che scarica per motivi da chiarire un suo aderente, suggerendo con ciò una motivazione al delitto Calabresi (il traffico d'armi), e quello della Questura, che per il riconoscimento dell'assassino nel Nardi adopera la testimonianza di spettatori da lontano (Inge. Meyer), su cui ancora oggi il dott. Allegra insiste, e con essa quella della commessa della Standa, sulle cui indicazioni era stato redatto il fotofit di persona che non poteva identificarsi con lo sparatore, mentre furono ignorati gli spettatori ravvicinati, in strada, e segnatamente "il sig. Gnappi", la cui attuale sortita tanto fastidio procura al dott. Allegra .

È un fatto che membri e complici dell'organizzazione internazionale clandestina che aveva i suoi centri operativi nel Portogallo di Salazar e nella Spagna franchista si sentirono minacciati, quando non furono addirittura soppressi, qualora si fossero compromessi, o avessero comunque prestato il fianco a indagini insidiose e fuori controllo. Basti citare il caso di Giovanni Ventura, incarcerato a Treviso in quegli stessi primi mesi del 1972, che all'offerta di mezzi di evasione da parte dei Servizi segreti collusi, pensò bene di starsene rincantucciato nella propria cella .

Tale è la ragione che rende significativi e allarmanti i messaggi inviati dall'organizzazione che dispose l'assassinio Calabresi. Mi pare che al riguardo sia stato sottovalutato, almeno in processo di tempo, l'episodio dell'acquisto dell'ombrello poi appositamente lasciato nella macchina dal commando omicida. Come già si è premesso, lo acquistò ai magazzini della Standa un individuo dalle caratteristiche abbastanza riconoscibili: l'accento marcatamente tedesco, una foggia di capelli che attirava l'attenzione, anche per la probabile tintura. Inoltre l'ombrello retrattile era di tipo inconsueto, sì che l'acquirente indugiò con la commessa per farsene spiegare il funzionamento; e, infine, vi fu conservata incollata "una striscia di carta gommata con su riprodotto il numero dell'articolo e il prezzo", a scanso di dubbi nell'identificazione del medesimo . L'individuo, insomma, teneva a farsi riconoscere, e difatti il fotofit relativo fu divulgato sui mezzi di informazione: tale nella fasttispecie fu il punto di riferimento per il preteso riconoscimento, da parte di Antonia Bistolfi, di Ovidio Bompressi. Il killer, sappiamo, era ben altra persona, di statura nettamente superiore rispetto al complice (rispettivamente m. 1,75 e 1, 85).. Ma più ora ci interessa il fatto che quell'ombrello, volontariamente abbandonato con i suoi connotati di sicuro riconoscimento, ha tutta l'aria di rappresentare un messaggio inviato a chi sa. Al proposito soccorre un'analogia che mi pare significativa. Anche Franco Freda, nell'imminenza degli attentati terroristici del 12 dicembre 1969, aveva acquistato di persona in una pelletteria di Padova delle borse di tipo inconsueto come contenitori per le bombe. Una di queste, quella della Banca Commerciale di Milano, rimasta inesplosa (appositamente?), recava ancora l'etichetta del negozio. Essa fu fotografata due volte a distanza di un mese; nella seconda foto "l'etichetta e la cordicella cui era attaccata sono scomparse" : come dire che il messaggio era stato recepito; e del resto la pronta segnalazione del negoziante di Padova era caduta nel vuoto. Ancor più significativo fu l'avviso tempestivo del SID, a pochi giorni dalla strage (il 16 dicembre), che indicava come "la mente e l'organizzatore" degli attentati "certo Y. Guerin Serac cittadino tedesco" . Il personaggio in questione, un ufficiale francese già appartenente all'OAS e teorico della "guerra psicologica", vale a dire della strategia terroristica, era effettivamente a capo dell'organizzazione internazionale a cui facevano capo i neo-fascisti italiani; ma la qualificazione volutamente alterata di "cittadino tedesco" equivaleva a un depistaggio per gli ignari, ma ancor più a un messaggio per chi ne era consapevole.

