Marco Fossati

Una dichiarazione di responsabilità

da "Forze Civili", agosto 1997


 

Il comunicato che viene pubblicato in queste pagine è comparso per la prima volta, nello spazio a pagamento di un quotidiano, in occasione del venticinquesimo anniversario dell'uccisione del commissario Luigi Calabresi. Io e gli altri che lo hanno firmato, non vi abbiamo scritto niente di più di quanto già altre volte dichiarato in varie sedi, in particolare da Adriano Sofri che per quell'omicidio è stato condannato a 22 anni di carcere insiemea Ovidio Bompressi e a Giorgio Pietrostefani. Ma indubbiamente la forma adottata e la decisione di pubblicare il nostro intervento in quella data hanno conferito alle nostre parole un'enfasi particolare. E poiché il mezzo che si sceglie per comunicarlo non è mai estraneo al contenuto del messaggio che si vuole comunicare, è comprensibile che la comparsa di quel testo sia stata accolta da molti come una novità.

Responsabilità politiche e morali...

In quello che abbiamo scritto è contenuta l'ammissione di una responsabilità politica e morale che i tre accusati del delitto Calabresi non hanno mai cercato di nascondere, ma che, in quasi nove anni di processi, si è fatto di tutto per trasformare in una responsabilità penale riuscendo, alla fine, a far condannare tre persone a 22 anni di carcere senza aver potuto in alcun modo dimostrare la loro colpevolezza. Ma su questo tornerò più avanti. Quello che qui mi importa innanzitutto ribadire è il senso di quanto si trova scritto in quel comunicato, e cioè che esiste una grave responsabilità, riguardo all'omicidio del commissario Calabresi, da parte di coloro che, come noi, hanno contribuito a creare il clima in cui quel delitto si è collocato. Non sto parlando della denuncia mossa da Lotta Continua, l'organizzazione di cui facevamo parte, contro i metodi con cui vennero condotte le indagini sulla strage di piazza Fontana e non mi riferisco nemmeno alla nostra protesta indignata perché un uomo innocente, Giuseppe Pinelli, illegalmente trattenuto in questura per tre giorni, era morto precipitando da una finestra dell'Ufficio Politico. Mi riferisco al modo in cui quella campagna venne condotta, alla violenza con cui le accuse si concentrarono su Calabresi, divenuto un simbolo da additare all'odio di tutti. Parlo soprattutto del giudizio che accostò il suo assassinio a un atto di giustizia. Un giudizio che ha reso coloro che come me lo hanno condiviso, moralmente corresponsabili di quel delitto. Quello non fu un atto di giustizia, indipendentemente dal ruolo che Calabresi ebbe nella vicenda di Pinelli o nei depistaggi della "strategia della tensione". Quello fu un feroce assassinio che non colpiva un simbolo astratto, ma una persona umana, legata a rapporti di amicizia e di affetto ad altre persone umane. Io avevo allora 21 anni e una figlia di un anno, e giudico una mia grave colpa il fatto di non aver avuto un moto di solidarietà, di umana pietà, per quella ragazza, giovane come me, che rimaneva vedova in attesa di un figlio; per quei bambini che sarebbero diventati grandi senza un padre al loro fianco. In tutto questo credo che risiedano le mie, le nostre responsabilità di fronte all'uccisione di Calabresi.

