Riccardo Fubini

UNA COSTITUZIONE A MACCHIE DI LEOPARDO

ANCORA SUL CASO SOFRI

Il Ponte, agosto 1998


 

I principi costituzionali, al pari di ogni legge secondo retta dottrina, sono uguali per tutti, e non risplendono, come la luce paradisiaca in Dante, "in una parte più e meno altrove". A stare alla recente ordinanza della 5a Sezione della Corte di Appello di Milano, che rigetta con argomenti speciosi e arroganza di toni la richiesta di revisione dell'avv. A. Gamberini , si direbbe che per Sofri e i suoi compagni i diritti costituzionali, a cominciare da quelli di difesa, non risplendano per nulla affatto. L'argomento ricorrente, per la verità del tutto extra-giuridico, è quello della "cosiddetta teoria del complotto", che equivale alla sfida ad ogni contestazione fattuale della difesa a dimostrare, appunto, la congiura che sarebbe stata ordita ai suoi danni . Nel ricorrere in Cassazione l'avv. Gamberini non può che ribadire quanto era già stato affermato con forza dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, circa l'illecita pretesa che la prova dell'innocenza sia fornita "dalla dimostrazione del modo con cui è venuta costituendosi ai loro danni un'accusa calunniosa" . Ci troviamo in realtà di fronte a un'esasperazione degli argomenti su cui era stato dibattuto fin dalla denuncia di Leonardo Marino del 1988; sì che non a torto, sul piano storico se non proprio su quello giuridico, l'Ordinanza della Corte di Appello pretende affrontare "una valutazione globale" di tutti i procedimenti susseguitisi. Anche Sofri, dal canto suo, non manca di rilevare una tale continuità: "si sono impegnati contro di noi, in modo formale e compatto, sia la Procura che la Procura generale, alcuni giudici togati d'assise, e ben tre (cioè tutte) Corti d'assise d'appello" . Non so se Sofri ancora mantenga la tesi, in un'occasione manifestata, di un'accusa cresciuta su di sé fino a divenire irreversibile: "sono infiniti granelli che hanno formato una piccola valanga" . Troppe sono state fin da principio le anomalie per non pensare a un carattere prettamente politico dell'accusa. Ricapitolando in breve: l'avallo dato dai giudici inquirenti milanesi all'indagine dei carabinieri, malgrado le due settimane e mezzo di colloqui segreti e non verbalizzati con il denunciante; la distruzione inconcepibile dei corpi del reato a inchiesta avviata; il riconoscimento artificioso della sedicente "base" milanese di Marino, malgrado il proscioglimento del suo inquilino (sull'argomento ritornerò più oltre); la sistematica discordanza delle modalità in cui si sarebbe svolto l'omicidio Calabresi, tra la versione di Marino e i rapporti di polizia fino a quel momento accolti e pubblicizzati; la conseguente, altrettanto sistematica disattenzione (quando non contestazione) dei testimoni oculari, portata ora fino al grottesco di pretendere che il testimone più ravvicinato abbia scambiato i baffi di Marino per un'acconciatura femminile ; e, per ultimo, la concertata disattenzione di un testimone chiave, che, come più oltre vedremo, fin dal tempo del delitto era stato indotto in modi non ancora del tutto chiariti alla reticenza. Un'irregolarità macroscopica fu inoltre costituita dal fatto che la sentenza delle Sezioni Unite dalla Corte di Cassazione del 1992, che cassava con argomenti di principio e di fatto le prime due sentenze di condanna, è stata in seguito disattesa nei suoi appunti più dirimenti. E a conclusione la citata Ordinanza della Corte d'Appello, invece di pronunciarsi come richiesto in merito all'ammissibilità delle nuove prove, ha di fatto imbastito una nuova sentenza per rintuzzarle . Di più ancora, l'Ordinanza suddetta è appiattita, a tratti esplicitamente, su di una Memoria della Parte civile (la famiglia Calabresi) - pubblicata per stralci su "Il borghese" - , mentre la stessa Procura generale, che aveva in precedenza dato parere negativo sulla Richiesta di revisione, ha indipendentemente negato la legittimità di tale intervento, stavolta con gli stessi argomenti garantistici della difesa . In altri termini con la sua Ordinanza la Corte d'Appello ha tirato forse troppo la corda, e qualche filo ha cominciato a smagliarsi nella compattezza apparente della magistratura milanese.