Fondamentale mi pare il fatto che i crimini della "strategia della tensione" siano crimini firmati: per questo la giustizia è stata tanto impotente a fronteggiarli. L'omicidio Calabresi è stato per l'appunto un crimine firmato, che si è tentato di coprire rispetto all'opinione pubblica con accuse anche irresponsabili (vedi il caso Deichmann, o successivamente quello di Angelo Tullo) sulla sinistra, o il caso Nardi sull'estrema destra. Risultato ne è a distanza di anni - quasi per metastasi maligna di un male che non si è saputo curare - l'accusa a Sofri e ai suoi compagni, tanto più assurda appena ci si rivolga alle fonti originali di quegli eventi.

Ma a questo punto bisogna interrogarsi sui perché dell'omicidio Calabresi. Va cioè aperta qui una prospettiva storica, ricorrendo anche a scenari in via di ipotesi, che poi permettano di inquadrare nella giusta luce i dati documentari accertati. Detto in breve: l'accusa a Sofri rinvia direttamente ai moventi reali dell'omicidio Calabresi, e questi non meno immediatamente rimandano alla morte inspiegata di Giuseppe Pinelli in Questura: alla base di tutto sta l'immenso crimine impunito di Piazza Fontana. Molto ora sappiamo su uomini e particolari dell'organizzazione terroristica, e di più ancora vorremmo sapere sui suoi consistenti addentellati nelle strutture interne dello Stato. La finalità, ben nota, era quella di gettare le responsabilità sulle organizzazioni di sinistra, a partire da quelle più esposte, vuoi per irruenza giovanile, vuoi perché più deboli e perciò anche più facimente infiltrabili. Tali furono quelle dell' anarchismo, sia nelle sue basi tradizionali (a cui apparteneva il ferroviere Pinelli), che in un più recente ed avventuroso neo-anarchismo mescolato alla contestazione studentesca (ed è questo il caso di Pietro Valpreda). La persecuzione strumentale e violenta agli anarchici fu già palese fin dalle bombe, ancora essenzialmente dimostrative, alla Fiera e all'Ufficio Scambi della Stazione di Milano nell'aprile 1969, e poi ancora sui treni nel successivo agosto: l'interrogatorio di Pinelli mostrò che si era appositamente mirato ai gruppi anarchici in seno al corpo dei ferrovieri; e in tale persecuzione si segnalò, ahimè, il commissario Calabresi, che aveva pronunciato parole di minacciae a Pinelli nell'imminenza della strage, durante una manifestazione . Per questo un gruppo di giovani anarchici furono arrestati e malmenati in aprile mediante la costruzione di una falsa testimone (erano ancora in carcere al tempo della strage, e non sarebbero stati scagionati che nel corso dell'anno seguente); per questo soprattutto il fascista Mario Merlino si infiltrò fra gli anarchici di Roma, creando un gruppo dissidente fra cui era il colpevole predestinato, Pietro Valpreda, di cui già in passato Pinelli aveva biasimato l'imprudenza. La detenzione di Pinelli fu funzionale all'incriminazione ancora da venire di Valpreda: fermato a poche ore dall'esplosione il 12 dicembre, fu illegalmente trattenuto fino al 15, per notificargli l'arresto, lo smascheramento e la pretesa confessione di Valpreda . Come sottrarsi alla conclusione, confortata del resto dall'immediata conferenza stampa del questore M. Guida, che la morte di Pinelli, precipitato da una finestra della Questura, non fu che la messinscena del suicidio, cui egli sarebbe stato indotto per l'orrore del misfatto di cui si era macchiato il compagno di fede Valpreda, così da sanzionarne la colpevolezza? (Anche il celebre riconoscimento di Valpreda da parte del tassista Rolandi fu - ora lo sappiamo - una messinscena montata per mezzo di un testimone dubbio e manipolabile) . La pronta querela