SOFRI BOMPRESSI PIETROSTEFANI
INCIVILTÀ ITALICA

di Riccardo Fubini

(da "Il Ponte", LXI, 2, febbraio 2000)


Si direbbe che nel nostro paese la nozione stessa della verità, e più che mai in quella sua accezione particolare che è il vero storico, sia indebolita assai. La vicenda del processo Sofri vale a confermare con la massima evidenza quanto ci appare da tanti segni disseminati nel mondo dell'informazione e in quello della cultura. Mi riferisco naturalmente all'ennesimo rigetto dell'Istanza di revisione della condanna inflitta a Sofri, Bompressi e Pietrostefani per l'uccisione del commissario Calabresi, da parte della corte d'appello di Venezia, e, caso ancor più sconcertante, In seguito all'arringa (gonfia se altre mai di retorica pretestuosa) da parte del rappresentante di quella stessa Procura Generale, che aveva poco prima giudicate come "ineludibili" le nuove prove proposte dalla difesa. La stranezza del fatto è stata rilevata da un commentatore non sospetto come I. Montanelli. Non si concede infatti - egli scrive - la revisione dopo otto processi, "se non c'è, da parte della magistratura intesa nel suo complesso, una qualche volontà di assoluzione" .

Come questo ha potuto avvenire? Come i giudici veneziani non hanno sentito la responsabilità - giuridica e politica, ma anche più semplicemente umana - di ribadire una condanna su fondamenti tanto aprioristici, secondo un dispositivo praticamente immutato rispetto alla prima sentenza del 1990, che già era stata duramente riprovata dalle sezioni unite della Corte di Cassazione nel 1992? Proprio per questo ping pong (grottesco non meno che giuridicamente devastante) fra tribunali ordinari e corte di Cassazione, non possiamo indulgere a ripercorrere l'interminabile e monotona sequela dei processi e dei ricorsi. Un punto però è essenziale. Si tratta di ben altro che un eccesso di garantismo, come è ormai divenuto luogo comune dei vari commentatori. La verità è in realtà quella opposta. In base a pregiudizio politico, ma forse più ancora a una certa mentalità di custodi del buon ordine costituito, si è ritenuto che un delitto immaginato come l'archetipo del terrorismo di sinistra andasse implicitamente punito con le regole dell'emergenza, e che di conseguenza gli extra-parlamentari di ieri fossero da punire come i fuorilegge di sempre, al di là delle garanzie valevoli per il cittadino ordinario. La repressione di siffatti impenitenti ("per l'assenza di qualsiasi segnale di resipiscenza, di rimorso", al dire della definitiva sentenza del 1995) fu assunta come compito primario della Giustizia. La confessione di Leonardo Marino non fu che la rivelazione aperta di quanto già si sapeva, la "luce", come pronunciò il Procuratore di Venezia nell'occasione davanti a un pubblico anche televisivo, che squarciava le tenebre della notte della Repubblica. Il protrarsi oltre misura dell'iter processuale non fu dunque dovuto a scrupoli garantistici. Esso fu un portato di un tale abito retorico-dottrinario, e della conseguente pervicacia di simili assunti, portati fino all'infrazione di essenziali norme del diritto (come i principi regolanti l'onere della prova), ripetutamente denunziata dalla corte di Cassazione. Ciò concorre anche a spiegare l'esasperazione psicologica degli imputati, e per ultimo la manzoniana fuga di Bompressi e Pietrostefani, alla larga dai meccanismi arrugginiti e un tantino ammattiti dell'apparato giudiziario, a tutto dispetto della faccia feroce dello zelante neo-ministro dell'Interno, E. Bianco.
Non su questo voglio ora insistere. Varrà piuttosto ripercorrere concisamente alcune elementari verità di fatto, circa le modalità effettive del delitto Calabresi, alla luce delle quali l'imputazione a Sofri e ai suoi compagni di Lotta continua non manca di apparire a dir poco fantasiosa. Ammesso pure (e non concesso) che avessero davvero pensato di colpire Calabresi, per motivi evidenti essi non avrebbero potuto attuare il crimine nelle modalità in cui fu eseguito, delle quali resta chiara testimonianza nei verbali di polizia e nella pubblicistica del tempo. Su tale più umile e chiara verità dei fatti si è poi sovrapposta in un'epoca ormai diversa una pomposa 'verità' processuale, ed a tale discrepanza di prospettive intendiamo ora rivolgere l'attenzione.