... e responsabilità penali

Sono responsabilità gravi, ma sono sufficienti a emettere una condanna di colpevolezza in un processo per omicidio? No, secondo il nostro ordinamento giuridico. Eppure questo è successo. Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani sono stati condannati a 22 anni di carcere, un quarto di secolo dopo il delitto, non perché siano stati inchiodati da inoppugnabili prove, ma perché le accuse di un pentito, formulate a sedici anni di distanza e in modo tutt'altro che limpido, coincidevano con le convinzioni di alcuni giudici su quel caso: Lotta Continua aveva condotto la campagna contro Calabresi, dunque Lotta Continua doveva avere anche la responsabilità penale del suo assassinio. I tribunali possono sbagliare sia quando condannano gli innocenti, sia quando assolvono i colpevoli. Ma se un tribunale condanna delle persone nonostante vi siano moltissimi dubbi intorno all'accusa che viene mossa contro di loro, allora quel tribunale non compie solo un errore, ma anche un'ingiustizia. Infatti secondo la nostra tradizione giuridica il tribunale deve sempre provare al di là di ogni dubbio la colpevolezza di un imputato. Se questo non è possibile, allora l'imputato deve essere assolto: questo impone il rispetto del diritto. E che vi siano dei dubbi sulle accuse mosse a Sofri, Bompressi e Pietrostefani non lo diciamo soltanto noi che siamo loro amici, ma lo hanno detto molte e molto autorevoli persone. Lo ha detto. per esempio, il giudice Vigna, capo della Procura Generale Antimafia, parlando in televisione. Lo hanno sottoscritto eminenti giuristi come i docenti di diritto Ferrajoli e Guarnieri, il giudice Palombarini e l'ex presidente della Corte Costituzionale Ettore Gallo.

Le contraddizioni dell'accusa

Ma non solo di dubbi si tratta. Vi sono numerosissime e vistose contraddizioni in cui è incorso l'unico teste giudicato attendibile dal tribunale, e cioè Leonardo Marino, il pentito che accusa se stesso (ma per lui il reato è stato prescritto e la pena condonata) e gli altri tre. Marino sbaglia il colore dell'automobile che avrebbe egli stesso rubato la notte prima e guidato il giorno del delitto; sbaglia a descrivere la rivoltella usata da chi ha sparato (dice che era a canna lunga, ma le perizie dimostrano che era a canna corta); sbaglia nell'indicare il percorso di fuga che lui stesso avrebbe imboccato dopo l'omicidio; dichiara che l'ordine di uccidere gli sarebbe stato dato da Pietrostefani, insieme a Sofri, al termine di una manifestazione a Pisa (ma è stato dimostrato che Pietrostefani si trovava quel giorno da tutt'altra parte); dichiara allora di essersi intrattenuto a parlare con il solo Sofri nella piazza del comizio (ma poi si è saputo che quel giorno pioveva a dirotto e che tutti sono corsi a ripararsi appena hanno potuto). Di fronte a queste e a decine di altre contraddizioni dell'unico teste di accusa ci si aspetterebbe che anche il giudice più convinto della colpevolezza degli imputati avanzasse almeno qualche dubbio sulla consistenza delle prove. E invece no: chi ha steso le motivazioni della penultima sentenza di condanna ha avuto perfino il coraggio di dichiarare: "La genuinità del racconto del Marino si deduce anche dalle sue incertezze, inesattezze e rettifiche nella successione delle varie deposizioni, mentre i resoconti calunniosi sono normalmente monolitici, categorici, univoci, perfetti nella loro struttura". Che cosa poteva fare la difesa davanti ad argomentazioni di questo tipo? Ma è proprio con queste argomentazioni che Sofri, Bompressi e Pietrostefani sono stati condannati. Per questo io credo che la loro detenzione dovrebbe essere sentita come insopportabile da tutti. Soprattutto da coloro che più hanno a cuore che sull'omicidio di Luigi Calabresi sia fatta giustizia.

Dai fatti in cui è stato coinvolto il commissario Calabresi e dal suo omicidio sono passati più di venticinque anni. Tutti noi, da qualsiasi parte ci trovassimo allora, oggi siamo molto diversi e molto diverse sono le condizioni del nostro paese e delle sue istituzioni. Io credo che sia venuto il tempo in cui si può ripensare a quelle vicende con un atteggiamento più distaccato e obiettivo. Non per dimenticarle o cancellarle con un colpo di spugna, ma al contrario per riuscire a capire meglio che cosa è davvero avvenuto senza pregiudizi e senza sentimenti di vendetta. E perché ciascuno si assuma le responsabilità che gli competono. Noi, con il nostro comunicato, abbiamo agito con questa intenzione.