della vedova, Licia Pinelli, venne archiviata. Fu poi la campagna di stampa di Lotta continua, personalmente rivolta contro il commissario Calabresi, dal cui ufficio Pinelli era precipitato, a provocare la querela riaprendo così il caso giudiziario, come puntualmente rileva l'avv. Gamberini: "era esplicitamente strumentale a fare aprire un'inchiesta giudiziaria sulla morte di Giuseppe Pinelli, inchiesta che in effetti si riaprì" . Il dibattito del processo valse a far crollare la tesi del suicidio, aprendo la via alla denuncia ormai esplicita per omicidio volontario per Calabresi e i suoi collaboratori, e per fermo illegale e abuso d'ufficio per Allegra. Dopo varie peripezie processuali, il procedimento per querela fu subordinato, e in pratica confluì in quello più grave per omicidio, e l'istruttoria venne affidata a Gerardo D'Ambrosio, lo stesso su cui, a distanza poco più di un anno, sarebbe ricaduta la responsabilità ancor più gravosa dell'istruttoria contro Freda e Ventura, la cellula neo-fascista veneta che dischiudeva, per la bomba di Piazza Fontana, una pista radicalmente alternativa alla tesi ufficiale della colpevolezza di Valpreda . Questa inchiesta, ancora in fase istruttoria, venne interrotta, come tutti ricordano, dal pretestuoso ed ostruzionistico trasferimento al tribunale di Catanzaro. Quanto al processo Pinelli, la sentenza dell'istruttoria (rimasta in mano a D'Ambrosio) fu a lungo trattenuta, per essere depositata solo nel 1975, con l'assoluzione per l'accusa di omicidio a Calabresi e collaboratori, e con la condanna di Allegra per abuso d'ufficio: condanna peraltro formale perché estinta dall'amnistia . Si tratta di documento importante, che, al di là delle conclusioni, offre prezioso materiale di conoscenza sulle circostanze del fermo e della morte di Pinelli, e che comunque esige interpretazione, anche alla luce - e questo è essenziale - delle circostanze immediatamente successive all'assassinio di Calabresi. La sentenza, come s'è detto, assolve Calabresi, di cui peraltro non viene mai menzionata la morte, come se il dispositivo fosse stato redatto in fase antecedente; il motivo addotto è la non sussistenza del fatto per essersi Calabresi allontanato dall'ufficio, e per carenza di testimonianze credibili. D'altra parte con pari e comunque più argomentato vigore smentisce la tesi del suicidio, quella cioè che con tanta sospetta precipitazione il questore Guida si era affrettato ad accreditare. Ed infine, come s'è anticipato, condanna Allegra con parole severe . E tuttavia un altro aspetto richiama l'attenzione. Mentre l'argomentazione che esclude l'omicidio è priva di intitolazione, sulle due altre tesi alternative prospettate, il suicidio e il malore, il magistrato si affida a un'argomentazione ampiamente probabilistica . L"ipotesi del suicidio", secondo l'intitolazione del relativo paragrafo, appare "possibile ma non verisimile", mentre l'"ipotesi del malore", anzi del "malore attivo" - secondo l'espressione bizzarra attinta da testi di medicina legale - appare stavolta "verisimile" (tale, possiamo aggiungere, in quanto non confortata di fatto da nessuna testimonianza) . In realtà per comprendere questo testo, pur così tardivamente depositato, bisogna risalire alle circostanze immediatamente susseguenti all'omicidio Calabresi. Fin dal marzo 1971 era stata ordinata una perizia sui resti di Pinelli, ed il lavoro dei periti si sarebbe protratto fino al luglio 1972. Nel marzo di quell'anno fu eseguita la prova del lancio di un manichino, che parve convalidare la tesi, poi esclusa recisamente nella sentenza, che Pinelli fosse stato scaraventato ormai inanimato dalla finestra . Eppure