Non ci importa discutere sulle circostanze precise in cui Marino entrò in contatto con i carabinieri; o se vi fu o meno un intervento determinante del PCI; o ancora se ­ come pare indubbio dai riscontri della difesa sul suo tenore di vita - egli ricevette un compenso in denaro. Né mi pare proficuo indagare come nacque l'idea della micidiale calunnia - se fu ideata da Marino, o non piuttosto fu un parto dell'accesa fantasia della moglie Antonia Bistolfi: Stiamo, come si diceva, ai fatti più elementari. Il delitto Calabresi richiese, come è evidente, un periodo di preparazione. Il sabato 13 maggio 1972 un personaggio che ostentava un accento tedesco acquistò un ombrello, che fu poi appositamente abbandonato nella macchina degli assassini, non si sa se per operazione di depistaggio, o come una sorta di biglietto da visita diretto all'intuito di chi era al corrente . Di tutto ciò non vi è traccia nelle ricostruzioni processuali. L'organizzazione poteva sicuramente contare su più persone, a parte l'acquirente dell'ombrello, la conducente e il killer. Un personaggio fu notato presso il portone di Calabresi, con il compito di segnalarne con gesti convenuti l'uscita . Un altro complice, con ogni probabilità, dall'interno del cortile teneva avvisati via radio i componenti del commando: così si spiega la rapida accelerazione della macchina, una FIAT 125, per portarsi sul luogo; all'interno fu poi ritrovata una radio ricevente su apposite frequenze . Un altro complice ancora, su di una Alfa Romeo, rilevò il commando, che aveva abbandonata poco distante la FIAT 125 col motore acceso. E ancora, particolare essenziale, il killer giunse sul luogo a bordo della 125, ne discese in perfetta sincronia con l'uscita da casa di Calabresi, completò l'opera in pochi istanti, per poi raggiungere la macchina, con una calma che impressionò tutti i presenti. La ragazza che era al volante aveva infatti proseguito la marcia a passo d'uomo, presumibilmente per tenere impegnati nella guida i conducenti delle auto che seguivano in colonna e così impedir loro un'osservazione troppo diretta. La pistola del delitto, infine, così viene descritta in una testimonianza dell'epoca: "una pistola a tamburo calibro '38 special' a canna lunga: un'arma micidiale, con un rinculo violentissimo che sposta perfino indietro il braccio dello sparatore e che può essere usata solamente da un 'tecnico" . Come si è accennato, alla guida dell'auto era una ragazza sui vent'anni, riconosciuta come tale sia dal conducente dell'auto che seguiva immediatamente, che da una testimone che la vide trasbordare sull'Alfa Romeo del complice.
Quale sia la versione di Marino, che le sentenze dei tribunali hanno accolto, è ormai ben noto. La macchina viene mantenuta nel posteggio, mentre "Bompressi" attende sotto casa. Pochi istanti prima del delitto, la macchina viene portata un poco più avanti, sì da dover rinculare per prendere "Bompressi" a bordo. Marino e Bompressi, infine, abbandonata l'auto, si dirigono per vie separate con i mezzi pubblici alla Stazione Centrale, dove si ritrovano verso le 10 per poi prendere separatamente i rispettivi treni (in seguito, non potendosi eludere la testimonianza di chi aveva visto Bompressi a Massa fra le ore 12-13, si inventerà la leggenda di una corsa a precipizio di Bompressi da Milano a Massa non si sa bene con quale macchina e per quale via; e comunque, che cosa era venuto a fare alla stazione?).
C'è davvero bisogno di insistere sulle goffaggini di una ricostruzione del genere? Come ebbi già occasione di notare , essa mi pare comunque interessante perché, nelle sue stesse assurdità, tradisce l'intenzione di adattare ai mezzi di Marino le effettive circostanze del delitto, con partecipazione quindi di persone che erano istruite al riguardo.