Non per questo, si diceva, il processo Sofri rimane di meno, dal principio alla fine, un processo politico. Che altro infatti significano il rovesciamento dell'onere della prova, la violazione dei diritti della difesa, l'appiattimento delle varie Corti giudicanti sulle posizioni dell'accusa, ed infine la conclamata disattenzione dell'alta giurisdizione dalla Corte di Cassazione, se non che le suddette Corti milanesi si sono di fatto autonomamente costituite in tribunali speciali di un regime, se non attuale, per lo meno virtuale?

La questione è dunque, nonché giuridica, anche, ed eminentemente, storico-politica. Essa non consiste nel chiedersi perché i tribunali abbiano giudicato in tal modo (tutt'al più si potranno formulare alcune ipotesi in merito), ma preliminarmente come, in quali circostanze, con che argomenti hanno operato. Opporre in questo senso - come a profusione fa l'Ordinanza milanese - "la teoria del complotto", è come se un borseggiatore sull'autobus, sorpreso con una mano nelle tasche, apostrofasse il malcapitato: "Sarebbe per caso anche Lei un sostenitore della cosiddetta teoria del borseggio?" Su questa diffusa tendenza a ridurre i fatti a "teoria" dei medesimi, e di qui a ideologizzarli, distorcerli, negarli, dirò qualcosa più oltre. E comunque il refrain del "complotto" è un chiaro segno della politicizzazione del discorso. Il tema venne di moda sull'onda del cosiddetto 'revisionismo' storiografico, quando in tipico clima craxiano si utilizzò a fini politici l'antica polemica anti-rivoluzionaria dell'età della Restaurazione (la "teoria del complotto" era quella che aveva ispirato gli eccessi giacobini), applicata per estensione alla coeva polemica anti-comunista, per il tramite principale dello storico francese F. Furet . Non si sa se per il tramite giudiziario o altro, essa era anche pervenuta alle orecchie di Marino, che così, nel processo del 1990, giustificava il fatto di essersi costituito alle autorità: "Nel senso che avendo letto da più parti, e sentito da più parti dire che c'era un complotto (prima dei carabinieri, poi del partito comunista) e una cosa e l'altra ... in quel momento mi sembrava di dare maggiori argomenti a quelli che vanno strombazzando in giro che c'è un complotto" .

