Un grosso frammento

di Enrico Deaglio,
da Diario della settimana,
12 marzo 1997

I proiettili sparati non hanno un Dna, ma hanno anche loro una sorta di impronta "genetica" che costituisce il terreno professionale di una categoria di esperti che prende il nome di periti balistici. I proiettili hanno fini polveri, strani grassi, si deformano attraverso i corpi che attraversano; lasciano intorno a sé gas, aloni, bruciature. I proiettili recano poi le impronte delle canne delle armi che li hanno sparati: solchi e striature. I proiettili, nei casi giudiziari, sono naturalmente importantissimi e per questo vengono scrupolosamente conservati e catalogati. Hanno ancora qualcosa da dire oggi, a venticinque anni di distanza dall'uccisione del commissario Luigi Calabresi, i due proiettili che lo uccisero? Sì, e comunicano verità scomode. Per esempio, che non furono sparati dalla stessa arma. Per esempio, che non furono sparati da una pistola a canna lunga, ma da una a canna corta. Per esempio, che - forse - uno dei due proiettili non c'entra nulla con il delitto. Se siete appassionati di casi giudiziari complicati, di "gialli tecnici", di intrighi italiani o semplicemente lettori di Patricia Cornwell, provate dunque a leggere questi archivi processuali di un caso lungo ormai un quarto di secolo e per il quale, il 22 gennaio scorso, si è arrivati ad una sentenza di condanna definitiva. Per farlo, occorre partire dal 17 maggio 1972 a Milano.

Quella mattina, verso le 9,30, il dottor Luigi Calabresi, commissario capo della Questura di Milano, uscì dalla sua abitazione in via Cherubini 6 e si diresse verso la mezzeria della strada dove era parcheggiata la sua Fiat 500 rossa. Un uomo giovane alto a volto scoperto gli arrivò alle spalle e gli sparò. Due proiettili lo colpirono, uno alla schiena e uno al capo, mentre - chinato in avanti - si apprestava ad aprire la portiera. Poi il killer riattraversò la strada e salì su una Fiat 125 blu che si allontanò nel traffico. Molti testimoni videro la scena, o parti della scena. Arrivò un'ambulanza della Croce Bianca e due lettighieri, i signori Bassi e Zamproni, caricarono il commissario che appariva in condizioni disperate. Alle 9,45 scaricarono il ferito all'ospedale San Carlo Borromeo. Qui i lettighieri, aiutati dall'infermiere Monteleone e dalla dottoressa Rosaria Crapis, di servizio al pronto soccorso, svestirono velocemente il commissario, tagliandone i vestiti insanguinati. La dottoressa tentò di intubarlo, ma proprio in quegli attimi il paziente cessò di vivere. A quel punto erano arrivate al San Carlo tante persone: funzionari e dirigenti della polizia e dei carabinieri, magistrati, il questore Allitto Bonanno. Il cadavere venne subito trasportato, per ordine del sostituto procuratore Guido Viola, all'istituto di Medicina legale dove, il giorno dopo, venne sottoposto a un esame autoptico. Nello stesso tempo, funzionari della polizia scientifica ritrovarono l'automobile ritenuta usata per l'agguato e si misero a cercare, sul luogo del delitto, tracce utili all'indagine, in particolare un proiettile, quello che aveva trapassato la schiena del commissario. In quelle prime ore, e poi nei giorni successivi, accaddero diversi fatti bizzarri:
- il questore Allitto Bonanno si impossessò, all'ospedale San Carlo, dei vestiti (tagliati e insanguinati) e degli effetti personali del commissario Calabresi. I secondi vennero restituiti, i primi scomparvero. E nessuno glieli chiese mai;
- il magistrato Viola non dispose la perizia medico legale. La salma del commissario fu esaminata solo esternamente, fotografata e radiografata. Dal capo vennero estratti un grosso frammento di proiettile marca Giulio Fiocchi calibro 38, molto deformato dall'impatto con le ossa del cranio, e altri tre piccoli frammenti metallici. Del secondo proiettile, che non era stato ritrovato, venne stabilito il tragitto, benché molto sommariamente: era entrato nella regione lombare destra ed era fuoriuscito dalla regione sottoscapolare sinistra.
- la ricerca del secondo proiettile (che, dopo aver attraversato il corpo non poteva essere andato, per le leggi della fisica, molto lontano) stranamente non diede frutti. Non venne trovato dove avrebbe dovuto essere: né nei vestiti, né sulla lettiga, né nei locali del pronto soccorso, nè sul luogo del delitto. Però il 28 maggio (undici giorni dopo) il signor Federico Federici consegnò a un agente di polizia un proiettile calibro 38 rinvenuto in via Belfiore angolo via Cherubini, a 40 metri dal luogo dell'omicidio. E il 20 maggio (ovvero a tre giorni dal delitto), un altro cittadino milanese, il signor Emanuele Recchia, aveva consegnato ad un altro agente un bossolo da lui trovato in terra, ad appena dieci metri dal luogo del delitto, di calibro 7,65, marca Beaux. Di questi due reperti non è rimasta alcuna traccia, né verbale di acquisizione;
- l'automobile, esaminata dalla Scientifica, si dimostrò priva di qualsiasi impronta digitale. Portata nel cortile della Questura, vi rimase, alla curiosità di tutti, per due mesi;
- a partire dal 21 maggio, l'Unità e il Corriere scrivono che ha sparato una Smith & Wesson calibro 38, benché nessuna perizia balistica sia stata effettuata;
- una delle più importanti testimoni oculari del delitto, la signora Margherita Decio, che aveva rilevato il numero di targa della Fiat 125 e aveva telefonato alla polizia, trovò poi delle microspie nel suo telefono. (L'episodio venne reso noto molti anni dopo, nell'ambito di un processo contro società di investigazione private).