Varrà ora insistere sull'immagine dell'accaduto, quale emerge dalle testimonianze coeve. Così scrive M. Sassano, dopo aver riferito delle indagini infruttuose: "si sa solo che il crimine è stato compiuto da un'organizzazione funzionante perfettamente, composta da 'tecnici' del delitto politico, esperti nel trovarsi le più complesse coperture" . È pacifico che nessun movimento contestativo dell'epoca disponeva neanche lontanamente di tali mezzi, ed ancor oggi sarà opportuno (sempre che se ne abbia la volontà) riconsiderare quanto riferivano autorevoli organi di stampa inglesi. Così scriveva dell'assassinio del commissario Calabresi G. Armstrong sul "Guardian": "I motivi che stanno dietro questo assassinio possono essere molti ... Egli sapeva sulla morte di Pinelli e sui tentativi di gettare la colpa per l'attentato alla Banca dell'Agricoltura di Milano su Pietro Valpreda più di qualsiasi altro al suo livello, che era ancora un livello inferiore. Con Calabresi costretto ora al silenzio, i soli che conoscono la verità circa i pretesi complotti 'anarchici' o 'sovversivi' che servirono a creare un clima di paura in Italia, sono gli architetti principali. Si può contare sul loro silenzio". E così P. Nichols sul "Times": "Rimane il fatto che Calabresi è stato vittima di un sistema che ha evitato di fare effettivamente luce su quella che fu chiaramente una cospirazione politica. L'assassinio di Calabresi è semplicemente l'ultimo di una catena di morti direttamente o indirettamente connessa con questi eventi sinistri. Dal 12 dicembre 1969 ventisei persone sono state uccise e 106 ferite, incluse le vittime della bomba" . È essenziale aggiungere al riguardo che al momento della sua morte Calabresi era sotto inchiesta giudiziaria per l'"assassinio volontario" di Pinelli, e che era in corso l'istruttoria affidata a G. D'Ambrrosio. Tale istruttoria si concluse con una fictio iuris, assolvendo Calabresi come se fosse ancora in vita, ed attendendo per ben tre anni, fino al 1975, a depositarla, quando cioè il superiore di Calabresi, dott. A. Allegra, era stato liberato per amnistia dall'imputazione per abuso d'ufficio . Il processo alla Questura di Milano, insomma, per la morte mai spiegata (fino ad oggi) di Pinelli, al modo del matrimonio manzoniano non s'aveva da fare.
Ma se alla luce di una ricostruzione dei dati essenziali del delitto Calabresi, la versione a posteriori di Marino appare derisoria, sussiste viceversa un indubbio dato di continuità con l'impostazione dei processi di Sofri. Calabresi era stato costretto a esporsi personalmente all'inchiesta giudiziaria perché provocato (fini appunto a dover sporgere querela) dall'attacco pubblicistico di Lotta continua. Alla sua uccisione, la reazione delle forze dell'ordine contro la stampa in genere fu violentissima, fino al punto da metterne in dubbio la libertà. E naturalmente, se non Sofri personalmente (al quale al momento nessuno pensava), l'obiettivo principale fu Lotta continua, e in particolare quegli aderenti che per qualche ragione o pretesto potessero essere implicati nel delitto. Tale fu il caso di Angelo Tullo, un operaio emigrato in Germania, la cui connessione tedesca rendeva sospetto di complicità nel delitto (per via dell'accento tedesco dell'acquirente dell'ombrello di cui sopra). Tale caso colpisce, perché fin da quei primissimi momenti (per la precisione il 20 maggio, data dei funerali di Calabresi) il suo nome fu fatto sul "Corriere della sera" e variamente propagato dalla stampa in "una sistematica opera di linciaggio" . Anche allora come oggi, senza guardare a forzature, si pretese ravvisare una rassomiglianza con l'identikit dell'assassino, né mancò la figura di rito di un 'supertestimone', al secolo tale Ugo Ferretti, che si spacciò come frequentatore di casa Tullo a Francoforte, "dove avrebbe conosciuto un tedesco alto e biondo", e dove si sarebbe programmato "l'assassinio del commissario Calabresi" . Mutatis mutandis lo scenario è già quello dell'accusa a Sofri: un 'supertestimone' mitomane, o, come fu poi il caso, interessato; le impalpabili circostanze della progettazione del crimine, unite alla disinvoltura nei riconoscimenti; e su tutto, l'accanita volontà di vendetta nei confronti dei giovani iconoclasti di Lotta continua, che avevano ardito sfidare l'apparato repressivo dello Stato, e proseguivano impenitenti nella sfida. Così infatti dichiarò al presidente del tribunale il colonnello dei carabinieri U. Bonaventura - il principale artefice dell'inchiesta avviata con la "confessione" di Marino -, a proposito delle responsabilità nel delitto Calabresi del presunto "servizio d'ordine" di Lotta continua: "Beh, io questo, mi perdoni, lo davo come scontato dentro di me" . La novità rispetto ai tempi del delitto è che ora il "nemico" impersonato da Lotta continua era visto attraverso l'ottica e i connotati successivamente assunti dal movimento clandestino ed armato delle "brigate rosse", le cui decisioni "strategiche" erano appunto assunte da un "Esecutivo" centralizzato.