Oggetto della denuncia non erano naturalmente i giacobini francesi o il loro moderno alter ego, il partito comunista, ma Sofri, non per quello che aveva fatto, ma per l'immagine che di lui era stata configurata, per cui Marino non mancò di trovare immediato ascolto da parte di carabinieri e magistratura inquirente. Si intende con ciò la figura del proto-contestatore, che aveva ispirato se non proprio commesso (Marino veniva in ciò a fornire l'anello mancante) l'assassinio del commissario Calabresi; assassinio che a sua volta era stato concepito (non meno dai terroristi che dalle forze dell'ordine) come l'archetipo stesso del terrorismo di sinistra . A ciò si aggiunga un altro aspetto che pure concorse in modo determinante agli sviluppi abnormi dell'inchiesta Calabresi, vale a dire il riaprirsi (in sordina, dapprima, per il grande pubblico) dell'inchiesta su Piazza Fontana, in virtù della quale il presidente della Commissione parlamentare stragi, G. Pellegrino, può oggi dichiarare che "su Piazza Fontana siamo vicinissimi alla formazione di una verità giudiziaria, ma sul piano storico abbiamo delle certezze" . Non è questa una nostra illazione. A tacer d'altro è l'Ordinanza milanese, in ciò suo malgrado preziosa, a dichiararlo senza mezzi termini. La ribadita, definitiva condanna di "Sofri" sarebbe valsa una volta per tutte a mettere a tacere "il riferimento alla strategia della tensione e agli inquietanti scenari che avrebbero caratterizzato la vita politica italiana dalla strage di Piazza Fontana in poi" . L'Ordinanza non ha mancato di trovare il suo organo amplificatore in un "fondo" de "il Giornale", a firma del direttore, M. Cervi, il quale nel dare l'annuncio così postillava: " ... mentre la canea dei dervisci urlanti che vorrebbero una giustizia modellata da loro continua a imperversare" . La truculenta immagine non è isolata. Anche i tre giudici dell'Ordinanza si sono sentiti sotto assedio ("rompere l'assedio era impossibile"), fino a pretendere senza successo che l'Associazione magistrati ottenesse la censura per il preannunciato spettacolo televisivo di Dario Fo, sull'esempio di come, in un recente passato, aveva difeso il giudice del pool, Gherardo Colombo, dagli attacchi dei politici . Tutto ciò la dice lunga sulla viziosità del rapporto di magistratura e politica nelle sue dirette incidenze sulle spaccature all'interno della magistratura medesima. Un clima siffatto, nel corso del processo Sofri, ha operato in un modo assolutamente determinante, al punto che esso ne ha costituito un caso limite, come è stato ancor più posto in rilievo dalla situazione politica generale in cui si è aperto e in cui si è (per ora) conchiuso. A determinare i toni stridenti e la trasgressività dell'Ordinanza milanese è stata una ormai esplicita reazione a un clima avvertito come politicamente infido, e la presenza di un ministro da cui non ci si ripromettono coperture: "Ma sa, signor mio, con i tempi che corrono il ministro Flick non me la farebbe passar liscia" .

Sofri, si diceva, è stato condannato per ciò che si è preteso che rappresentasse piuttosto che per quello che avesse eventualmente commesso e per cui fosse di conseguenza imputabile al processo. Una tale prevaricazione di questioni identitarie ha concorso a distorcere nel profondo il processo. L'antica campagna stampa di Lotta continua contro il commissario Calabresi (quali che ne siano state le conseguenze indirette) è stata ipso facto equiparata all'assassinio , e ciò ha impedito di valutare criticamente (o di valutare affatto) la "confessione" di Marino. Né questa è solo una pecca di magistrati e inquirenti. Da poco soltanto la stampa nazionale ha cominciato a trattare il caso con la rilevanza che richiede, e per le questioni di principio che solleva. Non sono naturalmente mancate altezzose professioni di equidistanza, per non dire degli immancabili, più o meno velati cenni a possibilità di baratto giudiziario . È per questo che con vero sollievo leggiamo un apprezzamento del tutto insolito (e che chi scrive condivide di cuore) per le schiette doti di moralista e scrittore di Adriano Sofri, da parte dal giornalista di "Repubblica", Mario Pirani . Ma è lo stesso Pirani ad ammettere che la sua convinzione dell'innocenza è intuitiva, non razionalmente motivata. Eppure è proprio sul terreno dei fatti e della loro valutazione razionale che dobbiamo ritornare, e in tale luce vorrei qui toccare tre punti essenziali, che fuori da particolari dispersivi contengono da soli il nucleo della questione.

 