È difficilissimo, a venticinque anni di distanza, capire se tutte queste stranezze hanno una logica, o furono dovute a una serie di concomitanze fortuite. Certo, comunque, che furono ore e giorni di fortissima emozione e agitazione. Luigi Calabresi era un uomo molto in vista (oggetto di una campagna di stampa che lo indicava come responsabile della morte dell'anarchico Pinelli, sottoposto a processo proprio per quella morte, e nello stesso tempo impegnato nelle più importanti indagini in quel caldo periodo milanese: dal traffico d'armi con la Svizzera alle attività dei movimenti estremisti di destra e di sinistra, dal terrorismo della banda tedesca Baader Meinhof a quello irlandese, dalle indagini sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli a depositi di armi vicino a Trieste; addirittura ai postumi del trafugamento della salma di Evita Peron dal cimitero milanese di Musocco). D'altra parte, l'Italia viveva settimane di grandissima tensione, dopo una campagna elettorale molto violenta, e un grande attivismo di servizi segreti. Appena due settimane dopo l'attentato a Calabresi (il primo attentato politico di quegli anni in Italia), tre carabinieri moriranno dilaniati da un'eplosione a Peteano, in provincia di Gorizia. C'era, insomma, sconcerto e tensione, a cui si mischiavano, come si sarebbe saputo più tardi, le manovre più torbide della nostra storia recente.
Nei giorni successivi al delitto ci furono - queste sì logiche - delle "retate" negli ambienti dell'ultrasinistra, ma ci fu anche, da parte istituzionale, un forte imbarazzo. Ancora pochi giorni fa, l'ex questore di Milano Achille Serra ha ricordato come gli allora dirigenti del ministero avrebbero voluto, per Calabresi, un funerale frettoloso e senza clamori.