Così Sofri si trovò rappresentato nelle vesti di capo riconosciuto di un'organizzazione eversiva clandestina, da cui appunto discendevano gli ordini per i militanti. Un tale supposto rapporto di discendenza diretta della Brigate rosse da Lotta continua, se non addirittura una tale virtuale equazione di un movimento con l'altro, fu un dato che percorre i processi e le sentenze, ed il fantomatico "voto" dell'"Esecutivo", nonché l'assenso di Sofri all'operazione fu il pilastro fideistico (ancorché assolutamente inverificabile) dell'intero impianto accusatorio. Sicché, per inciso, ancor oggi si fa spreco della taccia di "eversivo" per chiunque osi parteggiare per gli imputati. Non meno per l'esponente di AN, A. Mantovano, che per il rappresentante di parte civile, "eversivo" sarebbe il solo dubitare della sentenza di condanna . Sono le premesse coerentemente alle quali l'avv. C. Taormina esige addirittura "le dimissioni dei ministri dell'Interno e di Giustizia", per la fuga di quei due notori terroristi, che rispondono al nome di Bompressi e Pietrostefani; giacché, egli sentenzia, "si favoreggiano Pietrostefani e Bompressi per la loro sicura matrice comunista" . Se possibile ancor più radicale è il cattolico popolare G. Garancini (che per inciso io conosco come studioso di valore), secondo il quale la vicenda dei processi Sofri è divenuta "il simbolo del conflitto oggettivo tra Stato e rivoluzione", vale a dire il contrasto tra coloro che si sottomettono alle regole, e "quanti, invece, pretendono o rivendicano un ruolo di avanguardia", così da riportarci in "piena ideologia leninista, tra Stato e rivoluzione" .
Ma si rende necessario a questo proposito considerare il ruolo svolto nei processi dalla Parte civile, su cui poco si è soffermata in genere l'attenzione degli osservatori, anche per comprensibile riguardo alla famiglia del commissario assassinato. Eppure proprio la Parte civile, che asserisce di parlare secondo una "antica convinzione, e a quella di tanti amici e colleghi del marito ucciso", e cioè anche in nome dello spirito di corpo delle forze dell'ordine , costituisce la linea di continuità fra i risentimenti all'epoca del delitto e l'intransigenza mostrata attraverso i processi di Sofri. Bene rappresenta una tale continuità l'avocato chiamato a presiedere il collegio di Parte, Odoardo Ascari, campione di un'Italia moderata e legittimista, ultimamente fra i difensori di Andreotti nei processi di Perugia e Palermo, ma che già all'epoca del delitto Calabresi, rappresentando egli allora le famiglie delle vittime di Piazza Fontana, così si esprimeva: "L'assassinio di Luigi Calabresi non va ascritto soltanto a coloro che lo hanno eseguito, ma anche alle canaglie di vario sesso che, attraverso un vero e proprio brigantaggio scritto, hanno giustificato e glorificato questo delitto prima che esso venisse commesso. L'abiezione di coloro che l'hanno voluto risulterà ancor più profonda quando gli Italiani conosceranno la verità" . È questi il medesimo personaggio che afferma ora trionfante come nei processi conclusi con la sentenza di Venezia "abbia prevalso la giurisdizione ordinaria sopra la giurisdizione alternativa", intendendo la seconda come "quella basata esclusivamente su ragioni politiche, su campagne di stampa e interventi solidali di amici di ieri, divenuti oggi potenti e influenti": insomma, ora e sempre, su di una più o meno dissimulata complicità 'eversiva' comunista . È stato un simile accanimento manicheo -- tale almeno è la modesta opinione di chi scrive - a irrigidire l'accusa anche oltre i limiti del buon senso e buon gusto, fino a compiere passi giuridicamente scorretti, come quella "Memoria" (pubblicata per stralci sul settimanale fascista "Il Borghese"), con cui si intese bloccare la "Richiesta di revisione" dell'avvocato difensore, e che fu respinta come non pertinente dalla Procura generale di Milano . Né occorrerà far notare ulteriormente il costante e pubblico fiancheggiamento di AN, secondo il cui rappresentante - tali sono anche le parole dell'altro rappresentante di Pc, l'avv. L. Li Gotti, un'amnistia, o anche solo una richiesta di grazia "sarebbe uno scandalo, sarebbe uno strappo troppo forte e insostenibile alla comune etica" .