1) Il "Luigi" inesistente

Avevo già toccato nel precedente articolo la questione del "Luigi", l'innominato basista milanese, che avrebbe offerto il suo alloggio per il pernottamento di Marino, avendo egli stesso provveduto al pedinamento di Calabresi. Questi era stato identificato, fra cinque altri milanesi detentori sospetti di tale nome, in un Luigi Noia, esponente di spicco, già variamente inquisito, di Lotta continua. Di conseguenza il suo alloggio (o quello comunque ritenuto tale) di via Trincea delle Frasche 1 fu "riconosciuto" da Marino, previo esame - come aveva potuto accertare l'avv. Gamberini - della pianta catastale, che i carabinieri si erano opportunamente procurati, così come deve ora ammettere la stessa Ordinanza della Corte d'Appello E tuttavia, pur mantenendosi fermo in tutte le sentenze il "riconoscimento" suddetto, Luigi Noia fu personalmente prosciolto per aver dimostrato che a quel tempo portava la barba, a differenza del "Luigi", magro e sbarbato, indicato a verbale da Marino. È evidente che, a parte l'illogico giuridico di mantenere il "riconoscimento" della "base" come "prova estrinseca" al racconto di Marino avendone prosciolto l'inquilino, vi è qualcosa d'altro nella circostanza che non quadra, o per dir meglio che l'inchiesta ufficiale ha ritenuto bene di mantenere coperto. "Luigi" non è infatti un nome convenzionale, da applicare pretestuosamente a qualche malcapitato omonimo: vi era in effetti un Luigi, per dir così, di prima scelta, dalle caratteristiche sopra ricordate, venuto a mancare il quale gli inquirenti avevano poi dovuto ripiegare sull'assortimento dei cinque Luigi milanesi (fra i quali, giova ricordare, vi era un Luigi Tironi, reso sospetto dal fatto di figurare come "dirigente dei Comitati unitari antifascisti": particolare che la dice lunga sugli orientamenti politici degli inquirenti). Mi parrebbe che la reticenza vada collegata con un altro particolare essenziale della "confessione" di Marino, tale da aver provocato a sua volta una seconda non meno vistosa incongruenza logica nell'accusa e, di qui, nel dispositivo stesso delle sentenze. Secondo Marino, la decisione dell'omicidio Calabresi era stata presa dall'Esecutivo di Lotta continua, e la denuncia fu da lui confermata indicando "addirittura i nomi dei favorevoli e contrari" (fra i quali ultimi Boato e Viale, che, inascoltati, smentirono tutto). E i favorevoli? E perché, se identificati, incriminare solo Sofri e Pietrostefani, evidentemente incapaci di formare da soli una maggioranza? Nella sentenza del 1990 il Giudice dichiara che "purtroppo non ci è dato di reperire i loro nomi" ; e tuttavia Sofri afferma che al momento del suo arresto erano stati inviati avvisi di garanzia a vari altri dirigenti di Lotta continua nell'"intento di realizzare una specie di retata e accreditare la responsabilità dell'omicidio Calabresi all'intera organizzazione" . Ma, come già si è veduto nel caso di Luigi Noia, l'intenzione originaria fu bloccata, con la conseguenza che l'incongruenza rimase negli atti processuali e nelle sentenze. Il fatto è - questa almeno mi pare la risultanza più attendibile - che nell'uno e nell'altro caso, nella supposta votazione dell'Esecutivo di Lotta continua, e nell'ospitalità della base milanese, vi era di mezzo Luigi Bobbio, il primo ed autentico detentore del nome del "basista", giacché questi nel frattempo aveva preso casa a Milano, giusto a mezza strada fra la Stazione centrale e l'abitazione di Calabresi. Gli atti dell'inchiesta serbano appunto i connotati di Luigi Bobbio, ivi compresa la sua attuale convivenza "con l'ex moglie di un capo di Lotta continua", che non era poi altri che Giorgio Pietrostefani. Senonché qualcosa o qualcuno (il G.I.? il P.M.?) deve essere intervenuto a bloccare questo particolare dell'inchiesta: quel nome - Bobbio -, tirato in ballo, avrebbe fatto troppo scalpore , e così si ripiegò sulla seconda scelta di un "Luigi" milanese, incappando nella gaffe del Luigi che portava la barba.

In altri termini, "Luigi", deprivato del suo cognome, entra (senza bisogno di chiavi) nell'appartamento disertato dal suo legittimo inquilino. Non c'è dubbio che, a questo punto, il discorso ritrova una sua logica: ma è per l'appunto la logica dell'irrealtà e cioè, altrimenti detto, la dimostrazione per assurdo del falso.