questa e altre constatazioni dei periti (riferite da M. Sassano con la consueta puntualità), che riportavano "alla vecchia tesi dell'omicidio" , cominciarono a vacillare nella superperizia di giugno, dove appunto ci si rifugiò dietro quell'argomentazione probabilistica (lo "sfuggente concetto del verisimile", per dirla con Sassano) , su cui poi sarebbe stata impostata la sentenza istruttoria. Non solo: il procedimento contro Calabresi ed Allegra era stato aperto contro la volontà del Procuratore Generale, L. Bianchi d'Espinosa ("che, nei fatti, aveva 'archiviato' la denuncia della vedova Pinelli") , ed ancora nella sentenza D'Ambrosio ha dure parole contro tale pretesa . La sentenza D'Ambrosio serba infatti come in filigrana, sotto le conclusioni probabilistiche, che - come s'è visto - gli erano state suggerit, atteggiamenti di grande severità verso la versione ufficiale dei fatti: denuncia l'illegalità del fermo, i maltrattamenti subiti da Pinelli, la strumentalità del riferimento a Valpreda, nonché, come si è pure detto, l'abuso di Allegra. Difficilmente inoltre può esser ritenuta priva di intenzione l'ambivalente constatazione che segue, in riferimento alle perizie avvenute: "La verità è che, com'è universalmente conosciuto in casi di precipitazione, il contributo all'accertamento della verità che può dare il semplice e solo esame medico-legale è sempre modesto e limitato" La vera sostanza della sentenza D'Ambrosio è dunque quella di un non possumus. Difatti nel giugno - poco dopo, quindi, l'omicidio Calabresi - il giudice istruttore era ormai ripiegato alla linea prudenziale del P.G. Lo annunciava lo stesso Bianchi d'Espinosa, in una telefonata privata ad A. Beria d'Argentine, secondo cui "D'Ambrosio era giunto a queste conclusioni [l'assoluzione di Calabresi] sin dal giugno '72", e che bisognava perciò prevenire le prevedibili proteste della sinistra . .Ma la testimonianza è preziosa anche per un altro verso. Il telefono del Procuratore Generale, allora nel suo letto d'ospedale (e, presto, di morte), era stato posto illecitamente sotto controllo, e una voce adirata interruppe la conversazione fra i due magistrati: "E allora, maiale, perché hai fatto riaprire l'inchiesta?" Il punto sta proprio qui: l'inchiesta sulla morte di Pinelli aveva rischiato di aprire una falla nei piani della cospirazione eversiva, proprio mentre un'altra e più grossa falla si era spalancata con il procedimento aperto nel marzo 1972 contro Freda e Ventura, incarcerati a Treviso; i quali ultimi, dalla loro prigione, non avevano mancato di invocare segretamente "una 'contro-azione' che si tramutasse in un'operazione diversiva" . Con l'uccisione di Calabresi il favore pubblico si rivolse alla vittima, al commissario caduto fu eretta una lapide, e del processo tuttora corrente nessuno parlò più. La Questura e gli uomini della pubblica sicurezza volenti nolenti dovettero avallare e coprire, e la collera fu rivolta verso i giudici, verso la stampa, e naturalmente, più di tutti, verso Lotta continua, che, costringendo Calabresi alla querela, aveva aperto quel pubblico dibattito che doveva rivelarglisi fatale.

Tale è la radice di quelle "logiche vendicative" adombrate dall'avv. Gamberini ; ed è al proposito eloquente l'affermazione fatta in tribunale dal colonnello dei carabinieri, U. Bonaventura, e cioè da colui che, prima di raccogliere e trasmettere la "confessione" di Marino, si era occupato del caso Calabresi fin dalle sue origini. A proposito infatti della presunta responsabilità del servizio d'ordine di Lotta continua, così egli tenne a precisare: "Beh, io questo, mi perdoni, lo davo come scontato dentro di me" .