Meno nette, ma, direi anche, più trascoloranti e più torbide, sono le posizioni assunte da Forza Italia, a cominciare dagli editoriali dell'organo berlusconiano, "il Giornale". I concetti che questi intendono comunicare è che, da un lato, i giudici hanno fato un buon lavoro malgrado la "pressione ... enorme" da parte di "molti politici, di quasi tutti i cosiddetti intellettuali, di larga parte dei mezzi di informazione". Ma, d'altro canto, il giudizio rimane di "neutralità", né, a differenza di AN, viene fatta opposizione pregiudiziale a un'eventuale richiesta di grazia ("provveda il capo dello Stato a far calare il sipario") . Ma il punto non sta qui. Se si vuole Sofri innocente, se dunque per principio si nega credibilità al "pentito" Marino, si tirino dunque le somme, e nemmeno si creda ai vari "pentiti", che hanno accusato Andreotti e Craxi, Berlusconi e Dell'Utri. Se così è, allora pace fatta, e per davvero allora si cali il sipario: tale è il senso, non poi tanto implicito di un duplice e parallelo editoriale, secondo i classici colpi, alla botte ed al cerchio, apparso sull'organo berlusconiano il giorno successivo alla condanna .
E con ciò mi avvio a conclusione. Ci troviamo di fronte a una sequela di sentenze invariabilmente speciose nel difendere a oltranza una "confessione" di dubbie origini e di ancor più dubbio personaggio, così come sovranamente indifferenti di fronte alle obiezioni garantistiche e costituzionali della Corte di Cassazione, fino a creare un doppio binario del diritto, nella coesistenza di due giurisdizioni separate e rivali. Abbiamo un'accusa che, a dispetto di ogni smentita, a dispetto pure di vere e proprie contraffazioni radicate come inamovibili nelle sentenze (chi non ricorda la storia della "base" milanese di Marino?), rimane comunque inestirpabile, a guisa di una vera e propria neoplasia maligna insinuata nei meccanismi giudiziari, a dispetto della credibilità della Giustizia medesima, oltre che, beninteso, delle vite sconvolte di cittadini privati di diritti elementari di difesa. (Si pensi solo alla posizione di Bompressi al processo di revisione: un teste chiave nega la sua rassomiglianza con l'assassino; un altro teste gli fornisce un alibi difficilmente attaccabile: eppure neanche questo basta, e le udienze in questione scorrono via come l'acqua fresca, senza scalfire le conclusioni di condanna).
Ci troviamo inoltre di fronte a vere e proprie campagne diffamatorie, in sede politica o mediatica, verso tutto ciò che si presenti con pretese di intelligenza critica, di scrupolo di verità, di senso di giustizia. Tutto è riportato a proporzioni e linguaggio da stadio: chi volesse obiettare, è immediatamente qualificato come "tifoso" di Sofri, a cominciare naturalmente dal Nobel Dario Fo, bersaglio privilegiato di tali sberleffi. La Giustizia stessa ne risulta involgarita, piegata a strumento per soddisfare antichi astii e rancori di una storia che non passa, in un gioco perverso del rinfaccio, della ritorsione, o infine - peggio di tutto - del mercanteggiamento. Né potremmo dar torto ad Antonio Tabucchi, che, a proposito della sentenza di Venezia, ha indicato il momento attuale come "grave per la libertà di pensiero e per la civiltà europea" .
È tuttavia doveroso aggiungere che mai come in questo momento - senza paragoni rispetto a un passato anche recente - il caso Sofri ha mobilitato la classe politica. Si può di qui comprendere l'estrema delicatezza del compito che la Corte di Cassazione sarà chiamata ad assumere di fronte al ricorso della difesa di Sofri, e le gravi responsabilità - di ordine giudiziario ma anche inevitabilmente politico - che essa vorrà assumersi. Si discute quale via percorrere per uscire da questa vicenda, se d'ordine giudiziario, o politico-legislativo, o ancora se puntare alla grazia presidenziale. Ma a questo punto ritengo che non si tratti più di via alternative. È una responsabilità che grava egualmente sulla politica come sulla magistratura, sulle cariche istituzionali come sull'opinione pubblica. L'auspicio, vivissimo, è che ciascuno si assuma le proprie responsabilità con la precisa coscienza dei valori in gioco.

 


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