 

2) Il naso dell'assassino

Al centro di tutta la questione, nell'Ordinanza dei giudici dell'Appello non meno che nel Ricorso dell'avv. Gamberini, sta la testimonianza di Luciano Gnappi, che si rivela sempre più come assolutamente fondamentale in tutta la vicenda, a partire dal tempo stesso dell'omicidio Calabresi . Come si ricorderà, Gnappi, nella sua automobile ancora ferma, vide a distanza ravvicinata l'assassino in volto, e rese immediatamente poi la sua deposizione agli inquirenti della polizia giudiziaria. Per misura prudenziale si trasferì presso un amico, e la terza sera, ritornato momentaneamente a casa propria, ricevette la visita di due non meglio qualificati agenti, che gli mostrarono - come ora più diffusamente spiega in un'intervista - cinque foto non "siglate dalla magistratura né dalla polizia", e "nella terza foto ho riconosciuto la persona che uccise Calabresi"; intimorito dalla visita sospetta, Gnappi, che era stato convocato in Questura per l'indomani, si riservò di parlarne ad A. Allegra, capo dell'Ufficio politico, che al contario, udito l'episodio, lo congedò bruscamente . Tale era stato il principale elemento del ricorso dell'avv. Gamberini, ed Allegra, chiamato in causa, aveva fatto in un'apposita intervista giornalistica i nomi di due agenti della Questura, Sgrò e Atzori, un ufficiale di polizia e un carabiniere, i quali avevano allora mostrato a vari testimoni, ivi compreso Gnappi, tra le foto dei sospettati quella di uno studente tedesco, Mathias Deichmann. Sulla linea indicata da Allegra si attestò poi l'apposita Memoria della Parte civile (che si è qui sopra menzionata), e la tesi fu infine ripresa nell'Ordinanza della Corte d'Appello, che anzi con indicativa sciatteria confonde Mathias con il padre Hans, che era il console tedesco a Milano . Ora, come ha potuto riscontrare l'avv. Gamberini, il dott. Allegra, avanzando i nomi di Sgrò e Atzori, ha giocato sull'equivoco. Costoro in effetti furono redattori di "una relazione di servizio", che pur priva di data risulta immediatamente consecutiva al fatto (ecco perché Allegra attribuiva la "visita" al "giorno immediatamente dopo il fatto", in contrasto con la "terza sera" di Gnappi) . La giustificazione di Allegra, non che smentire, vale dunque nella sua evidente reticenza di conferma indiretta al racconto del testimone. Ma vi sono nell'episodio degli aspetti che ancora attendono un chiarimento, e che comunque non sono stati palesati nella documentazione a stampa. Perché i giudici delle varie istanze hanno tenuto ad elogiare Gnappi come "testimone degno di fede", addirittura contrapponendone la deposizione - che ora sappiamo mantenuta su di un piano generico e reticente - a quella degli altri testi oculari, quando costoro riferivano di particolari in contrasto con la versione di Marino? O non è interpretabile come un'esortazione - al limite un avvertimento - al teste a mantenere il dovuto riserbo il seguente passaggio dell'Ordinanza, dove vien posto a contrasto "il più cauto Gnappi '90" all'attuale "Gnappi '97", il quale ultimo smentirebbe lo "Gnappi '72"? . Erano dunque al corrente i giudici, in un tale singolare invito alla "cautela", di quel che il testimone sapeva e che non avrebbe dovuto dire? Ed ancora: si trattava solo della visita notturna, o non anche di un riferimento più preciso ai connotati dell'assassino? Gnappi, da parte sua, afferma ora in interviste giornalistiche di essere stato "un testimone mai ascoltato" e che "dopo il primo racconto agli uomini di polizia giudiziaria", egli venne solo "ascoltato nel '90", quando gli furono chieste "poche cose e di sfuggita" . Risale evidentemente a quella prima testimonianza a caldo il profilo seguente del volto dell'assassino, così come è stato riferito in uno sfogo incidentale dal dott. Allegra, testimone sicuramente non sospetto: "asserì di averlo visto solo di spalle tranne per un breve attimo, in cui gli mostrò il naso lungo e arcuato, il colorito pallido, i capelli chiari" . Si tratta, come si vede, di un profilo che, ove esibito e riconosciuto in sede di dibattimento processuale, avrebbe immediatamente scagionato Bompressi, e con lui gli altri coimputati. Ne avevano informazione i collegi giudicanti e la Parte civile, quando hanno insistito sul carattere "asettico" (sic!) del mancato riconoscimento di Bompressi da parte di Gnappi? Fu esso reso accessibile alla difesa? E perché se ne è parlato soltanto ora, dopo un intero decennio e sette processi?