Il secondo proiettile del delitto compare ufficialmente per la prima volta il 3 agosto 1972, quando la Questura di Milano lo deposita all'ufficio "corpi di reato" di Milano sotto la dicitura "busta con un proiettile repertato in ospedale". Il proiettile è in compagnia di altre sette buste piuttosto stravaganti. Ce ne sono infatti altre tre che riguardano i frammenti di piombo estratti dal capo di Calabresi; poi una non meglio precisata "lettera dell'istituto di Medicina Legale di Milano"; le restanti tre contengono: due pallottole sparate con una pistola calibro 38 sequestrata al cittadino boliviano Renè Tapia Selene; cinque pallottole di piombo sparate dal revolver Smith & Wesson Airweight calibro 38 Special dall'ingegner Salza il 20 giugno 1972; sedici proiettili esplosi dalle armi della banda "Baader Meinhof".
Da cui si evince che il proiettile dell'omicidio Calabresi è stato ritrovato almeno dal 20 giugno 1972 ed è stato messo in relazione con altre armi, tanto è vero che l'ingegner Salza (membro di un collegio peritale che comprendeva anche i professori Cerri e De Bernardi) ha provato a paragonarne le rigature con almeno due revolver fornitigli dalla Questura. (Di tutto questo, in nove anni di processo Calabresi, non è spuntato un solo ricordo, una sola relazione, una sola fotografia, una sola carta ingiallita). Ancora nel 1990, quando la difesa di Pietrostefani cercò di sapere chi, dove, quando avesse trovato quel proiettile, ebbe solo risposte negative: non lo avevano trovato né lettighieri, né infermieri, né la dottoressa Crapis, né il responsabile del posto di polizia al San Carlo, né la polizia scientifica. Vennero allora anche interrogati i funzionari dell'Ufficio Politico della Questura dell'epoca, ma "tutti concordemente hanno riferito che non ricordano chi abbia portato materialmente il proiettile in Questura". Dal che si capisce - se le parole dell'ispettore di polizia Francesco Pedullà che firma il rapporto hanno un senso - che "qualcuno" portò brevi manu il famoso proiettile in Questura. Che il magistrato non venne informato. Che la Questura se lo tenne per un po' e lo fece vedere al perito Salza. Che non venne catalogato. Che non venne rilasciata ricevuta. E che il tutto restò nell'anonimato.

Seguiamo ora la storia del proiettile misterioso. Esso viene "peritato" per la prima volta ufficialmente, su incarico del sostituto procuratore Libero Riccardelli, da Salza, Cerri e De Bernardi nell'anno successivo. Il magistrato chiede ai periti di analizzare "le due pallottole rinvenute sul corpo" del commissario Calabresi (in altre parti della richiesta si dice invece "nel corpo") e di metterle in relazione con una pistola sequestrata a tale Christian Ring. Il collegio peritale (che, come abbiamo appreso, aveva già condotto esami e perizie balistiche su quel proeittile che, comunque, non venne trovato sul corpo, né nel corpo del commissario ucciso, pargonandolo con altri proiettili e almeno due pistole) ne descrive le caratteristiche e risolve seccamente il paragone con l'altro proiettile, quello estratto dal capo. Scrive infatti che quel proiettile, troppo deformato, è "inutilizzabile". Non gli viene neppure in mente, però, che i due proiettili siano stati sparati da armi diverse, né d'altra parte il magistrato glielo chiede. Nel 1974, sempre lo stesso collegio esaminerà di nuovo il proiettile, quando dell'omicidio Calabresi verrà accusato il neofascista Gianni Nardi e, di nuovo, non gli verrà chiesto di compararlo con il grosso frammento trovato nel capo dell'ucciso.

Passano quattordici anni in cui il fascicolo Calabresi rimane a prendere la polvere. Nel luglio 1988, i carabinieri portano ai magistrati Ferdinando Pomarici (sostituto procuratore) e ad Antonio Lombardi (giudice istruttore) il "colpo di scena" sul delitto Calabresi: Leonardo Marino, un ex operaio della Fiat, poi diventato rapinatore e venditore di frittelle, spinto da un'ansia religiosa e, parole sue, da una precaria condizione economica, si autoaccusa di aver guidato la Fiat 125 blu il giorno dell'omicidio e accusa Ovidio Bompressi di essere stato lo sparatore. Come mandanti indica Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, all'epoca dei fatti dirigenti di Lotta continua. Come arma per il delitto indica una Smith & Wesson calibro 38 con canna di sei pollici, da lui stesso rapinata, insieme ad altri, il 18 dicembre 1970, dall'Armeria Leone di Torino. Per una questione di pochi giorni, tutto il processo si svolgerà con il "vecchio rito", ovvero quello in uso prima dell'entrata in vigore dell'attuale codice di procedura penale. L'istruttoria dura circa un anno, Leonardo Marino viene sentito a verbale - per successive correzioni, smentite e precisazioni - almeno venti volte. Viene trasportato in giro per Milano e per l'Italia, ma i magistrati non si occupano minimamente e mai di confrontare le sue deposizioni con i corpi del reato che restano a testimonianza del delitto, l'automobile e i proiettili. Non lo ritengono necessario. Eppure, a quel tempo, sia l'automobile Fiat 125 blu (con un corredo di oggetti inspiegabili: un ombrello, un paio di occhiali neri da donna, una vistosa antenna radio di cui l'accusatore non sapeva dare conto), sia i proiettili e le pistole (compresi quelli Baader Meinhof, quella di Gianni Nardi, quella del boliviano Tapia) esistevano ancora.

