CRONACA DI UNA DECISIONE ANNUNCIATA

Il giudice: &laqno;E ora il popolo degli indottrinati ci farà a pezzi»

Giuseppe D'Avanzo, Corriere della Sera, 19 marzo 1998


MILANO - Revisione ammissibile o inammissibile? Fin dal mattino, non c'è dilemma al Palazzo di Giustizia. Non c'è disgraziato che scommetterebbe un nichelino sulla buona sorte di Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Il coro non ha stonature: la quinta sezione penale della Corte d'appello di Milano - presidente Giorgio Riccardi, consiglieri Niccolò Franciosi e Giovanni Budano - boccerà l'istanza di revisione. Chi sostiene il contrario, è deriso e provocato: vuoi scommettere? Soltanto un pazzo scommetterebbe: l'ordinanza è già scritta, la decisione presa. La motivazione quasi, nonostante un virus appesti il computer dei giudici. Andando su e giù nei corridoi come una mosca prigioniera, il consigliere Niccolò Franciosi nega e, mentre nega, la faccia paffuta e gommosa gli si torce in buffe smorfie. Nega il consigliere togato fino alle 13 quando, minuto più minuto meno, sortisce d'incanto dall'ascensore del secondo piano e, con una manovra grottesca, s'infila le cinquanta pagine della motivazione tra il pantalone e sotto la giacca avviluppandole poi tra le braccia conserte.

È, dunque, tutto finito, consigliere? &laqno;Per niente, siamo ancora al lavoro...». E quei fogli sotto la giacca? &laqno;Quali fogli? Quale giacca?».

Quando la porta si chiude, si fa in tempo ad ammirare la faccia paffuta e gommosa piegarsi in un sorrisetto ambiguamente maligno. Niccolò Franciosi ha una gran voglia di dire, argomentare, in pubblico ragionare. Quasi si scusa: &laqno;Ma sa, signor mio, con i tempi che corrono, il ministro Flick non me la farebbe passar liscia. E io dico giustamente, perché il magistrato deve parlare soltanto con le sentenze come faccio io, come faremo noi...». Purtuttavia, è il gran giorno della quinta sezione e Niccolò Franciosi, tentato dalla vanità, non resiste. Un'ora dopo, il consigliere è ancora in giro nel palazzo. Nel corridoio del secondo piano. Sulle scale tra il primo e il secondo piano. Dinanzi alla cancelleria, nel corridoio di sotto.

È tutto finito, consigliere? &laqno;Finito? Non ancora. Dobbiamo inserire ancora qui e lì dei brani nella motivazione. Ci occorre ancora un'ora. Diciamo due. Eppoi - chi non lo sa - ci faranno a pezzi comunque... Aspettatevi polemiche, rimbrotti, censure. Perché? Perché così va il mondo, perché così accade in Italia, perché il popolo è stato indottrinato, non le pare?».

Il popolo? Quale? Il popolo dei colpevolisti o degli innocentisti? &laqno;Il popolo... Sapete a chi mi riferisco. Ma perché meravigliarsene... Leggerete, leggerete... Abbiamo steso la motivazione in una prosa limpida, comprensibile a chiunque senza cedere ai tecnicismi. Ci vuole ancora un po' di tempo. Siamo ormai alla fine. Ancora un'ora».

Sono le 14. Alle 14,59, l'Ansa batte un flash di cinque parole: &laqno;No a revisione processo Sofri». Franciosi è ancora chiuso in cancelleria con il presidente Giorgio Riccardi. La porta dell'ufficio si schiude e lo si può ammnirare, con la schiena ben diritta dietro il tavolo. Ha la penna in mano e ancora lavora alla motivazione. C'è chi dice: &laqno;Lo sapevo». Chi gli risponde: &laqno;Tutti lo sapevamo». Non sapeva, invece, l'avvocato di Sofri che arriva trafelato. Picchia le nocche sulla porta della cancelleria. Finalmente gli aprono. Gli si para davanti la faccia paffuta del consigliere Franciosi che, cipiglio austero, annuncia: &laqno;Stiamo ancora lavorando». Sono le 15,15. La bocciatura del ricorso è nota da sedici minuti, ma ce ne vorranno ancora sei - ore 15,21 - per vedere il presidente e il consigliere lasciare finalmente la cancelleria scandendo: &laqno;L'istanza di revisione è stata dichiarata inammissibile». Ormai non interessa più a nessuno che cosa ha deciso la quinta sezione ché lo sapevano tutti. Interessa perché lo ha deciso. Per la bisogna, se si vuole capire, è necessario leggere le pagine della motivazione. Pagine limpide, come annunciato. Attraversate dallo stesso spirito della giornata. Ogni passaggio, testimonianza, connessione, deduzione è affrontato con vanitosa, quasi sprezzante, alterigia come di chi già sa che cosa è accaduto, chi e perché ne è responsabile. Dubbi e contraddizioni che pure avevano dato pensiero a tribunali &laqno;colpevolisti» vengono liquidati con formule spezzanti: &laqno;sillogismi stravaganti». Si evoca il contesto del buio affare con note insultanti: &laqno;la ritrita teoria degli inquietanti scenari "da Piazza Fontana e dintorni"». Come se la storia d'Italia non fosse di tanto in tanto sprofondata, come a piazza Fontana, in qualche sotterraneo.

Se si vuole comprendere il perché dell'ordinanza, non armati di codici e codicilli ma del solo buon senso, c'è da rimanere sconcertati. Ci sono tre testimoni nuovi. Il primo (Luciano Gnappi), già ascoltato in processo, racconta oggi quel che non ha mai raccontato (&laqno;Riconobbi l'assassino in una foto che mi fu mostrata, ma nessuno volle ascoltarmi»): &laqno;E' inattendibile». Il secondo (Roberto Torre), mai ascoltato (&laqno;Vidi Bompressi a Massa poche ore dopo il delitto di Milano») &laqno;aggiunge solo confusione a confusione». Il terzo (Raimondo Etro), del tutto inatteso e &laqno;nuovo» (&laqno;Il br Casimirri mi disse che Morucci uccise Calabresi») &laqno;non merita alcuna attenzione» perché &laqno;non ha spiegato per quale ragione non ha sentito l'impulso a fare chiarezza nei quasi nove anni dei processi». Come se Leonardo Marino, testimone unico dell'affaire, non fosse stato zitto per sedici anni prima di incontrare un giorno (quando?) i carabinieri.