 

3) La costruzione di un apocrifo

Di fronte alla rappresentazione di Dario Fo, Leonardo Marino si è risentito di essere stato trattato come un fantoccio in mano agli inquirenti. Personalmente ritengo che egli abbia una parte di ragione. La sua partecipazione ai fatti è stata indubbiamente consapevole e determinante, e riveste inoltre alcuni aspetti emblematici. Interessi economici a parte (indubbiamente urgenti e cogenti), quella di Marino è stata innanzitutto una rivalsa di carattere sociale di fronte a una promessa di uguaglianza profferita e mancata. La promessa era stata quella dei giovani intellettuali di Lotta continua, da lui visti come dotati di poteri trasgressivi, tali da opporsi con successo a quegli altri poteri istituzionali ed economici che lo avevano emarginato: ma per poi vedersi nuovamente emarginato, anzi "scaricato", in processo di tempo da quegli amici medesimi. La contrapposizione tra di lui, Marino, e "loro" è dichiarata, praticamente, in ogni suo intervento o intervista: "La componente operaia di Lotta continua si è subito dispersa, ma gli intellettuali sono rimasti una élite molto compatta ... Difendono Sofri per difendere loro stessi: se ammettono le sue responsabilità, ammettono anche le loro" . Coloro che si chiedono perché mai Marino avrebbe dovuto denunciare i suoi vecchi compagni, hanno qui una risposta; e soprattutto essi prescindono da quel fattore a volte dirimente che è il risentimento ingenerato da invidia sociale (non incongruo sicuramente con una precedente ammirazione invidiosa), specie quando un'occasione particolare porga il destro per una rivalsa . Ne sanno qualcosa le famiglie ebraiche che hanno avuto dei deportati durante la persecuzione nazi-fascista, il più delle volte in seguito a denunce anonime da parte di sconosciuti, appunto come sfogo di un risentimento sociale rimasto latente in tempi normali .

E tuttavia nel caso di Marino c'è qualcosa d'altro. Così come egli da giovane emigrante era stato sensibile al clima della "contestazione", altrettanto permeabile si mostrò all'atmosfera dell'età che succedette, quella che dall'eroe eponimo si suol definire 'craxiana', ma che evidentemente ebbe radici più profonde, non ancora tutte sufficientemente esplorate, che non la sola impronta di un leader politico. Fu questa l'età in cui vecchi termini quali "cittadini", "lavoratori", "diritti" vennero a fastidio, ed in cui un anticomunismo ormai stereotipo e pretestuoso, accolto come ideologia ufficiale, fu opposto ai successi del partito di Berlinguer. Ma fu soprattutto l'epoca in cui il "popolo" tornò a essere "gente": quella gente che, per definizione, bada a 'farsi i fatti suoi' .