Proiettili e automobile vennero però distrutti nel corso dell'istuttoria, senza che la difesa venisse informata (effetti del vecchio codice) e senza alcuna protesta da parte dell'accusa. La macchina del delitto venne prelevata dall'autoparco Fiorenza di via Stephenson (dove giaceva dal 25 agosto 1972) e rottamata il 31 dicembre 1988. Motivazione: "Non aveva pagato il bollo". Le buste con i proiettili vennero "eliminate", per ordine del presidente del tribunale di Milano Ignazio Micelisopo, per "motivi di spazio". Quando la difesa degli imputati chiederà di poter accedere ai reperti, verrà risposto che essi sono stati distrutti. Si dovrà quindi ragionare soltanto sulle fotografie e sulle perizie attuate nel 1972. "Normale inefficienza", disse l'accusa. "Guardi, avvocato, che non c'è nessun giallo", rispose il presidente della Corte d'assise Manlio Minale all'avvocato Giandomenico Pisapia che protestava. "Siamo a Milano, non siamo a Ginevra", commentò il procuratore generale Dello Russo, facendo così della Padania la Terronia della Svizzera. A quel punto non esisteva la pistola (mai trovata), si erano perse le tracce delle altre due pistole usate nelle prime perizie, non esistevano i proiettili (distrutti), non esisteva la macchina (rottamata), non era più in vita il questore Allitto Bonanno cui chiedere conto dei vestiti del commissario Calabresi. Fecero perno del processo solo le dichiarazioni di Marino.