Sarà ancora il caso di discutere di nozioni così impegnative come 'colpevolezza' o 'innocenza' (e non piuttosto, e chiaramente, di ovvia estraneità) degli imputati, in una causa dove il vero e il falso si sono scambiate le parti, e la calunnia è stata cinta di un'aureola di santità? Un'altra considerazione viene piuttosto opportuna. Se nel ricostruire i fatti e la loro sequela bisogna ancora affidarsi a delle ipotesi, un dato invece emerge con assoluta chiarezza. La condanna di Sofri e dei suoi compagni non è altro che un prodotto diretto e perverso di tanti anni di giustizia impedita o deviata, su cui mai si è saputo finora fare chiara e piena luce. Quali che ne siano stati i motivi, non può essere un caso che i magistrati che hanno istruito l'accusa a Sofri, siano quei medesimi che hanno mirato ad ostacolare, con polemica apparsa fin sui quotidiani, l'inchiesta del giudice istruttore G. Salvini, che dal suo ufficio ormai emarginato di giudice istruttore (e forse proprio in virtù di tale marginalità) ha potuto violare tante vecchie omertà, e delineare un quadro attendibile e nuovo della vicenda: inchiesta, va aggiunto, che si è svolta in termini di tempo (1988-1998) singolarmente coincidenti con quelli del processo Sofri . Comunque sia, fino a questo momento il terribile decennio degli anni '70 ha teso a essere posto in ombra, non già nelle ricerche ormai folte e importanti (per non dire dell'apposita commissione parlamentare), ma nella coscienza media del paese, per il tramite di sentenze giudiziarie chiare ed univoche, di pronunciamenti politici ed istituzionali, di ricostruzioni e di divulgazione storica. Sono gli anni, fra l'altro, in cui si accreditano due tra le maggiori forze parlamentari attuali, il PDS e AN, prendendo le distanze dai rispettivi estremismi, ma anche, rispettivamente, dal comunismo sovietico e dall'oltranzismo atlantico: le successive "conversioni" altro non sono che l'aver tratto le conseguenze delle scelte compiute allora. Ma questa è anche l'epoca in cui settori consistenti del paese, pur di non veder scalfite posizioni di privilegio, o comunque concepite come tali, hanno permesso - chi più, chi meno direttamente - che il sangue scorresse sulle piazze, che si stringessero patti segreti torbidi e coesivi, e che infine un uomo come Aldo Moro, per aver prospettato un più plausibile assetto della nostra vita politica, fosse lasciato morire in circostanze oscure. Quando al presente ci si riempie la bocca di rituali esecrazioni per gli "anni di piombo", o per "tangentopoli", non sempre forse ci si rende sufficientemente conto di avere a che fare con aspetti, o conseguenze, di un fenomeno ben più ampio. S'intende con ciò l'intento pervicacemente coltivato da chi, dentro e fuori le istituzioni, nel quadro nazionale e in quello internazionale, ha turbato con l'esercizio della violenza la vita politica e civile del paese. Di qui è stata favorita, se non addirittura coltivata, la nascita di gruppi settari terroristici di segno opposto: Di qui, in processo di tempo si sarebbero create le condizioni per il dilagare della curruzione, anche per via della paralisi in cui si era voluto costringere il maggior partito dell'opposizione.

I limiti di una tale visuale storica sono patenti nei processi a Sofri, appena si guardi oltre il tenue involucro dell'argomentazione giuridica. Ci si è voluti erigere a difensori dell'ordine e della disciplina, e si è perciò castigato l'ex ragazzo discolo - che è andato sopra le righe, oltre le righe, e ha proseguito per tracciati suoi propri - senza riguardo di urtare principi fondamentali del diritto e della Costituzione. In Bompressi, Pietrostefani e Sofri si sono voluti punire (o, peggio ancora, umiliare) dei simboli di insubordinazione, e attraverso il copione di una a dir poco equivoca "confessione" ci si è invece rituffati nel torbido clima di un'epoca che ben possiamo definire come quella del revanscismo fascista colluso con l'oltranzismo atlanatico internazionale, nonché con larghi settori del moderatismo istituzionale interno. È forse un caso che, mentre Sofri e i suoi compagni sono incarcerati, i vari Gelli, Delle Chiaie, Freda ecc. siano in libertà, per non aver saputo gli organi di Stato di oggi sconfessare e punire le connivenze di Stato di ieri? Ed è un caso che ora, nel processo Sofri, ritornino quelle complicità (e quelle vendette) con le stesse modalità che erano state programmaticamente formulate alle origini della grande cospirazione neo-fascista degli anni '60: "come ideare una storia, come costruire una falsa confessione ... come suscitare un sentimento di antipatia verso coloro che minacciano la pace di ognuno" ?

Senza una più schietta presa di coscienza di questo nostro non lontano passato, senza una chiara volontà di distacco non si dà la Seconda Repubblica. Per questo il caso Sofri è divenuto un affare nazionale di primaria importanza. Gli organi competenti, fin dai più alti vertici dello Stato, non possono rimanere indifferenti.