E così Marino, da lavoratore che tumultuosamente rivendica i suoi diritti, si identificò in uno tra la 'gente' che, nello scetticismo subentrato riguardo ai 'diritti', si sentì conseguentemente liberato anche dall'obbligazione dei doveri. Sicché, dopo avere convenientemente e spregiudicatamente sfruttato una sua nuova e danarosa conoscenza (la famiglia Deichmann), una volta sfrattato da costoro non trovò migliore risorsa che denunciare i vecchi compagni ("loro"), su di un punto su cui sapeva di incontrare la viva sensibilità degli inquirenti . Non tocco qui dei vantaggi economici conseguiti, che, da quel che risulta dal tenore di vita riscontrato, non mancarono e furono consistenti . Quel che più colpisce in Marino è la determinazione con cui ha perseguito il proposito in tutte le sue conseguenze: lo indica l'aver egli raggiunto quel livello consumato e consapevole di amoralità, che è l'ipocrisia, quella vera e profonda, intesa a nuocere .

Ma vi è infine, della "confessione" di Marino, un aspetto che deve attirare l'attenzione più forse di quanto non abbia fatto finora. Come già si è accennato, Marino si è risentito dell'insinuazione della difesa (nonché, fra gli altri, di Dario Fo), che la sua versione dei fatti fosse stata suggerita dai carabinieri, durante gli ormai celebri 17 giorni di colloqui segreti. Non c'è dubbio che, in un certo senso almeno, egli abbia ragione. Proviamoci a immaginare lo scenario opposto, che gli ufficiali dei carabinieri avessero spiegato a Marino come veramente si erano svolti i fatti secondo le verbalizzazioni coeve . Ma avrebbe allora potuto egli spiegare ai giudici le complesse operazioni di attuazione e copertura del delitto Calabresi: il previo acquisto dell'ombrello da parte di persona diversa dall'attentatore, la macchina guidata via radio su frequenze apposite da un informatore appostato sul luogo, la donna al volante e il suo particolare addestramento alla guida, la professionalità del killer, l'Alfa Romeo dei complici pronta a rilevare il commando, ed infine le strane apparizioni di proiettili nei giorni seguenti l'attentato, unitamente alla non meno singolare sparizione dell'unica pallottola integra dell'arma omicida? La versione fornita da Marino è ingenua solo in apparenza: spontanea o suggerita che fosse, essa è stata comunque ritagliata sulle sue misure, e in quanto tale resa credibile. L'ombrello e la radio sono spariti, i complici milanesi si sono ridotti al fantomatico Luigi; in difetto di un informatore via radio, bisognava che Calabresi fosse atteso in strada da "Bompressi"; anche la macchina, di conseguenza, doveva attendere posteggiata (modificando dunque la dinamica dell'incidente con Musicco), e che per rilevare l'attentatore facesse la sua improbabile retromarcia (ancorché per i giudici milanesi dell'Ordinanza questa non fosse nemmeno a rigore necessaria, ma indotta da "un atto di impulso dettato dal pathos") ; ed infine, in difetto di apprezzabili punti di appoggio, quale migliore via di fuga che raggiungere la stazione con il famigliare mezzo della metropolitana, dopodiché ogni traccia degli attentatori si dilegua? Proprio per la congruenza del racconto al personaggio (se non proprio ai fatti, ormai lontani e dimenticati dai più), questo fu creduto, o comunque lasciato credere attraverso le sentenze giudiziarie. Siamo qui di fronte a un procedimento ben noto agli studiosi: la creazione cioè di un apocrifo, nel senso del conio di un racconto che aggiunga abusivamente particolari presentati come inediti rispetto alla tradizione storica accolta, e tuttavia credibili, sia, paradossalmente, per il loro carattere di 'novità', senza riscontro con ciò che fino al quel momento si era creduto, sia soprattutto per solleticare quegli interessi in funzione dei quali il racconto era stato costruito. Tale fu appunto la giustificazione avanzata dalla difesa di Marino: questa strana difesa, che puntella le tesi della Parte civile, che si trova in costante sintonia con i P.M., per vedere infine le sue tesi immancabilmente accolte nelle sentenze di condanna. Afferma dunque l'avv. G. Maris, rappresentante di Marino, che, a garanzia della sua veridicità, sta il fatto che questi "dice cose che nessun rapporto di polizia aveva mai riportato", ciò che trova al solito riscontro nell'Ordinanza, dove si asserisce tra l'altro che le strane manovre automobilistiche riferite da Marino costituirebbero "un importantissimo riscontro, perché la sua versione contrasta con quella che sino alla confessione era considerata ufficiale" .