Per quanto riguarda la MECCANICA del delitto, il dibattimento in Corte d'assise discusse a lungo sulla lunghezza della canna della Smith & Wesson e si scontrarono i pareri dei periti della difesa che la sostenevano sicuramente corta, con i "non ricordo, è passato troppo tempo" del perito convocato dalla Corte, ancora l'ingegner Domenico Salza. Gli imputati vennero condannati a 22 anni.
Il colpo di scena avvenne però durante il primo processo di appello, nel 1991. In una delle prime udienze, presiedute dal giudice Cavazzoni, l'avvocato Massimo Dinoia, legale di Pietrostefani, annunciò alla Corte di aver ricevuto degli ingrandimenti fotografici che cambiavano del tutto lo scenario del delitto. Dalle fotografie si dimostrava che i due proiettili del delitto - quello rinvenuto non si sa dove, quando e da chi e il grosso frammento estratto dal capo del commissario Calabresi - erano stati sparati da armi diverse. Erano differenti le rigature, era differente il "letto", erano differenti le striature. Il professor Antonio Ugolini aveva fatto quello che in tutti quegli anni non era stato fatto: aveva comparato le fotografie del frammento (un proiettile quasi intero, per la verità) con quelle del secondo proiettile e aveva tratto le sue conclusioni. Aveva utilizzato metodi che nel 1972 non erano pensabili: il computer, per esempio. L'avvocato Dinoia annunciò in dibattimento che queste erano solo le prime risultanze del "parere pro veritate" che aveva richiesto, ma che gli sembravano talmente enormi da richiedere un'altra perizia. Poi prese gli ingrandimenti fotografici e li consegnò all'accusa e alle parti civili. Quello che seguì può essere ascoltato nella registrazione audio di quell'udienza. Il presidente Cavazzoni disse: "Il proiettile venne trovato tra i vestiti del commissario". L'avvocato Dinoia: "No, presidente, non è così". Seguì il silenzio del presidente.
Gli avvocati Ascari e Ligotti della parte civile, all'unisono con il procuratore generale Dello Russo, si scagliarono, piuttosto veementemente, contro la richiesta di una nuova perizia, definendola "scorretta", "perdita di tempo", "sospetta", "marginale". Tutti dissero che quel grosso frammento era già tato definito "inutilizzabile", e quindi a quel giudizio bisognava attenersi. La Corte si ritirò per decidere e, in tempo breve, decise per la non ammissibilità dell'istanza. Il parere pro veritate del professor Ugolini venne presentato il 28 giugno 1991 (centoventi pagine, più altrettante di allegati fotografici e diagrammi), ma non venne più discusso. Il processo terminò con la conferma della condanna di primo grado. Nella motivazione, tutto questo tema è risolto in queste righe: "Sulla identità delle striature presenti sul "grosso frammento" e sul proiettile intero questa Corte rimanda alle argomentazioni contenute nelle perizie d'ufficio, nella sentenza impugnata e nella memoria depositata dalla parte civile ex art. 145 c.p.p. che tutte le riassume". Però le perizie d'ufficio mai avevano preso neppure in considerazione che i due proiettili fossero stati sparati da armi diverse, e per quanto riguarda la memoria della parte civile, appare ben strano che una Corte, dopo aver bocciato la richiesta di una perizia d'ufficio, prenda poi per buona quella di una parte. Nei restanti dibattimenti non si parlò più della questione. Le Sezioni Unite della Cassazione rigettarono la sentenza del presidente Cavazzoni dichiarando l'accusatore non attendibile. Un nuovo processo di appello assolse tutti e quattro gli imputati. La sentenza scritta dal giudice a latere Ferdinando Pincioni fu volutamente scritta per essere dichiarata "illogica" e così sentenziò una nuova Corte di cassazione. Un terzo processo di appello (nel quale non venne più sollevata la questione dei proiettili) si concluse con la condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani a 22 anni. La Quinta sezione della Cassazione l'ha confermata il 22 gennaio scorso e i tre condannati stanno scontando la pena nel carcere di Pisa.

Questo è ciò che emerge dai fascicoli processuali. La mia personale convinzione, leggendo il dettagliato "parere pro veritate" del professor Ugolini, è che egli provi con forti argomenti la tesi che i due proiettili non furono sparati dalla stessa arma. Per cui, o gli sparatori furono due (ipotesi surreale), o lo sparatore sparò con due pistole (teoricamente possibile), oppure il proiettile Giulio Fiocchi calibro 38 su cui si è discusso da 25 anni a questa parte non c'entra nulla con il delitto Calabresi e fu messo lì forse per insipienza, forse per malizia, forse per dolo. (Si sa ora che pratiche del genere, in quei tempi a Milano, non erano inconsuete). E per l'attentato di Peteano, ricordato all'inizio, è ormai provato con sentenze che alti ufficiali dei carabinieri volutamente depistarono le indagini, fin dal primo giorno. Per la precisione, cercarono di indicare nel delitto Calabresi e nella strage di Peteano due tappe della strategia terroristica del gruppo Lotta continua.
A processo concluso si può però dire che il "grosso frammento" dichiarato subito inutilizzabile, era invece ben utilizzabile, presentava rigature e striature visibili e parte dello stesso fondello con i segni della combustione. Poteva (anzi, doveva) essere peritato. Che tutte le comparazioni con pistole fatte a partire dal 1972 sono state compiute su un proiettile di cui nessuno ancora oggi conosce la provenienza. (Dei tre periti di venticinque anni fa, solo il professor De Bernardi è oggi in vita, ma nei vari dibattimenti non è mai stato sentito).
Ci sono infine due circostanze da ricordare, una cattiva e una buona: la prima è che tutti i corpi del reato sono stati (colposamente o dolosamente) distrutti; la seconda è che, rispetto a venticinque anni fa, le tecniche di perizia balistica hanno fatto passi da gigante. Oggi rimangono solo fotografie o carte, che però hanno il pregio di essere pubbliche: tutti vi possono accedere, tutti le possono studiare con i metodi che la nuova tecnologia offre e con il distacco che viene dal lungo tempo trascorso.
Enrico Deaglio


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