Le conseguenze di simili assunti, e non si dice sul piano processuale soltanto, sono di incomparabile gravità. L'accettazione dell'aprocrifo (tanto più se sanzionato in un atto di giustizia) porta con sé il discredito del documento autentico e con esso della verità storica. L'attribuzione a Lotta continua dell'omicidio Calabresi - lo si è detto in apertura di discorso - ha acquisito il significato esplicito di sanzionare un archetipo del terrorismo di "sinistra", come Marino stesso non ha mancato di sottolineare . Anche il dott. Allegra non la pensa oggi diversamente: "fino a quel momento ... i cosiddetti extraparlamentari non avevano mai ammazzato nessuno", ha infatti dichiarato, dimentico forse che proprio dalla Questura la strage di Piazza Fontana era stata attribuita agli anarchici . L'apocrifo è infatti destinato a sostituirsi in misura più o meno ampia al documento reale; lo indica per inciso uno dei passi più inauditi dell'Ordinanza, dove si pretende che che al tempo del delitto i funzionari di polizia per loro idee preconcette abbiano tratto in inganno i testimoni oculari (senza che per inciso dalla Parte civile o dal dott. Allegra si sia levata una protesta anche minimamente comparabile alle reazioni scomposte suscitate dall'inopinata ricomparsa del teste Gnappi) .

Lo scopo ultimo perseguito, che è ormai esplicito nell'Ordinanza e nelle dichiarazioni alla stampa che l'hanno accompagnata, è stato quello di gettare un velo di oblio intorno a Piazza Fontana, e insieme sanzionare - quanto appropriatamente ciascun vede - una vera e propria reinterpretazione storica per mezzo di una sentenza giudiziaria. Ci troviamo con ciò nel clima ben noto del revisionismo, se non, al limite, del negazionismo storico. E che altro è lo sbandierato 'revisionismo' se non uno spostamento specioso del discorso dal piano oggettivo a quello soggettivo, dal lato logico a quello retorico, dalla constatazione dei fatti a un'argomentazione suggestiva? Si è per esempio insistito sul 'consenso' di cui sarebbe stato circondato il regime fascista, creando con ciò un clima di complicità retrospettiva. Ma sposta forse tutto ciò di un millimetro il fatto che il fascismo fu una dittatura, che perseguitò e uccise gli avversari, che provocò un'irrimediabile frattura nella tradizione costituzionale e civile del paese, e che lo condusse infine a una guerra sotto ogni aspetto rovinosa? Parimenti l'accusa a Sofri ha inteso oscurare le indagini sulle reviviscenze fasciste dei nostri tempi, con la relativa sequela di corresponsabilità ed effetti criminosi. Tanto basterebbe - corroborato com'è da sentenze e dal tenore di sciagurate affermazioni di alcuni giudici - a invalidare queste sentenze medesime. In questo senso il caso Sofri è diventato qualcosa di più di un mero caso controverso di giustizia. Si è parlato al principio di queste pagine di una Costituzione dagli effetti a macchia di leopardo. Ove tuttavia fosse pronunciato e accolto un dispositivo giudiziario che pretenda valere da sanzione storica, posta l'autorità e la delicatezza della sede giurisdizionale, avremmo un tessuto costituzionale affetto non più soltanto da diseguaglianze cromatiche, ma da vere e profonde lacerazioni. Senza una verità di fatto non si dà verità di diritto; senza un criterio condiviso di considerare una comune tradizione storica (tanto più se di una storia vicina e urgente) non è concepibile Costituzione (e nemmeno Costituente). In questo senso il caso Sofri si è ormai rivelato come un affare politico di primaria importanza. A modo suo lo ha dichiarato l'Ordinanza dei giudici milanesi. Sta a noi tutti prenderne buona nota.